"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

mercoledì 29 dicembre 2010

Recrudescenza della malaria

Secondo quanto contenuto nell’ultimo 'World Malaria Report 2010', rilasciato a metà dicembre dall’Organizzazione mondiale della sanità, si segnala una recrudescenza della malaria in Rwanda, con un aumento nel 2009 di pazienti affetti da malaria e di  morti per la medesima causa, dopo che negli anni precedenti il fenomeno aveva evidenziato una significativa contrazione. Nel Rapporto non sono riportate le ragioni di questo fenomeno, in netta controtendenza rispetto al resto del mondo fatti salvi altri due paesi africani come lo Zambia e Sao Tomé. Sia l’ONU che il governo del Rwanda stanno ricercando i motivi per questo aumento dei casi di malaria, nonostante le massicce campagne condotte negli ultimi anni per frenare la malattia, nel 2006 per fornire LLIN-zanzariere trattate con insetticidi per bambini sotto i 5 anni di età, e nel periodo 2007-2009, con la consegna di 2.000.000  LLIN sufficienti a proteggere oltre il 36% della popolazione a rischio, concentrata soprattutto nelle zone orientali e sud-ovest del paese. Secondo il Rapporto dell’OMS la capacità diagnostica è progressivamente migliorata negli ultimi anni e il tasso di controllo annuale ha raggiunto il 14% nel 2009. Un aumento dei casi di malaria si è verificato sia durante le stagioni 2008-2009 che 2009-2010. La recrudescenza dei casi di malaria non complicata è stata maggiore rispetto a  quella dei casi gravi di malaria e di morte. I casi di malaria accertati ambulatoriamente sono raddoppiati nel 2009 rispetto al 2008. Anche se il dato sconta il contemporaneo incremento del 61% degli accertamenti effettuati nel 2009, il tasso di positività riscontrato tra i pazienti ambulatoriali è passato dal 14% del 2008 al 26% nel 2009. La malaria è stata nel 2009 causa per il 19,21% dei casi di morte in generale ( il 16,33% nel 2008) e il 22,7% dei casi di morte tra i bambini sotto i 5 anni ( 17,31% nel 2008).Per consultare la scheda del Rapporto relativa al Rwanda clicca qui.

lunedì 27 dicembre 2010

Dibattito aperto sulla crescita demografica

Secondo i  dati diffusi dal Ministero della Sanità, ogni anno ci sono circa  300.000  nuove nascite  in Rwanda. Un dato che suscita qualche preoccupazione nei pianificatori ma non nel Presidente rwandese Paul Kagame. Secondo le ultime stime la popolazione rwandese  ha ormai raggiunto  circa 10.200.000 persone, con alcune previsioni che ritengono possibile, in assenza d’interventi pianificatori, un suo raddoppio entro il  2050.Da una parte molti  auspicano un rispetto della pianificazione familiare in maniera di mantenere sotto controllo le nascite e il  conseguente aumento della popolazione in un paese che ha la più alta densità abitativa del continente africano ( 387  abitanti per kilometro quadrato). Per contenere questo flusso di nuovi nati, i sostenitori della pianificazione auspicano misure legali per chi non rispetti certi limiti  nei numeri dei figli e un forte contrasto della poligamia.  Dall’altra, secondo quanto riferisce la stampa locale, il presidente Kagame  è del parere che fermare le nascite non possa essere una buona decisione politica strategica: non si possono fermare le nascite, perché il paese ne ha  bisogno. Semmai c’è bisogno di adeguate politiche che, escludendo il freno alle nascite,   ricerchino i necessari equilibri, perché “fermare le nascite potrebbe anche portare altri problemi, come sta succedendo altrove". Il dibattito è aperto.

giovedì 23 dicembre 2010

Noheli nziza n’Umwaka mushya muhire 2011



Buon Natale e felice anno nuovo

mercoledì 22 dicembre 2010

Il vescovo di Byumba: reintrodurre il kinyarwanda nell'insegnamento

Il vescovo di Byumba, Mons. Servilien Nzakamwita, parlando a margine di una conferenza sul dialogo nazionale che mette insieme due giorni all'anno in Rwanda le più alte autorità amministrative del paese, opinion leader, rappresentanti della società civile e della diaspora ruandese, ha proposto una riforma per l'insegnamento delle lingue nel sistema di istruzione in Rwanda, suggerendo l'introduzione della lingua nazionale Kinyarwanda accanto all’inglese.
"E 'una vera sfida, se alcuni studenti che terminano la scuola superiore non riescono ad assimilare al meglio la materia, non riuscendo a padroneggiare la lingua di insegnamento", ha detto Mons Nzakamwita, aggiungendo che "è sorprendente che in un paese come il Rwanda, la lingua nazionale, che è comunque conosciuta dalla maggioranza degli studenti non sia praticata come lingua di insegnamento, per consentire loro di assimilare meglio la materia".
Come noto le autorità di Kigali hanno fatto la scelta, definita strategica, di adottare l’inglese come lingua di lavoro e nel sistema educativo, soppiantando la lingua francese. La questione sollevata dal Vescovo di Byumba è un problema di non poco conto che ha già formato oggetto di molte discussione nell’intera Africa da parte di intellettuali e governanti. Tra l’altro, se altrove, la lingua della potenza coloniale poteva servire a dare un’unica lingua a paesi in cui proliferavano decine e decine di dialetti, nessuno in grado di affermarsi come lingua nazionale in quanto espressione di singoli gruppi etnici spesso in contrasto fra loro, non sembra questo il caso del Rwanda in cui la maggioranza della popolazione parla un’unica lingua il kinyarwanda. Per chi volesse approfondire i molteplici risvolti, culturali, storici e non solo, che una scelta come quella adottata in Rwanda può comportare, segnaliamo la sintesi di un seminario tenutosi sull’argomento presso l’Università di Siena, dal titolo appunto “Lingue e sistemi educativi nell’Africa sub-sahariana” (clicca qui). Interessante anche un nostro vecchio post riportante una riflessione sull'argomento  dello storico africano Joseph Ki-Zerbo  ( clicca qui ).

martedì 21 dicembre 2010

Non c'è solo la Cina:anche l'India interessata al Rwanda

L’India è disposta a investire 250 milioni di dollari in Rwanda per sviluppare un "hub della conoscenza" in campo medicale, informatico, dell’istruzione e dell’agroalimentare. L’accordo sottoscritto ieri tra l’indiano Universal Empire Infrastructures Limited (UEIL) e il Rwanda Development Board (RDB) prevede, tra l’altro, la realizzazione di una università multidisciplinare, comprendente in particolare una facoltà di medicina.L'accordo siglato prevede inoltre centri di competenze in materia di  informatica, biotecnologie e della ricerca, oltre a un complesso sportivo e centro congressi, un centro medico con 300 camere, un centro benessere, naturopatia e sport acquatici per stimolare il turismo.La seconda parte del patto si concentra sulla creazione di un parco integrato di trasformazione dei prodotti alimentari per sviluppare agricoltura e zootecnia. L'investimento arriva dopo una serie di visite effettuate da delegazioni ufficiali  tra i due paesi e consacra il crescente status che  l'India si appresta a recitare per molti paesi in via di sviluppo, in particolare nel settore dell'informatica, della sanità e della farmaceutica. L'India è, infatti, un fornitore leader di prodotti farmaceutici a prezzi accessibili per gran parte del mondo in via di sviluppo; il paese sta inoltre cementando partenariati di ricerca e sviluppo con paesi come il Sud Africa per combattere l'HIV.

sabato 18 dicembre 2010

Bye bye Nyakatsi

Le abitazioni con tetti di paglia, ancora molto diffuse nei villaggi rwandesi    e localmente conosciute come Nyakatsi,   sono destinate presto a scomparire, o almeno a vedere il loro tetto sostituito da coperture in lamiera. Questo è quanto si propone una  campagna governativa che le autorità locali stanno attuando  con decisione su tutto il territorio. L’opera di sensibilizzazione incontra qualche resistenza anche perchè l’onere per sostituire i tetti non è certo indifferente, anche se  per i più bisognosi è prevista la fornitura da parte dello Stato delle lamiere necessarie. Il progetto, pur tra qualche inevitabile  mugugno da parte degli abitanti delle campagne, prosegue comunque e per i responsabili amministrativi locali sembra questo uno dei progetti su cui saranno misurati nella loro attività. Così,  un responsabile del  distretto di Bugesera, nella provincia orientale, annunciava con orgoglio che nella sua zona di competenza  già 7.363 su 13.000 case Nyakatsi sono state interessate a questa opera di “modernizzazione”. A sostegno del progetto si sta muovendo anche la Diaspora rwandese con una raccolta fondi denominata appunto  "by by Nyakatsi".

mercoledì 15 dicembre 2010

Un'etichetta per i prodotti della fattoria di Nyinawimana

Dobbiamo segnalare una piacevole sorpresa che ci viene fatta dal dinamico parroco di Nyinawimana, l'Abbè Jean Marie Vianney, che ha ideato un'etichetta, decisamente accattivante, con cui marchiare il miele che viene prodotto nell'azienda agricola realizzata nel corso degli anni sulla collina di Nyinawimana, con il decisivo sostegno dell'Associazione Kwizera. L'etichetta che ci viene proposta, nelle intenzioni dei conduttori dell'azienda agricola, dovrebbe identificare, in una moderna concezione di marketing, tutti i prodotti che, oltre al miele, escono dalla fattoria. L'idea ci sembra il giusto coronamento di un impegnativo lavoro di razionalizzazione che l'Abbè Jean Marie ha condotto in questi ultimi anni, portando la fattoria a un buon livello di redditività. In  questo momento, in cui si cominciano a raccogliere i frutti di questo intenso lavoro, non possiamo dimenticare tutto quanto fatto precedentemente a partire dall'opera di radicale terrazzamento dell'intera collina, effettuato dall'Ass. Kwizera nel 2005, e anche le difficoltà iniziali, non disgiunte da qualche inevitabile errore di cui si è tenuto il debito conto.

venerdì 10 dicembre 2010

Per uno sviluppo non solo materiale

Ci viene segnalato un contributo dal titolo "La nazione e lo sviluppo dei popoli" pubblicato dall'agenzia Zenit. Ne è autore Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
Riportiamo qui di seguito le conclusioni che interpellano da vicino tutti coloro che operano nel volontariato a favore delle popolazioni dei paesi, appunto detti in via di sviluppo :
"Non c’è dubbio che lo sviluppo è quindi un concetto qualitativo e non solo quantitativo. Non riguarda solo l’incremento della ricchezza, ma la qualità umana della vita personale e sociale. Potremmo anche dire che lo sviluppo riguarda prima di tutto le condizioni immateriali che non quelle materiali. Questo è un criterio di giudizio e di azione molto importante per il cattolico impegnato in politica. Gli permette di indirizzare lo sguardo non tanto e non solo sui dati economici e gli interventi tecnici, pur necessari come dirò tra breve, ma sui presupposti immateriali, ossia culturali e morali, dello sviluppo. Nei paesi poveri molti freni allo sviluppo derivano da ancestrali culture locali che disprezzano il lavoro, stabiliscono norme discriminanti, non valorizzano adeguatamente la donna, vedono il rapporto con la natura in modo magico. Tutti questi atteggiamenti mentali sprecano risorse, non permettono un pieno utilizzo delle risorse naturali, costituiscono caste inamovibili nella società che frenano la mobilità sociale e il progresso, bloccano le iniziative di intraprendenza. Favorire lo sviluppo di quei popoli vuol dire anche liberarli da quelle culture limitanti.
Viceversa, leggi sulla proprietà intellettuale vigenti nei paesi ricchi, impediscono di distribuire farmaci di prima necessità nei paesi poveri in modo da lottare contro malattie endemiche e pandemie. Anche in questo caso una cultura, di tipo produttivistico e individualistico, è elemento di freno allo sviluppo. Il trasferimento nei paesi poveri di stili di vita edonistici e individualistici propri dei paesi sviluppati può essere negativo per il loro sviluppo. La mancanza di istruzione o della capacità di collaborare, le carenze nella concezione del rispetto della legalità sono cause di sottosviluppo non meno importanti di altre di ordine materiale. È bene, quindi, mettere a fuoco prima di tutto questi problemi di tipo immateriale ed associare agli aiuti allo sviluppo sempre anche un accompagnamento formativo.
I trasferimenti non devono essere solo economici o di beni materiali ma anche di competenze, di professionalità, di istruzione e cultura e, come si dice, di know how. Una visione materialista dello sviluppo lo intende invece solo come trasferimento di risorse che però spesso cadono nelle mani di aguzzini che tengono quei popoli sotto il loro tallone, vengono dirottati verso l’acquisto di armi, distruggono i mercati locali impoverendo i produttori. Se invece si pone attenzione ai problemi qualitativi si metterà in primo piano forme di aiuto culturale, educativo, formativo, di educazione alla legalità e al buon funzionamento delle istituzioni democratiche. Anche lo stesso problema dell’alimentazione, che appare nella sua essenza come una mancanza di cibo, ossia di beni materiali, è in fondo dipendente da cause strutturali di tipo immateriale e culturale. Un aspetto molto importante di questa visione qualitativa dello sviluppo riguarda gli stretti collegamenti tra i grandi principi del rispetto della vita, della difesa della famiglia e della libertà di religione e lo sviluppo dei popoli, messi in evidenza soprattutto nella Caritas in veritate".
L'intero articolo è leggibile cliccando qui

giovedì 9 dicembre 2010

Ok il prezzo è ....pompato

Oggi il prezzo di una capra può essere indifferentemente 15.000, 20.000 o 25.000 Frw: dipende da chi ti presenta il preventivo.Questi sono, infatti, i prezzi esposti in tre diversi preventivi  a supporto di tre differenti  progetti presentati da altrettante parrocchie rwandesi per avere il sostegno di un'Associazione di volontariato. Per completezza il prezzo più basso di Frw 15.000 riguardava capre già ingravidate, quindi teoricamente più costose. Analogo discorso può riguardare l'acquisto di un kilo di banalissimi chiodi per fissare le lamiere, il cui prezzo in un preventivo è di 2000 e in un altro di 2500 Frw, piuttosto che 1200 o 1500 Frw per i chiodi per il legno. Come  si vede ci sono variazioni che vanno da un, quasi accettabile, 25% a un inaccettabile 66%. Sono due semplicissimi esempi che purtroppo fotografano una situazione di malcostume diffuso, con cui devono quotidinamente misurarsi gli operatori del volontariato che intendono promuovere progetti di sviluppo, anche di piccole dimensioni, a favore delle realtà locali. Domanda: ma perchè cercare di lucrare sugli aiuti, non sarebbe forse sufficiente accontentarsi dell'aiuto stesso? E ancora: se succede questo nel piccolo.........?
Amici, un po' più di misura!  

mercoledì 8 dicembre 2010

Tempi difficili per il microcredito, anche in Rwanda

Non è un bel momento per il microcredito. Nei giorni scorsi i giornali hanno portato alla ribalta alcune operazioni piuttosto spregiudicate condotte da Muhammad Yunus, fondatore della Grammen Bank e premio Nobel per la Pace nel 2006, con fondi donati a sostegno del microcredito dal goveno norvegese. L'immagine di Yunus ne è uscita piuttosto ammaccata, anche perchè dalle ricerche fatte nei paesi del sud est asiatico, dove più si è diffusa la pratica del microcredito, sono sorti dubbi sulla reale efficacia del modello, soprattutto con riferimento agli esorbitanti tassi che vengono applicati sui piccoli crediti concessi.
E' di oggi la notizia che ci viene da Byumba secondo cui la cooperativa Iriba Microfinance, che avevamo avuto modo di visitare per raccogliere informazioni sull'esperienza del microcredito in Rwanda, è stata  messa in liquidazione, sommersa da 170 milioni di Frw ( poco più di 200 mila euro) di crediti irrecuperabili, dopo che aveva sospeso le operazioni già dal maggio scorso, creando non poco disorientamento tra i numerosi clienti. In precdenza c'era stato il caso della Blue Financial Services Ltd, un'istituzione  sudafricana, cui era stata ritirata la licenza di esercizio in Rwanda, all'inizio di quest'anno, a causa di  pratiche scorrette e per il  livello del contenzioso. Altri casi si erano verificati nel passato. Il livello di contenzioso esistente sul mercato del credito rwandese è abbastanza elevato; basti pensare che la miglior banca del paese, secondo quanto emerge da una classifica del Financial Times di Londra (FT) Magazine, la Banca di Kigali (BK) nel 2008 
aveva  sofferenze pari al 15,4 per cento del volume totale del prestito, scese poi all'8 per cento nel 2009.
In simili condizioni diventa difficile operare sul mercato per le banche e per le società dedite al microcredito che reagiranno a simili contingenze rendendo più restittivi i criteri di erogazione di un prestito, con la conseguente penalizzazione per i più deboli.

sabato 4 dicembre 2010

Rwanda: piano per una circoncisione di massa contro la diffusione dell'AIDS

Per arginare la diffusione dell’HIV/AIDS, le autorità di Kigali stanno programmando un piano che prevede la circoncisione, entro il 2012 , di almeno 2 milioni di uomini.Il progetto trae spunto da una raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità secondo la quale, sulla base di ricerche effettuate, gli uomini circoncisi hanno un 60 per cento di probabilità di non acquisire il virus durante i rapporti sessuali.
Secondo quanto sostenuto dalla Dr. Anita Asiimwe, segretario esecutivo della CNLS- Commissione nazionale di contrllodell’Aids, il personale medico sul territorio è già stato preparato per condurre la circoncisione di massa che, da quanto si può ricavare da The New Times, dovrebbe avvenire su basi volontarie, anche sulla base di un’apposita campagna di sensibilizzazione.
Diverso potrebbe essere il discorso per quanto riguarda la circoncisione dei neonati; tenuto conto che l’intervento su un bambino tra un giorno e un mese di età è più semplice, in quanto la ferita guarisce entro 3-4 giorni, e che le nascite avvengono nella quasi totalità dei casi presso i centri di sanità, non è del tutto escluso che si possa arrivare alla circoncisione dei bambini nel primo mese di vita. Attualmente, secondo rilevazioni demografiche, solo il 15 per cento degli uomini intervistati ( di età compresa fra i 15-49 anni) sono stati circoncisi.

giovedì 2 dicembre 2010

In margine a un banale guasto di un elettrogeneratore

Nella primavera del 2009 viene inviato in Rwanda un elettrogeneratore nuovo di fabbrica, destinato a soddisfare i bisogni di una parrocchia dell'interno. Appena arrivata l'apparecchiatura viene messa in funzione; ma già dopo qualche mese vengono segnalati i primi inconvenienti, che via via si andranno aggravando, fino a quando il generatore cessa di funzionare. Intervengono i tecnici locali che cercano di rimediare ai presunti guasti con interventi che, pur non mancando di una certa inventiva tecnica, non riescono a risolvere il  problema. L'estate scorsa prendiamo visione del motore, ormai smontato, causa del blocco del generatore; facciamo qualche fotografia delle parti che i tecnici locali hanno individuato come accidentate per poter trovare gli eventuali pezzi di ricambio, una volta ritornati in Italia. Quando abbiamo sottoposto la relativa documentazione fotografica a un tecnico italiano la risposta è stata disarmante: " il motore si è rotto semplicemente perchè nessuno si è preoccupato di controllare il livello dell'olio che, una volta esaurito, ha portato alla rottura del motore stesso". Perchè raccontiamo un fatto del genere, apparentemente banale nella sua dinamica? Perchè ci pare rappresenti abbastanza bene un'insidia che spesso accompagna gli interventi sul terreno di molte associazione.
Due osservazioni.
La prima: la Onlus che ha inviato l'elettrogeneratore ha ritenuto esaurito il proprio compito con l'invio del macchinario, forse non preoccupandosi a sufficienza di mettere in grado gli utilizzatori finali di farne buon uso, con un minimo di formazione.
La seconda:  i destinatari dell'elettrogeneratore, visti gli esiti, forse non si sono preoccupati di aprire e scorrere il manuale di istruzione.
A ben pensarci, ci troviamo di fronte alle due facce di una stessa medaglia che evidenzia come, troppo spesso, gli interventi vengano gestiti e vissuti dai protagonisti secondo modelli sicuramente migliorabili.
Da una parte, l'Onlus preoccupata di dare concretezza ai fondi raccolti dai benefattori materiallizzandoli, a volte in maniera fin troppo sbrigativa,  in una costruzione, un'attrezzatura o un'iniziativa sociale di cui dare immediato conto ai propri sostenitori, spesso dimenticandosi però di seguirne gli sviluppi e gli utilizzi  futuri.
Dall'altra, per chi riceve, causa un malinteso senso di indipendenza e autonomia, non sempre c'è la necessaria disponibilità e apertura ad attrezzarsi  per far buon uso di quanto ricevuto, attraverso la formazione o il confronto.
Forse, un minimo di autocritica dall'una e dall'altra parte gioverà a renedere più afficace il nostro operare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Rivelazioni di Wikileaks: agli USA interessa anche il DNA dei leaders rwandesi

 La divulgazione della prime  centinaia di migliaia di documenti della diplomazia americana da parte del notissimo sito  Wikileaks ha interessato anche il  Rwanda. In una direttiva firmata nel mese di aprile 2009 dal Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, si invitano i funzionari americani a ricercare dettagli su personaggi di tre paesi africani: Rwanda, Repubblica Democratica del Congo e Burundi. Oltre alle solite informazioni politiche, militari, commerciali, si richiede esplicitamente informazioni sulla " loro salute, il loro parere sugli Stati Uniti, la loro formazione, la loro etnia e la loro padronanza delle lingue straniere" e tanto per avere un quadro completo anche "le impronte digitali, la foto del viso, il DNA e le immagini scannerizzate  dell'iride".
Chissà cosa ne pensa Mister Obama della sottile venatura razzistica che traspare dalle richieste della signora Clinton.

sabato 27 novembre 2010

A proposito di certe semplificazioni giornalistiche...e non solo

 Il presidente del sindacato dei magistrati italiani, Anm, Luca Palamara, nel suo intervento all'assemblea sindacale tenutasi ieri, ha citatto un paio di volte il Rwanda cosicchè  sui giornali  sono usciti titoli  un po' troppo appprossimativi "di Italia peggio del Rwanda". Al di là che si parlava di livello della corruzione e della facilità del fare impresa, settori in cui il Rwanda ha avuto riconoscimenti a livello internazionale, come ben sanno i nostri quattro lettori che questa notizie le hanno lette in tempo reale sul blog, non si capisce come il Rwanda debba assommare in sè una  valenza così negativa tanto da  diventare sempre termine di paragone spregiativo. Al signor Palamara che lamentava la scarsa informatizzazione dell'apparato giudiziario italiano, forse sarà utile sapere che, come scrive oggi il giornale di Kigali The New Times, dal prossimo anno  è in progetto l'avvio di alcuni servizi on line  nell'ambito dell'amministrazione della giustizia rwandese. Tutto quanto sarà informatizzabile finirà on line: dal  deposito delle memorie, ai calendari d'udienza fino alle sentenze. Gli avvocati andranno in tribunale solo per le udienze.
Questo almeno  è quanto sostiene il presidente della Corte Suprema,  Johnston Busingye. Poichè abbiamo già potuto sperimentare di persona  taluni risultati già acquisiti dal Rwanda nell'informatizzazione della pubblica amministrazione, siamo convinti che anche questo sfida sarà vinta.
 Quindi il signor Palamara potrà mettere in agenda un viaggio a Kigali, la capitale, per scoprire che non è l'Italia che è peggio del Rwanda ma è il Rwanda che è meglio dell'Italia, almeno in un settore di sua  stretta competenza come quello dell'informatizzazione della giustizia.
Chissà che poi, una volta là, non scopra anche che  la giustizia rwandese sa incassare le sanzioni pecuniarie che commina ai suoi condannati in tempi normali, diversamente da quanto succede da noi dove una sanzione, quando non cade in prescrizione, viene incassata in tempi biblici ( salvo lamentarsi che mancano i  fondi anche solo per acquistare la carta delle fotocopie)!

giovedì 25 novembre 2010

Rwanda turistica domenica su Raitre

Domenica 28 novembre dalle 15, su Raitre andrà in onda una puntata speciale di "Alle Falde del Kilimanjaro", l’apprezzato programma condotto da Licia Colò, dedicata al Rwanda. Sarà, infatti, trasmesso un documentario girato il mese scorso nei luoghi più rappresentativi del paese delle mille colline: dagli splendidi scenari del Lago Kivu al Parco Nazionale Nyungwe, popolato da scimpanzè, fino al Parco Nazionale dell’Akagera, al confine con la Tanzania, che vanta un’eccezionale concentrazione di animali selvatici. Momenti di maggiore intensità del filmato saranno quelli delle scene riprese all’interno del Parco Nazionale dei Vulcani, dove seguiremo  passo passo l’emozionante percorso di avvicinamento dei gorilla di montagna. In studio si parlerà dei vari programmi di tutela ambientale, grazie anche alla presenza di un’ospite di prestigio come Jane Goodall, l’etologa di fama internazionale che dai primi anni ‘60 studia il comportamento dei primati. Dalle premesse sembrerebbe un documentario da non perdere, soprattutto per chi già conosce parte di quelle bellezze naturali che stanno portando il piccolo Rwanda all'attenzione dei turisti del mondo. 

mercoledì 24 novembre 2010

Nigrizia dà voce all'opposizione

La copertina di Nigrizia
Segnaliamo che il numero di novembre di Nigrizia, il mensile dei Missionari Comboniani, dedica la copertina al Rwanda, a supporto di una lunga intervista alla signora Victoire Ingabire, esponente politico rwandese, rappresentante di un partito d'opposizione non ancora riconosciuto dalle autorità di Kigali, attualmente in attesa di giudizio con diversi capi d'accusa.  E' possibile ascoltare l'intera intervista audio condotta da Nigrizia, cliccando qui e, che si condividano o meno le tesi della signora Ingabire, si potrà così avere qualche elemento conoscitivo in più  per farsi un'idea propria sulla dialettica politica  che caratterizza l'attuale confronto governo-opposizione in Rwanda.

lunedì 22 novembre 2010

Salviamo Asia Bibi

Asia Bibi
In Pakistan,  una donna cristiana di 45 anni, Asia Bibi, madre di cinque figli, è stata condannata a morte per blasfemia il 7 novembre scorso. Un tribunale del Punjab ha sentenziato che la donna, una lavoratrice agricola, ha offeso il profeta Maometto. In realtà, Asia Bibi è stata dapprima offesa come “impura” (perché non islamica); poi ha difeso la sua fede cristiana di fronte alle pressioni delle altri lavoranti musulmane. Il marito di una di loro, l’imam locale, ha deciso di lanciare l’accusa e denunciare la donna, che è stata prima picchiata, poi imprigionata e infine, dopo un anno, condannata all'impiccagione.
Il mondo si sta mobilitando per fermare questa atrocità.
Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio  all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it.
E' possibile inviare direttamente i messaggi all’indirizzo del presidente pakistano: publicmail@president.gov.pk
Albe Rwandesi aderisce con convinzione a questa campagna a favore della grazia per la signora Asia Bibi, la cui unica colpa è di essere cristiana.
Per saperne di più clicca qui.

Se vai in Rwanda informa anche il nostro consolato

Solitamente, chi intraprende un viaggio all'estero lo segnala al Ministero degli Esteri, inserendo tutti i relativi dati nell'apposita bancadati " Dove siamo nel mondo" dello stesso ministero,  onde consentire all'Unità di crisi della Farnesina di stimare in modo più preciso il numero dei connazionali presenti in aree di crisi, individuarne l'identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d'emergenza. Per chi si reca in Rwanda, per turismo o più probabilmente per volontariato, giriamo una raccomandazione che ci viene direttamente dal console onorario italiano a Kigali, dott. Bruno Sergio Puggia: segnalare, per fax o per e mail, la propria presenza direttamente al Consolato per consentire, in caso di necessità, un tempestivo intervento del personale consolare presente in loco. Riportiamo di seguito i dati aggiornati della nostra rappresentanza in Rwanda:

CONSOLATO ONORARIO
Console onorario: Bruno Sergio Puggia
Indirizzo: Parc Industriel, 1 - Kigali
Tel. : 00250252575238
Fax. : 00250252503573
E-mail: consolatoitalia@rwanda1.com
Ricordiamo che l'Ambasciata Italiana competente per il Rwanda è quella di  Kampala (Uganda), alla quale compete, tra l'altro, il rilascio dei visti per i cittadini rwandesi che intendono venire in Italia per qualsiasi motivo.

venerdì 19 novembre 2010

L'impegno cinese in Rwanda

Facciamo seguito a un recente post sul ruolo della Cina in Africa per soffermarci sullo stato dei rapporti tra la Cina e il Rwanda così come  li ha illustrati l’ambasciatore cinese a Kigali, Dom Shuzhong, in un suo recente  intervento su The New Times. Riaffermato il principio che la cooperazione cinese non implica alcun legame politico di sorta, l'ambasciatore evidenzia come l’interscambio commerciale abbia raggiunto, nel 2009, 100 milioni di dollari, con un aumento del 6,4 per cento rispetto al 2008, a cui ha fatto seguito un trattamento a tariffa zero per oltre 4000 articoli di esportazione verso la Cina.In linea con il tradizionale modello cinese di sostenere i paesi africani attraverso la realizzazione di infrastrutture pubbliche, a Kigali sono in corso di realizzazione diverse strade e costruzioni "made by China". Nel 2008, è stato completato, chiavi in mano, l'edificio per uffici del Ministero degli esteri, mentre sono in fase di realizzazione altri progetti, quali il Kigali Convention Center, la ricostruzione di alcune strade della stessa capitale e il rifacimento della strada che collega Kigali a Ruhengeri. E’ altresì in fase di costruzione un nuovo ospedale a Masaka, nel distretto di Gasabo, mentre sono state ultimate due scuole, rispettivamente nella provincia orientale e del nord ed è in fase di negoziazione la costruzione di una nuova scuola professionale. L'Agricultural Technology Demonstration Center ha iniziato a operare nel 2008 e il nuovo edificio del Centro sarà presto completato nella provincia meridionale.
La Cina è attiva anche nell'assistenza sanitaria, con la presenza di medici cinesi da circa 28 anni, nell'istruzione, e nell'agricoltura dove  operano esperti agricoli impegnati nell'assistenza tecnica su diverse colture,  in particolare in quella della coltivazione del riso di montagna e del bambù. La Cina incoraggia altresì le imprese cinesi a investire in Rwanda dove sono già presenti più di 20 aziende, impegnate nei settori delle costruzioni, dell’Information and Communication Technology (ICT), del terziario e delle miniere. Fino ad oggi, le imprese cinesi hanno investito oltre 17 milioni di dollari in Rwanda.
Parallelamente a questo impegno di natura economica, esistono anche buoni rapporti tra i due partiti al potere nei rispettivi paesi, il Partito comunista cinese e il Fronte Patriottico Rwandese. Già attivi a partire dal 1998, i legami  si sono consolidati nel tempo, fino alla recente firma di  un accordo finalizzato a tenere le relazioni esistenti tra i due partiti  ai più alti livelli.

mercoledì 17 novembre 2010

Il Rwanda visto dal fondatore di Jeune Afrique

Riprendiamo da una lunga intervista del fondatore della nota rivista Jeune Afrique,  Béchir Ben Yahmed, il passaggio dove parla del Rwanda per capire come un media africano importante si rapporti con l'esperienza rwandese.
D: In Rwanda, Jeune Afrique ha avuto buoni rapporti con il regime di Habyarimana. Ora, con quello di Paul Kagame. E per molti lettori, è una svolta a 180 gradi.
R: Capisco che questo può sollevare qualche interrogativo. Ho scoperto il Rwanda negli ultimi anni del presidente Habyarimana. Sono stato invitato lì. Uno dei pochi inviti che, come leader di Jeune Afrique, ho accettato nella vita. Sono anche andato con mia moglie e i bambini, prima in  Burundi e poi in Rwanda. Siamo stati molto ben accolti e sono rimasto  impressionato dal presidente Habyarimana.
E' stato, e continuo a dirlo,  un uomo a posto, e il paese era abbastanza ben governato dai rappresentanti della maggioranza hutu. Egli fu tra i liberali, ma era notoriamente  circondato dal  fratello di sua moglie, che era molto anti-tutsi.
Dopo l'assassinio di Juvenal Habyarimana, ci fu il genocidio, poi Paul Kagame, che non ho mai incontrato e che non conosco. I tutsi, che sono  una minoranza attiva e  laboriosa, presero  il potere. E Paul Kagame ha sedotto Jeune Afrique, perché  ha introdotto un sistema che sembra funzionare. I tutsi sono un po'gli  ebrei di questa regione. Si tratta di un militare, ma ha instaurato un potere civile molto efficace. Ha ridotto la corruzione e ha sviluppato l'economia. Attualmente il regime non è una dittatura, ma può diventarlo, è orientato in questa direzione, in ogni caso io lo temo. Ma è questo un motivo per boicottare il presidente riformista? Perché fare un processo alle intenzioni? Penso che abbia operato bene per il suo paese, ma se le tendenze dittatoriali non vengono corrette, andrà nella direzione sbagliata. Fino a quando il positivo prevale sul negativo, non vi è alcun motivo di essere ostili.
D: Così questa virata di 180 gradi è a un tempo  una decisione aziendale e  una scelta editoriale ...
R: Questa non è una scelta commerciale, è una scelta editoriale. Il Rwanda è un paese importante, ma non è di vitale importanza  per Jeune Afrique, nè in termini di vendite nè in termini di pubblicità. In Tunisia, possiamo dire che abbiamo migliaia di persone, ma non in Rwanda. E poi, il paese è sempre più anglofono.Jeune Afrique potrebbe disinteressarsi del Rwanda. Semplicemente, si è stimato che si sarebbe potuto aiutare questo paese e che non vi fosse alcun motivo di rompere con esso. Guardate la Francia, prima ha  rotto, e poi,  dopo qualche esitazione, è tornata.
Diamo al Presidente Kagame - vigilando - il giudizio favorevole che egli merita in quanto  sviluppatore di un paese senza sbocco sul mare, con poche risorse e sovraffollato.

Troverete l'intera intervista cliccando qui.

martedì 16 novembre 2010

I numeri della Diocesi di Byumba

Ci sembra importante conoscere i numeri che caratterizzano la Diocesi di Byumba, dove sono concentrati i progetti che in questi anni l'Associazione Kwizera ha condotto in Rwanda. I dati si riferiscono al  2009 ed evidenziano una realtà importante, che rappresenta circa il 13% dell'intera popolazione rwandese, estendendosi su un territorio estremamente ampio che abbraccia il nord est del paese, confinando con Uganda e Tanzania. 
  • Popolazione totale   1.337.713
  • Battezzati                   621.598
  • Catecumeni                  39.176 
         Totale dei cattolici    660.774   pari al 49,4 % della popolazione  
  • Parrocchie               17
  • Centrali e succursali  261
  • Comunità ecclesiali di base (CEB)            2.967
  • Preti                78
  • Preti diocesani  70
  • Preti religiosi       8
  • Religiosi            13
  • Religiose         132
  • Comunità di Fratelli       3
  • Comunità di Sorelle     28
  • Totale Congregazioni  16
  • Catechisti                 414
  • Seminaristi (sem. Maggiore)    56
  • Membri Azione Cattolica  32.306  
Come si vede il clero è quasi totalmente locale.  
Scuole :

  • Scuole primarie       88
  • Scuole secondarie   37
Da notarsi che quando si parla di scuole ci si riferisce prevalentemente a edifici scolastici in cui il corpo docente e la didattica fanno riferimeto dello stato. Non siamo cioè in presenza di vere e proprie scuole private cattoliche.

Sanità ecclesiastica :
  • Centri di sanità       9
  • Centri nutrizionali   1
  • Ospedale               1

martedì 9 novembre 2010

L'avventura cinematografica di tre ragazzi rwandesi in viaggio verso il mondiale di calcio

E' uscito il mese scorso  nelle sale cinematografiche della Gran Bretagna il film Africa United: la straordinaria storia di tre bambini ruandesi e del loro tentativo di realizzare il sogno di  partecipare alla cerimonia di apertura dei Mondiali di calcio 2010 a Johannesburg.Un viaggio non facile per Fabrice, Dudu e Beatrice quando già alla partenza salgono a  bordo del bus sbagliato che li porta in Congo. Senza documenti, denaro e una storia credibile, vengono condotti in un  campo profughi per bambini.Da qui però riescono ad allontanarsi e riprendere il loro viaggio che li porterà dopo 3000 miglia, attraverso una mezza dozzina di paesi africani, fino alla cerimonia inaugurale del Mondiale. Nel loro viaggio si aggiungono   altri due compagni di viaggio, una ragazza e un ragazzo, ciascuno portatore di una propria storia, con i quali vivranno una serie di avventure emozionanti e divertenti, sullo sfondo di bellissimi paesaggi africani e anche, inesorabilmente,  i tanti e irrisolti problemi del continente.Pur nella levità della storia,  ognuno dei bambini protagonisti incarna uno dei tanti drammi del continente: le devastazioni generazionale portata dall'Aids, i bambini soldato, le sfide educative, l'aiuto internazionale, le disuguaglianze, lo sfruttamento sessuale.Il film  è stato accolto molto favorevolmente alla sua anteprima mondiale al Toronto Film Festival, dove  qualche critico è arrivato a paragonarlo al film indiano, vincitore dell'Oscar, "The Millionaire. Dalla lettura delle recensioni che sono uscite all'estero c'è da augurarsi che qualche distributore lo porti in Italia. Un piccolo assaggio della forza coinvolgente delle avventure dei ragazzi rwandesi protagonisti della storia lo potete trovare  guardando il trailer.

 

lunedì 8 novembre 2010

I paesi africani e l'insidioso fascino del modello cinese

L'espansione della presenza della  Cina sul continente africano a colpi di accordi economici con i governi di diversi paesi, nasconde più di un rischio. Il primo, più volte sottolineato da diversi osservatori, è quello di uno sfruttamento delle ricchezze naturali dei diversi paesi con modalità non molto diverse da quello delle potenze coloniali del passato, anche se all'apparenza a fronte di contropartite importanti quali la realizzazione di  strade, ospedali, scuole, fabbriche e la sottoscrizioni di accordi di cooperazione nei più disparati campi: industriale, militare o della pubblica istruzione.Secondo questo modello, diverse sono le intese sottoscritte anche dal governo del Rwanda con quello della Cina, nei più svariati campi.
Sul ruolo della Cina in Africa e, soprattutto, per conoscerne meglio i risvolti poco conosciuti, suggeriamo la lettura del bel contributo di Fulvio Beltrami:  " Ombre cinesi sull'Africa"  e " Il vero volto del Dragone e le sue  conseguenze" che fotografa in maniera chiara la strategia con cui i governanti cinesi stanno muovendosi nel continente africano.
Oltre alle conseguenze di natura strettamente economica, ben descritte da Beltrami,  dietro il dinamismo dei cinesi si nascondono ben altre insidie, di natura più propriamente politica.

venerdì 5 novembre 2010

Indice di sviluppo umano (HDI) 2010 dell'ONU: Rwanda al 152esimo posto

Ogni anno, dal 1990, nel   Rapporto sullo Sviluppo Umano pubblicato dall'ONU viene  pubblicato l'Indice di Sviluppo Umano (HDI) che è stato lanciato come alternativa a misure convenzionali di sviluppo come il livello di reddito e il tasso di crescita economica. L'HDI tenta di definire lo stato di  benessere fornendo una misura composita di tre dimensioni fondamentali dello sviluppo umano: salute, istruzione e reddito. Nel Rapporto 2010, presentato ieri a Parigi, con il titolo « La vera ricchezza delle nazioni: I percorsi dello sviluppo umano", la situazione del Rwanda viene così sintetizzata:
"Tra il 1980 e il 2010 l' indice HDI del Rwanda è aumentato dell'1,5% all'anno, passando dallo  0,249 allo 0,385 di oggi, collocando il paese oggi al 152 esimo posto sui  169 paesi con dati comparabili. L' HDI dell'Africa subsahariana, come regione è aumentato dallo 0,293 nel 1980 allo  0,389 di oggi". Il Rwanda si lascia alle spalle 16 altri paesi africani,oltre all'Afghanistan; in compenso, cosa che dovrebbe far riflettere, ci sono altri trenta paesi africani  che hanno parametri migliori.
I principali indicatori riferentesi al Rwanda sono consultabili in francese cliccando qui.
Come si vede,  pur tra tanti innegabili progressi che in questi anni hanno spesso portato all'attenzione del mondo il piccolo paese delle mille colline, la situazione profonda del Rwanda necessita ancora di molti interventi per   risalire da quel non gratificante 152 esimo posto nella graduatoria mondiale, dove lo colloca il Rapporto ONU.
Anno         Rwanda         Africa subsahariana    Mondo
1980         0.249             0.293                       0.455
1990         0.215             0.354                       0.526
2000         0.277             0.315                       0.570
2005         0.334             0.366                       0.598
2006         0.344             0.372                       0.604
2007         0.355             0.377                       0.611
2008         0.373             0.379                       0.615
2009         0.379             0.384                       0.619
2010         0.385           0.389                     0.624

mercoledì 3 novembre 2010

La famiglia rwandese alla sfida del cambiamento

Fino a ieri, in Rwanda, la famiglia tradizionale era in grado si trasmettere ai bambini un adeguato bagaglio culturale e un patrimonio di valori , crescendoli come membri orgogliosi delle rispettive famiglie e comunità, infondendo loro un forte senso di appartenenza e di identità, concorrendo così a farne la spina dorsale della nazione. Oggi, secondo quanto contenuto nell'editoriale comparso sul numero di lunedì scorso  de The New Times, le cose stanno cambiando. Chiamata a misurarsi con i modelli culturali che stanno lentamente ma inesorabilmente affermandosi in una società fortemente interessata al cambiamento come quella rwandese, specie nelle sue componenti urbane, la famiglia sta cambiando pelle. Secondo l'editorialista, le famiglie stanno sempre più rinunciando al loro ruolo educativo, con una falsa convinzione che debba essere la scuola a svolgere questo ruolo. Molti genitori oggi tendono a pensare che il loro ruolo sia solo quello di pagare le tasse scolastiche e che il resto sia compito dell’insegnante. Ma l'editorialista sottolinea che gli insegnanti non possono sostituirsi ai genitori; il loro  contributo  dovrebbe essere visto come complementare ai doveri di padri e madri. Gli insegnanti sono pagati per impartire conoscenze e competenze, ma il ruolo dei genitori è molto più ampio; si tratta di plasmare bambini responsabili oggi  e  per farne cittadini esemplari per il futuro.
Quello sollevato dall'editoriale del quotidiano di Kigali è un problema indubbiamente importante che in prospettiva assumerà un rilievo sempre maggiore, man mano che la società rwandese sarà influenzata da modelli occidentali. Si pensi solo per un momento a cosa succederà quando si diffonderà la televisione come veicolo propagatore di valori  e stili di vita totalmente diversi e lontani da quello tradizionale rwandese.
Forse si potrebbe ritenere eccessivo e prematuro l'allarme lanciato dal giornale di Kigali. In realtà, l'esperienza insegna che la velocità con cui si diffondono certi valori, forse sarebbe meglio dire disvalori, non è necessariamente in linea con i sonnolenti ritmi africani: quando si percepiscono i primissimi sintomi di un certo fenomeno sociale, le sue dinamiche  si sono già impossessate dell'intero corpo sociale.
A una prima lettura dell'articolo, sembrerebbe che il problema proposto  riguardi solo le autorità civili, preoccupate della tenuta della famiglia e del suo ruolo educativo; in realtà, è probabile che simili avvisaglie interroghino  anche la Chiesa  locale chiamata a mettere  in campo una pastorale familiare adeguata a  raccogliere una sfida tanto impegnativa come quella  fatta propria dallo stesso Presidente rwandese che, in un recente intervento pubblico, ha fatto esplicito richiamo alla difesa del ruolo  sociale della famiglia e alla sua coesione.

martedì 2 novembre 2010

KLM sbarca a Kigali: ma i biglietti aerei non diminuiscono

La compagnia aerea olandese KLM Royal Airlines ha effettuato domenica il primo volo Amsterdam-Kigali, tratta che coprirà con cinque voli settimanali:  martedì, mercoledì, giovedi, venerdì e domenica, con una sosta intermedia presso l'aeroporto internazionale di Entebbe in Uganda. Finora KLM raggiungeva il Rwanda, attraverso il code-sharing con Kenya Airways,  con collegamenti con Kigali via Nairobi. L'arrivo di un nuovo operatore sulla tratta Europa-Rwanda non sembra comunque comportare grandi benefici per i viaggiatori.  Infatti, dalle prime simulazioni di viaggio effettuate, il costo del biglietto della KLM è addirittura superiore ai già altissimi prezzi della Brussels Airlines.Per ora la concorrenza non ha portato i benefici sperati; vedremo se in futuro il raddoppio dell'offerta di posti non obbligherà le compagnie a scendere a più miti consigli per non far viaggiare i propri aerei al di sotto di certe percentuali di riempimento. Attualmente, l'offerta più economica per viaggiare dall'Italia al Rwanda è quella dell'Ethiopian Airlines che però richiede uno scalo in più, con qualche rischio per i bagagli che a volte, ad Addis Abeba, vengono caricati sul volo del giorno dopo.

sabato 30 ottobre 2010

Anteprima della Rivista 2011 di Kwizera

 E' in fase di stampa la Rivista 2011 di Kwizera che sarà in distribuzione entro metà novembre. Chi desidera sfoglierla in anteprima potrà  andare sul rinnovato sito   di Kwizera. Diamo qui di seguito un'anteprima della  nuova edizione. Angelo ci racconta come è nata la foto che arricchisce la testata del nostro blog.

L'ultima alba
Per scaricare la rivista clicca qui
Apro gli occhi e a fatica concentro lo sguardo sulle lancette dell’orologio: sono le 4.40 del mattino, un mattino speciale, quello che introduce al mio ultimo giorno di permanenza, durante la missione 2009, a Byumba. Mi avvicino al piccolo lavandino e afferro il rubinetto sgangherato con la speranza che venga fuori un qualcosa, ma anche per oggi, niente da fare. Frettolosamente mi preparo ed in punta di piedi scivolo fuori dalla mia cameretta, attraverso il cortile adornato da un piccolo giardino e salendo le ripide scale raggiungo il livello del sagrato della chiesa. Il guardiano al cancello mi saluta con un cenno, contraccambio e con passo deciso supero il piazzale, gli uffici delle Diocesi e mi dirigo dietro il locale cucina. È presto, approfitto del tempo per recitare le preghiere del mattino, passeggio avanti e indietro sul prato e mi godo di gusto l’aria fresca che precede la venuta del nuovo giorno. Come una sentinella avvicendo i miei passi e tendo con attenzione l’orecchio ad ogni minimo rumore. Il silenzio ovattato mi avvolge, ma dura poco, gli operai dell’adiacente cucina arrivano in loco e i rumori del loro affannarsi danno di fatto lo start ad una nuova giornata. Da li a poco le prime luci dell’alba si faranno breccia nella notte delle splendide colline rwandesi; non resta che avere ancora un po’ di pazienza. Sono tanti anni che vengo in Rwanda, ma mai avevo avuto l’opportunità di attendere l’alba. Martino mi ha chiesto una foto da inserire sul blog “Albe Rwandesi” ed io sono li, nell’attesa del giusto momento, per cogliere uno scatto decente.

martedì 26 ottobre 2010

In Rwanda c'è meno corruzione che in Italia

E’ stata presentata oggi dall'ong Transparency International la classifica sul livello di corruzione percepito (CPI) nei 178 paesi presi in esame. Il Corruption Perceptions Index (CPI) si è affermato come il parametro più credibile al mondo per misurare la corruzione nel settore pubblico.Oltre ai casi di corruzione in senso stretto, influiscono sul CPI tutte le questioni di malgoverno della cosa pubblica in senso lato che si manifestano in un paese. I Paesi ottengono un punteggio da zero a 10 (con zero che indica livelli elevati di corruzione e 10 bassi). La classifica per il 2010 è aperta dalla Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore con un punteggio di 9,3 ed è chiusa da Iraq, Afghanistan con un punteggio di 1,4 e Somalia con 1,1.
L'Italia è al 67esimo posto, con un punteggio di 3,9, arretrando di quattro posizioni rispetto all’anno precedente, preceduta dal Rwanda piazzatosi al 66esimo posto con un punteggio di 4,0, in risalita dal 89esimo posto del 2009. Il Rwanda è tra i paesi africani più virtuosi, preceduta in classifica solo da Botswana (5,8), Sud Africa (4,5), Namibia (4,4), Tunisia (4,3) e Ghana (4,1).

Ancora a proposito di jatropha

Produrre combustibile ricavandolo dalle piante di moringa, jatropha o dalla palma: questo è l'obiettivo del governo ruandese per limitare la dipendenza energetica del paese dal legname e dal petrolio, anche se alcuni sono scettici, temendo che queste colture sottraggano spazio alle colture alimentari.Finora presso l’IRST ( Istituto rwandese di ricerca scientifica e tecnologica) è stato messo in funzione un impianto che ricava biodiesel dall’olio di palma importato da Goma, nel vicino Congo. Dopo questo primo esperimento i tecnici dellIRST stanno girando il paese per informare le autorità locali, il pubblico e il settore privato sulla coltivazione di colture biodiesel come la soia, la jatropha e la moringa per cercare di affrancarsi dalla dipendenza del costosissimo petrolio che il Rwanda deve importare, e soprattutto trasportare per migliaia di kilometri, dai porti della costa tanzaniana e keniana. Ricordiamo che un litro di diesel costa in Rwanda un euro: più della paga di una giornata di un lavoratore agricolo. 
Nyagahanga: le prime piante di jatropha
Per questo il governo sta spingendo per la messa a coltura di queste piante, tenendo però conto che il Rwanda con la sua altissima densità abitativa non può certo permettersi di sottrarre terreni alle coltivazioni alimentari come fa l’esteso Brasile che ricava carburanti da produzioni alimentari come la canna da zucchero o la soia. Alla luce di queste preoccupazioni, il Dipartimento delle Foreste sembra privilegiare la jatropha. Infatti, questa pianta che i nostri quattro lettori già conoscono bene, si coltiva in regioni aride e semi-aride come la provincia del Sud e dell'Ovest, dove non entra in competizione con le colture alimentari, dà la sua prima raccolta dopo soli 18 mesi e vive lungo.Inoltre, il suo olio non commestibile è più facile da trasformare in carburante rispetto all’olio di palma.  Da ultimo la jatropha si presta benissimo a  svolgere un'importante opera di contrasto dell’erosione dei terreni collinari.
Così a maggio a Nyange, nel Distretto di Ngororero nella provincia occidentale,  sono state messe a dimora 4.000 piantine di jatropha, chiamata kimaranzara (l'albero che mette fine alla fame), con il Sindaco , Cyprien Nsengimana ,  che, deciso a farne una priorità, così si esprime: "Ogni famiglia dovrebbe coltivare almeno 100 alberi di jatropha sui propri terreni, mescolati con altre colture e / o ai bordi delle strade».
A Nyagahanga, l'Associazione Kwizera ci sta pensando, anche se sembra di predicare nel deserto.

sabato 23 ottobre 2010

Un pensiero per la giornata missionaria

Il clero della diocesi di Byumba: gli eredi dei missionari di ieri
Quando si parla del mese missionario, a volte si pensa a una preghiera piuttosto che ad alcuni semplici gesti di attenzione verso lo straniero che incontriamo nella vita di tutti i giorni ( extracomunitari…).E’ bene fare questo, ma  si dovrebbe anche rivivere la storia dei nostri missionari che lasciando il loro paese si sono recati in terre lontane, affrontando tantissime difficoltà di ambientamento e di confronto con culture diverse, avendo come finalità quella di trasmettere quanto a loro volta ricevuto dai propri padri: la fede in Cristo Gesù. La fede, che s’accompagna con la speranza che tutto sarà fatto da Lui e non tanto da noi, è un frutto dell’amore vero che accetta tutto, fino al dono totale di se stessi. E’ ciò che chiamiamo: sacrificio. Alcuni di questi missionari sono morti in viaggio, senza arrivare alla meta, per incidenti o a causa delle malattie, altri sono stati uccisi dalle persone ostili al cambiamento che la radicalità del Vangelo richiedeva, altri però hanno accettato di continuare ad annunciare il Vangelo dell’amore di Dio, con l'unico "vero" linguaggio che avevano: dare soprattutto testimonianza con la loro vita.  Ma come puoi pretendere di annunciare il Vangelo se non conosci la lingua e la cultura di quelli che ti ascoltano? E’ vero, “beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.  Se non riescono  ad annunciare la  Parola ad altri, basta che la mettano in pratica e quelli che li vedono cercheranno di seguirli per essere nutriti di questa ricchezza che portano dentro di loro.
L’umiltà e la dolcezza di cuore dei primi missionari ha fatto breccia nel cuore di chi viveva accanto a loro. Poi, piano piano cominci ad imparare la lingua, le abitudini e i costumi e finalmente puoi trasmettere loro ‘il dono’: il messaggio di salvezza del Cristo. Questo lavoro è costato tanto sacrificio ai nostri missionari, perché hanno dovuto ogni tanto morire in quello che era il loro modo di vivere, per avvicinare questi nuovi fratelli in Cristo.Cosi e solo cosi, dal granello di senape è cresciuto un albero, che adesso sta fiorendo in tutti i continenti del mondo. In questo mese missionario, non possiamo dimenticare che l’annuncio del Vangelo ci chiede un sacrificio: dobbiamo morire alle nostre abitudini di chiusura in noi stessi per aprirci all’altro, per accogliere l’altro che ci porta una ricchezza di quello che ha e soprattutto di quello che è. Innanzitutto, capire il suo linguaggio cioè il suo modo di vivere, le sue attese, le sue sofferenze, le sue speranze, poi, conoscendosi anche nell’interiorità, finalmente far passare una parola di speranza che gli cambi la vita: il Vangelo, cioè il messaggio di salvezza che cambia il modo di vivere e  dà la forza della fede. Perché in quel messaggio si scopre che c’è Qualcuno che è immensamente Amore e che non si può più vivere veramente senza essere in Lui.
Don Paolo Gahutu

Suggeriamo la lettura anche di questo contributo di Padre Piero Gheddo ( clicca qui)

Se sui rifiuti ci dà lezione il Rwanda

"Al momento, il pubblico può non essere consapevole dei vantaggi che, alla lunga, possono derivare dallo smistamento dei rifiuti. Per invertire questa tendenza, bisogna agire. I media, il governo e altri soggetti  che si occupano di materia ambientale, dovrebbe avviare una grande campagna di sensibilizzazione pubblica per informare  la popolazione su come gestire al meglio i propri rifiuti. La gente non dovrebbe soltanto imparare a separare i propri rifiuti, ma anche prendere l'abitudine di farlo. E' nell'interesse  di tutti  proteggere il nostro ambiente".
La citazione riportata non si legge  sui quotidiani italiani di oggi  a corredo della notizia dell'intervento del governo italiano per risolvere l'ennesima emergenza rifiuti in Campania, è semplicemente la conclusione dell'editoriale odierno che il  quotidiano rwandese The New Times  dedica  alla promozione di  una corretta gestione dei rifiuti racomandando l'introduzione della raccolta differenziata nella capitale.  

martedì 19 ottobre 2010

Letto per voi: Africa social club

Una Kigali, che agli inizi degli anni 2000 cerca a fatica di scrollarsi di dosso i fantasmi della tragedia del 1994,  fa da sfondo a questa storia costruita attorno al piccolo universo familiare di una famiglia proveniente dalla vicina Tanzania: Angel, cinquantenne,  suo marito Pius, professore al Kist, e i loro cinque nipoti. Angel è una donna saggia e sensibile che fa delle splendide torte personalizzate per i suoi clienti. Tutto il romanzo gira attorno ai colloqui che si snodano, davanti a una tazza di the al cardamomo e un piatto di dolcetti, con i suoi vari clienti  per cogliere l'ispirazione per personalizzare la torta  che andrà ad allietare una festa: da un  battesimo  a una cresima, da un fidanzamento a un matrimonio e, perfino, un divorzio.  E così, tra una glassa di cioccolato e una spolverata di zucchero a velo, Angel ascolta, consola e dispensa consigli che possono anche cambiare  la vita ai suoi interlocutori. Sono storie, spesso dolorose, che  non possono lasciare indifferenti. Come la storia del capitano Calixste, rapito da ragazzino nei pressi di Ruhengeri e avviato forzosamente alla vita militare, che, segnato interiormente, e forse anche nella testa, dalle campagne miltari vissute nel vicino Kivu, "Eh, le cose che abbiamo fatto laggiù", è alla ricerca di  una donna europea che lo porti lontano dal Rwanda. Ma le tragedie non sono solo all'esterno, anche Angel e Pius portano il gravoso fardello di un figlio e una figlia persi tragicamente. L'autrice, la zambiana Gaile Parkin, partendo dal piccolo  mondo  dei wazungu delle varie organizzazioni internazionali impegnate nelle ricostruzione del paese, che meglio conosce avendone fatto parte per alcuni anni proprio a Kigali dove ha operato nell'assistenza alle donne e ragazze sopravvissute al genocidio, ci offre il quadro di un Rwanda che porta dentro di sè le ferite del suo tragico passato ma anche la grande voglia di riprendersi la propria vita  nel segno della speranza. 


Africa Social Club: ( ed. Newton Compton), di Gaile Parkin, €14,90.

lunedì 18 ottobre 2010

Muzungu: chi era costui?

Quante volte ci siamo sentiti indirizzare l’epiteto muzungu dai ragazzini festanti dei villaggi rwandesi, magari accompagnati da un più ruffiano amafaranga, cioè “soldi”. Ma cosa significa il termine muzungu, (al plurale wazungu)? Genericamente è il termine con cui si definisce l’uomo bianco, in particolare l’europeo. L' etimologia della parola deriva da una contrazione di parole che significa "colui che vaga senza meta" (dalle parole swahili zungu, zunguzungu, zunguka, zungusha, mzungukaji, Intenzionate ad andare in tondo) e fu coniato per descrivere gli esploratori europei e missionari arrivati in Africa orientale nel XVIII secolo.Un amico rwandese ci fornisce una spiegazione diversa e per certi versi decisamente più interessante che riferiamo così come ci è stata raccontata. Secondo questa versione, in Rwanda questo termine sarebbe stato coniato per definire i primi missionari giunti alla corte del mwami a Nyanza a inizio novecento, ma con un significato diverso da quello di “uomini senza meta”. Il muzungu,dal verbo kinyarwanda “kuzungura = "sostituire nel posto”, secondo questa versione, sarebbe colui che potrebbe mettere a repentaglio il potere dei notabili della corte regale sostituendoli nel loro posto, da noi si direbbe facendogli le scarpe. 
Missionari alla corte del Mwami

A sostegno di questa versione, denotante i timori dei maggiorenti locali verso questi missionari provenienti da fuori, c’è anche il comportamento assunto dagli stessi maggiorenti di corte. Dapprima invitarono le famiglie a non concedere il fuoco, conservato in ogni capanna, ai nuovi venuti. Quando i missionari dimostrarono di poter accendere il fuoco autonomamente senza aver bisogno che gli venisse trasferito dai residenti, si passò alle maniere forti, incendiando le capanne dove i missionari si erano installati.  Quando i missionari si dotarono di abitazioni in muratura e ricoperte da lamiere atte a resistere al fuoco, a corte  ci si rassegnò, non senza bollare però i nuovi venuti con il termine di  muzungu denotante un malcelato timore  che i nuovi venuti si potessero rivelare dei concorrenti insidiosi per i consiglieri di corte.

martedì 12 ottobre 2010

Nei villaggi rwandesi si diffondono gli impianti per la produzione di biogas

Più di 350 impianti di produzione di biogas ricavato dalla fermentazione di materia organica prodotta nelle stalle o in comunità ( scuole o campi militari) sono già stati installati in Rwanda. Il gas naturale prodotto in seguito ad un processo batterico di fermentazione anaerobica a 38°C della materia organica, composto dal 60-70% di metano (CH4), può fornire un’ottima fonte di energia elettrica e termica, mentre il residuo della fermentazione può essere reimpiegato come ottimo fertilizzante in agricoltura. Per incoraggiare gli agricoltori a costruire questi impianti, il National Domestic Biogas Program (NDBP) finanzia il 30 per cento della struttura di deposito a condizione che ci siano almeno due vacche allevate nelle stalle.L'obiettivo è quello di raggiungere l'installazione di almeno 5.000 unità entro la fine del 2012. Nel frattempo già sono in funzione grandi impianti in sei carceri rwandesi e sono stati avviati impianti pilota in tre grandi scuole del paese.
Il costo di costruzione di un impianto di sei metri cubi di gas, valido per le esigenze di una famiglia media di cinque persone, è di 800.000 franchi ruandesi (RWF, circa €1.000).Oltre al contributo statale c'è anche la possibilità di accedere a un prestito specifico delle Banche Popolari. Finora, in Rwanda il gas prodotto è stato prevalentemente usato in cucina in sostituzione della legna, anche per limitare il fenomeno del disboscamento, e per l’illuminazione con le apposite lampade a gas. In realtà, gli impianti di questo tipo possono anche alimentare elettrogeneratori o microturbine e produrre direttamente energia elettrica. Da noi il sistema è diffuso soprattutto nelle grandi fattorie della pianura Padana dove esistono impianti che producono energia elettrica direttamente immessa in rete. La realizzazione di un impianto della specie potrebbe sicuramente interessare la fattoria di Nyinawimana, piuttosto che quella più piccola di Nyagahanga, per non parlare della scuola dell’EFA con i suoi 600 studenti.

domenica 10 ottobre 2010

Ma il Rwanda non è solo Kigali

Il Corriere della sera del 7 ottobre u.s. dedica un pezzo a Kigali ( leggi l'articolo cliccando qui), la capitale rwandese con annessa intervista al sindaco, la dottoressa Aisa Kirabi Kacyira. Ne esce il solito ritratto, già scritto  da tanti altri  ( ricordo analoghi pezzi di un noto inviato  de La Repubblica e su uno dei magazine dello stesso Corsera con Kigali equiparata a Zurigo,  ): strade ben curate, luce e acqua dappertutto, niente sacchetti di plastica, moderni progetti di edilizia residenziale.In una parola, quella che, tra addetti ai lavori, si direbbe una bella "marchetta".Purtroppo, per molti giornalisti scrivere del Rwanda significa limitarsi a presentare i progressi della sua capitale: un pezzo veloce, infarcito dalle solite note di colore, standosene comodamente sul terrazzo di uno dei nuovi alberghi della capitale sorseggiando una fresca Primus.Se poi sei arrivato a Kigali a spese di una società di pubbliche relazioni, che ogni tanto fanno arrivare in redazione inviti per un viaggio in Rwanda, ancora meglio; al giornale non avranno fatto difficoltà ad autorizzare il viaggio e la società di pubbliche relazioni potrà presentare la sua bella rassegna stampa al committente. Mai una volta che questi giornalisti escano dalla capitale e si spingano nel Rwanda delle campagne e delle colline, misurandosi con la dura e ben diversa realtà dei villaggi.
Chissà che idea si saranno fatti i lettori del Corsera degli "stili" di vita degli altri otto milioni di rwandesi che vivono al di fuori della capitale e delle altre principali città del paese?
Sarà per la prossima corrispondenza. D'altra parte, cosa pretendere da questi poveri giornalisti, se un'intervista al sindaco di Kigali, fatta per telefono , magari, senza neppure  muoversi   dal  proprio buen ritiro, basta e avanza per scrivere il solito pezzo sul Rwanda?

venerdì 8 ottobre 2010

Se i riconoscimenti non sono pari alle attese

Le risultanze dell'Index Mo Ibrahim 2010 di cui abbiamo dato notizia nel precedente post sembra non siano state accolte con molto favore in Rwanda. Infatti, in un'intervista al The Times New, il Prof. Anastase Shyaka,  segretario esecutivo del Rwanda Governance Advisory Council  (RGAC), ha detto che l'Index 2010, pur evidenziando un punteggio superiore alla media regionale per l'Africa orientale, è lontano dalla verità, parziale e fuorviante, avendo totalmente travisato i dati reali  in alcune sotto-categorie come la sicurezza nazionale e lo stato di diritto, la partecipazione economica e l'accesso a internet. Senza nascondere la propria amarezza per il trattamento che i ricercatori della Mo Ibrahim Foundation hanno riservato al Rwanda, il prof. Shyaka parla apertamente di un piano per indebolire  deliberatamente  l'immagine del paese, aggiungendo "Pensiamo che il motivo di queste differenze è o perché in Mo Ibrahim Foundation ci sono persone che non vengono informate affatto, o che volutamente vogliono diffondere informazioni errate sul paese" rischiando così di far perdere credibilità al Mo Ibrahim Index per la buona governance. Anche se alcune osservazioni del prof. Shyaka sembrerebbero avere qualche fondamento, va sottolineato come le risultanze riportate dai ricercatori della Mo Ibrahim Foundation siano solo l'ultimo dei segnali di un certo cambiamento di clima che a livello internazionale sta interessando il Rwanda: sempre più spesso,  ai riconoscimenti  a cui eravamo abituati circa i molti progressi messi a segno dalla governance rwandese, si affiancano anche le critiche su quanto non va. Bisognerà farsene una ragione, senza necessariamente scomodare teorie complottarde.

martedì 5 ottobre 2010

Indice Ibrahim per la governance 2010

E’ stato presentato ieri l’“Indice Ibrahim per la Governance”, la classifica realizzata dalla fondazione di Mo Ibrahim che giudica, secondo parametri obbiettivi e quantificabili, i governi dei paesi africani subsahariani, misurando la fornitura di beni pubblici essenziali e servizi ai cittadini attraverso 88 indicatori.L’Indice è stato creato per informare e responsabilizzare i cittadini e sostenere i governi del continente , i parlamenti e i vari attori della società civile nei loro sforzi per valutare i progressi della governance in Africa.L'Indice 2010 mostra sia progressi che passi indietro nella qualità della governance africana tra 2004-2005 e 2008-2009 ( il periodo più recente valutato): in molti paesi ci sono stati miglioramenti per quanto attiene lo sviluppo economico e lo sviluppo umano senza, tuttavia, passare sotto silenzio le molte battute d'arresto nei settori dei diritti politici, della sicurezza umana e della sovranità della legge. La qualità complessiva della governance in Africa rimane sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti , con un punteggio medio di 49 per l'intero continente. La classifica è aperta dalle Isole Mauritius 1 Mauritius 81,8    -  2 Seychelles 74,5 -3 Botswana 74,2 -4 Cape Verde 73,8 -5 South Africa 70,2 e chiusa dalla Somalia  49 Eritrea 32,8-50 Zimbabwe 31,9-51 Congo, Democratic Rep. 31,7-52 Chad 30,6-53 Somalia 7,9.
Per quanto riguarda la performance del Rwanda nel 2010 l'Ibrahim Index of African Governance evidenzia
un punteggio complessivo di 48 per la qualità della governance nel 2008-2009 che la colloca al 31 ° posto sui dei 53 paesi presi in esame, con un punteggio superiore alla media regionale per l'Africa Orientale , che è 45, e appena al di sotto della media continentale che è 49. Le performance del Rwanda nelle singole categorie e sottocategorie prese in esame sono riportate nella seguente tabella che evidenzia punti di forza e ambiti di miglioramento possibili:
                                                     

Per confrontare con le risultanze della passata edizione basta leggere il nostro precedente post del 13 ottobre 2008 cliccando qui.

lunedì 4 ottobre 2010

Nuovo vocabolario Kinyarwanda-Inglese

 E’ stato presentato nel fine settimana a Kigali un nuovo dizionario bilingue Kinyarwanda-Inglese , edito da Fountain Publishers Ltd e curato dal prof Geoffrey Rugege, un professore rwandese che ha vissuto per quasi trenta anni negli USA. Secondo i promotori, la nuova opera dovrebbe consentire ai rwandesi della diaspora di avvicinarsi alla madrelingua, come è stato il caso dei figli dell’autore, e ai rwandesi di apprendere la nuova lingua che da questo anno scolastico ha fatto il suo ingresso ufficiale come lingua d’insegnamento nelle scuole. Consentirà anche a tanti visitatori e amici del Rwanda di dare finalmente una forma ortografica corretta ai più comuni  vocaboli ascoltati nella vita di tutti i giorni e magari appuntati in maniera approssimativa.

domenica 3 ottobre 2010

L'Africa nera secondo il premio Nobel Vidia Naipul

Riprendiamo oggi dall'interessante blog di Padre Piero Gheddo questa recensione dell'ultima fatica letteraria del premio Nobel per la letteratura del 2001, Vidia Naipul, senza nascondere che ci ha suscitato una grande voglia di leggere quanto prima quel reportage.

Non abbiamo mai finito di comprendere gli altri popoli, le altre culture e religioni.
L’Africa nera torna ogni tanto alla ribalta dell’attualità, purtroppo quasi sempre per avvenimenti negativi, carestie, guerre tribali, dittature, immigrazioni clandestine verso l’Italia. Si dice che bisogna dare a quei popoli maggiori finanziamenti, aiutarli a svilupparsi in casa loro, smetterla di rapinare l’Africa delle sue ricchezze naturali, ecc. Da mezzo secolo siamo abituati a questi ritornelli e molti non capiscono come mai l’Africa nera non si sviluppa. Poi arriva un Premio Nobel della Letteratura (nel 2001), Vidia Naipaul, indiano dei Caraibi, con un libro che capovolge tutte le nostre conoscenze e credenze: “La maschera dell’Africa” (Adelphi 2010, pagg. 290).
Un libro contro corrente, attaccato e censurato dall’intellighenzia “liberal” e progressista, che accusa l’Autore di aver dato una visione razzista degli africani, raccontandolo come un mondo primitivo e violento, dove sopravvivono in modo massiccio riti religiosi ancestrali basati su sacrifici, magia, stregoneria. Lui risponde: “Scrivo la verità, chi mi accusa di razzismo è un terzomondista in malafede”.
Il volume è la cronaca meticolosa di una sua recente visita-inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. Vuol capire meglio l’Africa e pensa, a ragione, che la religione tradizionale sia la chiave per entrare nella cultura e mentalità degli africani. Visita vari paesi: Uganda, Ghana, Nigeria. Costa d’Avorio, Gabon e Sud Africa e scrive: “Ero convinto che nell’immensa vastità dell’Africa le pratiche magiche non fossero diffuse in maniera uniforme. Ho dovuto ricredermi. Ovunque ho incontrato indovini che ‘gettavano le ossa’ per leggere il futuro e ovunque ho ritrovato la stessa idea di una ‘energia’ da imbrigliare attraverso il sacrificio rituale”.
Naipaul non solo racconta in modo preciso fatti che ha visto e che già conosciamo, la magia, la stregoneria, la credenza negli spiriti, i sacrifici di animali, ma dice che ha sentito il bisogno, “da non credente quale sono, di andare al cuore delle cose, di avvicinarmi ancora di più all’ Africa, attraverso le credenze”. E ha scoperto quanto gli studiosi dell’Africa già sanno. Con una differenza. Chi studia l’Africa legge di riti e magie in un modo, come dire, distaccato, pensando che la vita oggi è molto cambiata e tutto si riferisce ad un lontano passato. Naipaul invece incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, rappresentano un punto di riferimento diffuso e sono, in fondo, un forte ostacolo allo sviluppo. “L’africano medio – scrive – ha molta paura della religione pagana e questa resiste” (pag. 93). L’africano medio, in fondo, vive una schizofrenia profonda: da un lato accetta e desidera di entrare nell’attualità del mondo moderno, dall’altro la sua cultura tradizionale lo riporta al passato da cui non vuole e non può staccarsi.