"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

sabato 23 giugno 2018

I flussi migratori vanno regolamentati attraverso la fissazione di quote d'ingresso

In un interessante articolo sul Corsera, Federico Fubini analizzando il trend di crescita dell'Europa e dell'Africa evidenzia come  lo scarto di reddito medio per abitante fra africani subsahariani e europei occidentali era di un dollaro a sette nel 1970 ed è oggi di uno a undici in «dollari internazionali». Significa che anche tenendo conto degli alimenti, degli abiti o della superficie abitabile in più che un dollaro può comprare in Gambia o Nigeria rispetto a Italia o Germania, noi europei in un anno guadagniamo in media 11 volte di più. Come riportato nel grafico, "agli attuali tassi di crescita dell’economia dell’Europa occidentale (2%) e dell’Africa subsahariana (3,5), tra dieci anni noi europei guadagneremo in media dieci volte di più, tra trent’anni oltre sette volte di più (come nel 1970) e tra mezzo secolo guadagneremo 5,5 volte di più.  Solo fra 40 anni i subsahariani si avvicineranno a una soglia di reddito medio alla quale stanno arrivando oggi centinaia di milioni di cinesi. In altri termini, di fronte alla speranza di moltiplicare per sette o per cinque il proprio reddito, nel prossimo mezzo secolo milioni di giovani continueranno a cercare l’Europa.Anche perché la demografia non lascia dubbi. La popolazione a Sud del Maghreb e del Mashreq oggi è di un miliardo e 50 milioni di persone ed ha raggiunto un tasso di crescita record del 2,64% l’anno. Anche immaginando un rallentamento graduale delle nascite, sarà triplicata a 2,9 miliardi tra mezzo secolo. Durante questo periodo gli abitanti della Ue saranno rimasti mezzo miliardo: le proporzioni passano da un europeo ogni due subsahariani a uno ogni 6, e molto di più se si contano solo i giovani. Se poi l’Africa accelerasse a una crescita al 5% l’anno, nel 2048 il reddito pro-capite europeo sarebbe sempre di quasi cinque volte superiore." La conclusione a cui perviene Fubini è che il fenomeno migratorio va governato attraverso più aiuti all’Africa miranti "rigorosamente a creare lavoro per i giovani. Ma alla lunga sarà inevitabile fissare quote e settori di fabbisogno di manodopera in Europa, quindi concedere visti selezionando le persone nelle ambasciate Ue in Africa. Giovanni Peri dell’università di California a Devis ha dimostrato, conti alla mano, che un immigrazione gestita così aumenta — non riduce — il reddito dei lavoratori locali."

lunedì 18 giugno 2018

Il governo presenta il bilancio di previsione 2018/19.

E' stato presentato al parlamento ruandese il progetto di bilancio preventivo per l'anno fiscale 2018/19 che prevede un totale di bilancio di 2.443,5 miliardi di Frw, pari a circa 2,4 miliardi di euro, in aumento di  328,2 miliardi di Frw rispetto all'esercizio precedente.Sul fronte delle entrate, il governo prevede di finanziare il 67,5% del budget 2018-19 attraverso le risorse interne, il 16% attraverso i prestiti e il residuo 16% attingendo agli aiuti esteri.L'apporto delle entrate fiscali è stimato in 1.351,7 miliardi di Frw, con un incremento di 151,4 miliardi di Frw rispetto al dato rivisto del bilancio precedente. Le entrate non fiscali sono stimate in 155,7 miliardi di Frw. Come sottolineato dalla nota società di revisione, KPMG Rwanda, il governo è rimasto coerente nel suo obiettivo di ridurre la dipendenza dagli aiuti e di finanziare il bilancio nazionale interamente con risorse interne.
Il ministro  delle finanze conomica, Uzziel Ndagijimana, ha anche ricordato che le sovvenzioni esterne totali sono stimate a 396,3 miliardi di Frw rispetto ai 352,9 miliardi  del bilancio rivisto del 2017/18 e che i prestiti esterni totali sono stimati a 402,2 miliardi di Frw nel 2018/19 rispetto a 74,9 miliardi di Frw del Budget rivisto per il 2017/18. Ha inoltre ribadito il costante impegno del governo per aumentare le risorse interne al fine di ridurre gradualmente la dipendenza del paese dalle sovvenzioni esterne.
Sul fronte della raccolta fiscale la politica governativa, in luogo di aumentare le tasse, il nuovo bilancio mira a migliorare l'efficienza fiscale, ad aumentare la conformità e ad ampliare la fascia di contribuzione fiscale.Non sono stati annunciati importanti cambiamenti della politica fiscale, nonostante gli obiettivi di aumentare le entrate fiscali inclusi nel bilancio 2018/19.Tuttavia, la Rwanda Revenue Authority (RRA) afferma che si baseranno sulle misure adottate negli ultimi anni e attueranno una serie di riforme amministrative per aumentare l'efficienza.Tra le nuove vie di entrate fiscali vi è un'imposta sulle plusvalenze pari al 5 per cento delle vendite o del trasferimento di azioni. Ciò significa che la vendita diretta e indiretta di azioni in una società ruandese è ora considerata come reddito imponibile.Il budget 2018/2019 sta anche cercando di restringere le restrizioni sulla deduzione delle spese per la determinazione del reddito imponibile.Si prevede inoltre che le importazioni di abbigliamento di seconda mano concorreranno ad aumentare le entrate, poiché le importazioni di vestiti usati saranno tassate a $ 4 / kg  contro il precedente $ 2,5 / kg.I rivenditori di scarpe di seconda mano ora pagheranno $ 5 / kg da $ 0,4 nell'anno fiscale in corso.Questo fa parte di una mossa della comunità dell'Africa orientale per incoraggiare lo sviluppo dell'industria dell'abbigliamento locale. Le politiche di spesa pubblica nell'anno fiscale 2018/19 sono guidate dalle priorità e dagli obiettivi della Strategia nazionale per la trasformazione (NST1), garantendo nel contempo un'allocazione adeguata per migliorare l'erogazione dei servizi in tutti i settori. A tal fine, si prevede che le spese ricorrenti aumenteranno da 1.130,7 miliardi di Frw nel bilancio riveduto del 2017/18 a 1.226,1 miliardi di Frw nell'anno fiscale 2018/19.La spesa per i progetti di sviluppo finanziata a livello nazionale è destinata ad aumentare di 68,3 miliardi di Frw, passando da 481,3 miliardi di FRW nel 2017/18 di bilancio previsto a 549,6 miliardi di FRW nel 2018/19. Con questo aumento, la priorità è completare i progetti in corso e finanziare quelli nuovi come previsto nella Strategia nazionale per la trasformazione (NST1). Presentando il bilancio nazionale 2018-19 alla sessione parlamentare congiunta, il ministro Ndagijimana ha sottolineato che in generale i piani economici incentrati sul bilancio 2018-19 e a medio termine si concentreranno sulla creazione di posti di lavoro attraverso rapida industrializzazione per ridurre l'attuale alto tasso di disoccupazione tra i giovani, da cui il tema: "Industrializzazione per la creazione di posti di lavoro e prosperità condivisa", concordato da tutti i ministri delle finanze della CEA-Comunità dell'Africa Orientale per dimostrare l'impegno totale della regione per la creazione di posti di lavoro.Il progetto di legge finanziaria 2018/19 è conforme al documento quadro di bilancio 2018/19 - 2020/21 presentato al Parlamento il 30 aprile 2018 ed è stato modificato per riflettere le azioni raccomandate dal Parlamento presentate il 30 maggio 2018.

martedì 12 giugno 2018

Kagame a JA chiarisce su rimpatrio migranti di Israele e chiusura di strutture religiose


 La copertina dell'ultimo numero di JA
Nella sua recente intervista a Jeune Afrique, il presidente ruandese Paul Kagame oltre a trattare diversi argomenti come i rapporti con la Francia e con l'Organizzazione internazionale della Francofonia, la riforma dell'Unione Africana, le situazioni del Burundi e della Repubblica democratica del Congo, ha sottolineato con forza la necessità per l'Africa di affrancarsi dalla tutela internazionale per cominciare marciare con le proprie gambe."Meno il mondo si preoccupa di noi, più diventiamo capaci di prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo capire- ha detto Kagame- che il tempo di avere delle babysitter è finito e che non ci svilupperemo mai finché sentiamo un bisogno senza fine per le babysitter europee, americane, asiatiche o di altro tipo. Soprattutto perché queste babysitter implica sempre una forma mascherata di paternalismo". Interessanti sono anche le risposte su due questioni che  sono assurte di recente all'onore della cronaca: l'accordo con Israele sul rimpatrio dei migranti africani e la chiusura di centinaia di strutture religiose in Rwanda.
Jeune Afrique: Ci sono stati molti rapporti sui media su un possibile accordo segreto tra il Rwanda e l'Uganda, da una parte, e Israele, dall'altra, per il trasferimento oneroso al vostro paese di migranti africani di cui Israele voleva liberarsi, prima che la Corte Suprema israelina costringesse  il governo di Benjamin Netanyahu a fermarlo. Cosa ne pensa di questo caso? 
Kagame: È semplice e chiaro Da un lato, i nostri rapporti con Israele sono eccellenti; dall'altra, il Rwanda è stato il primo paese che ha deciso di concedere il visto all'arrivo a tutti i cittadini africani. In questo contesto, la discussione che abbiamo avuto con i funzionari israeliani è stata la seguente: se volevano - per ragioni che riguardano solo loro - espellere i migranti africani, il Rwanda era disponibile a ospitare alcuni di loro, invece di vederli affogare nel Mediterraneo, essere venduti come schiavi in ​​Libia o abbandonati nel deserto del Sinai. Questi migranti avrebbero potuto rimanere temporaneamente in Rwanda, trovare un altro paese ospitante, tornare nei loro paesi d'origine o stabilirsi qui in modo permanente. L'intero processo doveva essere eseguito nel rigoroso rispetto della legge umanitaria internazionale, e non vi è mai stata altra condizione finanziaria per Israele del normale costo della movimentazione dei trasporti e della creazione dell'infrastruttura per ricevere quei rifugiati. La controversia che ha avuto luogo è stata puramente interna a Israele, tra coloro che hanno sostenuto l'espulsione e coloro che si sono opposti con successo a esso. Non eravamo assolutamente coinvolti in questo. Immaginare che il Rwanda abbia cercato di fare soldi sulla schiena della miseria umana è un'assurdità e un insulto.
Jeune Afrique:Tre mesi fa, il suo governo ha chiuso un migliaio di chiese del risveglio e un centinaio di moschee in tutto il Rwanda. Ha dichiarato guerra alla religione?
Kagame: Certamente no. Il problema è il seguente: in primo luogo, il numero. Anche se solo a Kigali sono stati chiusi 700 luoghi di culto, ce ne sono altri ancora aperti. Sono ovviamente troppi. La libertà di culto non dovrebbe portare a tale eccesso. Inoltre, vi sono continue lamentele da parte dei residenti circa l'inquinamento acustico proveniente da quelle chiese giorno e notte, nonché la questione della sicurezza per i residenti causata da chiese che non rispettano gli standard. Infine, numerosi casi di estorsione di fondi, racket, crisi familiari causate da attività di pastori estorsori. Era necessario mettere ordine in quella proliferazione di chiese e sostenere regole che regolassero il loro insediamento e funzionamento. Questo è quello che abbiamo fatto.

lunedì 11 giugno 2018

Open Migration:"Aiutiamoli a casa loro" non serve a contrastare le migrazioni.Sarà vero?

In un recente articolo dal titolo Povertà, migrazioni, sviluppo: un nesso problematico, apparso sul sito Open Migration, l'Ong sostenuta dall'Open Society del chiacchierato finanziere, George Soros,  il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, perviene ad alcune interessanti conclusioni, meritevoli di qualche riflessione. La tesi di fondo, supportata da un'articolata analisi, sostiene  che non sia la povertà a dare origine ai flussi migratori, in quanto chi è poverissimo non riesce a partire non disponendo del denaro necessario a finanziarsi il viaggio. I migranti, in particolare quelli africani, provengono non dai paesi più poveri del continenti, ma da quelli dove si è creata una classe di persone che sono uscite dallo stato di reale povertà e possono disporre dei mezzi per tentare di migliorare la propria situazione cercando fortuna in Occidente: "i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane". Dopo aver messo in dubbio che le migrazioni internazionali possano essere alimentate dai cosiddetti “rifugiati ambientali” vittime dei cambiamenti climatici, "spiegazione affascinante della mobilità umana, e anche politicamente spendibile", ma con scarsi riscontri fattuali, Ambrosini passa a dimostrare come gli aiuti internazionali allo sviluppo non risolvano il problema. Prima di tutto, perchè "se gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri, dovremmo paradossalmente aiutare i paesi in posizione intermedia sulla base degli indici di sviluppo, anziché quelli più bisognosi, i soggetti istruiti anziché i meno alfabetizzati, le classi medie anziché quelle più povere".In secondo luogo, perchè "gli studi sull’argomento mostrano che in una prima, non breve fase lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare. Cresce anzitutto il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere inoltre aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle, anche perché lo sviluppo solitamente inasprisce le disuguaglianze, soprattutto agli inizi. ...Solo in un secondo tempo le migrazioni rallentano, finché a un certo punto il fenomeno s’inverte: il raggiunto benessere fa sì che regioni e paesi in precedenza luoghi di origine di emigranti diventino luoghi di approdo di immigrati, provenienti da altri luoghi che a quel punto risultano meno sviluppati."I dubbi sull'efficacia degli aiuti come contrasto all'emigrazione si alimentano anche dal ruolo delle rimesse degli emigranti come fattore incentivante all'emigrazione. Le rimesse rivestono, infatti, un ruolo importante sia a livello macroeconomico, "26 paesi del mondo hanno un’incidenza delle rimesse sul PIL che supera il 10 per cento" mentre, "a livello micro, le rimesse arrivano direttamente nelle tasche delle famiglie,.....  soldi che consentono di migliorare istruzione, alimentazione, abitazione dei componenti delle famiglie degli emigranti, in modo particolare dei figli, malgrado gli effetti negativi che pure non mancano". Sulla base di questi presupposti l'autore perviene a queste conclusioni. "Dunque le politiche di sviluppo dei paesi svantaggiati sono giuste e auspicabili, la cooperazione internazionale è un’attività encomiabile, rimedio a tante emergenze e produttrice di legami, scambi culturali e posti di lavoro su entrambi i versanti del rapporto tra paesi donatori e paesi beneficiari. Ma subordinare tutto questo al controllo delle migrazioni è una strategia di dubbia efficacia, certamente improduttiva nel breve periodo, oltre che eticamente discutibile. Di fatto, gli aiuti in cambio del contrasto delle partenze significano oggi finanziare i governi dei paesi di transito affinché assumano il ruolo di gendarmi di confine per nostro conto.  Da ultimo, il presunto buon senso dell’“aiutiamoli a casa loro” dimentica un aspetto di capitale importanza: il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro degli immigrati". 
Sgomberiamo  immediatemente il campo dall'ormai logoro richiamo al bisogno da parte dell'Italia del lavoro degli immigrati per giustificare un’immigrazione priva di controlli. Se avesse un reale fondamento, di cui si può legittimammente dubitare a fronte di circa 4 milioni di disoccupati e inoccupati nazionali, il problema potrebbe essere immediatamente risolto con la pianificazione di flussi regolari di migranti,  chiamati da parte di datori di lavoro nazionali, come avveniva prima della crisi del 2007 quando erano concordati con diversi Paesi africani contigenti annuali di flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Ai barconi si sostituirebbero viaggi regolarmente autorizzati e programmaticamente pianificati.  Ma così crollerebbe tutto il modello dell'accoglienza e quello che ci sta dietro. Una seconda osservazione che emerge dal contributo è che  i migranti economici che approdano sulle nostre coste sono persone meno bisognose di quelle che restano nei Paesi di origine. Ne consegue che  il modello dell'accoglienza, perorato da Open Migration,  dimentichi di proposito coloro che, non avendone i mezzi, non è nelle condizioni, volendolo, di mettersi in viaggio verso l'Europa. Si presta attenzione a chi compare nelle cornache dei telegiornali e non a chi non ha voce, distogliendo altresì importanti risorse finanziarie alla cooperazione allo sviluppo perpetrando così una profonda ingiustizia nei confronti degli ultimi. E' questo un aspetto sottovalutato non solo dall'autore e da Open Migration, ma anche, sorprendentemente, dal mondo dell'accoglienza facente riferimento alla Chiesa cattolica. 
Detto questo, ci pare, ma potremmo sbagliarci, che l'autore limitandosi a parlare del modello dell'"aiutiamoli a casa loro"  quale inefficace strumento di governo o, meglio, di contrasto dei flussi migratori, evidenziandone correttamente  alcune fondate  debolezze in questa sua specifica applicazione, eviti volutamente di trattarne le potenzialità quale strumento di cooperazione allo sviluppo scevro da incoffessabili secondi fini.In questo modo, la politica degli aiuti, non finalizzati al contrasto alle migrazioni, viene espulsa dal dibattito sul fenomeno migratorio, lasciando campo libero a un'open migration, come enunciata nella mission della Ong sul cui sito il lavoro è stato pubblicato. Ma, l'operazione di ridurre l'aiutiamoli a casa loro quale mera misura di contrasto alle migrazioni significherebbe che al venir meno del rischio "invasione", le politiche di cooperazione allo sviluppo verrebbero automaticamente meno in quanto non più funzionali allo scopo: l'Africa resterebbe abbandonata a se stessa.Per non parlare di quei Paesi che non essendo interessati ai fenomeni migratori non avrebbero ragioni per mettere in campo politiche di aiuto allo sviluppo. Manca nel contributo del prof. Ambrosini anche solo l'accenno che quell' “aiutiamoli a casa loro” potrebbe e  dovrebbe essere declinato anche in una diversa forma che si sostanzi nella creazione, nei Paesi destinatari degli aiuti internazionali, di condizioni che consentano la costruzioni di realtà statuali capaci di offrire ai propri cittadini prospettive tali che i padri reputino realistica la possibilità per i propri figli di vivere dignitosamente nel proprio Paese. E' quello che cerca di dimostrare  il recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, dove si documenta come gli aiuti abbiano espletato appieno la loro funzione originaria di motore allo sviluppo di un Paese, capace di far rientrare in patria,  all'indomani della tragedia del 1994, due milioni di rifugiati in campi profughi, che mai avrebbero potuto e neppure voluto raggiungere l'Europa, e mettere nelle mani di una governance capace gli strumenti per far incamminare il Paese sulla via dello sviluppo. In ultima analisi, gli aiuti al Rwanda non hanno trovato applicazione secondo le finalità ipotizzate dal prof. Ambrosini,  ma hanno pienamente dispiegata la loro efficacia  nel disinnescare i fattori che  avrebbero potuto favorire l'insorgere di flussi migratori, creando le condizioni per rendere concreto il diritto a non emigrare per i ruandesi. 
Si legga al riguardo l'Introduzione e la Postfazione  del libro.

mercoledì 6 giugno 2018

Nella comunità batwa di Kibali gravi casi di parassitosi della pella

Ci vengono segnalati, nella  comunità batwa di Kibali, diversi casi di  tungiasi, una parassitosi della pelle provocata da una piccola pulce conosciuta con svariati nomi (jiggers, pulce della sabbia, nigua, chica, pico, pique, suthi), i cui effetti sono documentati nelle foto che ci vengono inviate dal nostro agronomo, Jean Claude, impegnato presso quella comunità.La pulce penetra attraverso una puntura nella cute dell’ospite (oltre all’uomo, vari animali domestici) provocando la formazione di una papula pruriginosa e dolorosa che successivamente si ulcera.  La sede preferenziale di queste lesioni è la pianta dei piedi o lo spazio fra le dita. Come descritto in questo sito, è una patologia che tende a colpire principalmente le comunità emarginate, tendenti a vivere in forti condizioni di povertà e dallo scarso tenore igienico sanitario, come appunto la comunità batwa di Kibali.  La tungiasi viene da molti considerata una patologia "trascurata" da politici, case farmaceutiche e istituzioni internazionali. In effetti, ci viene segnalato che i ritardi e le negligenze con cui le autorità locali hanno affrontato il problema sia tra le cause per cui sono stati dimissionati i responsabili amministrativi distrettuali ( vedi post). L'Ass. Kwizera onlus, da anni impegnata presso la comunità batwa di Kibali su diversi progetti, sta approfondendo possibili interventi, d'intesa con la Croce Rossa ruandese, per approntare i primi interventi per contrastare il grave fenomeno, di cui, allo stato, non esistono cure efficaci al di là dell’asportazione chirurgica della lesione contenente i parassiti e nella detersione antisettica della ferita.

lunedì 4 giugno 2018

Nei tribunali ruandesi istituite sezioni speciali per processare casi di corruzione

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della nuova legge n. 012/2018 del 04/04/2018, che determina l'organizzazione e il funzionamento del sistema giudiziario, è stata introdotta a livello di tribunale intermedio una camera specializzata che perseguirà i reati di corruzione e altri reati economici. Nei dodici tribunali intermedi del paese,  dove già esistevano  camere speciali in materia di diritto familiare, di amministrazione e di lavoro, prenderanno il via camere specializzate appunto nei casi di corruzione e di reati economici. Tali reati saranno considerati speciali e attireranno l'attenzione di giudici che riceveranno un addestramento di qualità e avranno più tempo per concentrarsi sulla loro area che comprenderà, oltre alla corruzione, anche  reati come l'appropriazione indebita e il riciclaggio di denaro sporco.La nuova iniziativa del governo ruandese si inquadra nella più ampia politica di "tolleranza zero alla corruzione", uno dei pilastri su cui la  nuova governance ruandese ha costruito la storia di successo del nuovo Rwanda, come descritta nel recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda di cui riportiamo qui di seguito il relativo paragrafo.

La lotta alla corruzione
Tra i fattori determinanti della storia di successo del Rwanda, la lotta alla corruzione

mercoledì 30 maggio 2018

Amministratori locali licenziati se non raggiungono gli obiettivi

Il sindaco inaugura l'acquedotto
Si è dimesso nei giorni scorso il sindaco del distretto di Gicumbi, Juvenal Mudaheranwa. Pur motivate per ragioni personali, si tratta in realtà di un vero e proprio licenziamento deciso dal Consiglio consultivo distrettuale, il più alto organo decisionale a livello distrettuale, dopo che un audit  condotto su diversi progetti nel distretto aveva accertato diversi ritardi  sull’attuazione di progetti di sviluppo in programma. La mancata giustificazione di questi ritardi da parte del responsabili ha comportato il loro licenziamento. In particolare sono stati evidenziati ritardi nella costruzione del Nyamiyaga Health Center e di Rubaya Road, e sul mancato avvio, nonostante il completamento, del mercato Rubaya. Forse l’unico risultato portato a casa dal sindaco è stato l’acquedotto di Rubaya, finanziato dall’ass. Kwizera, che proprio lo stesso sindaco aveva inaugurato il gennaio scorso. Il caso del sindaco di Gicumbi non è il solo; infatti, nell’ultimo periodo, quasi un terzo dei sindaci si è dimesso. Mentre quasi tutti hanno citato "motivi personali" come  ragione  delle dimissioni, in realtà le ragioni sono altre: si tratta piuttosto di un segnale che i cittadini chiedono responsabilità ai loro leader e pretendono dagli stessi risultati della loro attività amministrativa. In mancanza di risultati gli amministratori vengono accompagnati alla porta. Il fenomeno delle dimissioni viene vissuto in Rwanda come un momento di trasparenza in cui gli amministrati dovrebbero essere messi nelle condizioni di conoscere le motivazioni che hanno portato a tale passo, senza nascondersi dietro il paravento dei “motivi personali”; in particolare, dovrebbero essere evidenziati gli obiettivi non raggiunti, così che sia chiara la situazione anche per chi subentra nel'amministrazione.