"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

sabato 19 ottobre 2019

Riconoscimento mondiale al Rwanda per i livelli di sicurezza sociale


Nella giornata conclusiva del World Social Security Forum (WSSF) tenutosi a Bryxelles, l'Associazione internazionale per la sicurezza sociale  (ISSA) ha assegnato  al governo del Rwanda il premio per i risultati eccezionali ottenuti nella sicurezza sociale.Il premio è il riconoscimento mondiale dell'impegno e dei risultati eccezionali di un Paese nel campo della protezione sociale, in linea con la visione dell'ISSA sulla sicurezza sociale dinamica. Il premio viene assegnato ogni tre anni al World Social Security Forum, che questa settimana ha riunito 1300 leader ed esperti di sicurezza sociale da tutto il mondo a Bruxelles, in Belgio.Il premio ISSA 2019 è stato assegnato al governo del Ruanda per aver raggiunto una copertura assicurativa sanitaria pressoché completa in meno di 20 anni e aver raggiunto i più alti tassi di copertura sanitaria nell'Africa subsahariana. "Il Rwanda ha realizzato qualcosa di veramente unico nel passaggio alla copertura sanitaria universale a tempo di record, e questo premio è un riconoscimento per l'impressionante lavoro svolto dalle autorità ruandesi negli ultimi due decenni", ha affermato il segretario generale dell'ISSA Marcelo Abi-Ramia Caetano.Il Rwanda, uscito da una tragica guerra civile nel 1994 e un successivo crollo del sistema sanitario, è riuscito, attraverso una buona governance accompagnata da  una pianificazione a lungo termine, a pervenire, partendo da un progetto pilota nel 1999, a raggiungere una copertura assicurativa sanitaria superiore al 90% nel 2018, attraverso la Mutuelle de Santé. Nel presentare il Premio al Rwanda, l'ISSA ha anche segnalato la convinzione che diversi aspetti di questo approccio possano servire da modello e ispirazione per altri paesi.Lo schema di copertura sanitaria universale del Rwanda ha contribuito in modo significativo al miglioramento di numerosi indicatori chiave di sviluppo sociale, tra cui la riduzione delle spese sanitarie di emergenza e quindi la povertà; riduzione dei tassi di mortalità infantile e materna di due terzi dal 2000, aumento dell'educazione sanitaria e della pianificazione familiare per le donne e aumento dell'uguaglianza sociale e dell'equità.

martedì 8 ottobre 2019

Inaugurato in Rwanda la prima fabbrica di smartphone dell'Africa

Il pres. Kagame all'inaugurazione (foto Villaggio Urugwiro)
Foto The New Times

E’ stata inaugurata ieri in Rwanda, alla presenza del presidente Paul Kagame, la prima fabbrica di smartphone in Africa. Si tratta di un’iniziativa del conglomerato panafricano Mara Group, attivo anche nel settore bancario, che ha investito nella nuova iniziativa circa 50 milioni di dollari. Lo stabilimento, situato nella Zona Economica Speciale  di Kigali, produrrà smartphone ad alta tecnologia per il mercato locale e per l’Africa orientale. Fino ad ora, circa 200 persone sono impiegate nell'azienda, il 90% delle quali ruandesi.
A piena capacità, l'impresa impiegherà fino a 650 persone e produrrà un milioni di pezzi all'anno.I due modelli Android prodotti, in vendita a $ 159 e $ 229, dovrebbero competere con produttori asiatici come Tecno e Samsung che attualmente dominano i mercati africani con modelli  venduti a prezzi decisamente più bassi,  rispettivamente a $ 40 e $ 70. I produttori sono confidenti di superare  questo svantaggio di prezzo, per cui  i critici sono scettici sul fatto che Mara Phone possa sfondare sul mercato locale, grazie alle partnership con banche locali e società di telecomunicazioni, che dovrebbe consentire agli utenti di pagare i loro telefoni in due anni. La penetrazione degli smartphone in Rwanda è attualmente pari a circa il 15% del mercato, mentre la telefonia mobile arrivava a coprire circa l’80% della popolazione ruandese. Attualmente i ruandesi attraverso la telefonia mobile possono accedere a diversi servizi di enquiry e di pagamento attraverso la piattaforma governativa Irembo, e utilizzare le piattaforme di mobile money attive nel Paese. Aprendo la cerimonia, il presidente ruandese Paul Kagame ha ricordato come di fronte ai grandi cambiamenti in atto sia necessario mantenere il passo attraverso una costante innovazione, invitando altresì gli attori del settore privato a cercare continuamente di essere competitivi a livello globale. “Questo è il percorso che il Rwanda ha scelto per il nostro sviluppo. L'investimento di Mara Phones Group è quindi in perfetta armonia con la nostra attenzione per la scienza e la tecnologia, in quanto fattori chiave della nostra trasformazione economica ".Ne sono conferma le  notevoli capacità e competenze tecniche richieste nella produzione di uno smartphone, ha affermato il Capo dello Stato, aggiungendo che "è un'altra pietra miliare nel nostro viaggio verso l'industria high-tech e il Made in Rwanda".

martedì 1 ottobre 2019

Come vigilare sul buon uso degli aiuti all'Africa

Riprendiamo dal libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda questo contributo relativo a un argomento particolarmente dibattuto anche in Italia. 
Come vigilare sul buon uso degli aiuti all'Africa
Uno dei rischi che accompagnano la cooperazione internazionale è che gli aiuti che i paesi sostenitori indirizzano verso i paesi africani finiscano per la gran parte nelle tasche dei numerosi governanti corrotti, spesso pure incapaci, che allignano nel continente africano. Simili malversazioni non possono però mettere in discussione la politica degli aiuti, per due ordini di ragioni. La prima: se togliamo ai paesi africani la possibilità di contare sugli aiuti esteri, li priviamo dell’unica vera e reale occasione di crescita delle loro economia e dello sviluppo delle rispettive società che ne potrebbe conseguire, lasciando come unica alternativa quella di incentivare le migrazioni verso l’Europa alla ricerca di nuove prospettive di vita. A quel punto il problema graverebbe in toto sull’Europa, cui spetterebbe dare risposte al fenomeno migratorio, senza peraltro poter contare sulla leva dell’aiutiamoli a casa loro, intesa nella migliore delle sue accezioni, che, allo stato, rimane l’unica reale alternativa all’accoglienza incondizionata, con tutte le ricadute da tutti conosciute. La seconda: tagliare gli aiuti, perché non si è in grado di assicurare che gli stessi siano correttamente finalizzati, significa alzare bandiera bianca di fronte alla diffusa corruzione del ceto politico e burocratico dei paesi africani e, di nuovo, abbandonare quei paesi a se stessi e ai loro problemi. In realtà, i paesi donatori avrebbero gli strumenti per intervenire su entrambi i fronti, a patto che, superando ogni recondito falso senso di colpa circa il passato coloniale, siano disposti a interventi anche “invasivi” su quei paesi: nella gran parte dei casi non si tratta di violare una inesistente sovranità nazionale, ma molto più semplicemente la suscettibilità dell’autocrate locale. Gli aiuti erogati, preferibilmente ai bilanci dello stato, dovrebbero essere condizionati a standard comportamentali, possibilmente condivisi dalla comunità dei donatori, a cui i governanti africani dovrebbero sottostare e su cui dovrebbero vigilare, in primis, autorità internazionali indipendenti e su cui dovrebbe farsi sentire anche la società civile locale, il cui sviluppo dovrebbe trovare adeguato spazio nei programmi d’intervento dei paesi donatori. Senza dimenticare che quando si realizza un utilizzo corretto degli aiuti ricevuti, per capacità dei governanti e/o per la vigilanza dei donatori, si innesca un circolo virtuoso, in cui il buon uso fatto degli aiuti ricevuti ne richiama di nuovi: ne è una conferma il Rwanda, giudicato dal Forum economico di Davos uno dei migliori utilizzatori al mondo (7° nella classifica mondiale) dei fondi ricevuti dalla comunità internazionale. I paesi donatori possono dire la loro anche sul fronte del contrasto delle diffusa corruzione nella classe dirigente africana. Si prenda il caso, citato dall’africanista Anna Bono in un suo recente articolo, di quei due generali del Sud Sudan, avversari in patria nell’immancabile guerra civile africana, che si trovano quasi condomini a Nairobi, dove si sono acquistati un appartamento milionario che il loro stipendio, di qualche decina di migliaia di dollari annui, mai avrebbe permesso loro di acquistare, se non grazie alle integrazioni derivanti dalla corruzione. Ebbene, se le autorità keniane fossero state costrette a rispettare le normative internazionali antiriciclaggio che si applicano alle Persone esposte politicamente (PEP-Politically Exposed Person), emanate a livello internazionale dal GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale in inglese FATF -Financial Action Task Force), forse quella transazione immobiliare non sarebbe stata possibile. Infatti, l’adesione dello stesso Kenya all’ESAAMLG, il gruppo dei paesi dell’Africa orientale e meridionale che si sono impegnati a dare attuazione alle 40 raccomandazione dello stesso GAFI per il contrasto del riciclaggio del denaro di fondi illeciti o ad altri reati, quali la corruzione o concussione, avrebbe appunto richiesto il blocco della transazione.  E come quella transazione non sarebbero possibili le numerose altre transazioni finanziarie che avvengono a tutte le latitudini da parte di autocrati e loro parenti. Di per sé le normative a livello internazionale ci sarebbero, il problema è tutta nella volontà dei singoli paesi, occidentali ed africani, nell’applicarle e, soprattutto, con quale grado di incisività. Infatti, quanti governanti africani possiedono, direttamente o in maniera schermata, immobili a Parigi, Londra o New York?  Senza peraltro dimenticare che a fronte dei corrotti, esistono sempre i corruttori, che nel caso saremmo noi occidentali, sempre pronti ad allungare una mazzetta, più o meno grande, per accaparrarsi un buon affare. Purtroppo, qualche fascicolo aperto per corruzione internazionale è giacente anche presso i tribunali italiani.

lunedì 30 settembre 2019

Il Rwanda si candida ad ospitare i mondiali di ciclismo del 2025


Il Rwanda ha presentato ufficialmente la propria candidature ad ospitare i mondiali di cislismo per l'edizione del 2025.Alla candidatura ruandese si sta aggiungendo quella del Marocco, così che si fa concreta la possibilità  di vedere nel 2025  la prima storica rassegna ciclistica iridata in Africa. Secondo quanto riportato da L’Equipe, il presidente dell’UCI David Lappartient ha confermato che sono soltanto i due Paesi africani che hanno presentato la loro candidatura per la prova del 2025.
 “Ho già incontrato le autorità ruandesi, la federazione e il ministero dello sport” ha dichiarato Lappartient: “Prossimamente riceverò una delegazione del Marocco. Sono due candidature di grande qualità”.Scaduto il termine entro il quale presentare la propria proposta, l’Africa dovrebbe quindi vedere il proprio primo mondiale di ciclismo. Finora è l’unico continente a non aver mai ospitato una rassegna iridata.In Rwanda da anni si tiene il Tour du Rwanda:  dal  2009 la corsa è entrata a far parte dell'UCI Africa Tour come gara di classe 2.2, cominciando ad acquisire notorietà in ambito internazionale. Nel 2019 è salita al livello 2.1, aprendosi alle formazioni World Tour.

sabato 21 settembre 2019

A Nyagatare, una startup italo-svizzera sperimenta il processo che sterilizza l’acqua

E’ in corso a Nyagatare un progetto pilota in cui la startup Gratzup, con sede in Svizzera ma guidata dall’italiano Mauro Gazzelli con la moglie Shairin Sihabdeen, sta sperimentando un processo di sterilizzazione dell’acqua contenuta in una borraccia che autosterilizza l’acqua contaminata in una ventina di minuti, a contatto con qualsiasi fonte di calore.Calibrando pressione e temperatura, quindi senza filtri e sostanze chimiche, si arriva alla sterilizzazione completa di acqua e contenitore. Oltre alla borraccia esiste anche un contenitore da 10 litri e un impianto autonomo a energia solare, riciclabile in ogni sua parte e con un lungo ciclo di vita.Si monta come un enorme mobile Ikea e arriva a dare 1500 litri di acqua pulita al giorno. Nel 2018, GratzUp, il governo ruandese e la diocesi di Byumba hanno firmato un memorandum per l’installazione di due impianti, partendo da un progetto pilota.Grazie a questi sarà garantito un accesso all'acqua sicura agli alunni di una scuola e ai pazienti di un ospedale, con un migliaio di utenti in tutto. Il progetto pilota è monitorato dall’Università Cattolica e l’obiettivo è di allargarsi ad altri paesi che hanno questo problema.

giovedì 5 settembre 2019

Morto il card. Etchegaray inviato speciale del papa in Rwanda nel 1994


E' morto ieri pomeriggio, all'età di 96 anni, il Cardinale francese Roger Etchegaray. Nel 1994 il cardinale Roger Etchegaray, allora presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, effettuò, su mandato di Giovanni Paolo II, una visita in Rwanda per portare la solidarietà della Chiesa alla popolazione del posto e un messaggio di riconciliazione. Entrando in Rwanda da Goma fece tappa  in primo luogo, il 26 giugno, a Gisenyi sulla frontiera con l’allora Zaire, che era la sede provvisoria del governo del Rwanda, e dove fu ricevuto dal presidente ad interim; poi, il 28 giugno, nella città di Byumba,  alla presenza del presidente del Fronte patriottico del Rwanda. Crediamo che questa  visita sia raccontato in un capitolo del libro Orgoglio e pregiudizio in Vaticano, uscito nel 2007, come Anonimo  che raccoglie le confessioni di un cardinale sulla Chiesa di ieri e di oggi. Nel capitolo intitolato  Missione in Ruanda vengono raccontati quei giorni con tutti i particolari, coincidenti con la visita consacrata nei comunicati ufficiali, e le riflessioni che quei tragici momenti suscitarono nell'emissario del Papa.  Alla luce del dettagliato racconto dei fatti  e dei particolari raccontati nel libro, crediamo proprio che l'anonimo cardinale intervistato da Olivier Gendre non potesse che essere il card. Etchegaray.Il cardinale ritornò in Rwanda nel febbraio del 2001 come inviato di Giovanni Paolo II per celebrare la chiusura delle celebrazioni del centenario dell'evangelizzazione del  Paese come riferito qui .

lunedì 26 agosto 2019

Regole severe per gli stranieri che vogliono adottare un bambino ruandese


Nonostante la revoca nel settembre 2017 del divieto, introdotto nel 2010, di consentire a stranieri o persone fuori dal Rwanda di adottare bambini nel Paese, da allora sono stati adottati solo due bambini e altri otto potrebbero essere presto consegnati alle loro nuove famiglie.
La revoca era avvenuta dopo che il governo aveva introdotto una rigida normativa cui la famiglia adottiva doveva sottostare. I nuovi requisiti per le adozioni internazionali includevano, fra l'altro, la creazione di un'autorità centrale per l'adozione, processi di approvazione più rigorosi e la fornitura di servizi di adozione specifici come la formazione all'adozione per i genitori. Il tutto gestito dall'Unità per la protezione dell'infanzia, National Commission  for Children-NCC. Le domande delle famiglie richiedenti devono essere inoltrate in Rwanda per il tramite degli  organismi nazionali equivalenti alla NCC del Paese.Al ricevimento della domanda, la NCC si riserva sei mesi per cercare il bambino che soddisfi i criteri che il genitore adottivo sta cercando. Quando viene trovato il bambino, l'interessato viene quindi informato. Il potenziale genitore adottivo si reca quindi in Rwanda e inizia il processo sul campo, fino alla predisposizione della documentazione completa per l’espatrio del bambino. Tra le famiglie richiedenti si trovano ruandesi della diaspora, ma anche famiglie di Paesi come Stati Uniti, Belgio,Francia, Regno Unito e Italia.Resta comunque il fatto che l'adozione internazionale dovrebbe essere l'ultima risorsa; per questo diverse richieste non sono state accolte per proteggere gli interessi del bambino. Secondo il responsabile della NCC “gli interessi del bambino sono la nostra priorità. Ci sono regole rigorose alle quali bisogna attenersi e anche quando il file è completo, non si passa semplicemente il bambino. Ad esempio, devi dimostrare che non stai solo cercando di adottare perché non puoi avere figli naturalmente e stai solo cercando di colmare un vuoto. Dobbiamo essere sicuri che il bambino sarà amato e curato ”.Ha anche sottolineato che, a differenza di altri Paesi, le famiglie ruandesi sono intenzionate ad assumersi la responsabilità di crescere un bambino quando i genitori muoiono rendendo il compito dei bambini per l'adozione internazionale a volte sfidante.Al riguardo si leggano precedenti post sull’argomento.