"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

domenica 23 dicembre 2018

Inaugurato il nuovo monastero delle clarisse a Nyinawimana

Interno del nuovo monastero
Il  20 dicembre, sette suore della comunita' delle clarisse di Kamonji hanno preso possesso, come suore fondatrici, del nuovo monastero realizzato a Nyinawimana, nella diocesi di Byumba. Dopo poco piu' di un anno dall'avvio del Progetto "Non di solo pane.." ( clicca qui per conoscere tutta la storia del progetto), infatti, i lavori di costruzione del nuovo monastero, iniziati nel settembre scorso, si sono conclusi felicemente, con risultati che, a giudicare dalle prime foto che ci sono pervenute, sono decisamente interessanti.La nuova comunita', che nasce alla vigilia di Natale, non poteva avere avvio migliore. Ricordiamo che questo è solo il primo passo. Infatti, a fianco della struttura appena ultimata, nel tempo e man mano che si renderanno disponibili i fondi, nascerà una nuova struttura destinata al vero e proprio monastero, mentre l'edificio appena ultimato dovrebbe essere destinato a foresteria per le persone che  desiderano trascorrere qualche momento di preghiera e raccoglimento in una realtà claustrale.            

mercoledì 19 dicembre 2018

Auguri



Auguri di un sereno Natale e un felice 2019

Noheli nziza n’Umwaka mushya muhire 2019

sabato 8 dicembre 2018

Kagame: l'Europa investa in Africa le grandi somme destinate all'accoglienza

In margine all’incontro con il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, che era in visita ufficiale in Rwanda, il presidente Paul Kagame, presidente anche dell’Unione Africana, ha parlato della cooperazione Europa-Africa, con particolare riferimento al problema migratorio.Come riferisce The New Times, dopo aver ricordato i molti africani che hanno perso la vita nei loro viaggi e dei molti ancora bloccati ai punti di confine, Kagame si è posto il problema di come il fenomeno migratorio “possa essere gestito correttamente anche se  avremmo dovuto farlo molto tempo fa, ma non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta”. Ha detto che l'immigrazione è aumentata perché alcuni africani sentono che il loro continente non ha le condizioni di base per vivere una vita dignitosa.Per questo, "la partnership tra Europa e Africa dovrebbe mirare a creare un ambiente per mantenere i nostri giovani e garantire loro che stare nel proprio continente o paese è meglio per loro potendo trovare sicurezza e lavoro".Purtroppo, secondo Kagame, andando all’origine del fenomeno, la crisi dell'immigrazione è peggiorata, in parte, da quando a causa dell'invito e dell'istigazione, prima della crisi, di una parte di alcuni Paesi europei agli immigrati africani ad andare in Europa, promettendo loro una vita migliore."Se si guarda alla storia di questa migrazione, da molto tempo, l'Europa incita o invita le persone ad andare in Europa. Il messaggio era "i tuoi paesi africani sono governati male e tu dovresti venire da noi". L'impressione è stata che se hai un problema nel tuo paese, sia esso falso o vero, vieni nel nostro paradiso. E la gente è venuta. Al punto che le persone non possono più avere immigranti ", ha detto il presidente. Nel tempo, ha detto, l'Europa è stata travolta dall'ondata di immigrati. Andando avanti, ha aggiunto, i due continenti dovrebbero concentrarsi sulle opportunità disponibili per ridurre la necessità per gli africani di cercare opportunità altrove. Creando le opportunità ed eliminando la necessità dell'immigrazione, ha spiegato, le due parti spenderanno meno fondi:"Il tipo di investimento effettuato per gli immigrati è così grande che se investito in Africa, potremmo creare industrie. Il problema non è l'Europa, abbiamo la nostra giusta parte della colpa che dobbiamo assumere ", ha concluso Kagame.

domenica 2 dicembre 2018

Le misure di contrasto ai flussi finanziari illeciti dall'Africa

Ieri, il presidente Paul Kagame, intervenendo al Summit del G20 a Buenos Aires ha chiesto, nella sua qualità di presidente dell'Unione Africana, ai leaders presenti di includere l'Africa nei meccanismi per combattere a livello mondiale i flussi finanziari illeciti che costano al continente circa 50 miliardi di dollari all'anno. Sull'argomento, proponiamo un estratto tratto dal libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda.

Come vigilare sul buon uso degli aiuti all'Africa
Uno dei rischi che accompagnano la cooperazione internazionale è che gli aiuti che i paesi sostenitori indirizzano verso i paesi africani finiscano per la gran parte nelle tasche dei numerosi governanti corrotti, spesso pure incapaci, che allignano nel continente africano. Simili malversazioni non possono però mettere discussione la politica degli aiuti, per due ordini di ragioni. La prima: se togliamo ai paesi africani la possibilità di contare sugli aiuti esteri, li priviamo dell’unica vera e reale occasione di crescita delle loro economia e dello sviluppo delle rispettive società che ne potrebbe conseguire, lasciando come unica alternativa quella di incentivare le migrazioni verso l’Europa alla ricerca di nuove prospettive di vita. A quel punto il problema graverebbe in toto sull’Europa, cui spetterebbe dare risposte al fenomeno migratorio, senza peraltro poter contare sulla leva dell’aiutiamoli a casa loro, intesa nella migliore delle sue accezioni, che, allo stato, rimane l’unica reale alternativa all'accoglienza incondizionata, con tutte le ricadute da tutti conosciute.

venerdì 30 novembre 2018

In futuro le rimesse dei migranti si potranno fare con il mobile money

La recente decisione del Governo italiano, di proporre un'imposta dell'1,5% sui trasferimenti di somme nei Paesi di origine da parte degli stranieri residenti in Italia, ha reso di stretta attualità un nostro post dell'aprile 2017 e uno dell'aprile scorso che evidenziava come tre stranieri residenti in Italia su quattro (75%), pari a oltre 2,7 milioni, fossero titolari di un conto corrente e di questi quasi uno su tre 'accedesse' in banca tramite smartphone o tablet.
Alla luce degli oneri richiesti per un trasferimento, tramite Western Union, di 500 euro dall'Italia al Rwanda, che nella giornata dell'altro ieri ammontava a un costo complessivo del money transfer di 60,9 euro (19,9 euro di commissioni oltre 41 euro sul differenziale di cambio visto che in Rwanda si incassava in valuta locale il corrispettivo di 459 euro) giunge quanto mai attuale la conclusione a cui si perveniva. 
"Le banche restano il gestore delle rimesse più costoso,  con un costo medio dell' 11,18 per cento, seguite dalle Poste con il 6,57%, dagli Operatori di Money Transfer  con il 6,32% e dagli operatori telefonici Mobile  con il 2,87% .A quest'ultimo canale ha deciso di affidarsi , fin dalla metà del 2015, anche il Rwanda dove la principale compagnia telefonica mobile locale MTN Rwanda, del Gruppo sudafricano MTN attivo in tutto il continente,  ha siglato un accordo con  Western Union, leader mondiale nel trasferimento di denaro al di fuori del canale bancario,  per consentire ai rwandesi che vivono all'estero di inviare denaro direttamente ai telefoni cellulari dei loro parenti in Rwanda che già utilizzano il servizio di Mobile Money. Questo scenario potrebbe trovare ulteriore sviluppo se anche nei paesi d'origine delle rimesse scendessero in campo le compagnie telefoniche occidentali, intaccando il monopolio di Western Union e Money Gram.  Questi ultimi finora l'hanno fatta da padroni,  forti della ramificata  rete di propri corrispondenti locali  nei paesi di destinazione delle rimesse. Anche questo vantaggio potrebbe tuttavia essere insidiato dai punti vendita delle compagnie telefoniche locali che si possono tranquillamente trovare anche nel più sperduto dei villaggi africani".
Per completezza d'informazione ricordiamo che anche molti  governi africani hanno tassato i trasferimenti di fondi, con aliquote ben superiori a quelle ipotizzate dal governo italiano.

giovedì 29 novembre 2018

Rwanda terzo paese africano per la liberalizzazione nei visti d'ingresso


Il Rapporto 2018 sull'Africa Visa Openness Index pubblicato ieri dalla Banca africana di sviluppo e dalla Commissione dell'Unione africana ha classificato il Rwanda come terzo Paese nel continente per quanto riguarda l'apertura ai visti d'ingresso, dietro a Benin e Seychelles che offrono i visti a tutti gli africani a costo zero.Il Visa Openness Index valuta i progressi che i paesi africani hanno realizzato nel rilassare i loro regimi di visto."Quindici Paese  africani godono di un accesso libero in Rwanda, mentre per altri 38 è previsto il visto all'arrivo. La politica ruandese sui visti è una delle prime 10 performance dell'Index dal 2016, ed ha ispirato analoghe aperture sui visti ad altri paesi in Africa, tra cui il Benin, che è balzato in testa alla classifica da un precedente 27° posto, e presto l'Etiopia. 
 La liberalizzazione dei visti ha tra l'altro promosso il paese come destinazione per il turismo congressuale.Il Rapporto evidenzia come "Il paese abbia attirato un numero maggiore di visitatori, maggiori investimenti e abbia ospitato più conferenze grazie alla rimozione delle restrizioni di viaggio. I viaggi e il turismo totali hanno contribuito al PIL del Rwanda per il 12,7 per cento nel 2017 e si prevede che aumenterà del 6,8 per cento nel 2018, secondo il rapporto di impatto economico 2018 del World Travel and Tourism Council ".Secondo Sanny Ntayombya, Responsabile Comunicazione e Marketing del Consiglio per lo sviluppo del Rwanda (RDB), un regime progressista di visti ha migliorato l'accessibilità agli investitori e ai turisti, aumentando di conseguenza le entrate."La nostra politica sui visti ha svolto un ruolo importante nel garantire che i colli di bottiglia relativi ai visti per i potenziali investitori e turisti siano stati rimossi. Nell'ultimo decennio, il numero di delegati MICE-Meetings, Incentives, Conferences, Events and Exhibitions in visita in Rwanda è passato da 15.000 nel 2008 a 28.300 nel 2017 e nel 2017 ha guadagnato 42 milioni di dollari nel Ruanda ", ha affermato Ntayombya.Ha aggiunto: "Quest'anno miriamo a $ 74 milioni di entrate MICE. Oggi siamo al terzo posto in Africa come destinazione per le conferenze. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza riforme dei visti ".Complessivamente, rispetto al 2017, gli africani non hanno bisogno di un visto per recarsi nel 25 per cento degli altri paesi africani (rispetto al 22 per cento); possono ottenere visti all'arrivo nel 24% degli altri paesi africani e hanno bisogno di visti per raggiungere il 51% degli altri paesi africani.

martedì 20 novembre 2018

Mons. Antoine Kambanda nominato nuovo arcivescovo di Kigali

Mons. Antoine Kambanda

Papa Francesco ha nominato mons. Antoine Kambanda arcivescovo di Kigali. Il nuovo prelato è stato fino ad oggi vescovo di Kibungo dove si era insediato nel 2013 appena ricevuta la nomina episcopale, e va a sostituire al governo pastorale dell'arcidiocesi mons. Thaddee Ntihinyurwa, dopo che il Santo Padre ne aveva accetate le dimissioni per raggiunti limiti di età. Mons. Antoine Kambanda, 60 anni (nato nel novembre 1958), è un sopravvissuto al genocidio del 1994, con uno dei suoi fratelli, che attualmente vive in Italia: il resto della sua famiglia è stato massacrato. Ha frequentato la scuola elementare in Burundi e in Uganda e le superiori in Kenya. È tornato in Rwanda dopo due anni di filosofia e teologia. Quindi ha studiato teologia nella diocesi di Butare. E 'stato ordinato sacerdote l'8 settembre 1990 da Giovanni Paolo II, in occasione della visita pastorale in Rwanda. Ha un dottorato in teologia morale conseguito presso l'Alfonsianum di Roma.È stato direttore della Caritas di Kigali, capo della Commissione Giustizia e Pace e professore di teologia morale, poi rettore del seminario di Kabgayi e del seminario di Saint-Charles Borromee a Nyakibanda. La nomina di mons. Kambanda, come nuovo arcivescovo, lascia vacanti due posti chiave: la posizione del vescovo di Kibungo e quella di Cyangugu, ruolo che mons. Kambanda  ha ricoperto dopo la morte del vescovo di quella diocesi,  mons. Jean Damascène Bimenyimana, all'inizio di quest'anno.

sabato 17 novembre 2018

Sempre più giovani ruandesi studiano negli USA


Il Rwanda è tra i primi 5 paesi nell'Africa orientale e meridionale ad inviare propri studenti in America, secondo il rapporto Open Doors del 2018 sui dati di Scambio educativo internazionale rilasciato questa settimana.Negli ultimi 10 anni il numero di studenti ruandesi che studiano negli Stati Uniti è decisamente aumentato passando dai 465 studenti nell'anno scolastico 2011/12 ai 1.232 studenti nell'anno scolastico 2017/18.
Gli Stati Uniti sono in cima alla lista dei 5 paesi che ricevono la maggior parte degli studenti ruandesi, seguiti rispettivamente da Repubblica Democratica del Congo, India, Francia e Sudafrica, senza dimenticare come a fine 2017 erano 1.100 gli studenti ruandesi che studiavano nella sola Cina. 
Tratta dal libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, riportiamo qui di seguito  la parte dedicata all'istruzione universitaria in Rwanda.
A conclusione di dodici anni di studio e dopo aver superato l’esame finale, si può accedere all’istruzione terziaria universitaria, basata su un sistema di accumulazione di crediti e di un sistema modulare (CAMS) e su 7 livelli di diplomi: Livello 1 Certificato di istruzione; Livello 2 Diploma nell'istruzione superiore; Livello 3 Diploma Avanzato nell'istruzione superiore; Livello 4 Grado Ordinario; Livello 5 Laurea triennale con onore; Livello 6 Masters Degree e Livello 7 Dottorato. Gli studenti iscritti alle istituzioni terziarie ruandesi ammontavano nel 2016 a 90.803, pari a 787 studenti ogni 100.000 abitanti. Di questi il 43 per cento era iscritto alle sei facoltà statali, articolate su diversi rami di specializzazione, i cui centri di istruzione sono distribuiti sull’intero territorio nazionale. L’accesso all’università pubblica è supportata da un importante sostegno statale che arriva a garantire borse di studio al 76 per cento degli iscritti, anche se la scelta dei beneficiari non si sottrae a qualche rilievo critico circa certi favoritismi che tendono a privilegiare gli esponenti del nuovo gruppo dirigente del paese. La prima università istituita nel Paese, per opera dei padri domenicani, è stata l’Università Nazionale del Rwanda (NUR) attiva in Butare dal 1963, all’indomani dell’indipendenza. A fronte dei circa 1.800 laureati sfornati dalla NUR nei primi trent’anni di attività, nel solo anno accademico 2015/16 erano 8.473 gli studenti che concludevano il proprio corso di studi nelle sole università pubbliche, senza contare quelli che preferiscono le più accreditate università ugandesi di Kampala o quelle francofone di Goma, nel vicino Congo.

giovedì 8 novembre 2018

Calendario Kwizera 2019

E' uscito il calendario 2019 dell'Associazione Kwizera, dedicato quest'anno all'asilo Carlin che l'associazione ha costruito e gestisce a Kagera, nella campagna ruandese. I primi dieci mesi dell'anno sono illustrati con immagini  che scandiscono i vari momenti della vita dell'asilo, dove quotidianamente più di 100 bambini ricevono l'assistenza della tre maestre alle quali è affidato il servizio. I bambini si trattengono all'asilo fino alle 13, quando tornano a casa per il pranzo, dopo aver ricevuto, a mezza mattinata, una sorta di merenda che può consistere in una tazza di latte, piuttosto che un pane dolce o una banana. Gli ultimi due mesi dell'anno sono stati riservati ad altrettante immagini illustranti l'inaugurazione dell'acquedotto di Rubaya che è stato consegnato alla popolazione locale in occasione della Missione 2018. Ogni mese è scandito da un breve post che ripercorre diversi momenti dell'attività associativa nel corso dell'anno.

sabato 3 novembre 2018

Ruandese della diaspora ottiene in USA il via alla sperimentazione di farmaci antitumorali

Nel libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, per dimostrare l’importanza del contributo che la diaspora può fornire al Paese, segnalavamo la storia di  Clet Niyikiza, già manager di importanti multinazionali farmaceutiche, e fondatore, presidente e amministratore delegato della LEAF Pharmaceuticals, una società statunitense specializzata nella ricerca e nello sviluppo di farmaci antitumorali, intenzionato a realizzare in Rwanda un hub di biotecnologie a livello continentale. Clet Niyikiza faceva già parte del consiglio consultivo di esperti internazionali che supporta il presidente Kagame. Fin qui quanto riferito nel libro, ma in questi giorni arriva la notizia che  la LEAF ha ricevuto feedback positivi dalla Food and Drug Administration statunitense (FDA) alla sperimentazione clinica umana per quattro dei suoi principali prodotti antitumorali. I quattro farmaci - LEAF-1401, LEAF-1701, LEAF-1702 e LEAF-1703 - sono una nuova generazione di farmaci progettati per trattare diversi tipi di malattie del cancro, tra cui il fegato, i polmoni, il tumore al seno, i tumori gastrointestinali e della testa e del collo dell'utero. Prende così avvio una prima sperimentazione clinica e un possibile percorso di registrazione per questi quattro farmaci. Gli studi clinici potrebbero richiedere da 2 a 5 anni di sperimentazione e investimenti anche superiori a 100 milioni di dollari, a seconda della forza dei risultati clinici, prima che possano essere registrati ufficialmente. Il programma di  sperimentazioni cliniche sarà condotto in diversi ospedali, tra cui il Mass General Hospital di Boston, l'Institut Gustave Roussy in Francia e Karolinska in Svezia. Clet Niyikiza ha detto a The New Times  che  l'infrastruttura di laboratorio e l'esperienza umana presso la struttura LEAF Pharmaceuticals negli Stati Uniti, dove è stata effettuata la prima ricerca su questi farmaci, verrà replicata anche in Rwanda dove la società prevede di iniziare le sue prime attività di ricerca e sviluppo clinico presso l'Ospedale militare del Rwanda a partire dal dicembre 2018. Seguirà una serie di attività mirate alla ricerca di scoperte farmacologiche, pianificate in collaborazione con l'Università del Rwanda per arrivare a dar vita a un laboratorio standard internazionale per le biotecnologie che risponda a tutti i requisiti internazionali, in modo che le scoperte fatte qui possano essere esportate. E' prevista altresì  la costruzione, nella zona economica speciale di Kigali, di  uno stabilimento di produzione all'avanguardia per farmaci appena scoperti. Il grande obiettivo di Niyikiza è quello di portare alla giovane generazione di scienziati ruandesi, attuali e futuri, gli strumenti e l'ambiente di cui hanno bisogno per prosperare nella ricerca di nuovi trattamenti e cure contro le malattie più mortali del mondo.

giovedì 1 novembre 2018

Il Rwanda in partenership con il colosso Alibaba dà vita alla prima eWTP africana

Il presidente Kagame con Jack Ma

Una partnership tra il governo del Rwanda e il gruppo cinese Alibaba, la più grande azienda di commercio online del mondo, ha dato vita alla prima Electronic World Trade Platform (eWTP) africana che dischiuderà alle piccole imprese del continente la possibilità di partecipare al commercio elettronico transfrontaliero. Il Rwanda diventa così il primo paese in Africa a stabilire una partnership eWTP, con l'obiettivo di favorirne la diffusione in tutto il continente.
La partnership comprende tre accordi miranti  a rafforzare la cooperazione a sostegno dello sviluppo economico del Rwanda: promuovendo il commercio transfrontaliero di prodotti ruandesi ai consumatori cinesi, facilitando il turismo in Rwanda e fornendo capacità per potenziare la crescita dell'economia digitale del Rwanda. Dopo la firma degli accordi,  il fondatore di Alibaba, Jack Ma, ha descritto l'evento come una "giornata storica" perché l'iniziativa rivoluzionerà il modo in cui i ruandesi fanno affari, a partire da come vendono il loro caffè o il loro artigianato di prima qualità, a come vendono i loro servizi turistici al mondo, compresa la Cina.Con i tre accordi, Alibaba collaborerà con il Rwanda Development Board (RDB) per aiutare le PMI ruandesi a vendere i loro prodotti, compresi caffè e artigianato, ai consumatori cinesi attraverso i mercati online di Alibaba.Seguendo gli accordi, la piattaforma di servizi di viaggio di Alibaba chiamata Fliggy promuoverà il Rwanda come destinazione turistica attraverso un Rwanda Tourism Store per la prenotazione di voli, hotel ed esperienze di viaggio e un padiglione di destinazione dove i consumatori cinesi possono imparare a visitare il paese, attraverso contenuti video coinvolgenti.La filiale di Alibaba, Ant Financial, condividerà anche le competenze in strumenti finanziari inclusivi, come i pagamenti mobili, per sostenere l'economia digitale ruandese.

venerdì 26 ottobre 2018

Intervista di mons. Servilien Nzakamwita a La Stampa


Riproponiamo ampi stralci dell'intervista rilasciata  a Vatican Insider da monsignor Servilien Nzakamwita,  vescovo di Byumba, tra i padri del Sinodo dei giovani.
 Eccellenza come si vive oggi in Ruanda, venticinque anni dopo il genocidio? 
 «Dopo venticinque anni la pace è ritornata. Attualmente la situazione è tranquilla, direi una calma che ci fa sperare per il bene. Ma abbiamo vissuto dei momenti terribili. Sono passati molti anni da quel tragico 1994 ma negli occhi di tutti i ruandesi c’è ancora l’immagine della morte e del dolore che ha colpito il nostro popolo. È stato un lungo e difficile cammino di riconciliazione ma siamo contenti che questo sia avvenuto. Abbiamo lavorato, come Chiesa locale, ad un processo di riconciliazione necessario e fondamentale per ritornare a vivere insieme».
  Come è avvenuto questo processo di riconciliazione?
 «Nel 1994 il Ruanda sprofondò nel baratro con il massacro dei Tutsi ad opera della maggioranza Hutu. In soli cento giorni furono uccise a colpi di machete almeno 800mila persone. Il tessuto sociale era completamente lacerato. L’obiettivo prioritario era di pacificare la popolazione e invitare i cristiani a rivolgersi a Dio con un atteggiamento di conversione e riconciliazione. La guerra aveva distrutto tutto: abitazioni, strutture religiose, scuole, ospedali e centri sanitari… Inoltre, la diocesi aveva perduto quasi tutti i suoi preti, ne rimanevano soltanto tre. Ho chiesto aiuto alle diocesi dei paesi vicini per poter riaprire le parrocchie. A distanza di 20 anni dal genocidio i danni sono ancora evidenti. Ci sono più donne che uomini, donne che hanno visto morire sotto i loro occhi figli, mariti, padri, stuprate da uomini affetti da Aids. Molte sono impazzite e i figli nati da queste unioni sono oggi sbandati e ragazzi di strada. Il tessuto sociale è molto complicato. Ora, grazie anche al sostegno di molte persone e amici, stiamo tornando ad una normalità che allora sembrava impossibile. Vorrei ricordare gli amici torinesi Franco e Annalisa Schiffo che da vent’anni mi stanno aiutando nell’accompagnare le famiglie della mia diocesi in un percorso di riconciliazione».
  Qual è stato il ruolo della Chiesa in questo lungo e difficile cammino?
 «Abbiamo pregato perché il Signore ci sostenesse. Il processo di riconciliazione non è solo umano ma anche divino. Solo con il sostegno di Dio, ricercato ed evocato in questo tempo di ricostruzione, abbiamo avuto la forza per impegnarci a dare un volto umano alla convivenza tra etnie, popoli, tribù e famiglie. Dopo venticinque anni il Paese ha riscoperto la pace, le persone hanno ripreso le loro attività, molte si sono riconciliate. La comunità cristiana è impegnata a consolidare il clima di pace e fraternità. Soprattutto con i giovani abbiamo fatto un cammino duraturo e profondo: forum, seminari, settimane di incontri con le differenti etnie, davvero un momento di grazia dopo un tempo di morte e dolori indicibili».
 Lei è al Sinodo dei giovani, cosa si aspetta da questa assemblea e quale potrà essere, secondo lei, l’apporto delle nuove generazioni al mondo?
 «Siamo circa 300 vescovi che discutono, con laici, presbiteri e religiosi giovani e adulti, della pastorale, l’educazione, la fede e la vita dei giovani. Un momento bello di incontro e riflessione. Universale ed ecumenico, uno scambio davvero aperto anche su tematiche complesse. Il tema di fondo è come la chiesa riuscirà a rispondere alla vocazione dei giovani, vita famigliare o sacerdotale. alle speranze di una vita da costruire nella costruzione di relazioni autentiche in un clima di pace e dialogo. Non è facile perché linguaggi e pensieri sono spesso diversi da noi adulti, vescovi, preti, educatori e genitori e facciamo a fatica a comprendere le domande, i sogni e le speranze dei giovani. Sono però fiducioso c’è vitalità, un amore per Cristo e la Chiesa, un sostegno a Papa Francesco davvero autentico e ho visto una volontà di impegno nel camminare sulle strade del mondo. Il cammino per i cristiani è fondamentale e per noi africani una necessità che deve diventare stile di vita».

mercoledì 17 ottobre 2018

In Rwanda la magistratura si apre ai reclami dei cittadini


Certo sarà sorprendente per noi italiani, abituati a una magistratura straripante e intoccabile che è riuscita a imporre che le sentenze non si possano neppure commentare,  sapere che nell’Africa profonda invece i  ruandesi avranno la possibilità di esprimere la loro insoddisfazione per i servizi forniti dalle corti e dai tribunali dopo che la magistratura ha lanciato un sistema di reclamo basato su Internet e servizi di messaggistica breve (SMS). Il sistema online è stato lanciato martedì dalla Corte suprema in collaborazione con Transparency International Rwanda. Secondo gli ideatori del servizio, i cittadini che si recano in tribunale per chiedere giustizia e sono insoddisfatti a volte non hanno un posto dove indirizzare le loro denunce. Con il nuovo portale online, i reclami potranno essere presentati e accessibili da tutte le parti coinvolte, come tribunali, procura nazionale, l'ufficio del difensore civico e l'associazione degli avvocati del Rwanda e dovranno trovare soluzioni congiunte. Secondo il giudice prof. Sam Rugege, come riportato da The New Times, il sistema intende coinvolgere il pubblico e le parti interessate nel settore giudiziario al fine di migliorare l'accesso alla giustizia, alla responsabilità e alla soddisfazione degli utenti giudiziari.Lo stesso giudice ha detto che “l'applicazione consente alle parti in causa di presentare i propri reclami online e ricevere un feedback tempestivo, consente agli avvocati e ai pubblici ministeri di attirare l'attenzione su alcune questioni che potrebbero essere incoerenti con il giusto processo nella gestione dei loro fascicoli o in casi di giudizi problematici".Il sistema ha anche un box di suggerimenti online dove le persone possono trasmettere le loro opinioni e suggerimenti sul funzionamento di un tribunale, mentre offre anche la possibilità per i contendenti di presentare reclami per una considerazione speciale per la revisione dei loro casi.La nuova tecnologia permetterà a un cittadino di fornire informazioni su come è stato trattato in tribunale, se ha dovuto subire un'ingiustizia, un servizio scadente o qualsiasi tentativo di corruzione. 
Come diceva Plinio il Vecchio « Dall'Africa c'è sempre qualcosa di nuovo ».

giovedì 11 ottobre 2018

Aumenta l'uso di internet in Rwanda: quasi la metà delle popolazione in linea

La fibra ottica al villaggio di Nyagahanga
Il numero di persone che usano Internet in Rwanda è aumentato da 4.375.016 di giugno 2017 a 5.475.448 di giugno di quest'anno, secondo i dati diffusi dall'Agenzia di regolamentazione del Rwanda (RURA), grazie all'aumento della copertura Internet e alla flessibilità dei prezzi dei pacchetti Internet offerti dalle compagnie operanti sul territorio.
 Il tasso di penetrazione di internet alla fine di giugno 2018 era del 46,4% in presenza di una copertura internet nazionale che si attesta al 96,6%.Il rapporto della RURA indica che l'aumento del tasso di abbonamento a internet è in parte dovuto all'aumento dell'uso e dell'adozione di servizi online, alla modernizzazione della rete mobile MTN 3G e all'impiego di fibra ottica nelle abitazioni da parte di Liquid Telecom. 
Nel frattempo, la telefonia mobile ha evidenziato un aumento degli abbonati  da 8.819.217 a 9.226.721, su una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, il che riflette un aumento, durante il periodo in esame,  del 4,6 per cento.La penetrazione della telefonia mobile si attesta ora al 78,1%, contro il 76,5%.

lunedì 1 ottobre 2018

L'Africa non può più rimanere indifferente ai suoi migranti

Questo e' il grido d'allarme lanciato da Elhadj As Sy, Segretario generale della Federazione internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa, sulle pagine dell'ultimo numero di Jeune Afrique a proposito del fenomeno migratorio.
Ogni settimana ricevo messaggi disperati dal mio continente, dove le famiglie e gli amici sono senza notizie dei loro cari partiti per l'Europa. "Signore, tu sei la mia ultima spiaggia. Aiutateci a trovare mio fratello ! Sua moglie non sa se deve continuare ad aspettare o iniziare il processo di elaborazione del lutto", dice un messaggio su WhatsApp sul mio telefono. "Zio, ti prego, non lasciarmi qui ! Prendimi con te! "Ha supplicato un giovane in wolof, quando è sbarcato dall'Aquarius a Valencia lo scorso giugno. "Durante la nostra odissea, 75 amici sono morti, e abbiamo dovuto gettare i loro corpi in mare. Come potrei guardare i loro genitori in faccia? Come potrei essere contento di essere sopravvissuto ? " disse un altro Senegalese, un mese più tardi, a Dakar, in un lungo monologo intervallato da singhiozzi.Perché scrivermi ed implorarmi per mesi? Forse perché io sono africano e assomiglio a loro padre o loro zio. Certamente, perché pensano che io possa aiutarli e che hanno troppo pochi altri a cui far ricorso. Più spesso, ahimè, non posso fare granché.L'Organizzazione internazionale per le migrazioni stimava, il 23 settembre, che oltre 1.730 migranti hanno perso la vita nel Mediterraneo dall'inizio dell'anno. Erano 2.673 l'anno scorso. La stragrande maggioranza di queste persone, i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, le nostre figlie provengono dall'Africa, e per la maggior parte dalla mia regione d'origine, l'Africa occidentale.Noi vediamo queste cifre in pubblicazioni su carta lucida di organizzazioni umanitarie. A volte, quando i numeri saltano improvvisamente, vediamo sui giornali le immagini di morti senza nome. Ma non si vedono mai bandiere a mezza asta nei paesi di origine dei morti. Non sentiamo che raramente il pianto delle madri e dei padri, e nemmeno, per ragioni che mi sfuggono completamente, parole di indignazione, condanna e vergogna da parte dei leaders dei nostri paesi.Noi Africani non possiamo aspettarci  che il resto del mondo conosca  queste tragedie, si preoccupi e reagisca, se non lo facciamo noi per primi. Per noi è il momento di riflettere molto seriamente su un paio di punti.
Perché, soprattutto in luoghi dove non ci sono conflitti o gravi violenze, molti giovani ritengono che il loro futuro non possa essere che altrove? 
Perché, quando si trovano di fronte a eventi terribili, durante il loro viaggio, quelli che cambiano idea e vogliono tornare a casa, non vengono aiutati a farlo con dignità ?
 E perché casa loro non è più  un luogo di accoglienza ? 
I nostri governi dovrebbero fare tutto quanto in loro potere per garantire che i nostri cittadini abbiano accesso a informazioni affidabili, in modo che la decisione di migrare sia presa con piena cognizione di causa. 
Oggi, sono i trafficanti di esseri umani in Africa dell'ovest e del Nord Africa, che diffondono menzogne, suscitano false speranze e approfittano delle miserie altrui.
I nostri governi dovrebbero assicurare ai migranti migliori servizi consolari nei paesi di transito e di destinazione,  fornire informazioni sui canali legali e  offrire a chi lo desidera assistenza al rimpatrio. I nostri governi dovrebbero riportare le spoglie di coloro che periscono. Dovrebbero riconoscere – non disconoscere –  i loro cittadini. Sono tutte piccole richieste a fronte di impensabili sofferenze. Ma queste sono misure che dimostrano che i nostri Paesi non sono indifferenti per il terribile destino dei nostri concittadini. Gli africani non possono lasciare questo problema agli altri. Certo, il mondo adotterà un patto globale per la migrazione sicura, ordinata e regolare, a Marrakech, nel mese di dicembre. Ma il fatto è che una grande parte del problema è in Africa e dovrà essere regolata in Africa. Molti dei nostri problemi e le soluzioni si trovano a casa nostra. Mettiamo fine all'indifferenza e proteggiamo l'umanità.

giovedì 27 settembre 2018

La nostra fuga dal Rwanda inseguiti dagli zombie


Rwanda, maggio 1994. Fausto Biloslavo e Gian Micalessin sono tra i pochissimi giornalisti occidentali a raccontare gli  ultimi giorni della guerra civile ruandese.A Kigali sono i testimoni di una storia che dieci anni dopo Hollywood trasformerà un film di successo. Una storia raccontata in Guerra, guerra, guerra (ed. Mondadori , il nuovo libro dei due reporter del Giornale.

La nostra fuga dal Rwanda inseguiti dagli zombie
Tra le mura e i giardini di un palazzone di cinque piani all'inizio del viale della Repubblica si nasconde un altro girone della disperazione. La scritta «Hotel des Milles Collines» all'entrata è sopravvissuta ai combattimenti. Più difficile è dire se riusciranno a sopravvivere ai machete i cinquecento rifugiati tutsi che hanno trovato rifugio nell'albergo un mese fa. Fino a oggi sono incredibilmente sfuggiti alle stragi. Sono giovani, donne, vecchi e bambini. S'aggirano muti e atterriti tra vetrate infrante e miasmi di escrementi ammassati tra camere atri, corridoi e sottoscala. Sono agnelli nella tana del lupo, ma devono la loro salvezza a Mbaye Diagne, un coraggioso e sempre sorridente capitano senegalese dei Caschi blu rimasto qui a difenderli con un pugno di uomini. Fin dai primi giorni dei massacri ha trasformato quest'hotel in un'oasi inviolabile bloccando ogni tentativo d'incursione dei massacratori. E nonostante le regole Onu impediscano di salvare i civili, lui non si tira mai indietro. Ogni qualvolta sa di un bambino o di una famiglia tutsi isolata, esce da solo con il suo fuoristrada per salvarli. Ora però è stanco, disilluso, preoccupato per il corso degli eventi. «Siamo sempre stati alla loro mercé, ma ora è peggio perché non hanno più nulla da perdere», sospira indicando i miliziani governativi davanti all'albergo. «Se vogliono entrare e farli fuori possono farlo quando vogliono. Siamo nel loro settore, e io e i miei uomini non siamo certo in grado d'impedirlo». Ma il primo a morire sarà proprio Mbaye. Due giorni dopo, mentre guida da solo come sempre per le strade di Kigali, un colpo di mortaio esplode dietro il suo fuoristrada ferendolo alla nuca e uccidendolo sul colpo.L'epicentro della disperazione è sulla cima della collinetta alla fine del viale della Rivoluzione. Qui sorgono i resti del Centro ospedaliero di Kigali, un ammasso di rovine tra cui vegetano malati e feriti e si decompongono i cadaveri. Dal 7 aprile è il palcoscenico di reciproci massacri. Incominciano gli hutu penetrando nelle corsie, prelevando i pazienti tutsi e massacrandoli nel piazzale antistante. Continuano i ribelli che, con la scusa di martellare una caserma adiacente, innaffiano di bombe l'edificio. Una settimana fa, in una notte di bombardamenti, sono morti sessanta pazienti. All'indomani i seicento militari feriti ancora in corsia sono stati evacuati a Gitarama mentre duecento pazienti si sono ritrovati abbandonati al loro destino. I "dimenticati", in gran parte civili dalle ferite sanguinanti e imputridite, sono riuniti in quello che un tempo era un giardino e ora è una via di mezzo tra un lazzaretto e un obitorio. Quando entriamo ci scambiano per medici della Croce Rossa internazionale ci chiedono disperati dove siano le ambulanze arrivate per portarli via. Io e Fausto ci guardiamo e non proferiamo parola. La scena è straziante. I feriti sono ammassati in lunghe file all'ombra degli alberi. Un giovane con una benda insanguinata sull'occhio vaga senza meta. Un anziano con la gamba amputata fissa il vuoto da una sedia a rotelle. Decine di altri feriti agonizzano sulle lettighe o accasciati sulla nuda terra in un concerto di gemiti e lamenti. Trincerato in una stanzetta devastata dell'ospedale, il direttore dell'ospedale Gabo Kanonanga riempie con i tre medici rimastigli i registri dei decessi. «La sala operatoria è inutilizzabile, una granata ha forato la parete mentre stavamo operando», racconta accompagnandoci tra le corsie invase da calcinacci e vetri infranti dove l'odore della morte sovrasta quello dei medicinali. «Non ho più né medicine né acqua né sale operatorie... posso soltanto annotare i decessi. Quando avrò finito deciderò se fuggire o restare qui a morire». Mentre il medico parla, una fila di zombi con stampelle e ferite aperte si avvicina, indica la nostra jeep parcheggiata poco distante. Io e Fausto capiamo. Quella macchina è la loro ultima speranza, per averla sarebbero pronti a tutto. Ci guardiamo stringiamo la mano a Gabo Kanonanga, corriamo verso il nostro fuoristrada e partiamo a tutta birra. Il corteo di zombie affacciato all'ingresso ci insulta e ci maledice.

mercoledì 26 settembre 2018

Lavori agricoli presso la comunità batwa di Kibali

Giornata di semina delle patate nella comunità batwa di Kibali. Dopo che il precedente raccolto era andato praticamente perso causa il maltempo, la nuova stagione di semina ha necessitato del sostegno dell'Ass. Kwizera che ha dovuto finanziare l'acquisto dei concimi e delle patate da semina. I lavori sono stati coordinati dalla sezione locale della Croce Rossa che ha coordinato gli aderenti alla cooperativa attiva presso la comunità.

sabato 15 settembre 2018

Kagame concede la grazia a Victoire Ingabire e Kizito Mihigo

Il cantante Kizito all'uscita dal carcere
Il presidente Paul Kagame ha concesso ieri, esercitando le proprie prerogative presidenziali, un'amnistia che ha comportato il rilascio anticipato a oltre 2.000 detenuti condannati per vari crimini.Tra i beneficiari ci sono anche il  musicista Kizito Mihigo ( la sua storia qui), che doveva scontare  una pena di 10 anni per l'accusa di cospirazione, e Victoire Ingabire ( la sua storia qui), che è in detenzione dal 2010 quando era rientrata in Rwanda per candidarsi alle elezioni presidenziali.
Plaudiamo al gesto presidenziale, un importante passo sulla strada di una completa riconciliazione, ricordando quanto auspicato nelle conclusioni del recente libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda qui riportato.
L’ora dell’autocrate ragionevole
La signora Ingabire all'uscita dal carcere
 Un autocrate ragionevole e, per molti, illuminato quale può essere appunto definito Paul Kagame, forte della grande investitura e dell’oggettivo appoggio della stragrande maggioranza dei ruandesi, dovrebbe essere capace, in presenza di un potere ormai consolidato, anche di quei gesti di “benevolenza” che ne affinino l’immagine, soprattutto a livello internazionale, senza che possa essere messa a rischio la sicurezza interna in cui si trova a vivere il Paese. Un politico attento come il presidente ruandese dovrebbe essere capace di alcuni segnali di apertura, che lungi dall'apparire gesti di debolezza ne confermerebbero al contrario l'autorevolezza. Un passo in questa direzione potrebbe tradursi in un gesto di clemenza verso Victoria Ingabire, piuttosto che del famoso cantante Kizito Mihigo condannato a 10 anni di carcere essendo stato riconosciuto colpevole di "complotto contro il governo”. Un allentamento dei forti vincoli imposti ai media e alle voci della società civile e un’interruzione di certe pratiche, che portano alla scomparsa di oppositori più o meno famosi, non inficerebbero né la credibilità, né l’autorevolezza di un leader riconosciuto e consolidato. 

giovedì 13 settembre 2018

Aumentano gli impegni di investimenti esteri in Rwanda

Da  un rapporto del Rwanda Development Board (RDB) emerge  come lo scorso anno il totale degli investimenti realizzati nel Paese – inclusi quelli domestici – sia stato pari a 1,67 miliardi di dollari.Secondo i dati messi a disposizione dalla RDB, il flusso di investimenti esteri in Rwanda è cresciuto nel 2017 di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 1,157 miliardi di dollari.Il flusso di investimenti diretti esteri (FDI/IDE) ha superato, per la prima nel 2017, il miliardo di dollari, un livello superiore a quello di cui sono destinatari i ben più grandi  Kenya e Uganda. La provenienza degli investimenti esteri è illustrata nelle seguente tabella, dalla quale si ricava come l'apporto più significativo provenga dal Portogallo che ha finanziato i lavori di costruzione del nuovo aeroporto di Bugesera da parte della società portoghese Monta-Engil. Il progetto prevede il finanziamento, la costruzione, l'esercizio e la manutenzione dell'aeroporto per un periodo di 25 anni, con un'opzione di estensione di 15 anni.Altri settori destinatari degli investimenti esteri riguardano il comparto minerario, minerario (16%) ed energia (12,2%).
 I dati forniti dal RDB necessitano però di una spiegazione, alla luce dei dati diversi forniti dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD), che pubblica il World Investment Report, che  indica che gli afflussi di investimenti esteri diretti (IED) ammontavano a 366 milioni di dollari nel 2017 - un importo di circa 4,6 volte inferiore a quello fornito da RDB - contro 672 milioni in Kenya e 700 milioni in Uganda.Questa discrepanza è spiegata dal diverso approccio adottato dalle due istituzioni. Se i dati RDB contano gli impegni di investimento, quelli dell'organizzazione internazionale integrano solo i flussi di FDI effettivi. Potrebbe quindi esserci un ritardo, più o meno uno, prima che le somme sollevate dal RDB compaiano sulla scheda Unctad. Come sostenuto dall'OCSE, i FDI sono investimenti "motivati ​​dalla volontà di un'impresa residente in un'economia [...] di acquisire un interesse duraturo in un'impresa [...] residente di un'altra economia". Vi è un interesse duraturo, e quindi un investimento diretto, quando una società detiene almeno il 10% del capitale o dei diritti di voto di una società residente in un paese diverso dal proprio. Secondo il Fondo Monetario, "nostante gli sforzi del governo per attirare gli IDE, questi rimangono al di sotto del 3 per cento del PIL", pur in presenza dei continui miglioramenti del Rwanda nella classifica Doing Business, dove è salito dal 56 ° posto nel 2016 al 41 ° posto nel 2017.

giovedì 6 settembre 2018

Rwanda: per la prima volta l'opposizione entra in parlamento


In attesa di conoscere i risultati definitivi delle recenti elezioni per il rinnovo della Camera, che saranno resi noti solo nei prossimi giorni, va registrato il fatto nuovo: per la prima volta nella storia del Rwanda post 1994, due partiti che non fanno parte della coalizione al potere capeggiata dal FPR, il partito del presidente Kagame, hanno portato propri rappresentanti in parlamento. Il Green Party-Partito verde democratico del Rwanda e il Parti Social- PS-Imberakuri, due partiti che sono stati riconosciuti nel 2010, come prevede la legge, sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5% e hanno eletto due deputati ciascuno nella Camera bassa del Parlamento. I due nuovi parlamentari del Green Party sarebbero Frank Habineza che è anche il presidente del partito e Jean Claude Ntezimana il segretario generale del partito. Per il PS-Imberakuri, dovrebbero risultare eletti: Christine Mukabunani 46, la presidentessa del partito e Jean Claude Ntezirembo.Parlando con The New Times, i leader di entrambe le parti hanno espresso entusiasmo affermando che, mentre si aspettavano di più, almeno sono riusciti a ottenere il 5% richiesto per ottenere seggi in parlamento. Il leader del Green Party,  Frank Habineza, che l'anno scorso aveva corso per la presidenza, ottenendo però un insignificante  0,5 per cento dei voti contro il presidente Paul Kagame ha sottolineato come "si sia in presenza di un passo verso la democrazia" , promettendo altresì che "alzeremo la voce come partito verso la continua democratizzazione del nostro Paese ".

martedì 4 settembre 2018

Avviati a Nyinawimana i lavori del nuovo monastero delle clarisse

La prima pietra

A distanza di circa un anno da quando per la prima volta si parlò di realizzare un nuovo monastero delle clarisse di Kamonyi sulla collina di Nyinawimana nelle diocesi di Byumba, il progetto, a suo tempo promosso con il titolo “Non di solo pane vive l’uomo”, sta prendendo corpo (vedi post precedenti cliccando qui). La prima pietra è stata posata e benedetta il 18 marzo scorso dal vescovo di Byumba, mons Servillien Nakazamita;  ora da poche settimane sono iniziati i lavori veri e propri che, come si vede dalla galleria fotografica, procedono speditamente.Il desiderio della comunità delle clarisse di Kamonyi, guidata da Madre M. Letizia Mukampabuka, subentrata dal 2015 alla fondatrice, l'italiana  suor Chiara Giuseppina Garbugli,  di realizzare un nuovo monastero  in aggiunta al vecchio monastero ormai non   più in grado di accogliere le giovani rwandesi che sempre più numerose chiedono di poter abbracciare la vita monastica, comincia così a trovare realizzazione. Sui terreni messi a disposizione dalla diocesi sulla collina di Nyinawimana, dove fino al 1994 era attiva una comunità di frati francescani, sorgerà inizialmente una struttura atta ad accogliere le prime  monache, una decina, che saranno chiamate, nel tempo, a dare vita a una  nuova comunità.Questa prima struttura, il cui costo è stato preventivato attorno ai 150 milioni di Frw, circa 150.000 euro, in futuro potrà diventare una sorta di foresteria per persone desiderose di momenti di raccoglimento e di preghiera.A sostegno dell’iniziativa, l’Ass.  Kwizera si era mossa per promuovere una raccolta fondi, nella convinzione che anche la missione contemplativa e di preghiera delle clarisse meritasse un convinto sostegno, al pari delle tante opere fin qui portate a termine in loco. A tal fine, l'Ass. Kwizera ha destinato al progetto una somma pari al 5% dei fondi destinati al Rwanda, nella  speranza che l’esempio  potesse essere seguito anche dalla tante associazioni italiane e straniere attive nella diocesi, in modo che il piccolo contributo di ognuno potesse consentire  una grande realizzazione. Perchè, come autorevolmente auspicato da un grande figlio dell'Africa, il card. Robert Sarah, "quasi tutte le organizzazioni caritative in Africa sono impegnate unilateralmente ed esclusivamente nella risoluzione delle situazioni di povertà materiale, ma l’uomo non vive di solo pane" bisogna quindi "incoraggiare a continuare a costruire chiese e seminari e a fornire aiuti per la formazione di sacerdoti, religiosi, religiose e  seminaristi”. 

lunedì 3 settembre 2018

Election day in Rwanda

Circa 7,1 milioni di ruandesi si recheranno oggi alle urne per rinnovare la Camera bassa composta di 80 eletti, di cui 27 espressione di gruppi di interesse speciale [Donne (24), Giovani (2) e Persone con disabilità (1)].Si contenderanno i seggi una coalizione di sette partiti guidati dal partito al potere dal 1994, il Fronte Patriottico del Rwanda, e i altri quattro partiti politici, vale a dire il Partito socialdemocratico (PSD), il Partito liberale (PL), il Partito verde democratico del Rwanda (DGPR) e il Partito sociale (PS) -Imberakuri, oltre a  quattro candidati indipendenti.Il sistema elettorale è proporzionale con soglia di sbarramento al 5%.La tornata odierna è stata preceduta ieri dalle votazioni dei ruandesi della dispora, che hanno votato in 115 seggi presso le varie rappresentanze ruandesi all'estero. Lo stesso  presidente Paul Kagame e la First Lady Jeannette Kagame, in Cina per la partecipazione al Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), hanno votato presso  l'ambasciata del Rwanda a Pechino.Le votazioni odierne hanno avuto un anticipo  ieri quando le persone portatrici di handicap hanno eletto come proprio rappresentante, Eugene Mussolini. Un cognome, ingombrante o impegnativo a seconda dei punti di vista, di cui francamente non sappiamo  come possa essere stato attribuito  49 anni fa a un bambino ruandese. Domani andranno a votare le donne e i giovani per eleggere i rappresentanti di loro pertinenza. Le operazioni di voto vedranno impegnati circa 75.000 volontari distribuiti sui quasi ventimila seggi elettorali in tutto il paese. Una commissione dell'Unione Africana vigilerà sulle operazioni di voto che comporteranno un costo di circa 5 milioni di euro.

giovedì 30 agosto 2018

Le sfide che attendono Kagame

Riportiamo qui di seguito il capitolo conclusivo del libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda.

Le sfide che attendono Kagame
Kagame: leader visionario o dittatore?
Autocrate visionario per gli uni, dittatore sanguinario per gli altri, uno dei 100 uomini più influenti dell’anno 2009 per la rivista Time, artefice, secondo l’ex premier britannico, Tony Blair, grazie alla sua “leadership visionaria”, d’aver reso il Rwanda “stabile, prospero, i cui parametri di scolarità e sanità stanno rapidamente migliorando, e l'economia sta conoscendo un vero boom”. All’opposto il Nobel per l’economia 2015, Angus Deaton, ne ha parlato, cinicamente, in questi termini: “Nel Rwanda di oggi, il presidente Paul Kagame ha scoperto come usare il calcolo utilitaristico di Singer contro la sua stessa gente. Fornendo assistenza sanitaria alle madri e ai bambini ruandesi, è diventato uno dei beniamini dell'industria e un perfetto candidato alla fruizione di aiuti umanitari. Essenzialmente, sta “allevando” i bambini ruandesi, permettendo a un maggior numero di loro di vivere in cambio del sostegno alla sua regola antidemocratica e oppressiva. I grandi flussi di aiuti in Africa a volte aiutano i beneficiari previsti, ma aiutano anche a creare dittatori e forniscono loro i mezzi per isolarsi dai bisogni e dai desideri della loro gente” (1).  Ma chi è veramente Paul Kagame? ’ Ne ha fatto un ritratto, con l’abilità dei grandi giornalisti, Jeffey Gettleman in un articolo (2) comparso il 4 settembre 2013 su The New York Times sotto il titolo “L'uomo forte preferito dall'élite globale”, frutto di un incontro di 4 ore nella residenza presidenziale e dei necessari approfondimenti. Paul Kagame viene così descritto.” Spartano, stoico, analitico e austero, passa regolarmente fino alle 2 o 3 ore del mattino a sfogliare i numeri arretrati di The Economist o a studiare i progressi dei villaggi di terra rossa del suo Paese, alla continua ricerca di modi migliori e più efficienti per allungare il miliardo dollari che il suo governo riceve ogni anno dalle nazioni donatrici che lo ritengono un brillante esempio di ciò che il denaro degli aiuti può fare in Africa…. Si è guadagnato la pessima reputazione di uomo spietato e brutale e, mentre i riconoscimenti si sono accumulati, ha letteralmente fatto collassare il suo popolo e ha segretamente sostenuto gruppi di ribelli assassini nel vicino Congo. Almeno, questo è ciò che un numero crescente di critici dice, inclusi funzionari di alto rango delle Nazioni unite e diplomatici.” I critici di Kagame dicono anche che ha eliminato molti dei media indipendenti del Rwanda e imprigionato e perseguito diversi suoi oppositori, in particolare compagni d’arme della prima ora come Kayumba Nyamwasa, ex capo di stato maggiore dell’esercito fuggito in Sud Africa, dove è stato oggetto di un attentato da cui è riuscito a salvarsi nonostante le ferite riportate. "Kagame è diventato stupidamente arrogante", ha detto Nyamwasa a Jeffey Gettleman, elencando “quelli che considerava i più grandi errori di Kagame, incluso l'ingerenza in Congo e l’epurazione di chiunque fosse in disaccordo con lui” sottolineando altresì di non lasciarsi ingannare dall'aria cerebrale di Kagame, che, in realtà, è piuttosto violento, tanto che “le sue truppe avevano paura di lui e in realtà lo odiavano". Un giudizio nel suo complesso, nelle luci e nelle ombre, certificato dallo stesso Kagame che al termine dell’intervista si è accomiatato sussurrando all’intervistatore: "Dio mi ha creato in un modo molto strano”. Qualche anno dopo, in un’intervista al settimanale Jeune Afrique del maggio 2017, Kagame fa di sé questo autoritratto "sono idealista; voglio il meglio, anche se il meglio non è necessariamente realizzabile. Ma, allo stesso tempo, sono realista e pragmatico. Sono consapevole dei miei limiti... so quello che posso e non posso fare, pur perseguendo l'impossibile. Questo è il mio modo di essere e quello dei ruandesi".

martedì 21 agosto 2018

Italia e Rwanda firmano accordo sul trasporto aereo

Il Ministro Claver Gatete e l'Ambasciatore Domenico Fornara
(foto RNA)
E’ stato firmato ieri a Kigali,  un accordo bilaterale tra Rwanda e Italia per il servizio aereo allo scopo di migliorare le operazioni di volo commerciale tra i due paesi. L’accordo, sottoscrittod al Ministro delle Infrastrutture, Claver Gatete, e dall’Ambasciatore della Repubblica Italiana in Uganda e Rwanda, Domenico Fornara,  prevede che entrambe le parti possano sorvolare i rispettivi territori senza atterrare, nonché di effettuare soste per scopi non di traffico. L'accordo conferisce inoltre i diritti per le compagnie aeree di entrambi i paesi di aprire voli per il trasporto dei passeggeri e delle merci. Non si conoscono ancora le intenzioni di Rwandair, la compagnia aerea di bandiera del Rwanda, circa i collegamenti che andrà ad instaurare con l’Italia e neppure l’eventuale aeroporto d’appoggio.
Riproponiamo, tratto dal libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, un breve profilo della compagnia Rwandair.
In ambito di collegamenti aerei, va ricordato che il Rwanda ha una propria compagnia aerea, la Rwandair, che nel corso del 2017 è sbarcata anche in Europa, in affiancamento alle tratte già in essere. Dall’ottobre 2017 Rwandair opera con tre voli settimanali - martedì, giovedì e venerdì - su Bruxelles. La nuova tratta va a integrarsi con quella con Londra, attivata nei mesi precedenti, ma che aveva subito uno stop a seguito di problemi di visti di transito per i cittadini non appartenenti all’area Schengen. Nuovi accordi con gli aeroporti coinvolti hanno consentito di dare avvio alla nuova tratta Kigali-Bruxelles. I passeggeri con destinazione finale Londra passeranno ora via l'aeroporto di Zaventem a Bruxelles e non avranno bisogno di un visto di transito Schengen, in quanto saranno tenuti a rimanere a bordo dell'aereo. La rotta Kigali-Bruxelles-Gatwick sarà coperta da Airbus A330 di Rwandair, configurati in una cabina di classe tripla e connettività in volo. Nel frattempo, Rwandair ha in programma di lanciare voli per New York e nuove destinazioni asiatiche, a cominciare dalla Cina con cui è previsto il collegamento, a metà 2018, con Guangzhou. Sul continente africano, il vettore nazionale intende avviare nuove rotte per Conakry in Guinea, Bamako in Mali, Lilongwe in Malawi e Durban in Sudafrica che andranno ad affiancarsi alle 24 destinazioni attualmente attive, tra cui Nairobi, Entebbe, Mombasa, Bujumbura, Mumbai, Harare, Lusaka, Juba, Douala, Dar es Salaam, Kilimanjaro, Cotonou, Johannesburg, Dubai, Lagos, Libreville e Brazzaville. Recentemente, la compagnia aerea ha acquisito i suoi primi aerei A330, A330-200 e A330-300 Airbus per aumentare la propria flotta e capacità. La compagnia aerea, certificata IATA Operational Safety Audit, ha trasportato oltre 650.000 passeggeri nel 2016, con previsioni di arrivare a tre milioni nei prossimi cinque anni.

domenica 19 agosto 2018

Il ruolo di Kofi Annan nella tragedia del Rwanda

In occasione della scomparsa dell'ex segretario dell'ONU, Kofi Annan, riprendiamo questo nostro post dell'ottobre 2012, in cui vengono evidenziate le gravi responsabilita' dello stesso Annan nella tragedia del Rwanda.

L'ex segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, intervistato nell'ambito del  programma Outlook della BBC,   ha ammesso  che uno dei suoi più grandi rimpianti è stato il fatto di non essere  stato in grado di impedire l'eccidio del  1994 in Rwanda.
Kofi Annan, che al tempo  era  capo del Dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della  pace, ha spiegato perché è stato difficile fermare le uccisioni. L'ex Segretario Generale dell'ONU ha dichiarato: "Sapevamo che non sarebbe stato possibile ottenere il mandato per  un'azione più decisa in Rwanda, che avrebbe implicato risorse aggiuntive in uomini e donne " oltretutto il dipartimento poteva contare solo su 600 militari. Annan ha descritto la situazione come "molto frustrante, abbiamo ritirato alcuni di coloro che erano sul posto, perché i governi non volevano correre rischi ". "Ed è frustrante perchè come responsabile del mantenimento della pace o anche in qualità di Segretario Generale, sei forte come lo sarebbe uno stato membro. Se non mi danno le truppe e le risorse, non c'è molto che si può fare ", ha detto Annan, aggiungendo amareggiato che  " se nemmeno il genocidio ci ha fatto smuovere, allora cosa diavolo potrebbe indurci ad intervenire?!" esprimendo tutto il disgusto per il basso livello di impegno dimostrato dagli stati membri riguardo alla situazione Rwandese, che si è 8 negli ormai tristemente famosi omicidi di massa.
 In realtà, Kofi Annan, avvertito per tempo  dell'imminenza degli stermini dal suo generale comandante del contitngente ONU in Rwanda, Romeo Dallaire, s'assunse la grave responsabilità di non trasmettere questo allarme al Consiglio di sicurezza.Ritenendo  che l'allarme avrebbe spinto gli stati membri a non fare nulla o a fuggire dal Rwanda, pensò bene di neppure chiedere  "il mandato per un'azione più decisa " di cui parla nell'intervista. Tutti sappiamo quali furono le conseguenze di questa sua scelta. Scaricare tutto e solo sull'ignavia degli stati può forse attenuare il senso di colpa di Kofi Annan,   ma non cancella le sue gravi responsabilità personali che anche da queste ultime dichiarazioni sembra voler allontanare da sè.

mercoledì 15 agosto 2018

Oggi tutti a Kibeho, l'ultimo luogo dove è apparsa la Madonna

Nel giorno in cui migliaia di pellegrini da tutto il mondo convergeranno a Kibeho per celebrare l'assunzione al cielo della Vergine Maria, riproponiamo il video sull'apparizione e tutti i post che sull'argomento sono apparsi sul blog (clicca qui).





giovedì 9 agosto 2018

In Rwanda gli amministratori pubblici misurati sul raggiungimento degli obiettivi

Oggi i leader locali e del governo centrale ruandese firmeranno i nuovi contratti di performance, meglio conosciuti come Imihigo, di fronte al Capo dello Stato, Paul Kagame.La firma dei contratti di prestazione 2018/19 sarà abbinata alla presentazione di un rapporto di valutazione dei contratti di prestazioni dell'anno precedente.I risultati delle prestazioni 2017/18 sono stati compilati dall'Istituto nazionale di statistica del Rwanda (NISR) e dall'Istituto di analisi e ricerca politica (IPAR).La verifica da parte dei richiamati organismi sui  risultati delle prestazioni dello scorso anno, che saranno pubblicati oggi, si basa su risultati scientifici e quindi basati sui fatti, indipendenti e affidabili, a differenza delle precedenti valutazioni basate sulla tecnica di osservazione e sulle ipotesi.Questa è la prima volta che NISR è coinvolto nella valutazione di Imihigo. Il coinvolgimento del NISR è il risultato della richiesta dello scorso anno formulata dal presidente  Kagame, secondo cui la valutazione di Imihigo dovrebbe essere condotta da istituzioni in grado di fornire scientificamente risultati basati sull'evidenza. All'atto della firma dei contratti di prestazione 2018/19, ci saranno anche le premiazioni i per le migliori performances dello scorso anno.
Per conoscere cosa significhi Imihigo nel contesto dell'attuale governance ruandese, riportiamo qui di seguito quanto al riguardo è scritto al capitoo XVI del recente libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, non senza sottolineare come un simile modello gestionale sarebbe quanto mai utile anche da noi.
Fattori di successo della nuova governance

Nel 2014 due giornalisti americani Patricia Crisafulli e Andrea Redmond, a venti anni dalla fine della guerra civile, hanno dato alle stampe un libro che raccontava la storia di successo

venerdì 3 agosto 2018

Allarmismo fuori luogo circa la chiusura di chiese in Rwanda

La chiesa di Bugarama, piccolo villaggio della campagna ruandese
L’Avvenire di ieri, come peraltro altri organi di stampa, riportava la notizia circa la chiusura di 8000 chiese da parte del governo del Rwanda, “per motivi di sicurezza”.Dall’articolo, che si puo’ leggere cliccando qui, si ricava la sensazione che sia in corso un attacco alla libertà religiosa nel paese. Nella realtà i fatti illustrati riguardano per la gran parte situazioni di locali adattati a luoghi di culto di “chiese” fai da te, promosse da pastori improvvisati, spesso più dediti ad estorcere denaro ai propri seguaci che a diffondere un messaggio religioso. L’operazione governativa era iniziata qualche mese fa con la chiusura nella capitale Kigali di ben 700 luoghi di culto, quasi esclusivamente del tipo richiamato, che oltre a non rispettare i livelli di sicurezza minimali, richiesti a locali aperti al pubblico, erano anche fonte di disturbo delle quiete pubblica quando, magari nelle ore serali, diffondevano suoni e canti. Già a giugno, il presidente ruandese Paul Kagame, interpellato dal settimanale Jeune Afrique se con tale iniziativa intendesse dichiarare una  guerra alla religione, rispondeva di no, affermando che “il problema è il seguente: in primo luogo, il numero. Anche se solo a Kigali sono stati chiusi 700 luoghi di culto, ce ne sono altri ancora aperti. Sono ovviamente troppi. La libertà di culto non dovrebbe portare a tale eccesso. Inoltre, vi sono continue lamentele da parte dei residenti circa l'inquinamento acustico proveniente da quelle chiese giorno e notte, nonché la questione della sicurezza per i residenti causata da chiese che non rispettano gli standard. Infine, numerosi casi di estorsione di fondi, racket, crisi familiari causate da attività di pastori estorsori. Era necessario mettere ordine in quella proliferazione di chiese e sostenere regole che regolassero il loro insediamento e funzionamento. Questo è quello che abbiamo fatto”. L’iniziativa si è poi allargata al resto del Paese fino ad arrivare alla chiusura delle richiamate 8000 “chiese”. Al riguardo nostre fonti, interne alla Chiesa cattolica, hanno confermato che i luoghi di culto cattolici e della Chiesa anglicana ruandese sono stati interessati solo in minima parte, là dove esistevano effettivi problemi di sicurezza degli edifici religiosi a cui si e' provveduto a porre rimedio. Chiunque conosca la realtà ruandese sa bene che i luoghi di culto della Chiesa, anche nelle campagne, sono ben costruiti e ben tenuti, così come le molte Case del regno dei testimoni di Geova e diverse moschee. Per questo motivo l’iniziativa governativa non ha turbato più di tanto le autorità ecclesiastiche, alle quali sembra non dispiacere totalmente che si proceda a una certa azione di vigilanza sul proliferare di troppe sette fai da te che chiunque può promuovere dal mattino alla sera. In questo senso, è arrivato anche un provvedimento governativo che prevede che in futuro, con una fase transitoria di 4 anni, i ministri e promotori di gruppi religiosi siano in possesso di una licenza in teologia.Quindi, nessuna guerra di religione. Per ora.