"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

sabato 15 settembre 2018

Kagame concede la grazia a Victoire Ingabire e Kizito Mihigo

Il cantante Kizito all'uscita dal carcere
Il presidente Paul Kagame ha concesso ieri, esercitando le proprie prerogative presidenziali, un'amnistia che ha comportato il rilascio anticipato a oltre 2.000 detenuti condannati per vari crimini.Tra i beneficiari ci sono anche il  musicista Kizito Mihigo ( la sua storia qui), che doveva scontare  una pena di 10 anni per l'accusa di cospirazione, e Victoire Ingabire ( la sua storia qui), che è in detenzione dal 2010 quando era rientrata in Rwanda per candidarsi alle elezioni presidenziali.
Plaudiamo al gesto presidenziale, un importante passo sulla strada di una completa riconciliazione, ricordando quanto auspicato nelle conclusioni del recente libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda qui riportato.
L’ora dell’autocrate ragionevole
La signora Ingabire all'uscita dal carcere
 Un autocrate ragionevole e, per molti, illuminato quale può essere appunto definito Paul Kagame, forte della grande investitura e dell’oggettivo appoggio della stragrande maggioranza dei ruandesi, dovrebbe essere capace, in presenza di un potere ormai consolidato, anche di quei gesti di “benevolenza” che ne affinino l’immagine, soprattutto a livello internazionale, senza che possa essere messa a rischio la sicurezza interna in cui si trova a vivere il Paese. Un politico attento come il presidente ruandese dovrebbe essere capace di alcuni segnali di apertura, che lungi dall'apparire gesti di debolezza ne confermerebbero al contrario l'autorevolezza. Un passo in questa direzione potrebbe tradursi in un gesto di clemenza verso Victoria Ingabire, piuttosto che del famoso cantante Kizito Mihigo condannato a 10 anni di carcere essendo stato riconosciuto colpevole di "complotto contro il governo”. Un allentamento dei forti vincoli imposti ai media e alle voci della società civile e un’interruzione di certe pratiche, che portano alla scomparsa di oppositori più o meno famosi, non inficerebbero né la credibilità, né l’autorevolezza di un leader riconosciuto e consolidato. 

giovedì 13 settembre 2018

Aumentano gli impegni di investimenti esteri in Rwanda

Da  un rapporto del Rwanda Development Board (RDB) emerge  come lo scorso anno il totale degli investimenti realizzati nel Paese – inclusi quelli domestici – sia stato pari a 1,67 miliardi di dollari.Secondo i dati messi a disposizione dalla RDB, il flusso di investimenti esteri in Rwanda è cresciuto nel 2017 di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 1,157 miliardi di dollari.Il flusso di investimenti diretti esteri (FDI/IDE) ha superato, per la prima nel 2017, il miliardo di dollari, un livello superiore a quello di cui sono destinatari i ben più grandi  Kenya e Uganda. La provenienza degli investimenti esteri è illustrata nelle seguente tabella, dalla quale si ricava come l'apporto più significativo provenga dal Portogallo che ha finanziato i lavori di costruzione del nuovo aeroporto di Bugesera da parte della società portoghese Monta-Engil. Il progetto prevede il finanziamento, la costruzione, l'esercizio e la manutenzione dell'aeroporto per un periodo di 25 anni, con un'opzione di estensione di 15 anni.Altri settori destinatari degli investimenti esteri riguardano il comparto minerario, minerario (16%) ed energia (12,2%).
 I dati forniti dal RDB necessitano però di una spiegazione, alla luce dei dati diversi forniti dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD), che pubblica il World Investment Report, che  indica che gli afflussi di investimenti esteri diretti (IED) ammontavano a 366 milioni di dollari nel 2017 - un importo di circa 4,6 volte inferiore a quello fornito da RDB - contro 672 milioni in Kenya e 700 milioni in Uganda.Questa discrepanza è spiegata dal diverso approccio adottato dalle due istituzioni. Se i dati RDB contano gli impegni di investimento, quelli dell'organizzazione internazionale integrano solo i flussi di FDI effettivi. Potrebbe quindi esserci un ritardo, più o meno uno, prima che le somme sollevate dal RDB compaiano sulla scheda Unctad. Come sostenuto dall'OCSE, i FDI sono investimenti "motivati ​​dalla volontà di un'impresa residente in un'economia [...] di acquisire un interesse duraturo in un'impresa [...] residente di un'altra economia". Vi è un interesse duraturo, e quindi un investimento diretto, quando una società detiene almeno il 10% del capitale o dei diritti di voto di una società residente in un paese diverso dal proprio. Secondo il Fondo Monetario, "nostante gli sforzi del governo per attirare gli IDE, questi rimangono al di sotto del 3 per cento del PIL", pur in presenza dei continui miglioramenti del Rwanda nella classifica Doing Business, dove è salito dal 56 ° posto nel 2016 al 41 ° posto nel 2017.

giovedì 6 settembre 2018

Rwanda: per la prima volta l'opposizione entra in parlamento


In attesa di conoscere i risultati definitivi delle recenti elezioni per il rinnovo della Camera, che saranno resi noti solo nei prossimi giorni, va registrato il fatto nuovo: per la prima volta nella storia del Rwanda post 1994, due partiti che non fanno parte della coalizione al potere capeggiata dal FPR, il partito del presidente Kagame, hanno portato propri rappresentanti in parlamento. Il Green Party-Partito verde democratico del Rwanda e il Parti Social- PS-Imberakuri, due partiti che sono stati riconosciuti nel 2010, come prevede la legge, sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5% e hanno eletto due deputati ciascuno nella Camera bassa del Parlamento. I due nuovi parlamentari del Green Party sarebbero Frank Habineza che è anche il presidente del partito e Jean Claude Ntezimana il segretario generale del partito. Per il PS-Imberakuri, dovrebbero risultare eletti: Christine Mukabunani 46, la presidentessa del partito e Jean Claude Ntezirembo.Parlando con The New Times, i leader di entrambe le parti hanno espresso entusiasmo affermando che, mentre si aspettavano di più, almeno sono riusciti a ottenere il 5% richiesto per ottenere seggi in parlamento. Il leader del Green Party,  Frank Habineza, che l'anno scorso aveva corso per la presidenza, ottenendo però un insignificante  0,5 per cento dei voti contro il presidente Paul Kagame ha sottolineato come "si sia in presenza di un passo verso la democrazia" , promettendo altresì che "alzeremo la voce come partito verso la continua democratizzazione del nostro Paese ".

martedì 4 settembre 2018

Avviati a Nyinawimana i lavori del nuovo monastero delle clarisse

La prima pietra

A distanza di circa un anno da quando per la prima volta si parlò di realizzare un nuovo monastero delle clarisse di Kamonyi sulla collina di Nyinawimana nelle diocesi di Byumba, il progetto, a suo tempo promosso con il titolo “Non di solo pane vive l’uomo”, sta prendendo corpo (vedi post precedenti cliccando qui). La prima pietra è stata posata e benedetta il 18 marzo scorso dal vescovo di Byumba, mons Servillien Nakazamita;  ora da poche settimane sono iniziati i lavori veri e propri che, come si vede dalla galleria fotografica, procedono speditamente.Il desiderio della comunità delle clarisse di Kamonyi, guidata da Madre M. Letizia Mukampabuka, subentrata dal 2015 alla fondatrice, l'italiana  suor Chiara Giuseppina Garbugli,  di realizzare un nuovo monastero  in aggiunta al vecchio monastero ormai non   più in grado di accogliere le giovani rwandesi che sempre più numerose chiedono di poter abbracciare la vita monastica, comincia così a trovare realizzazione. Sui terreni messi a disposizione dalla diocesi sulla collina di Nyinawimana, dove fino al 1994 era attiva una comunità di frati francescani, sorgerà inizialmente una struttura atta ad accogliere le prime  monache, una decina, che saranno chiamate, nel tempo, a dare vita a una  nuova comunità.Questa prima struttura, il cui costo è stato preventivato attorno ai 150 milioni di Frw, circa 150.000 euro, in futuro potrà diventare una sorta di foresteria per persone desiderose di momenti di raccoglimento e di preghiera.A sostegno dell’iniziativa, l’Ass.  Kwizera si era mossa per promuovere una raccolta fondi, nella convinzione che anche la missione contemplativa e di preghiera delle clarisse meritasse un convinto sostegno, al pari delle tante opere fin qui portate a termine in loco. A tal fine, l'Ass. Kwizera ha destinato al progetto una somma pari al 5% dei fondi destinati al Rwanda, nella  speranza che l’esempio  potesse essere seguito anche dalla tante associazioni italiane e straniere attive nella diocesi, in modo che il piccolo contributo di ognuno potesse consentire  una grande realizzazione. Perchè, come autorevolmente auspicato da un grande figlio dell'Africa, il card. Robert Sarah, "quasi tutte le organizzazioni caritative in Africa sono impegnate unilateralmente ed esclusivamente nella risoluzione delle situazioni di povertà materiale, ma l’uomo non vive di solo pane" bisogna quindi "incoraggiare a continuare a costruire chiese e seminari e a fornire aiuti per la formazione di sacerdoti, religiosi, religiose e  seminaristi”. 

lunedì 3 settembre 2018

Election day in Rwanda

Circa 7,1 milioni di ruandesi si recheranno oggi alle urne per rinnovare la Camera bassa composta di 80 eletti, di cui 27 espressione di gruppi di interesse speciale [Donne (24), Giovani (2) e Persone con disabilità (1)].Si contenderanno i seggi una coalizione di sette partiti guidati dal partito al potere dal 1994, il Fronte Patriottico del Rwanda, e i altri quattro partiti politici, vale a dire il Partito socialdemocratico (PSD), il Partito liberale (PL), il Partito verde democratico del Rwanda (DGPR) e il Partito sociale (PS) -Imberakuri, oltre a  quattro candidati indipendenti.Il sistema elettorale è proporzionale con soglia di sbarramento al 5%.La tornata odierna è stata preceduta ieri dalle votazioni dei ruandesi della dispora, che hanno votato in 115 seggi presso le varie rappresentanze ruandesi all'estero. Lo stesso  presidente Paul Kagame e la First Lady Jeannette Kagame, in Cina per la partecipazione al Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), hanno votato presso  l'ambasciata del Rwanda a Pechino.Le votazioni odierne hanno avuto un anticipo  ieri quando le persone portatrici di handicap hanno eletto come proprio rappresentante, Eugene Mussolini. Un cognome, ingombrante o impegnativo a seconda dei punti di vista, di cui francamente non sappiamo  come possa essere stato attribuito  49 anni fa a un bambino ruandese. Domani andranno a votare le donne e i giovani per eleggere i rappresentanti di loro pertinenza. Le operazioni di voto vedranno impegnati circa 75.000 volontari distribuiti sui quasi ventimila seggi elettorali in tutto il paese. Una commissione dell'Unione Africana vigilerà sulle operazioni di voto che comporteranno un costo di circa 5 milioni di euro.

giovedì 30 agosto 2018

Le sfide che attendono Kagame

Riportiamo qui di seguito il capitolo conclusivo del libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda.

Le sfide che attendono Kagame
Kagame: leader visionario o dittatore?
Autocrate visionario per gli uni, dittatore sanguinario per gli altri, uno dei 100 uomini più influenti dell’anno 2009 per la rivista Time, artefice, secondo l’ex premier britannico, Tony Blair, grazie alla sua “leadership visionaria”, d’aver reso il Rwanda “stabile, prospero, i cui parametri di scolarità e sanità stanno rapidamente migliorando, e l'economia sta conoscendo un vero boom”. All’opposto il Nobel per l’economia 2015, Angus Deaton, ne ha parlato, cinicamente, in questi termini: “Nel Rwanda di oggi, il presidente Paul Kagame ha scoperto come usare il calcolo utilitaristico di Singer contro la sua stessa gente. Fornendo assistenza sanitaria alle madri e ai bambini ruandesi, è diventato uno dei beniamini dell'industria e un perfetto candidato alla fruizione di aiuti umanitari. Essenzialmente, sta “allevando” i bambini ruandesi, permettendo a un maggior numero di loro di vivere in cambio del sostegno alla sua regola antidemocratica e oppressiva. I grandi flussi di aiuti in Africa a volte aiutano i beneficiari previsti, ma aiutano anche a creare dittatori e forniscono loro i mezzi per isolarsi dai bisogni e dai desideri della loro gente” (1).  Ma chi è veramente Paul Kagame? ’ Ne ha fatto un ritratto, con l’abilità dei grandi giornalisti, Jeffey Gettleman in un articolo (2) comparso il 4 settembre 2013 su The New York Times sotto il titolo “L'uomo forte preferito dall'élite globale”, frutto di un incontro di 4 ore nella residenza presidenziale e dei necessari approfondimenti. Paul Kagame viene così descritto.” Spartano, stoico, analitico e austero, passa regolarmente fino alle 2 o 3 ore del mattino a sfogliare i numeri arretrati di The Economist o a studiare i progressi dei villaggi di terra rossa del suo Paese, alla continua ricerca di modi migliori e più efficienti per allungare il miliardo dollari che il suo governo riceve ogni anno dalle nazioni donatrici che lo ritengono un brillante esempio di ciò che il denaro degli aiuti può fare in Africa…. Si è guadagnato la pessima reputazione di uomo spietato e brutale e, mentre i riconoscimenti si sono accumulati, ha letteralmente fatto collassare il suo popolo e ha segretamente sostenuto gruppi di ribelli assassini nel vicino Congo. Almeno, questo è ciò che un numero crescente di critici dice, inclusi funzionari di alto rango delle Nazioni unite e diplomatici.” I critici di Kagame dicono anche che ha eliminato molti dei media indipendenti del Rwanda e imprigionato e perseguito diversi suoi oppositori, in particolare compagni d’arme della prima ora come Kayumba Nyamwasa, ex capo di stato maggiore dell’esercito fuggito in Sud Africa, dove è stato oggetto di un attentato da cui è riuscito a salvarsi nonostante le ferite riportate. "Kagame è diventato stupidamente arrogante", ha detto Nyamwasa a Jeffey Gettleman, elencando “quelli che considerava i più grandi errori di Kagame, incluso l'ingerenza in Congo e l’epurazione di chiunque fosse in disaccordo con lui” sottolineando altresì di non lasciarsi ingannare dall'aria cerebrale di Kagame, che, in realtà, è piuttosto violento, tanto che “le sue truppe avevano paura di lui e in realtà lo odiavano". Un giudizio nel suo complesso, nelle luci e nelle ombre, certificato dallo stesso Kagame che al termine dell’intervista si è accomiatato sussurrando all’intervistatore: "Dio mi ha creato in un modo molto strano”. Qualche anno dopo, in un’intervista al settimanale Jeune Afrique del maggio 2017, Kagame fa di sé questo autoritratto "sono idealista; voglio il meglio, anche se il meglio non è necessariamente realizzabile. Ma, allo stesso tempo, sono realista e pragmatico. Sono consapevole dei miei limiti... so quello che posso e non posso fare, pur perseguendo l'impossibile. Questo è il mio modo di essere e quello dei ruandesi".

martedì 21 agosto 2018

Italia e Rwanda firmano accordo sul trasporto aereo

Il Ministro Claver Gatete e l'Ambasciatore Domenico Fornara
(foto RNA)
E’ stato firmato ieri a Kigali,  un accordo bilaterale tra Rwanda e Italia per il servizio aereo allo scopo di migliorare le operazioni di volo commerciale tra i due paesi. L’accordo, sottoscrittod al Ministro delle Infrastrutture, Claver Gatete, e dall’Ambasciatore della Repubblica Italiana in Uganda e Rwanda, Domenico Fornara,  prevede che entrambe le parti possano sorvolare i rispettivi territori senza atterrare, nonché di effettuare soste per scopi non di traffico. L'accordo conferisce inoltre i diritti per le compagnie aeree di entrambi i paesi di aprire voli per il trasporto dei passeggeri e delle merci. Non si conoscono ancora le intenzioni di Rwandair, la compagnia aerea di bandiera del Rwanda, circa i collegamenti che andrà ad instaurare con l’Italia e neppure l’eventuale aeroporto d’appoggio.
Riproponiamo, tratto dal libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, un breve profilo della compagnia Rwandair.
In ambito di collegamenti aerei, va ricordato che il Rwanda ha una propria compagnia aerea, la Rwandair, che nel corso del 2017 è sbarcata anche in Europa, in affiancamento alle tratte già in essere. Dall’ottobre 2017 Rwandair opera con tre voli settimanali - martedì, giovedì e venerdì - su Bruxelles. La nuova tratta va a integrarsi con quella con Londra, attivata nei mesi precedenti, ma che aveva subito uno stop a seguito di problemi di visti di transito per i cittadini non appartenenti all’area Schengen. Nuovi accordi con gli aeroporti coinvolti hanno consentito di dare avvio alla nuova tratta Kigali-Bruxelles. I passeggeri con destinazione finale Londra passeranno ora via l'aeroporto di Zaventem a Bruxelles e non avranno bisogno di un visto di transito Schengen, in quanto saranno tenuti a rimanere a bordo dell'aereo. La rotta Kigali-Bruxelles-Gatwick sarà coperta da Airbus A330 di Rwandair, configurati in una cabina di classe tripla e connettività in volo. Nel frattempo, Rwandair ha in programma di lanciare voli per New York e nuove destinazioni asiatiche, a cominciare dalla Cina con cui è previsto il collegamento, a metà 2018, con Guangzhou. Sul continente africano, il vettore nazionale intende avviare nuove rotte per Conakry in Guinea, Bamako in Mali, Lilongwe in Malawi e Durban in Sudafrica che andranno ad affiancarsi alle 24 destinazioni attualmente attive, tra cui Nairobi, Entebbe, Mombasa, Bujumbura, Mumbai, Harare, Lusaka, Juba, Douala, Dar es Salaam, Kilimanjaro, Cotonou, Johannesburg, Dubai, Lagos, Libreville e Brazzaville. Recentemente, la compagnia aerea ha acquisito i suoi primi aerei A330, A330-200 e A330-300 Airbus per aumentare la propria flotta e capacità. La compagnia aerea, certificata IATA Operational Safety Audit, ha trasportato oltre 650.000 passeggeri nel 2016, con previsioni di arrivare a tre milioni nei prossimi cinque anni.

domenica 19 agosto 2018

Il ruolo di Kofi Annan nella tragedia del Rwanda

In occasione della scomparsa dell'ex segretario dell'ONU, Kofi Annan, riprendiamo questo nostro post dell'ottobre 2012, in cui vengono evidenziate le gravi responsabilita' dello stesso Annan nella tragedia del Rwanda.

L'ex segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, intervistato nell'ambito del  programma Outlook della BBC,   ha ammesso  che uno dei suoi più grandi rimpianti è stato il fatto di non essere  stato in grado di impedire l'eccidio del  1994 in Rwanda.
Kofi Annan, che al tempo  era  capo del Dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della  pace, ha spiegato perché è stato difficile fermare le uccisioni. L'ex Segretario Generale dell'ONU ha dichiarato: "Sapevamo che non sarebbe stato possibile ottenere il mandato per  un'azione più decisa in Rwanda, che avrebbe implicato risorse aggiuntive in uomini e donne " oltretutto il dipartimento poteva contare solo su 600 militari. Annan ha descritto la situazione come "molto frustrante, abbiamo ritirato alcuni di coloro che erano sul posto, perché i governi non volevano correre rischi ". "Ed è frustrante perchè come responsabile del mantenimento della pace o anche in qualità di Segretario Generale, sei forte come lo sarebbe uno stato membro. Se non mi danno le truppe e le risorse, non c'è molto che si può fare ", ha detto Annan, aggiungendo amareggiato che  " se nemmeno il genocidio ci ha fatto smuovere, allora cosa diavolo potrebbe indurci ad intervenire?!" esprimendo tutto il disgusto per il basso livello di impegno dimostrato dagli stati membri riguardo alla situazione Rwandese, che si è 8 negli ormai tristemente famosi omicidi di massa.
 In realtà, Kofi Annan, avvertito per tempo  dell'imminenza degli stermini dal suo generale comandante del contitngente ONU in Rwanda, Romeo Dallaire, s'assunse la grave responsabilità di non trasmettere questo allarme al Consiglio di sicurezza.Ritenendo  che l'allarme avrebbe spinto gli stati membri a non fare nulla o a fuggire dal Rwanda, pensò bene di neppure chiedere  "il mandato per un'azione più decisa " di cui parla nell'intervista. Tutti sappiamo quali furono le conseguenze di questa sua scelta. Scaricare tutto e solo sull'ignavia degli stati può forse attenuare il senso di colpa di Kofi Annan,   ma non cancella le sue gravi responsabilità personali che anche da queste ultime dichiarazioni sembra voler allontanare da sè.

mercoledì 15 agosto 2018

Oggi tutti a Kibeho, l'ultimo luogo dove è apparsa la Madonna

Nel giorno in cui migliaia di pellegrini da tutto il mondo convergeranno a Kibeho per celebrare l'assunzione al cielo della Vergine Maria, riproponiamo il video sull'apparizione e tutti i post che sull'argomento sono apparsi sul blog (clicca qui).





giovedì 9 agosto 2018

In Rwanda gli amministratori pubblici misurati sul raggiungimento degli obiettivi

Oggi i leader locali e del governo centrale ruandese firmeranno i nuovi contratti di performance, meglio conosciuti come Imihigo, di fronte al Capo dello Stato, Paul Kagame.La firma dei contratti di prestazione 2018/19 sarà abbinata alla presentazione di un rapporto di valutazione dei contratti di prestazioni dell'anno precedente.I risultati delle prestazioni 2017/18 sono stati compilati dall'Istituto nazionale di statistica del Rwanda (NISR) e dall'Istituto di analisi e ricerca politica (IPAR).La verifica da parte dei richiamati organismi sui  risultati delle prestazioni dello scorso anno, che saranno pubblicati oggi, si basa su risultati scientifici e quindi basati sui fatti, indipendenti e affidabili, a differenza delle precedenti valutazioni basate sulla tecnica di osservazione e sulle ipotesi.Questa è la prima volta che NISR è coinvolto nella valutazione di Imihigo. Il coinvolgimento del NISR è il risultato della richiesta dello scorso anno formulata dal presidente  Kagame, secondo cui la valutazione di Imihigo dovrebbe essere condotta da istituzioni in grado di fornire scientificamente risultati basati sull'evidenza. All'atto della firma dei contratti di prestazione 2018/19, ci saranno anche le premiazioni i per le migliori performances dello scorso anno.
Per conoscere cosa significhi Imihigo nel contesto dell'attuale governance ruandese, riportiamo qui di seguito quanto al riguardo è scritto al capitoo XVI del recente libro Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, non senza sottolineare come un simile modello gestionale sarebbe quanto mai utile anche da noi.
Fattori di successo della nuova governance

Nel 2014 due giornalisti americani Patricia Crisafulli e Andrea Redmond, a venti anni dalla fine della guerra civile, hanno dato alle stampe un libro che raccontava la storia di successo

venerdì 3 agosto 2018

Allarmismo fuori luogo circa la chiusura di chiese in Rwanda

La chiesa di Bugarama, piccolo villaggio della campagna ruandese
L’Avvenire di ieri, come peraltro altri organi di stampa, riportava la notizia circa la chiusura di 8000 chiese da parte del governo del Rwanda, “per motivi di sicurezza”.Dall’articolo, che si puo’ leggere cliccando qui, si ricava la sensazione che sia in corso un attacco alla libertà religiosa nel paese. Nella realtà i fatti illustrati riguardano per la gran parte situazioni di locali adattati a luoghi di culto di “chiese” fai da te, promosse da pastori improvvisati, spesso più dediti ad estorcere denaro ai propri seguaci che a diffondere un messaggio religioso. L’operazione governativa era iniziata qualche mese fa con la chiusura nella capitale Kigali di ben 700 luoghi di culto, quasi esclusivamente del tipo richiamato, che oltre a non rispettare i livelli di sicurezza minimali, richiesti a locali aperti al pubblico, erano anche fonte di disturbo delle quiete pubblica quando, magari nelle ore serali, diffondevano suoni e canti. Già a giugno, il presidente ruandese Paul Kagame, interpellato dal settimanale Jeune Afrique se con tale iniziativa intendesse dichiarare una  guerra alla religione, rispondeva di no, affermando che “il problema è il seguente: in primo luogo, il numero. Anche se solo a Kigali sono stati chiusi 700 luoghi di culto, ce ne sono altri ancora aperti. Sono ovviamente troppi. La libertà di culto non dovrebbe portare a tale eccesso. Inoltre, vi sono continue lamentele da parte dei residenti circa l'inquinamento acustico proveniente da quelle chiese giorno e notte, nonché la questione della sicurezza per i residenti causata da chiese che non rispettano gli standard. Infine, numerosi casi di estorsione di fondi, racket, crisi familiari causate da attività di pastori estorsori. Era necessario mettere ordine in quella proliferazione di chiese e sostenere regole che regolassero il loro insediamento e funzionamento. Questo è quello che abbiamo fatto”. L’iniziativa si è poi allargata al resto del Paese fino ad arrivare alla chiusura delle richiamate 8000 “chiese”. Al riguardo nostre fonti, interne alla Chiesa cattolica, hanno confermato che i luoghi di culto cattolici e della Chiesa anglicana ruandese sono stati interessati solo in minima parte, là dove esistevano effettivi problemi di sicurezza degli edifici religiosi a cui si e' provveduto a porre rimedio. Chiunque conosca la realtà ruandese sa bene che i luoghi di culto della Chiesa, anche nelle campagne, sono ben costruiti e ben tenuti, così come le molte Case del regno dei testimoni di Geova e diverse moschee. Per questo motivo l’iniziativa governativa non ha turbato più di tanto le autorità ecclesiastiche, alle quali sembra non dispiacere totalmente che si proceda a una certa azione di vigilanza sul proliferare di troppe sette fai da te che chiunque può promuovere dal mattino alla sera. In questo senso, è arrivato anche un provvedimento governativo che prevede che in futuro, con una fase transitoria di 4 anni, i ministri e promotori di gruppi religiosi siano in possesso di una licenza in teologia.Quindi, nessuna guerra di religione. Per ora.

mercoledì 1 agosto 2018

L'ONU stanzia 630 milioni di dollari per lo sviluppo quinquennale del Rwanda


E’ stato firmato ieri tra il governo del Rwanda  e l’ONU un accordo che prevede l’erogazione nei prossimi cinque anni di finanziamenti per 630 milioni di dollari a sostegno dello  sviluppo e delle attività umanitarie nel paese. I fondi saranno spesi  per i programmi sostenuti dalle Nazioni Unite rientranti nel secondo piano di assistenza allo sviluppo delle Nazioni Unite per il Rwanda (UNDAPII). UNDAP è un documento di pianificazione strategica delle Nazioni Unite che delinea le aree di supporto dell'ONU all'agenda per lo sviluppo del Paese, per il periodo dal 2018 al 2023. In particolare, il 57% del budget dell'UNDAP coprirà i programmi di sviluppo, mentre il restante 43% sarà destinato all’assistenza umanitaria. La trasformazione sociale prenderà la fetta più grande ( 432 milioni di dollari) seguita dalla trasformazione economica ($ 142,8 milioni) e poi dalla governance trasformazionale ($ 55,6 milioni).Le tre aree sono allineate con l'agenda di trasformazione del paese, in cui il governo si propone  di creare circa 1,5 milioni di posti di lavoro decenti, accelerare l'urbanizzazione, promuovere lo sviluppo industriale e aumentare la qualità dell'agricoltura e dell'allevamento.I finanziamenti delle Nazioni Unite contribuiranno anche a promuovere il piano di sviluppo delle risorse umane del paese e consolidare il buon governo e la giustizia. Da subito sono disponibili circa 250 milioni di dollari.Ricordiamo che, negli ultimi cinque anni, le Nazioni Unite hanno impegnato circa 475 milioni di dollari in attività di sviluppo e umanitarie in Rwanda.

mercoledì 25 luglio 2018

Iniziati i lavori per la realizzazione di un Posto di sanità a Kisaro

Inizio dei lavori
Sono iniziati oggi i lavori per la costruzione di un Posto di sanità nella parrocchia di Kisaro.Si tratta di un presidio sanitario, da costruirsi secondo gli standard governativi che ne prevedono le specifiche dimensionale ed architettoniche, che dovrebbe garantire un servizio di prima consultazione e un dispensario di medicinali ai quasi 4000 abitanti dei villaggi di Rutabo, Rusumo, Kebere e altri, facenti parte della parrocchia di Kisaro.
Posa della prima pietra da parte di Marinella Poggi
All'inizio dei lavori hanno assistito il parroco abbé Lucien Hakizimana, la dottoressa Marinella Poggi e i referenti locali dell'Ass. Kwizera. Era altresì presente un rappresentante del Distretto.La costruzione si svilupperà su un terreno di circa 800 mq acquisito dalla parrocchia con il contributo dell'associazione e sarà composta da 4 locali per una superficie di circa 70 mq, oltre a un locale esterno che ospita i servizi igenici. 
La parte edilizia richiederà un investimento di circa 15.000 euro, compresi i costi di allacciamento per portare l'energia elettrica e l'acqua.Ancora da valutare è l'impegno economico per dotare la struttura delle dotazioni di arredo e di attrezzature mediche necessarie. L'opera è finanziata dalla dottoressa Marinella Poggi in memoria del marito, Alfredo Perotti, recentemente scomparso. All'entrata in funzione, prevista ad inizio autunno, il Posto di sanità entrerà a far parte dei servizi  sanitari gestiti  dalla Diocesi.  

Missione Kwizera 2018 II: dai batwa

Visita medica sul campo

Dal 10 luglio è in missione in Rwanda per conto dell'Ass. Kwizera, la dottoressa Marinella Poggi. Dopo aver trascorso i primi giorni presso il Centro di sanità di Muhura, per prendere contatto con la realtà sanitaria ruandese, Marinella si è trasferita domenica a Byumba. Lunedì mattina, accompagnata dai nostri referenti locali, Bernard, Pascasia  e l'agronomo Jean Claude, si è recata presso la comunità batwa di Kibali per rendersi conto di persona della situazione sanitaria venutasi a creare a seguito di una infezione di tungiasi che aveva colpito diverse persone, soprattutto bambini, come riferito in un precedente post. La situazione si è rivelata meno drammatica del previsto, in quanto le autorità civili erano intervenute somministrando le cure necessarie per contrastare l'infezione, per il tramite del vicino presidio sanitario.

Mai più a piedi nudi
Dal contatto con le famiglie delle comunità e dalle informazioni assunte in una sorta di censimento effettuato dai nostri referenti con l'appoggio di Delphine, l'universitaria batwa di cui abbiamo riferito già in passato, è emersa la necessità di fornire ai  bambini qualche forma di protezione dei piedi, le parti del corpo più facilmente aggredibili dalla pulce che porta la tungiasi. Per questo si è provveduto alla distribuzione di oltre 80 paia di zoccoli in plastica a tutti i bambini della comunità. Per fare il punto su eventuali ulteriori interventi presso la stessa comunità si è tenuto anche un incontro con il responsabile locale della Croce rossa, Jean Damas. Dall'incontro si è avuta la conferma che la Croce rossa cesserà con l'anno in corso di prestare assistenza, compito fin qui svolto in maniera egregia, alle quattro comunità batwa esistenti nelle diocesi di Byumba, per questo siamo stati sollecitati a confermare il nostro impegno nell'assistenza ai progetti agricoli in essere a Kibali, dove opera già in via continuativa il nostro agronomo Jean Claude.

lunedì 23 luglio 2018

Il presidente cinese Xi Jinping in visita in Rwanda

Xi Jinping e signora all'arrivo a Kigali (fotoVillaggio Urugwiro)
Il presidente cinese Xi Jinping è in Rwanda per una visita di due giorni, la prima visita di un capo di stato cinese, a cui farà seguito a breve quella quella del primo ministro indiano Narendra Modi. Al suo arrivo a Kigali, Xi Jinping è stato prodigo di riconoscimenti del percorso fatto dal Rwanda sulla via dello sviluppo, sottolineando come "sotto la guida del presidente Kagame, il Rwanda abbia intrapreso un percorso di sviluppo adatto alle sue realtà, raggiungendo una stabilità sociale a lungo termine e una rapida crescita economica, assumendo altresì  una crescente influenza nella regione e oltre".  Durante la visita saranno firmati 15 memorandum di intese bilaterali (MOU) e accordi culturali ed economici; tra i principali  figurano quelli volti a rafforzare la cooperazione negli investimenti nel commercio elettronico, la cooperazione nel trasporto aereo civile, con la compagnia RwandAir che inaugurerà  nei prossimi mesi  la tratta Kigali- Guangzhou , e la cooperazione per lo sviluppo delle risorse umane.In particolare, saranno firmati accordi per operazioni di ricerche  geologiche, per l'espansione dell'ospedale di Masaka, e per l’accensione di prestiti agevolati per costruire la strada Huye-Kibeho e quella di accesso al Bugesera International Airport. Negli ultimi 12 anni, i cinesi hanno avviato più di 21 progetti di investimento per un valore di 420 milioni di dollari USA in settori  quali il turismo, le miniere, l’ospitalità e le costruzioni.

giovedì 19 luglio 2018

Le realistiche riflessioni di un vescovo sul fenomeno migratorio

Riportiamo qui di seguito la lettera che il Vescovo della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, Mons.Antonio Suetta, ha inviato ai Vescovi per fornire alcune realistiche riflessioni, fortemente radicate all'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, sulla questione immigrazione.
Mons.Antonio Suetta

Carissimi,
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.
Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.

sabato 14 luglio 2018

"Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché..."


Sui problemi sollevati dal fenomeno migratorio riprendiamo dal sito In Terris questa interessante intervista, a cura di Federico Cenci, alla nota africanista prof.sa Anna Bono.

Che i fenomeni migratori di questi anni dall’Africa rappresentino un dramma è ormai comprovato. Masse di persone si avventurano in viaggi disperati, affrontano lunghi e impervi percorsi a piedi, si riversano su barconi alquanto precari e, quando non finiscono negli ostili centri libici o inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, giungono a destinazione senza trovare quell’Eldorado che avevano sognato. Ma se queste ondate migratorie svantaggiano i Paesi di emigrazione, quelli di immigrazione e soprattutto i migranti, bisognerebbe forse intervenire per porre un argine. Ma come? In Terris ne ha parlato con la prof.ssa Anna Bono, africanista ed ex ricercatore in Storia delle Istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!? (ed. Segno, 2017). 
Secondo lei, per affrontare la questione, è fondamentale anzitutto sgombrare il campo dell’analisi da alcuni falsi miti che aleggiano ancora intorno a questo fenomeno.Prof.ssa Bono, anzitutto chi sono gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa?
“Per lo più, oltre l’80 per cento, sono giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di Paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da Paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana…”.
Mediamente qual è la condizione sociale di queste persone?
“Non è facile dirlo perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il Paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi”.

domenica 8 luglio 2018

Il lato artistico del nostro collaboratore ruandese Bernard

Bernard all'opera
Bernard, il nostro prezioso collaboratore che in Rwanda ci aiuta nel seguire le diverse iniziative associative, ci manda questa foto. Testimonia una faccia poco conosciuta del nostro Bernard: quella dell'artista. Nella foto, Bernard, che in passato è stato  insegnante di disegno e arte, è alle prese con i primi colpi di scalpello per la realizzazione di una scultura della Madonna con Bambino che troverà collocazione nella chiesa di Bugarama, dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, come il santuario gemello della Madonna di Grosotto (So). La statua sarà pronta per essere consegnata alla comunità di Bugarama in occasione della prossima missione dell'Ass. Kwizera, come era stato promesso a quella comunità nel febbraio scorso.Attendiamo quindi che Bernard proceda nel suo lavoro, certi che anche questa volta farà un buon lavoro, come dimostrano le diverse opere realizzate in passato nella diocesi di Byumba.

mercoledì 27 giugno 2018

Ingiustificate le critiche alla sponsorizzazione dell'Arsenal

La recente decisione del Rwanda Development Board di promuovere il turismo ruandese, attraverso la  sponsorizzazione, con il logo "Visit Rwanda", della squadra di calcio inglese dell'Arsenal (vedi precedente post), ha suscitato non poche polemiche a livello internazionale, in particolare in Gran Bretagna e in Olanda. L'accusa è quella di aver utilizzato i fondi degli aiuti internazionali per un'operazione di sponsorizzazione sportiva a favore del turismo ruandese, giudicata alla stregua di una spesa voluttuaria, una sorta di capriccio del presidente ruandese, Paul Kagame, noto tifoso del team inglese.Tali critiche risentono di un forte ed inveterato pregiudizio, come se fino a quando il Rwanda dipenderà dagli aiuti internazionali debba limitarsi alle sole spese di stretta necessità, precludendosi ogni sorta di investimento che vada oltre la lotta contro la povertà. Tralasciando che negli anni il Rwanda è andato via via diminuendo la dipendenza dagli aiuti esteri, che sono arrivati, nell'ultimo bilancio previsionale, ad incidere per circa il 16% dell'intero budget di spesa, va sottolineato come qualsiasi azienda al mondo che fattura 440 milioni di dollari (apporto del turismo nel 2017) ha tra le voci di costo anche quella relativa alla promozione del relativo business, sotto diverse forme, tra cui le sponsorizzazioni sportive. Non è dato conoscere il costo puntuale  della sponsorizzazione dell'Arsenal che, secondo esperti della materia, dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 milioni di dollari annui, il che porterebbe il costo della sponsorizzazione ad un 2,2% dell'intero fatturato del comparto turistico ruandese, rientrante ampiamente entro i parametri delle spese di promozione e pubblicità. Si tenga altresì conto che nel 2016 sono entrati in Rwanda 1,4 milioni di turisti (+10 %  sul 2015)  che per il solo  costo del visto d'ingresso, pari a 30 dollari a persona, hanno portato direttamente nelle casse pubbliche  oltre 42 miloni di dollari. Se può essere criticata la scelta del modello di sponsorizzazione, ma questo lo devono dire gli esperti di marketing, non pare  quindi condivisibile la critica sulla spesa, che si configura come un vero e proprio investimento su uno dei principali business del Rwanda, come descritto nel recente libro  Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, di cui riportiamo qui di seguito il paragrafo relativo agli sviluppi e alle potenzialità del comparto che il logo Visit Rwanda intende promuovere.
Kigali hub congressuale continentale
Il progetto di fare di Kigali il polo congressuale se non dell'intero continente africano,

sabato 23 giugno 2018

I flussi migratori vanno regolamentati attraverso la fissazione di quote d'ingresso

In un interessante articolo sul Corsera, Federico Fubini analizzando il trend di crescita dell'Europa e dell'Africa evidenzia come  lo scarto di reddito medio per abitante fra africani subsahariani e europei occidentali era di un dollaro a sette nel 1970 ed è oggi di uno a undici in «dollari internazionali». Significa che anche tenendo conto degli alimenti, degli abiti o della superficie abitabile in più che un dollaro può comprare in Gambia o Nigeria rispetto a Italia o Germania, noi europei in un anno guadagniamo in media 11 volte di più. Come riportato nel grafico, "agli attuali tassi di crescita dell’economia dell’Europa occidentale (2%) e dell’Africa subsahariana (3,5), tra dieci anni noi europei guadagneremo in media dieci volte di più, tra trent’anni oltre sette volte di più (come nel 1970) e tra mezzo secolo guadagneremo 5,5 volte di più.  Solo fra 40 anni i subsahariani si avvicineranno a una soglia di reddito medio alla quale stanno arrivando oggi centinaia di milioni di cinesi. In altri termini, di fronte alla speranza di moltiplicare per sette o per cinque il proprio reddito, nel prossimo mezzo secolo milioni di giovani continueranno a cercare l’Europa.Anche perché la demografia non lascia dubbi. La popolazione a Sud del Maghreb e del Mashreq oggi è di un miliardo e 50 milioni di persone ed ha raggiunto un tasso di crescita record del 2,64% l’anno. Anche immaginando un rallentamento graduale delle nascite, sarà triplicata a 2,9 miliardi tra mezzo secolo. Durante questo periodo gli abitanti della Ue saranno rimasti mezzo miliardo: le proporzioni passano da un europeo ogni due subsahariani a uno ogni 6, e molto di più se si contano solo i giovani. Se poi l’Africa accelerasse a una crescita al 5% l’anno, nel 2048 il reddito pro-capite europeo sarebbe sempre di quasi cinque volte superiore." La conclusione a cui perviene Fubini è che il fenomeno migratorio va governato attraverso più aiuti all’Africa miranti "rigorosamente a creare lavoro per i giovani. Ma alla lunga sarà inevitabile fissare quote e settori di fabbisogno di manodopera in Europa, quindi concedere visti selezionando le persone nelle ambasciate Ue in Africa. Giovanni Peri dell’università di California a Devis ha dimostrato, conti alla mano, che un immigrazione gestita così aumenta — non riduce — il reddito dei lavoratori locali."

lunedì 18 giugno 2018

Il governo presenta il bilancio di previsione 2018/19.

E' stato presentato al parlamento ruandese il progetto di bilancio preventivo per l'anno fiscale 2018/19 che prevede un totale di bilancio di 2.443,5 miliardi di Frw, pari a circa 2,4 miliardi di euro, in aumento di  328,2 miliardi di Frw rispetto all'esercizio precedente.Sul fronte delle entrate, il governo prevede di finanziare il 67,5% del budget 2018-19 attraverso le risorse interne, il 16% attraverso i prestiti e il residuo 16% attingendo agli aiuti esteri.L'apporto delle entrate fiscali è stimato in 1.351,7 miliardi di Frw, con un incremento di 151,4 miliardi di Frw rispetto al dato rivisto del bilancio precedente. Le entrate non fiscali sono stimate in 155,7 miliardi di Frw. Come sottolineato dalla nota società di revisione, KPMG Rwanda, il governo è rimasto coerente nel suo obiettivo di ridurre la dipendenza dagli aiuti e di finanziare il bilancio nazionale interamente con risorse interne.
Il ministro  delle finanze conomica, Uzziel Ndagijimana, ha anche ricordato che le sovvenzioni esterne totali sono stimate a 396,3 miliardi di Frw rispetto ai 352,9 miliardi  del bilancio rivisto del 2017/18 e che i prestiti esterni totali sono stimati a 402,2 miliardi di Frw nel 2018/19 rispetto a 74,9 miliardi di Frw del Budget rivisto per il 2017/18. Ha inoltre ribadito il costante impegno del governo per aumentare le risorse interne al fine di ridurre gradualmente la dipendenza del paese dalle sovvenzioni esterne.
Sul fronte della raccolta fiscale la politica governativa, in luogo di aumentare le tasse, il nuovo bilancio mira a migliorare l'efficienza fiscale, ad aumentare la conformità e ad ampliare la fascia di contribuzione fiscale.Non sono stati annunciati importanti cambiamenti della politica fiscale, nonostante gli obiettivi di aumentare le entrate fiscali inclusi nel bilancio 2018/19.Tuttavia, la Rwanda Revenue Authority (RRA) afferma che si baseranno sulle misure adottate negli ultimi anni e attueranno una serie di riforme amministrative per aumentare l'efficienza.Tra le nuove vie di entrate fiscali vi è un'imposta sulle plusvalenze pari al 5 per cento delle vendite o del trasferimento di azioni. Ciò significa che la vendita diretta e indiretta di azioni in una società ruandese è ora considerata come reddito imponibile.Il budget 2018/2019 sta anche cercando di restringere le restrizioni sulla deduzione delle spese per la determinazione del reddito imponibile.Si prevede inoltre che le importazioni di abbigliamento di seconda mano concorreranno ad aumentare le entrate, poiché le importazioni di vestiti usati saranno tassate a $ 4 / kg  contro il precedente $ 2,5 / kg.I rivenditori di scarpe di seconda mano ora pagheranno $ 5 / kg da $ 0,4 nell'anno fiscale in corso.Questo fa parte di una mossa della comunità dell'Africa orientale per incoraggiare lo sviluppo dell'industria dell'abbigliamento locale. Le politiche di spesa pubblica nell'anno fiscale 2018/19 sono guidate dalle priorità e dagli obiettivi della Strategia nazionale per la trasformazione (NST1), garantendo nel contempo un'allocazione adeguata per migliorare l'erogazione dei servizi in tutti i settori. A tal fine, si prevede che le spese ricorrenti aumenteranno da 1.130,7 miliardi di Frw nel bilancio riveduto del 2017/18 a 1.226,1 miliardi di Frw nell'anno fiscale 2018/19.La spesa per i progetti di sviluppo finanziata a livello nazionale è destinata ad aumentare di 68,3 miliardi di Frw, passando da 481,3 miliardi di FRW nel 2017/18 di bilancio previsto a 549,6 miliardi di FRW nel 2018/19. Con questo aumento, la priorità è completare i progetti in corso e finanziare quelli nuovi come previsto nella Strategia nazionale per la trasformazione (NST1). Presentando il bilancio nazionale 2018-19 alla sessione parlamentare congiunta, il ministro Ndagijimana ha sottolineato che in generale i piani economici incentrati sul bilancio 2018-19 e a medio termine si concentreranno sulla creazione di posti di lavoro attraverso rapida industrializzazione per ridurre l'attuale alto tasso di disoccupazione tra i giovani, da cui il tema: "Industrializzazione per la creazione di posti di lavoro e prosperità condivisa", concordato da tutti i ministri delle finanze della CEA-Comunità dell'Africa Orientale per dimostrare l'impegno totale della regione per la creazione di posti di lavoro.Il progetto di legge finanziaria 2018/19 è conforme al documento quadro di bilancio 2018/19 - 2020/21 presentato al Parlamento il 30 aprile 2018 ed è stato modificato per riflettere le azioni raccomandate dal Parlamento presentate il 30 maggio 2018.

martedì 12 giugno 2018

Kagame a JA chiarisce su rimpatrio migranti di Israele e chiusura di strutture religiose


 La copertina dell'ultimo numero di JA
Nella sua recente intervista a Jeune Afrique, il presidente ruandese Paul Kagame oltre a trattare diversi argomenti come i rapporti con la Francia e con l'Organizzazione internazionale della Francofonia, la riforma dell'Unione Africana, le situazioni del Burundi e della Repubblica democratica del Congo, ha sottolineato con forza la necessità per l'Africa di affrancarsi dalla tutela internazionale per cominciare marciare con le proprie gambe."Meno il mondo si preoccupa di noi, più diventiamo capaci di prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo capire- ha detto Kagame- che il tempo di avere delle babysitter è finito e che non ci svilupperemo mai finché sentiamo un bisogno senza fine per le babysitter europee, americane, asiatiche o di altro tipo. Soprattutto perché queste babysitter implica sempre una forma mascherata di paternalismo". Interessanti sono anche le risposte su due questioni che  sono assurte di recente all'onore della cronaca: l'accordo con Israele sul rimpatrio dei migranti africani e la chiusura di centinaia di strutture religiose in Rwanda.
Jeune Afrique: Ci sono stati molti rapporti sui media su un possibile accordo segreto tra il Rwanda e l'Uganda, da una parte, e Israele, dall'altra, per il trasferimento oneroso al vostro paese di migranti africani di cui Israele voleva liberarsi, prima che la Corte Suprema israelina costringesse  il governo di Benjamin Netanyahu a fermarlo. Cosa ne pensa di questo caso? 
Kagame: È semplice e chiaro Da un lato, i nostri rapporti con Israele sono eccellenti; dall'altra, il Rwanda è stato il primo paese che ha deciso di concedere il visto all'arrivo a tutti i cittadini africani. In questo contesto, la discussione che abbiamo avuto con i funzionari israeliani è stata la seguente: se volevano - per ragioni che riguardano solo loro - espellere i migranti africani, il Rwanda era disponibile a ospitare alcuni di loro, invece di vederli affogare nel Mediterraneo, essere venduti come schiavi in ​​Libia o abbandonati nel deserto del Sinai. Questi migranti avrebbero potuto rimanere temporaneamente in Rwanda, trovare un altro paese ospitante, tornare nei loro paesi d'origine o stabilirsi qui in modo permanente. L'intero processo doveva essere eseguito nel rigoroso rispetto della legge umanitaria internazionale, e non vi è mai stata altra condizione finanziaria per Israele del normale costo della movimentazione dei trasporti e della creazione dell'infrastruttura per ricevere quei rifugiati. La controversia che ha avuto luogo è stata puramente interna a Israele, tra coloro che hanno sostenuto l'espulsione e coloro che si sono opposti con successo a esso. Non eravamo assolutamente coinvolti in questo. Immaginare che il Rwanda abbia cercato di fare soldi sulla schiena della miseria umana è un'assurdità e un insulto.
Jeune Afrique:Tre mesi fa, il suo governo ha chiuso un migliaio di chiese del risveglio e un centinaio di moschee in tutto il Rwanda. Ha dichiarato guerra alla religione?
Kagame: Certamente no. Il problema è il seguente: in primo luogo, il numero. Anche se solo a Kigali sono stati chiusi 700 luoghi di culto, ce ne sono altri ancora aperti. Sono ovviamente troppi. La libertà di culto non dovrebbe portare a tale eccesso. Inoltre, vi sono continue lamentele da parte dei residenti circa l'inquinamento acustico proveniente da quelle chiese giorno e notte, nonché la questione della sicurezza per i residenti causata da chiese che non rispettano gli standard. Infine, numerosi casi di estorsione di fondi, racket, crisi familiari causate da attività di pastori estorsori. Era necessario mettere ordine in quella proliferazione di chiese e sostenere regole che regolassero il loro insediamento e funzionamento. Questo è quello che abbiamo fatto.

lunedì 11 giugno 2018

Open Migration:"Aiutiamoli a casa loro" non serve a contrastare le migrazioni.Sarà vero?

In un recente articolo dal titolo Povertà, migrazioni, sviluppo: un nesso problematico, apparso sul sito Open Migration, l'Ong sostenuta dall'Open Society del chiacchierato finanziere, George Soros,  il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, perviene ad alcune interessanti conclusioni, meritevoli di qualche riflessione. La tesi di fondo, supportata da un'articolata analisi, sostiene  che non sia la povertà a dare origine ai flussi migratori, in quanto chi è poverissimo non riesce a partire non disponendo del denaro necessario a finanziarsi il viaggio. I migranti, in particolare quelli africani, provengono non dai paesi più poveri del continenti, ma da quelli dove si è creata una classe di persone che sono uscite dallo stato di reale povertà e possono disporre dei mezzi per tentare di migliorare la propria situazione cercando fortuna in Occidente: "i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane". Dopo aver messo in dubbio che le migrazioni internazionali possano essere alimentate dai cosiddetti “rifugiati ambientali” vittime dei cambiamenti climatici, "spiegazione affascinante della mobilità umana, e anche politicamente spendibile", ma con scarsi riscontri fattuali, Ambrosini passa a dimostrare come gli aiuti internazionali allo sviluppo non risolvano il problema. Prima di tutto, perchè "se gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri, dovremmo paradossalmente aiutare i paesi in posizione intermedia sulla base degli indici di sviluppo, anziché quelli più bisognosi, i soggetti istruiti anziché i meno alfabetizzati, le classi medie anziché quelle più povere".In secondo luogo, perchè "gli studi sull’argomento mostrano che in una prima, non breve fase lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare. Cresce anzitutto il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere inoltre aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle, anche perché lo sviluppo solitamente inasprisce le disuguaglianze, soprattutto agli inizi. ...Solo in un secondo tempo le migrazioni rallentano, finché a un certo punto il fenomeno s’inverte: il raggiunto benessere fa sì che regioni e paesi in precedenza luoghi di origine di emigranti diventino luoghi di approdo di immigrati, provenienti da altri luoghi che a quel punto risultano meno sviluppati."I dubbi sull'efficacia degli aiuti come contrasto all'emigrazione si alimentano anche dal ruolo delle rimesse degli emigranti come fattore incentivante all'emigrazione. Le rimesse rivestono, infatti, un ruolo importante sia a livello macroeconomico, "26 paesi del mondo hanno un’incidenza delle rimesse sul PIL che supera il 10 per cento" mentre, "a livello micro, le rimesse arrivano direttamente nelle tasche delle famiglie,.....  soldi che consentono di migliorare istruzione, alimentazione, abitazione dei componenti delle famiglie degli emigranti, in modo particolare dei figli, malgrado gli effetti negativi che pure non mancano". Sulla base di questi presupposti l'autore perviene a queste conclusioni. "Dunque le politiche di sviluppo dei paesi svantaggiati sono giuste e auspicabili, la cooperazione internazionale è un’attività encomiabile, rimedio a tante emergenze e produttrice di legami, scambi culturali e posti di lavoro su entrambi i versanti del rapporto tra paesi donatori e paesi beneficiari. Ma subordinare tutto questo al controllo delle migrazioni è una strategia di dubbia efficacia, certamente improduttiva nel breve periodo, oltre che eticamente discutibile. Di fatto, gli aiuti in cambio del contrasto delle partenze significano oggi finanziare i governi dei paesi di transito affinché assumano il ruolo di gendarmi di confine per nostro conto.  Da ultimo, il presunto buon senso dell’“aiutiamoli a casa loro” dimentica un aspetto di capitale importanza: il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro degli immigrati". 
Sgomberiamo  immediatemente il campo dall'ormai logoro richiamo al bisogno da parte dell'Italia del lavoro degli immigrati per giustificare un’immigrazione priva di controlli. Se avesse un reale fondamento, di cui si può legittimammente dubitare a fronte di circa 4 milioni di disoccupati e inoccupati nazionali, il problema potrebbe essere immediatamente risolto con la pianificazione di flussi regolari di migranti,  chiamati da parte di datori di lavoro nazionali, come avveniva prima della crisi del 2007 quando erano concordati con diversi Paesi africani contigenti annuali di flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Ai barconi si sostituirebbero viaggi regolarmente autorizzati e programmaticamente pianificati.  Ma così crollerebbe tutto il modello dell'accoglienza e quello che ci sta dietro. Una seconda osservazione che emerge dal contributo è che  i migranti economici che approdano sulle nostre coste sono persone meno bisognose di quelle che restano nei Paesi di origine. Ne consegue che  il modello dell'accoglienza, perorato da Open Migration,  dimentichi di proposito coloro che, non avendone i mezzi, non è nelle condizioni, volendolo, di mettersi in viaggio verso l'Europa. Si presta attenzione a chi compare nelle cornache dei telegiornali e non a chi non ha voce, distogliendo altresì importanti risorse finanziarie alla cooperazione allo sviluppo perpetrando così una profonda ingiustizia nei confronti degli ultimi. E' questo un aspetto sottovalutato non solo dall'autore e da Open Migration, ma anche, sorprendentemente, dal mondo dell'accoglienza facente riferimento alla Chiesa cattolica. 
Detto questo, ci pare, ma potremmo sbagliarci, che l'autore limitandosi a parlare del modello dell'"aiutiamoli a casa loro"  quale inefficace strumento di governo o, meglio, di contrasto dei flussi migratori, evidenziandone correttamente  alcune fondate  debolezze in questa sua specifica applicazione, eviti volutamente di trattarne le potenzialità quale strumento di cooperazione allo sviluppo scevro da incoffessabili secondi fini.In questo modo, la politica degli aiuti, non finalizzati al contrasto alle migrazioni, viene espulsa dal dibattito sul fenomeno migratorio, lasciando campo libero a un'open migration, come enunciata nella mission della Ong sul cui sito il lavoro è stato pubblicato. Ma, l'operazione di ridurre l'aiutiamoli a casa loro quale mera misura di contrasto alle migrazioni significherebbe che al venir meno del rischio "invasione", le politiche di cooperazione allo sviluppo verrebbero automaticamente meno in quanto non più funzionali allo scopo: l'Africa resterebbe abbandonata a se stessa.Per non parlare di quei Paesi che non essendo interessati ai fenomeni migratori non avrebbero ragioni per mettere in campo politiche di aiuto allo sviluppo. Manca nel contributo del prof. Ambrosini anche solo l'accenno che quell' “aiutiamoli a casa loro” potrebbe e  dovrebbe essere declinato anche in una diversa forma che si sostanzi nella creazione, nei Paesi destinatari degli aiuti internazionali, di condizioni che consentano la costruzioni di realtà statuali capaci di offrire ai propri cittadini prospettive tali che i padri reputino realistica la possibilità per i propri figli di vivere dignitosamente nel proprio Paese. E' quello che cerca di dimostrare  il recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, dove si documenta come gli aiuti abbiano espletato appieno la loro funzione originaria di motore allo sviluppo di un Paese, capace di far rientrare in patria,  all'indomani della tragedia del 1994, due milioni di rifugiati in campi profughi, che mai avrebbero potuto e neppure voluto raggiungere l'Europa, e mettere nelle mani di una governance capace gli strumenti per far incamminare il Paese sulla via dello sviluppo. In ultima analisi, gli aiuti al Rwanda non hanno trovato applicazione secondo le finalità ipotizzate dal prof. Ambrosini,  ma hanno pienamente dispiegata la loro efficacia  nel disinnescare i fattori che  avrebbero potuto favorire l'insorgere di flussi migratori, creando le condizioni per rendere concreto il diritto a non emigrare per i ruandesi. 
Si legga al riguardo l'Introduzione e la Postfazione  del libro.

mercoledì 6 giugno 2018

Nella comunità batwa di Kibali gravi casi di parassitosi della pella

Ci vengono segnalati, nella  comunità batwa di Kibali, diversi casi di  tungiasi, una parassitosi della pelle provocata da una piccola pulce conosciuta con svariati nomi (jiggers, pulce della sabbia, nigua, chica, pico, pique, suthi), i cui effetti sono documentati nelle foto che ci vengono inviate dal nostro agronomo, Jean Claude, impegnato presso quella comunità.La pulce penetra attraverso una puntura nella cute dell’ospite (oltre all’uomo, vari animali domestici) provocando la formazione di una papula pruriginosa e dolorosa che successivamente si ulcera.  La sede preferenziale di queste lesioni è la pianta dei piedi o lo spazio fra le dita. Come descritto in questo sito, è una patologia che tende a colpire principalmente le comunità emarginate, tendenti a vivere in forti condizioni di povertà e dallo scarso tenore igienico sanitario, come appunto la comunità batwa di Kibali.  La tungiasi viene da molti considerata una patologia "trascurata" da politici, case farmaceutiche e istituzioni internazionali. In effetti, ci viene segnalato che i ritardi e le negligenze con cui le autorità locali hanno affrontato il problema sia tra le cause per cui sono stati dimissionati i responsabili amministrativi distrettuali ( vedi post). L'Ass. Kwizera onlus, da anni impegnata presso la comunità batwa di Kibali su diversi progetti, sta approfondendo possibili interventi, d'intesa con la Croce Rossa ruandese, per approntare i primi interventi per contrastare il grave fenomeno, di cui, allo stato, non esistono cure efficaci al di là dell’asportazione chirurgica della lesione contenente i parassiti e nella detersione antisettica della ferita.

lunedì 4 giugno 2018

Nei tribunali ruandesi istituite sezioni speciali per processare casi di corruzione

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della nuova legge n. 012/2018 del 04/04/2018, che determina l'organizzazione e il funzionamento del sistema giudiziario, è stata introdotta a livello di tribunale intermedio una camera specializzata che perseguirà i reati di corruzione e altri reati economici. Nei dodici tribunali intermedi del paese,  dove già esistevano  camere speciali in materia di diritto familiare, di amministrazione e di lavoro, prenderanno il via camere specializzate appunto nei casi di corruzione e di reati economici. Tali reati saranno considerati speciali e attireranno l'attenzione di giudici che riceveranno un addestramento di qualità e avranno più tempo per concentrarsi sulla loro area che comprenderà, oltre alla corruzione, anche  reati come l'appropriazione indebita e il riciclaggio di denaro sporco.La nuova iniziativa del governo ruandese si inquadra nella più ampia politica di "tolleranza zero alla corruzione", uno dei pilastri su cui la  nuova governance ruandese ha costruito la storia di successo del nuovo Rwanda, come descritta nel recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda di cui riportiamo qui di seguito il relativo paragrafo.

La lotta alla corruzione
Tra i fattori determinanti della storia di successo del Rwanda, la lotta alla corruzione