"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

giovedì 19 luglio 2018

Le realistiche riflessioni di un vescovo sul fenomeno migratorio

Riportiamo qui di seguito la lettera che il Vescovo della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, Mons.Antonio Suetta, ha inviato ai Vescovi per fornire alcune realistiche riflessioni, fortemente radicate all'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, sulla questione immigrazione.
Mons.Antonio Suetta

Carissimi,
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.
Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.

sabato 14 luglio 2018

"Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché..."


Sui problemi sollevati dal fenomeno migratorio riprendiamo dal sito In Terris questa interessante intervista, a cura di Federico Cenci, alla nota africanista prof.sa Anna Bono.

Che i fenomeni migratori di questi anni dall’Africa rappresentino un dramma è ormai comprovato. Masse di persone si avventurano in viaggi disperati, affrontano lunghi e impervi percorsi a piedi, si riversano su barconi alquanto precari e, quando non finiscono negli ostili centri libici o inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, giungono a destinazione senza trovare quell’Eldorado che avevano sognato. Ma se queste ondate migratorie svantaggiano i Paesi di emigrazione, quelli di immigrazione e soprattutto i migranti, bisognerebbe forse intervenire per porre un argine. Ma come? In Terris ne ha parlato con la prof.ssa Anna Bono, africanista ed ex ricercatore in Storia delle Istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!? (ed. Segno, 2017). 
Secondo lei, per affrontare la questione, è fondamentale anzitutto sgombrare il campo dell’analisi da alcuni falsi miti che aleggiano ancora intorno a questo fenomeno.Prof.ssa Bono, anzitutto chi sono gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa?
“Per lo più, oltre l’80 per cento, sono giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di Paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da Paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana…”.
Mediamente qual è la condizione sociale di queste persone?
“Non è facile dirlo perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il Paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi”.

domenica 8 luglio 2018

Il lato artistico del nostro collaboratore ruandese Bernard

Bernard all'opera
Bernard, il nostro prezioso collaboratore che in Rwanda ci aiuta nel seguire le diverse iniziative associative, ci manda questa foto. Testimonia una faccia poco conosciuta del nostro Bernard: quella dell'artista. Nella foto, Bernard, che in passato è stato  insegnante di disegno e arte, è alle prese con i primi colpi di scalpello per la realizzazione di una scultura della Madonna con Bambino che troverà collocazione nella chiesa di Bugarama, dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, come il santuario gemello della Madonna di Grosotto (So). La statua sarà pronta per essere consegnata alla comunità di Bugarama in occasione della prossima missione dell'Ass. Kwizera, come era stato promesso a quella comunità nel febbraio scorso.Attendiamo quindi che Bernard proceda nel suo lavoro, certi che anche questa volta farà un buon lavoro, come dimostrano le diverse opere realizzate in passato nella diocesi di Byumba.

mercoledì 27 giugno 2018

Ingiustificate le critiche alla sponsorizzazione dell'Arsenal

La recente decisione del Rwanda Development Board di promuovere il turismo ruandese, attraverso la  sponsorizzazione, con il logo "Visit Rwanda", della squadra di calcio inglese dell'Arsenal (vedi precedente post), ha suscitato non poche polemiche a livello internazionale, in particolare in Gran Bretagna e in Olanda. L'accusa è quella di aver utilizzato i fondi degli aiuti internazionali per un'operazione di sponsorizzazione sportiva a favore del turismo ruandese, giudicata alla stregua di una spesa voluttuaria, una sorta di capriccio del presidente ruandese, Paul Kagame, noto tifoso del team inglese.Tali critiche risentono di un forte ed inveterato pregiudizio, come se fino a quando il Rwanda dipenderà dagli aiuti internazionali debba limitarsi alle sole spese di stretta necessità, precludendosi ogni sorta di investimento che vada oltre la lotta contro la povertà. Tralasciando che negli anni il Rwanda è andato via via diminuendo la dipendenza dagli aiuti esteri, che sono arrivati, nell'ultimo bilancio previsionale, ad incidere per circa il 16% dell'intero budget di spesa, va sottolineato come qualsiasi azienda al mondo che fattura 440 milioni di dollari (apporto del turismo nel 2017) ha tra le voci di costo anche quella relativa alla promozione del relativo business, sotto diverse forme, tra cui le sponsorizzazioni sportive. Non è dato conoscere il costo puntuale  della sponsorizzazione dell'Arsenal che, secondo esperti della materia, dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 milioni di dollari annui, il che porterebbe il costo della sponsorizzazione ad un 2,2% dell'intero fatturato del comparto turistico ruandese, rientrante ampiamente entro i parametri delle spese di promozione e pubblicità. Si tenga altresì conto che nel 2016 sono entrati in Rwanda 1,4 milioni di turisti (+10 %  sul 2015)  che per il solo  costo del visto d'ingresso, pari a 30 dollari a persona, hanno portato direttamente nelle casse pubbliche  oltre 42 miloni di dollari. Se può essere criticata la scelta del modello di sponsorizzazione, ma questo lo devono dire gli esperti di marketing, non pare  quindi condivisibile la critica sulla spesa, che si configura come un vero e proprio investimento su uno dei principali business del Rwanda, come descritto nel recente libro  Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, di cui riportiamo qui di seguito il paragrafo relativo agli sviluppi e alle potenzialità del comparto che il logo Visit Rwanda intende promuovere.
Kigali hub congressuale continentale
Il progetto di fare di Kigali il polo congressuale se non dell'intero continente africano,

sabato 23 giugno 2018

I flussi migratori vanno regolamentati attraverso la fissazione di quote d'ingresso

In un interessante articolo sul Corsera, Federico Fubini analizzando il trend di crescita dell'Europa e dell'Africa evidenzia come  lo scarto di reddito medio per abitante fra africani subsahariani e europei occidentali era di un dollaro a sette nel 1970 ed è oggi di uno a undici in «dollari internazionali». Significa che anche tenendo conto degli alimenti, degli abiti o della superficie abitabile in più che un dollaro può comprare in Gambia o Nigeria rispetto a Italia o Germania, noi europei in un anno guadagniamo in media 11 volte di più. Come riportato nel grafico, "agli attuali tassi di crescita dell’economia dell’Europa occidentale (2%) e dell’Africa subsahariana (3,5), tra dieci anni noi europei guadagneremo in media dieci volte di più, tra trent’anni oltre sette volte di più (come nel 1970) e tra mezzo secolo guadagneremo 5,5 volte di più.  Solo fra 40 anni i subsahariani si avvicineranno a una soglia di reddito medio alla quale stanno arrivando oggi centinaia di milioni di cinesi. In altri termini, di fronte alla speranza di moltiplicare per sette o per cinque il proprio reddito, nel prossimo mezzo secolo milioni di giovani continueranno a cercare l’Europa.Anche perché la demografia non lascia dubbi. La popolazione a Sud del Maghreb e del Mashreq oggi è di un miliardo e 50 milioni di persone ed ha raggiunto un tasso di crescita record del 2,64% l’anno. Anche immaginando un rallentamento graduale delle nascite, sarà triplicata a 2,9 miliardi tra mezzo secolo. Durante questo periodo gli abitanti della Ue saranno rimasti mezzo miliardo: le proporzioni passano da un europeo ogni due subsahariani a uno ogni 6, e molto di più se si contano solo i giovani. Se poi l’Africa accelerasse a una crescita al 5% l’anno, nel 2048 il reddito pro-capite europeo sarebbe sempre di quasi cinque volte superiore." La conclusione a cui perviene Fubini è che il fenomeno migratorio va governato attraverso più aiuti all’Africa miranti "rigorosamente a creare lavoro per i giovani. Ma alla lunga sarà inevitabile fissare quote e settori di fabbisogno di manodopera in Europa, quindi concedere visti selezionando le persone nelle ambasciate Ue in Africa. Giovanni Peri dell’università di California a Devis ha dimostrato, conti alla mano, che un immigrazione gestita così aumenta — non riduce — il reddito dei lavoratori locali."

lunedì 18 giugno 2018

Il governo presenta il bilancio di previsione 2018/19.

E' stato presentato al parlamento ruandese il progetto di bilancio preventivo per l'anno fiscale 2018/19 che prevede un totale di bilancio di 2.443,5 miliardi di Frw, pari a circa 2,4 miliardi di euro, in aumento di  328,2 miliardi di Frw rispetto all'esercizio precedente.Sul fronte delle entrate, il governo prevede di finanziare il 67,5% del budget 2018-19 attraverso le risorse interne, il 16% attraverso i prestiti e il residuo 16% attingendo agli aiuti esteri.L'apporto delle entrate fiscali è stimato in 1.351,7 miliardi di Frw, con un incremento di 151,4 miliardi di Frw rispetto al dato rivisto del bilancio precedente. Le entrate non fiscali sono stimate in 155,7 miliardi di Frw. Come sottolineato dalla nota società di revisione, KPMG Rwanda, il governo è rimasto coerente nel suo obiettivo di ridurre la dipendenza dagli aiuti e di finanziare il bilancio nazionale interamente con risorse interne.
Il ministro  delle finanze conomica, Uzziel Ndagijimana, ha anche ricordato che le sovvenzioni esterne totali sono stimate a 396,3 miliardi di Frw rispetto ai 352,9 miliardi  del bilancio rivisto del 2017/18 e che i prestiti esterni totali sono stimati a 402,2 miliardi di Frw nel 2018/19 rispetto a 74,9 miliardi di Frw del Budget rivisto per il 2017/18. Ha inoltre ribadito il costante impegno del governo per aumentare le risorse interne al fine di ridurre gradualmente la dipendenza del paese dalle sovvenzioni esterne.
Sul fronte della raccolta fiscale la politica governativa, in luogo di aumentare le tasse, il nuovo bilancio mira a migliorare l'efficienza fiscale, ad aumentare la conformità e ad ampliare la fascia di contribuzione fiscale.Non sono stati annunciati importanti cambiamenti della politica fiscale, nonostante gli obiettivi di aumentare le entrate fiscali inclusi nel bilancio 2018/19.Tuttavia, la Rwanda Revenue Authority (RRA) afferma che si baseranno sulle misure adottate negli ultimi anni e attueranno una serie di riforme amministrative per aumentare l'efficienza.Tra le nuove vie di entrate fiscali vi è un'imposta sulle plusvalenze pari al 5 per cento delle vendite o del trasferimento di azioni. Ciò significa che la vendita diretta e indiretta di azioni in una società ruandese è ora considerata come reddito imponibile.Il budget 2018/2019 sta anche cercando di restringere le restrizioni sulla deduzione delle spese per la determinazione del reddito imponibile.Si prevede inoltre che le importazioni di abbigliamento di seconda mano concorreranno ad aumentare le entrate, poiché le importazioni di vestiti usati saranno tassate a $ 4 / kg  contro il precedente $ 2,5 / kg.I rivenditori di scarpe di seconda mano ora pagheranno $ 5 / kg da $ 0,4 nell'anno fiscale in corso.Questo fa parte di una mossa della comunità dell'Africa orientale per incoraggiare lo sviluppo dell'industria dell'abbigliamento locale. Le politiche di spesa pubblica nell'anno fiscale 2018/19 sono guidate dalle priorità e dagli obiettivi della Strategia nazionale per la trasformazione (NST1), garantendo nel contempo un'allocazione adeguata per migliorare l'erogazione dei servizi in tutti i settori. A tal fine, si prevede che le spese ricorrenti aumenteranno da 1.130,7 miliardi di Frw nel bilancio riveduto del 2017/18 a 1.226,1 miliardi di Frw nell'anno fiscale 2018/19.La spesa per i progetti di sviluppo finanziata a livello nazionale è destinata ad aumentare di 68,3 miliardi di Frw, passando da 481,3 miliardi di FRW nel 2017/18 di bilancio previsto a 549,6 miliardi di FRW nel 2018/19. Con questo aumento, la priorità è completare i progetti in corso e finanziare quelli nuovi come previsto nella Strategia nazionale per la trasformazione (NST1). Presentando il bilancio nazionale 2018-19 alla sessione parlamentare congiunta, il ministro Ndagijimana ha sottolineato che in generale i piani economici incentrati sul bilancio 2018-19 e a medio termine si concentreranno sulla creazione di posti di lavoro attraverso rapida industrializzazione per ridurre l'attuale alto tasso di disoccupazione tra i giovani, da cui il tema: "Industrializzazione per la creazione di posti di lavoro e prosperità condivisa", concordato da tutti i ministri delle finanze della CEA-Comunità dell'Africa Orientale per dimostrare l'impegno totale della regione per la creazione di posti di lavoro.Il progetto di legge finanziaria 2018/19 è conforme al documento quadro di bilancio 2018/19 - 2020/21 presentato al Parlamento il 30 aprile 2018 ed è stato modificato per riflettere le azioni raccomandate dal Parlamento presentate il 30 maggio 2018.

martedì 12 giugno 2018

Kagame a JA chiarisce su rimpatrio migranti di Israele e chiusura di strutture religiose


 La copertina dell'ultimo numero di JA
Nella sua recente intervista a Jeune Afrique, il presidente ruandese Paul Kagame oltre a trattare diversi argomenti come i rapporti con la Francia e con l'Organizzazione internazionale della Francofonia, la riforma dell'Unione Africana, le situazioni del Burundi e della Repubblica democratica del Congo, ha sottolineato con forza la necessità per l'Africa di affrancarsi dalla tutela internazionale per cominciare marciare con le proprie gambe."Meno il mondo si preoccupa di noi, più diventiamo capaci di prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo capire- ha detto Kagame- che il tempo di avere delle babysitter è finito e che non ci svilupperemo mai finché sentiamo un bisogno senza fine per le babysitter europee, americane, asiatiche o di altro tipo. Soprattutto perché queste babysitter implica sempre una forma mascherata di paternalismo". Interessanti sono anche le risposte su due questioni che  sono assurte di recente all'onore della cronaca: l'accordo con Israele sul rimpatrio dei migranti africani e la chiusura di centinaia di strutture religiose in Rwanda.
Jeune Afrique: Ci sono stati molti rapporti sui media su un possibile accordo segreto tra il Rwanda e l'Uganda, da una parte, e Israele, dall'altra, per il trasferimento oneroso al vostro paese di migranti africani di cui Israele voleva liberarsi, prima che la Corte Suprema israelina costringesse  il governo di Benjamin Netanyahu a fermarlo. Cosa ne pensa di questo caso? 
Kagame: È semplice e chiaro Da un lato, i nostri rapporti con Israele sono eccellenti; dall'altra, il Rwanda è stato il primo paese che ha deciso di concedere il visto all'arrivo a tutti i cittadini africani. In questo contesto, la discussione che abbiamo avuto con i funzionari israeliani è stata la seguente: se volevano - per ragioni che riguardano solo loro - espellere i migranti africani, il Rwanda era disponibile a ospitare alcuni di loro, invece di vederli affogare nel Mediterraneo, essere venduti come schiavi in ​​Libia o abbandonati nel deserto del Sinai. Questi migranti avrebbero potuto rimanere temporaneamente in Rwanda, trovare un altro paese ospitante, tornare nei loro paesi d'origine o stabilirsi qui in modo permanente. L'intero processo doveva essere eseguito nel rigoroso rispetto della legge umanitaria internazionale, e non vi è mai stata altra condizione finanziaria per Israele del normale costo della movimentazione dei trasporti e della creazione dell'infrastruttura per ricevere quei rifugiati. La controversia che ha avuto luogo è stata puramente interna a Israele, tra coloro che hanno sostenuto l'espulsione e coloro che si sono opposti con successo a esso. Non eravamo assolutamente coinvolti in questo. Immaginare che il Rwanda abbia cercato di fare soldi sulla schiena della miseria umana è un'assurdità e un insulto.
Jeune Afrique:Tre mesi fa, il suo governo ha chiuso un migliaio di chiese del risveglio e un centinaio di moschee in tutto il Rwanda. Ha dichiarato guerra alla religione?
Kagame: Certamente no. Il problema è il seguente: in primo luogo, il numero. Anche se solo a Kigali sono stati chiusi 700 luoghi di culto, ce ne sono altri ancora aperti. Sono ovviamente troppi. La libertà di culto non dovrebbe portare a tale eccesso. Inoltre, vi sono continue lamentele da parte dei residenti circa l'inquinamento acustico proveniente da quelle chiese giorno e notte, nonché la questione della sicurezza per i residenti causata da chiese che non rispettano gli standard. Infine, numerosi casi di estorsione di fondi, racket, crisi familiari causate da attività di pastori estorsori. Era necessario mettere ordine in quella proliferazione di chiese e sostenere regole che regolassero il loro insediamento e funzionamento. Questo è quello che abbiamo fatto.

lunedì 11 giugno 2018

Open Migration:"Aiutiamoli a casa loro" non serve a contrastare le migrazioni.Sarà vero?

In un recente articolo dal titolo Povertà, migrazioni, sviluppo: un nesso problematico, apparso sul sito Open Migration, l'Ong sostenuta dall'Open Society del chiacchierato finanziere, George Soros,  il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, perviene ad alcune interessanti conclusioni, meritevoli di qualche riflessione. La tesi di fondo, supportata da un'articolata analisi, sostiene  che non sia la povertà a dare origine ai flussi migratori, in quanto chi è poverissimo non riesce a partire non disponendo del denaro necessario a finanziarsi il viaggio. I migranti, in particolare quelli africani, provengono non dai paesi più poveri del continenti, ma da quelli dove si è creata una classe di persone che sono uscite dallo stato di reale povertà e possono disporre dei mezzi per tentare di migliorare la propria situazione cercando fortuna in Occidente: "i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane". Dopo aver messo in dubbio che le migrazioni internazionali possano essere alimentate dai cosiddetti “rifugiati ambientali” vittime dei cambiamenti climatici, "spiegazione affascinante della mobilità umana, e anche politicamente spendibile", ma con scarsi riscontri fattuali, Ambrosini passa a dimostrare come gli aiuti internazionali allo sviluppo non risolvano il problema. Prima di tutto, perchè "se gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri, dovremmo paradossalmente aiutare i paesi in posizione intermedia sulla base degli indici di sviluppo, anziché quelli più bisognosi, i soggetti istruiti anziché i meno alfabetizzati, le classi medie anziché quelle più povere".In secondo luogo, perchè "gli studi sull’argomento mostrano che in una prima, non breve fase lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare. Cresce anzitutto il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere inoltre aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle, anche perché lo sviluppo solitamente inasprisce le disuguaglianze, soprattutto agli inizi. ...Solo in un secondo tempo le migrazioni rallentano, finché a un certo punto il fenomeno s’inverte: il raggiunto benessere fa sì che regioni e paesi in precedenza luoghi di origine di emigranti diventino luoghi di approdo di immigrati, provenienti da altri luoghi che a quel punto risultano meno sviluppati."I dubbi sull'efficacia degli aiuti come contrasto all'emigrazione si alimentano anche dal ruolo delle rimesse degli emigranti come fattore incentivante all'emigrazione. Le rimesse rivestono, infatti, un ruolo importante sia a livello macroeconomico, "26 paesi del mondo hanno un’incidenza delle rimesse sul PIL che supera il 10 per cento" mentre, "a livello micro, le rimesse arrivano direttamente nelle tasche delle famiglie,.....  soldi che consentono di migliorare istruzione, alimentazione, abitazione dei componenti delle famiglie degli emigranti, in modo particolare dei figli, malgrado gli effetti negativi che pure non mancano". Sulla base di questi presupposti l'autore perviene a queste conclusioni. "Dunque le politiche di sviluppo dei paesi svantaggiati sono giuste e auspicabili, la cooperazione internazionale è un’attività encomiabile, rimedio a tante emergenze e produttrice di legami, scambi culturali e posti di lavoro su entrambi i versanti del rapporto tra paesi donatori e paesi beneficiari. Ma subordinare tutto questo al controllo delle migrazioni è una strategia di dubbia efficacia, certamente improduttiva nel breve periodo, oltre che eticamente discutibile. Di fatto, gli aiuti in cambio del contrasto delle partenze significano oggi finanziare i governi dei paesi di transito affinché assumano il ruolo di gendarmi di confine per nostro conto.  Da ultimo, il presunto buon senso dell’“aiutiamoli a casa loro” dimentica un aspetto di capitale importanza: il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro degli immigrati". 
Sgomberiamo  immediatemente il campo dall'ormai logoro richiamo al bisogno da parte dell'Italia del lavoro degli immigrati per giustificare un’immigrazione priva di controlli. Se avesse un reale fondamento, di cui si può legittimammente dubitare a fronte di circa 4 milioni di disoccupati e inoccupati nazionali, il problema potrebbe essere immediatamente risolto con la pianificazione di flussi regolari di migranti,  chiamati da parte di datori di lavoro nazionali, come avveniva prima della crisi del 2007 quando erano concordati con diversi Paesi africani contigenti annuali di flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Ai barconi si sostituirebbero viaggi regolarmente autorizzati e programmaticamente pianificati.  Ma così crollerebbe tutto il modello dell'accoglienza e quello che ci sta dietro. Una seconda osservazione che emerge dal contributo è che  i migranti economici che approdano sulle nostre coste sono persone meno bisognose di quelle che restano nei Paesi di origine. Ne consegue che  il modello dell'accoglienza, perorato da Open Migration,  dimentichi di proposito coloro che, non avendone i mezzi, non è nelle condizioni, volendolo, di mettersi in viaggio verso l'Europa. Si presta attenzione a chi compare nelle cornache dei telegiornali e non a chi non ha voce, distogliendo altresì importanti risorse finanziarie alla cooperazione allo sviluppo perpetrando così una profonda ingiustizia nei confronti degli ultimi. E' questo un aspetto sottovalutato non solo dall'autore e da Open Migration, ma anche, sorprendentemente, dal mondo dell'accoglienza facente riferimento alla Chiesa cattolica. 
Detto questo, ci pare, ma potremmo sbagliarci, che l'autore limitandosi a parlare del modello dell'"aiutiamoli a casa loro"  quale inefficace strumento di governo o, meglio, di contrasto dei flussi migratori, evidenziandone correttamente  alcune fondate  debolezze in questa sua specifica applicazione, eviti volutamente di trattarne le potenzialità quale strumento di cooperazione allo sviluppo scevro da incoffessabili secondi fini.In questo modo, la politica degli aiuti, non finalizzati al contrasto alle migrazioni, viene espulsa dal dibattito sul fenomeno migratorio, lasciando campo libero a un'open migration, come enunciata nella mission della Ong sul cui sito il lavoro è stato pubblicato. Ma, l'operazione di ridurre l'aiutiamoli a casa loro quale mera misura di contrasto alle migrazioni significherebbe che al venir meno del rischio "invasione", le politiche di cooperazione allo sviluppo verrebbero automaticamente meno in quanto non più funzionali allo scopo: l'Africa resterebbe abbandonata a se stessa.Per non parlare di quei Paesi che non essendo interessati ai fenomeni migratori non avrebbero ragioni per mettere in campo politiche di aiuto allo sviluppo. Manca nel contributo del prof. Ambrosini anche solo l'accenno che quell' “aiutiamoli a casa loro” potrebbe e  dovrebbe essere declinato anche in una diversa forma che si sostanzi nella creazione, nei Paesi destinatari degli aiuti internazionali, di condizioni che consentano la costruzioni di realtà statuali capaci di offrire ai propri cittadini prospettive tali che i padri reputino realistica la possibilità per i propri figli di vivere dignitosamente nel proprio Paese. E' quello che cerca di dimostrare  il recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, dove si documenta come gli aiuti abbiano espletato appieno la loro funzione originaria di motore allo sviluppo di un Paese, capace di far rientrare in patria,  all'indomani della tragedia del 1994, due milioni di rifugiati in campi profughi, che mai avrebbero potuto e neppure voluto raggiungere l'Europa, e mettere nelle mani di una governance capace gli strumenti per far incamminare il Paese sulla via dello sviluppo. In ultima analisi, gli aiuti al Rwanda non hanno trovato applicazione secondo le finalità ipotizzate dal prof. Ambrosini,  ma hanno pienamente dispiegata la loro efficacia  nel disinnescare i fattori che  avrebbero potuto favorire l'insorgere di flussi migratori, creando le condizioni per rendere concreto il diritto a non emigrare per i ruandesi. 
Si legga al riguardo l'Introduzione e la Postfazione  del libro.

mercoledì 6 giugno 2018

Nella comunità batwa di Kibali gravi casi di parassitosi della pella

Ci vengono segnalati, nella  comunità batwa di Kibali, diversi casi di  tungiasi, una parassitosi della pelle provocata da una piccola pulce conosciuta con svariati nomi (jiggers, pulce della sabbia, nigua, chica, pico, pique, suthi), i cui effetti sono documentati nelle foto che ci vengono inviate dal nostro agronomo, Jean Claude, impegnato presso quella comunità.La pulce penetra attraverso una puntura nella cute dell’ospite (oltre all’uomo, vari animali domestici) provocando la formazione di una papula pruriginosa e dolorosa che successivamente si ulcera.  La sede preferenziale di queste lesioni è la pianta dei piedi o lo spazio fra le dita. Come descritto in questo sito, è una patologia che tende a colpire principalmente le comunità emarginate, tendenti a vivere in forti condizioni di povertà e dallo scarso tenore igienico sanitario, come appunto la comunità batwa di Kibali.  La tungiasi viene da molti considerata una patologia "trascurata" da politici, case farmaceutiche e istituzioni internazionali. In effetti, ci viene segnalato che i ritardi e le negligenze con cui le autorità locali hanno affrontato il problema sia tra le cause per cui sono stati dimissionati i responsabili amministrativi distrettuali ( vedi post). L'Ass. Kwizera onlus, da anni impegnata presso la comunità batwa di Kibali su diversi progetti, sta approfondendo possibili interventi, d'intesa con la Croce Rossa ruandese, per approntare i primi interventi per contrastare il grave fenomeno, di cui, allo stato, non esistono cure efficaci al di là dell’asportazione chirurgica della lesione contenente i parassiti e nella detersione antisettica della ferita.

lunedì 4 giugno 2018

Nei tribunali ruandesi istituite sezioni speciali per processare casi di corruzione

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della nuova legge n. 012/2018 del 04/04/2018, che determina l'organizzazione e il funzionamento del sistema giudiziario, è stata introdotta a livello di tribunale intermedio una camera specializzata che perseguirà i reati di corruzione e altri reati economici. Nei dodici tribunali intermedi del paese,  dove già esistevano  camere speciali in materia di diritto familiare, di amministrazione e di lavoro, prenderanno il via camere specializzate appunto nei casi di corruzione e di reati economici. Tali reati saranno considerati speciali e attireranno l'attenzione di giudici che riceveranno un addestramento di qualità e avranno più tempo per concentrarsi sulla loro area che comprenderà, oltre alla corruzione, anche  reati come l'appropriazione indebita e il riciclaggio di denaro sporco.La nuova iniziativa del governo ruandese si inquadra nella più ampia politica di "tolleranza zero alla corruzione", uno dei pilastri su cui la  nuova governance ruandese ha costruito la storia di successo del nuovo Rwanda, come descritta nel recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda di cui riportiamo qui di seguito il relativo paragrafo.

La lotta alla corruzione
Tra i fattori determinanti della storia di successo del Rwanda, la lotta alla corruzione

mercoledì 30 maggio 2018

Amministratori locali licenziati se non raggiungono gli obiettivi

Il sindaco inaugura l'acquedotto
Si è dimesso nei giorni scorso il sindaco del distretto di Gicumbi, Juvenal Mudaheranwa. Pur motivate per ragioni personali, si tratta in realtà di un vero e proprio licenziamento deciso dal Consiglio consultivo distrettuale, il più alto organo decisionale a livello distrettuale, dopo che un audit  condotto su diversi progetti nel distretto aveva accertato diversi ritardi  sull’attuazione di progetti di sviluppo in programma. La mancata giustificazione di questi ritardi da parte del responsabili ha comportato il loro licenziamento. In particolare sono stati evidenziati ritardi nella costruzione del Nyamiyaga Health Center e di Rubaya Road, e sul mancato avvio, nonostante il completamento, del mercato Rubaya. Forse l’unico risultato portato a casa dal sindaco è stato l’acquedotto di Rubaya, finanziato dall’ass. Kwizera, che proprio lo stesso sindaco aveva inaugurato il gennaio scorso. Il caso del sindaco di Gicumbi non è il solo; infatti, nell’ultimo periodo, quasi un terzo dei sindaci si è dimesso. Mentre quasi tutti hanno citato "motivi personali" come  ragione  delle dimissioni, in realtà le ragioni sono altre: si tratta piuttosto di un segnale che i cittadini chiedono responsabilità ai loro leader e pretendono dagli stessi risultati della loro attività amministrativa. In mancanza di risultati gli amministratori vengono accompagnati alla porta. Il fenomeno delle dimissioni viene vissuto in Rwanda come un momento di trasparenza in cui gli amministrati dovrebbero essere messi nelle condizioni di conoscere le motivazioni che hanno portato a tale passo, senza nascondersi dietro il paravento dei “motivi personali”; in particolare, dovrebbero essere evidenziati gli obiettivi non raggiunti, così che sia chiara la situazione anche per chi subentra nel'amministrazione.

giovedì 24 maggio 2018

Il Rwanda sponsor turistico dell'Arsenal

Il Rwanda ha sottoscritto, attraverso il Rwanda Development Board, un accordo di sponsorizzazione della maglia  con la squadra di calcio inglese dell’Arsenal, militante nella  Premier League.Il club, uno dei più grandi al mondo, promuoverà il turismo, gli investimenti e il calcio nella nazione dell'Africa orientale con un accordo triennale.Il logo "Visit Rwanda" sarà presente sulla manica sinistra per tutte le partite della prima squadra, under 23 e dell'Arsenal Women.
I giocatori dell'Arsenal visiteranno il Rwanda e gli allenatori dei club ospiteranno campus per supportare lo sviluppo del gioco nel paese."Siamo entusiasti di collaborare con l'Arsenal e di mostrare la vitalità e la bellezza del nostro paese", ha dichiarato l'amministratore delegato del Rwanda Development Board, Clare Akamanzi, invitando a "visitare il Rwanda e scoprire perché siamo la seconda economia in più rapida crescita in Africa". Al momento, non si conoscono i dettagli finanziari dell'accordo con il Consiglio per lo sviluppo del Rwanda. Emirates, la più grande compagnia aerea a lungo raggio del mondo, paga $ 40 milioni a stagione per essere il principale sponsor della maglia in un accordo che scade l'anno prossimo, secondo il quotidiano britannico Mirror.L'Arsenal, con sede a Londra, è la sesta più grande squadra di calcio del mondo, con un fatturato di 488 milioni di euro (572 milioni di dollari) nella stagione 2016-17, secondo Deloitte LLP. È quotata alla NEX Exchange di Londra e ha un valore di mercato di $ 2,9 miliardi. Azionista di maggioranza è il miliardario americano Stan Kroenke, proprietario dei Los Angeles Rams della National Football League. Da parte ruandese ci si aspetta dalla sponsorizzazione  un ulteriore incremento dei flussi turistici nel Paese che ha avuto 1,3 milioni di visitatori nel 2017, di cui 94.000 hanno visitato i tre parchi nazionali di Nyungwe, Akagera e dei Vulcani. Il turismo ha generato 90.000 posti di lavoro ed è il principale percettore di valuta estera del Rwanda.  Nella scelta dell'Arsenal, oltre all'oggettivo richiamo del brand della squadra, la cui maglia si calcola venga vista da 35 milioni di persone nel mondo ogni giorno, c'è sicuramente lo zampino del presidente ruandese Paul Kagame, grande tifoso della squadra londinese, che non ha mancato di criticare il manager di lunga data, Arsene Wenger,  per la mancanza di successi della squadra negli ultimi dieci anni.Forse avrà maggiori soddisfazioni dal nuovo manager, lo spagnolo Unai Emery, ex allenatore del Paris Saint-Germain, che è stato ingaggiato proprio in questi giorni.

mercoledì 16 maggio 2018

Finalmente la CEI s'accorge che "aiutarli a casa loro" non significa scaricare il problema


La Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI ha indirizzato alle comunità cristiane la lettera “Comunità accoglienti, uscire dalla paura”. Il documento arriva in occasione del 25° anniversario del precedente, “Ero forestiero e mi avete ospitato” (1993). Nella lettera si leggono, finalmente, parole di  sano realismo sul fenomeno migratorio.Si riconoscono, infatti, gli oggettivi limiti posti all'accoglienza dalle condizioni che sta vivendo il Paese là dove nella lettera si scrive: “Siamo consapevoli che nemmeno noi cristiani, di fronte al fenomeno globale delle migrazioni, con le sue opportunità e i suoi problemi, possiamo limitarci a risposte prefabbricate, ma dobbiamo affrontarlo con realismo e intelligenza, con creatività e audacia, e al tempo stesso, con prudenza, evitando soluzioni semplicistiche. Riconosciamo che esistono dei limiti nell’accoglienza”. E ancora,  “Al di là di quelli dettati dall’egoismo, dall’individualismo di chi si rinchiude nel proprio benessere, da una economia e da una politica che non riconosce la persona nella sua integralità, esistono limiti imposti da una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose. Siamo, inoltre, consapevoli che il periodo di crisi che sta ancora attraversando il nostro Paese rende più difficile l’accoglienza – si legge nella lettera - perché l’altro è visto come un concorrente e non come un’opportunità per un rinnovamento sociale e spirituale e una risorsa per la stessa crescita del Paese”.
I vescovi ribadiscono altresì, alla luce del costante insegnamentoo della Dottrina sociale della Chiesa, dopo che solo  pochi mesi fa sul portale della CEI era comparso l'infelice slogan   "aiutiamoli a casa loro significa scaricare il problema", che « il primo diritto è quello di non dover essere costretti a lasciare la propria terra. Per questo appare ancora più urgente impegnarsi anche nei Paesi di origine dei migranti, per porre rimedio ad alcuni dei fattori che ne motivano la partenza e per ridurre la forte disuguaglianza economica e sociale oggi esistente».
Diritto che non può certo essere alimentato dal modello, fin qui oggettivamente privilegiato anche in seno alla comunità ecclesiale, di una  comoda e passiva accoglienza, quando non anche lucrosa, di poche decine di migliaia di migranti economici, dimenticandosi del destino delle centinaia di milioni di persone del sud del mondo che  vogliono essere aiutati a vivere nella loro terra.Finalmente, viene riconosciuta legittimità  anche al lavoro dei tanti volontari, in gran parte provenienti dal mondo cattolico,  impegnati nei paesi in via di sviluppo per dare concretezza al richiamato diritto a non emigrare a quelle popolazioni. 
Meglio tardi che mai! 

lunedì 14 maggio 2018

Il modello Rwanda come esempio per il futuro dell'Africa


Riprendiamo dal quotidiano La Provincia di Sondrio l'articolo dedicato all'uscita de Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda.

Quattordici viaggi in Rwanda  dal 2003 ad oggi come volontario dell’associazione Kwizera hanno portato il pensionato grosino, Martino Ghilotti, 69 anni, ex dirigente bancario ad una considerazione "L’Africa può ripartire grazie agli aiuti internazionali e da una buona governance locale. Il modello Rwanda ne è una conferma". E’ uno dei capisaldi della sua fresca opera letteraria “Aiutiamoli a casa loro. Il modello Rwanda”  pag 296 ed. Amazon, (€ 15 cartaceo e €4,99ebook). Ovviamente un  titolo simile, che in Italia è uno slogan politico ben definito non può lasciare indifferenti, sembra una presa di posizione sull’accoglienza, tema tanto in auge nel nostro Paese dopo l’ondata di profughi."Non ci sono giovani ruandesi  tra i migranti che sbarcano dai barconi. E questo perché qualcuno, in anticipo di anni sui primi barconi solcanti il Mediterraneo, li ha aiutati a casa loro: dalle grandi istituzioni internazionali ai paesi donatori, dalle grandi Ong fino alla più piccola delle onlus e all’ultimo dei volontari", spiega Ghilotti.

Percorsi di solidarietà 
"Il mio è un libro che dovrebbero leggere, indistintamente: i fautori dell’aiutiamoli a casa loro da una parte; quelli dell’accoglienza, priva di regole e di realistiche prospettive, dall’altra. I primi per dare un qualche contenuto fattuale al loro slogan, magari facendolo evolvere in  “esportazione della solidarietà”, auspicata dall’economista Alberto Quadrio Curzio, che dovrebbe declinarsi, come citato nel libro, su due filiere: “quella economica, che va dall’istruzione, alla infrastrutturazione, all’industrializzazione, alla imprenditorialità; quella civile, che va dalla scuola, alla sanità, alla salute, alla demografia, alla parità di genere, alla sicurezza. Gradualmente questi due percorsi di solidarietà economica e civile (Sec) dovrebbero portare infine alla democrazia nei Paesi che mai l’hanno avuta.” 

Rispondere alle sfide
"I secondi, i fautori dell’accoglienza, per rendersi conto che è impossibile rispondere alle sfide epocali, che ci vengono dalle centinaia di milioni di persone del sud del mondo, semplicemente prendendosi comoda cura di poche decine di migliaia di migranti economici". Un libro che ha la sua forza nella concretezza dei numeri, anche quelli riportati nella postfazione, che fanno sinceramente meditare, in cui si mette a confronto l’uso alternativo delle scarse risorse disponibili tra l’accoglienza e gli aiuti allo sviluppo. 
"Un libro- spiega l’autore- che ci costringe, finalmente, ad alzare lo sguardo dal bagnasciuga di Lampedusa per guardare oltre l’orizzonte e misurarsi con l’immenso continente.  Si stanno  creando in Rwanda le condizioni perché il diritto a rimanere non sia un vuoto slogan, ma una reale alternativa, e la tentazione di migrare non faccia breccia nei giovani ruandesi". 

Ultimi dati dell'UNHCR su rifugiati e richiedenti asilo presenti in Rwanda


Secondo recenti statistiche rilasciate dall'UNHCR, a fine  marzo 2018, in Ruanda cerano 177.369 rifugiati e richiedenti asilo. Di questi, 92.840 sono rifugiati burundesi, 75.162 rifugiati congolesi, 8.727 richiedenti asilo e 640 rifugiati provenienti da vari altri paesi. Quasi il 50% dei rifugiati e richiedenti asilo sono minori di 18 anni. Due campi profughi per rifugiati congolesi sono stati istituiti rispettivamente nel 1996 e nel 1997, rispettivamente a Byumba e nei pressi di Gatsibo, dove recentemente si sono avuti due successivi atti di ribellione soffocati nel sangue ( una decina sono i morti) dalle forze di sicurezza ruandesi,  e gli altri tre campi sono stati istituiti nel 2005, 2012 e 2014. Nel 2012, l'UNHCR ha preso pieno responsabilità per la risposta dei rifugiati congolesi. Tuttavia, dal momento che sono attesi ulteriori 10.000 rifugiati congolesi nel 2018, l'UNICEF ha iniziato la pianificazione di emergenza e il preposizionamento delle forniture.Il campo di Mahama ospita attualmente 57.407 rifugiati burundesi, mentre i tre centri di accoglienza (Bugesera, Nyanza e Gatore) ospitano un totale di 2229 rifugiati burundesi. Per la prima volta, il nuovo centro di transito di Nyarushishi ha ricevuto 399 nuovi arrivi dal Burundi durante questo periodo di riferimento. Inoltre, ci sono 34.922 rifugiati burundesi nelle aree urbane di Kigali e Huye.Ci sono 21.451 rifugiati che sono particolarmente vulnerabili a causa di gravi condizioni mediche, disabilità e coloro che sono minori non accompagnati o separati secondo l'UNHCR.

giovedì 3 maggio 2018

Progetto Mikan Baby: la consegna delle prime capre

Il I gruppo delle ragazze madri di Kisaro
Con la consegna di una capretta a ognuna delle 25 giovani facenti parte del primo gruppo,  avviato all'interno della parrocchia  di Kisaro, ha preso il via oggi il Progetto Mikan Baby rivolto alla ragazze madri. Il nuovo progetto parte sotto i migliori auspici forte anche di un’organizzazione che ha messo a frutto la precedente esperienza del Progetto Mikan.Per cominciare, la scelta delle prime 25 beneficiarie è stata fatta sulla base di un sorteggio fra le 50 ragazze madri che erano state individuate per l’avvio di questo progetto pilota. Le prime 25 ragazze madri hanno formato un gruppo Mikan Baby, denominato  "TWITEZIMBERE MURI KRISTU"-“Progrediamo in Cristo”, e hanno quindi eletto il consiglio di direttivo di questo gruppo composto da:  presidente, segretario e tesoriere del gruppo, oltre che da un comitato consultivo di 3 persone. I responsabili del gruppo dovranno anche farsi promotori, oltre che della corretta gestione del progetto delle capre, anche di altre attività, in agricoltura o nel commercio di prodotti agricoli, in grado di generare qualche forma di reddito atto a soddisfare i bisogni familiari delle aderenti al gruppo e a non sentirsi isolate dalla società o dalle loro famiglie.  Le prime destinatarie delle capre si sono immediatamente impegnate, attraverso un vero e proprio contratto, sottoscritto alla presenza del vice parroco e di un rappresentante di villaggio, a consegnare alle altre ragazze il primo capretto entro la scadenza di 14 mesi. La giornata era iniziata di prima mattina con la celebrazione della Messa, celebrata dall'Abbè Fidéle Ndereyimana, responsabile della Pastorale Giovanile nella Parrocchia di Kisaro, che oltre a creare uno spirito di solidarietà e di incoraggiamento morale nel cuore di queste giovani madri, ha attestato la vicinanza della Chiesa alle loro necessità morali e materiali. Alla giornata hanno presenziato il parroco di Kisaro, l’abbé Lucien Hakizimana, e il responsabile del progetto per conto dell’Ass. Kwizera, l’agronomo Jean Claude Ndazigaruye.

mercoledì 2 maggio 2018

Urge cambiare registro nelle politiche di sostegno allo sviluppo

Non mancheranno di suscitare vivaci discussioni le conclusioni a cui è giunta una commissione presieduta dall’ex primo ministro britannico, David Cameron, promossa dalla London School of Economics e dall'Università di Oxford, avente a oggetto "Fragilità dello stato, crescita e sviluppo". La commissione, formata da studiosi esperti di dinamiche di sviluppo, fra cui il prof. Paul Collier e il ruandese Donald Kaberuka in qualità di vice di Cameron, ha rassegnato un rapporto Escaping the fragility trap in cui si sostiene che le nazioni sviluppate che cercavano di aiutare quelle fragili hanno commesso diversi errori e sottolinea come i donatori internazionali dovrebbero smettere di affermare le proprie priorità irrealistiche e adottare invece un approccio più pragmatico e paziente per aiutare gli stati "fragili" che stanno cercando di porre fine al conflitto e raggiungere stabilità.In passato hanno, infatti,  promosso le "migliori pratiche" delle nazioni occidentali in paesi privi di sicurezza di base, di capacità di governo adeguate, di un plausibile funzionamento del settore privato e caratterizzate dalla presenza di società divise, richiedendo rapide elezioni multipartitiche e spesso politiche impopolari e dure, sostenute da istituzioni finanziarie globali come il Fondo Monetario Interazionale, che hanno sortito spesso risultati estremamente negativi. Perché forzare gli eventi, anche promuovendo le elezioni multipartitiche subito dopo i grandi sconvolgimenti, non funziona. Infatti, le elezioni convenzionali possono inavvertitamente indebolire i controlli e gli equilibri consegnando il potere a gruppi di maggioranza, in assenza di una previa costruzione di efficaci controlli ed equilibri di fiducia all'interno della società in grado di conferire legittimità al vincitore dichiarato. Il Rapporto guarda anche alle conseguenze più ampie che la fragilità di uno stato può avere sul più ampio contesto internazionale, perché oltre a condannare  le persone alla povertà; è alla base dei fenomeni migratori e di altri quali pirateria, tratta di esseri umani e proliferare del terrorismo. I soggetti esterni interessati a stabilizzare un paese fragile dovrebbero essere più interessati alla versione indigena dei pesi e contrappesi, ai meccanismi per costruire la coesione nazionale piuttosto che alla corsa verso la democrazia rappresentativa praticata in Occidente.

lunedì 23 aprile 2018

Ass. Kwizera: 7.244 euro dal 5x1000 dell'anno 2016

Sono stati resi noti nei giorni scorsi dall'Agenzia delle Entrate gli elenchi dei beneficiari del 5x1000 riferito all'anno 2016. Le liste degli ammessi e degli esclusi, con gli importi attribuiti agli enti che hanno chiesto di accedere al beneficio, sono consultabili sul sito dell’Agenzia delle Entrate, cliccando qui.  In totale i beneficiari sono 48.966 enti facenti capo ai settori del  mondo del volontariato, con 40.742 enti,  alle associazioni sportive dilettantistiche (7.698),  agli enti impegnati nella ricerca scientifica (418) e  al settore della sanità (108). Presenti anche i Comuni (in tutto 8.096) ai quali, per il 2016, sono destinati 15,2 milioni di euro. Nel campo del volontariato la parte del leone la fanno Emergency, con 13,5 milioni di euro, seguita da Medici senza Frontiere, (scelta da quasi 279mila contribuenti) con un importo di oltre 11,4 milioni di euro.L'Associazione Kwizera onlus, nel suo piccolo, è stata scelta da 243 contribuenti che hanno permesso l'assegnazione di un importo complessivo di 7.244,81 euro, in leggera diminuzione rispetto a quello dell'anno precedente che ammontava a 7.605,14 euro.
Grazie a tutti coloro che hanno destinato il loro 5x1000 all'Ass. Kwizera.
All'approssimarsi delle prossime scadenze fiscali, rinnoviamo l'appello a firmare  anche per il  2018, ricordando a tutti i contribuenti la facoltà di destinare il 5x1000 delle proprie imposte semplicemente apponendo la propria firma nell'apposito spazio previsto sul moduli di denuncia dei redditi e inserendo il Codice Fiscale dell'Associazione 90006470463.
L'intero importo sarà investito in Rwanda in progetti seguiti dall'Associazione Kwizera, in particolare, come per l'anno passato, nel Progetto Amazi, che prevede la distribuzione di cisterne alle comunità di villaggio per la raccolta dell'acqua piovana.

sabato 21 aprile 2018

Abi, 75% immigrati in Italia ha un conto corrente. Ma in Rwanda sono già al mobile money

Tre stranieri residenti in Italia su quattro (75%), pari a oltre 2,7 milioni, sono titolari di un conto corrente e di questi quasi uno su tre 'accede' in banca tramite smartphone o tablet. E' quanto emerge dall'indagine dell'Osservatorio Nazionale sull'Inclusione Finanziaria dei migranti, progetto nato dalla collaborazione fra Abi e ministero dell'Interno e giunto al settimo anno di attività.L’enfasi con cui l’Abi ha dato la notizia sottintende una sottile venatura razzista, come se persone che vengono dall’Africa dovessere necessariamente essere degli analfabeti bancari e digitali.Se solo fossero stati a conoscenza del livello sofisticato dell’uso del denaro, anche in forma digitale, raggiunto in un paese come il Rwanda, forse la comunicazione sarebbe stata più misurata. Al proposito riportiamo il paragrafo dedicato al mobile money nel recente libro Aiutiamoli a casa loro.Il modello Rwanda di cui abbiamo ampiamente riferito in precedenti post.

Il mobile money
Dal 2013, le banche ruandesi vedono insidiate la loro attività tradizionale di trasferimento fondi, soprattutto nelle zone rurali, dalle piattaforme di mobile money predisposte dagli operatori telefonici MTN e Tigo. Oltre al trasferimento di denaro tra clienti e da un luogo all'altro del Paese, il mobile money consente anche il pagamento immediato delle bollette elettriche e dell'acqua, delle tasse scolastiche, fino al pagamento delle corse in mototaxi e dei parcheggi. Le banche, anche quelle che dispongono del servizio di mobile banking, si rendono conto dell'insidia portata al loro business e cercano quindi accordi di partnership con le aziende di telecomunicazioni per cercare di disinnescare una simile concorrenza. Secondo gli operatori di telefonia il servizio mobile money non deve essere visto come un concorrente delle banche, ma da catalizzatore per i servizi offerti dalle banche, nell'interesse dei consumatori ruandesi che potranno così beneficiare di una maggiore convergenza tra i servizi bancari tradizionali e la mobilità che la telefonia mobile offre. Per le banche si tratta di acquisire come clienti bancari gli utilizzatori esclusivi del mobile money. Un primo passo in tal senso è stato fatto dall'Airtel, il terzo operatore telefonico ruandese, che ha lanciato un servizio inter-switch che permetterà ai possessori di cellulari, attraverso una piattaforma mobile integrata, di accedere ai propri conti bancari 24 ore su 24, offrendo la possibilità di fare operazioni on line in tempo reale. A partire dal 2015, ai tradizionali pagamenti si è affiancato anche quello delle imposte di competenza. Il nuovo servizio va ad affiancare servizi già in essere che vedono, tra l'altro, la possibilità di presentare la dichiarazioni fiscale su base elettronica. I contribuenti possono pagare un minimo di Rwf 100 e un massimo di Rwf 2.000.000 (pari a circa 2.000 euro) su base giornaliera. Uno schema innovativo che favorirà l'utilizzo delle piattaforme di dichiarazione fiscale on line esistenti, consentendo soprattutto alle PMI di pagare istantaneamente le tasse tramite telefoni cellulari. Nello stesso 2015, MTN Rwanda ha siglato un accordo con Western Union, leader mondiale nel trasferimento di denaro al di fuori del canale bancario, per consentire ai ruandesi che vivono all'estero di inviare denaro direttamente ai telefoni cellulari dei loro parenti in Rwanda che già utilizzano il servizio di mobile money. Mentre l'app mobile di Ecobank consente ai clienti di inviare e ricevere pagamenti istantanei da e per 33 nazioni africane. A giugno 2017, con oltre 3,37 milioni di abbonati al servizio di mobile money e una diffusione capillare sul territorio di 83.550 concessionari, il servizio pagamenti elettronici sta letteralmente esplodendo. Gli utenti di mobile banking registrati sono aumentati a 1.041.430 (più 20% su giugno 2016). In un anno i pagamenti in forma elettronica di diversi servizi pubblici (tasse scolastiche, acqua e luce, assicurazioni), il Payments to Government (P2G), sono cresciuti del 355%, da 71.655 di giugno 2016 a 326.210 transazioni a giugno 2017 (in volume) e del 315% in valore, (da Rwf 492 milioni nel giugno 2016 a Rwf 2 miliardi- 2 milioni di euro circa a giugno 2017). La percentuale delle transazioni elettroniche di pagamento al dettaglio sul PIL è aumentato dallo 0,3% nel 2011 al 21,6% a fine dicembre 2016.

martedì 17 aprile 2018

Parte da Kisaro il nuovo Progetto Mikan Baby per ragazze madri

Don Lucien introduce la riunione 
Con la prima riunione del gruppo pilota della parrocchia di Kisaro, ha preso il via  il Progetto Mikan Baby.Come riferito in un precedente post, dopo il raggiungimento dell'obiettivo di 5.000 capre distribuite ad altrettante famiglie ed il trasferimento della gestione diretta del progetto dall’Associaziane Kwizera a quella della diocesi, nella persona dell’incaricato della pastorale familiare diocesana, don Isidoro, si era deciso di mettere in campo una nuova iniziativa rivolta alla giovani ragazze madri, che numerose, nei villaggi,  vivono situazioni di disagio ed emarginazione all’interno della comunità parrocchiali. Per l'avvio del gruppo pilota si è individuata la parrocchia di Kisaro, di recente costituzione, che  attraverso la pastorale giovanile si è impegnata nell'accompagnamento di queste ragazze madri, spesso totalmente abbandonate a se stesse, per aiutarle a creare piccole attività generatrici di reddito, come è accaduto con il vecchio progetto di cui abbiamo riferito in questo post. E' così che nella giornata di lunedì, nella chiesa della parrocchia di Kisaro si sono date appuntamento le prime 50 ragazze, ce ne sono circa 200 in tutta la parrocchia, che daranno vita ai primi due fruppi da 25, che fungeranno da gruppo pilota per il nuovo progetto. Il parrocco, don Lucien, ha illustrato le finalità del progetto, mentre l'agronomo Jean Claude ha fornito le prime informazioni sull'allevamento delle capre e il vicario parrocchiale ha spiegato le potenzialità, anche economiche, che il progetto può avere nella vita delle giovani. Tutte le informazioni sono raccolte in un apposito manualetto che viene reso disponibile, così come per il passato, ad agni partecipante al progetto. A questo punto saranno rese disponibili le prime 25 capre che saranno sorteggiate alle prime 25 ragazze, mentre le rimanenti 25  rimarranno in attesa dei primi neonati del primo gruppo, con il compito di vigilare affinchè l'assegnataria della capra adempia correttamente a tutte le incombenze richieste dal Progetto, riferendo al responsabile del gruppo circa eventuali inadempimenti. Regolari rapporti saranno poi trasmessi al responsabile del Progetto che, a sua volta, vigilerà attraverso visite periodiche che tutto proceda per il meglio. Ricordiamo che, diversamente da quanto previsto nel vecchio Progetto Mikan, i capretti nati in più rispetto ai venticinque necessari per soddisfare il secondo gruppo saranno lasciati in gestione al gruppo originario, che potrà così dare vita a un piccolo esperimento cooperativistico.

domenica 8 aprile 2018

La scomparsa di don Giancarlo Bucchianeri per 25 anni missionario in Rwanda


E’ venuto a mancare sabato 
Don Giancarlo Bucchianeri
mattina all’ospedale San Luca di Lucca don Giancarlo Bucchianeri. Aveva 72 anni e da tempo soffriva di gravi insufficienze renali che lo costringevano a lunghe sedute di dialisi. Di Don Giancarlo, per oltre 25 anni missionario in Rwanda presso le parrocchie di Nyarurema e di Rukomo come fidei donum della diocesi di Lucca, abbiamo vivo il ricordo di un incontro
  nel giugno del 2008 in cui l’amabile conversazione intercorsa ci consegnò  un'affascinante carrellata di esperienze, di approfondimenti di certi passaggi storici sconosciuti, anche lontani nel tempo, di approfondite analisi di taluni aspetti della cultura rwandese. Un vissuto quello di Don Giancarlo che sarebbe veramente un peccato perdere: confidiamo che qualcuno possa raccogliere suoi scritti e ricordi che possano trasmetterci parte di quel tesoro. Di lui rimane comunque una lettera-denuncia, agli atti del Tribunale penale internazionale per il Rwanda-TIPR, datata 10 febbraio 1992 nel pieno della guerra civile rwandese, in cui unitamente ad altri quattordici sacerdoti, operanti nelle parrocchie di Nyagahanga, Nyarurema, Rukomo e Rushaki, costituenti il decanato del Mutara, lanciò un appello a favore della popolazione vittima della guerra.La testimonianza, dall'indubbia valenza storica,  fornisce un drammatico spaccato della situazione venutasi a creare  tra gli abitanti della zona a seguito dell'accuirsi dello scontro tra i ribelli provenienti dall'Uganda, inquadrati nelle milizie dell'APR-Armata Patriottica Rwandese espressione del FPR-Fronte Patriottico Rwandese,  e l'esercito.  

venerdì 6 aprile 2018

Ruandesi residenti in Italia: quanti sono e dove risiedono

Ecco un dato statistico interessante sulla presenza di ruandesi regolarmente residenti in Italia.
Andamento Annuale
AnnoResidenti in Italia%MaschiNumero ComuniVar. Anno Prec.
200651651,9%186
200752451,5%1901,6%
200853451,9%2011,9%
200951752,4%197-3,2%
201054151,6%2184,6%
201141248,8%174-23,8%
201245548,4%19510,4%
201352245,0%20014,7%
201441544,1%156-20,5%
201547045,7%18613,3%
Distribuzione per Regione (2015)
RegioneResidenti%Totale%MaschiVar. Anno Prec.Comuni
Abruzzo132,8%38,5%0,0%8
Basilicata30,6%0,0%-66,7%3
Calabria71,5%57,1%-22,2%4
Campania173,6%52,9%0,0%7
Emilia-Romagna286,0%46,4%-6,7%12
Friuli-Venezia Giulia112,3%54,5%22,2%3
Lazio13929,6%51,8%0,7%17
Liguria153,2%40,0%0,0%7
Lombardia8618,3%53,5%244,0%44
Marche61,3%0,0%50,0%2
Molise30,6%33,3%0,0%3
Piemonte204,3%45,0%-37,5%11
Puglia418,7%14,6%7,9%17
Sardegna30,6%66,7%0,0%3
Sicilia122,6%25,0%-7,7%7
Toscana245,1%45,8%-38,5%14
Trentino-Alto Adige20,4%100,0%2
Umbria122,6%41,7%33,3%7
Veneto286,0%53,6%211,1%15
Comuni con la presenza maggiore di ruandesi (2015)
PosComuneResidenti%MaschiVar. Anno Prec.
1Roma10549,5%6,1%
2Milano1861,1%
3Udine944,4%28,6%
4Parma966,7%50,0%
5Lucca862,5%14,3%
6Sestri Levante80,0%0,0%
7Latina757,1%75,0%
8San Cesario di Lecce70,0%0,0%
9Lecce60,0%100,0%
10San Marco in Lamis60,0%0,0%
11Bellante650,0%0,0%
12Bergamo683,3%
13Ceppaloni560,0%-16,7%
14Matelica50,0%66,7%
15Verona560,0%
16Perugia560,0%0,0%
17Anguillara Sabazia540,0%-16,7%
18Napoli560,0%0,0%
19Torino450,0%0,0%
20Trezzo sull'Adda475,0%