"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

martedì 17 aprile 2018

Parte da Kisaro il nuovo Progetto Mikan Baby per ragazze madri

Don Lucien introduce la riunione 
Con la prima riunione del gruppo pilota della parrocchia di Kisaro, ha preso il via  il Progetto Mikan Baby.Come riferito in un precedente post, dopo il raggiungimento dell'obiettivo di 5.000 capre distribuite ad altrettante famiglie ed il trasferimento della gestione diretta del progetto dall’Associaziane Kwizera a quella della diocesi, nella persona dell’incaricato della pastorale familiare diocesana, don Isidoro, si era deciso di mettere in campo una nuova iniziativa rivolta alla giovani ragazze madri, che numerose, nei villaggi,  vivono situazioni di disagio ed emarginazione all’interno della comunità parrocchiali. Per l'avvio del gruppo pilota si è individuata la parrocchia di Kisaro, di recente costituzione, che  attraverso la pastorale giovanile si è impegnata nell'accompagnamento di queste ragazze madri, spesso totalmente abbandonate a se stesse, per aiutarle a creare piccole attività generatrici di reddito, come è accaduto con il vecchio progetto di cui abbiamo riferito in questo post. E' così che nella giornata di lunedì, nella chiesa della parrocchia di Kisaro si sono date appuntamento le prime 50 ragazze, ce ne sono circa 200 in tutta la parrocchia, che daranno vita ai primi due fruppi da 25, che fungeranno da gruppo pilota per il nuovo progetto. Il parrocco, don Lucien, ha illustrato le finalità del progetto, mentre l'agronomo Jean Claude ha fornito le prime informazioni sull'allevamento delle capre e il vicario parrocchiale ha spiegato le potenzialità, anche economiche, che il progetto può avere nella vita delle giovani. Tutte le informazioni sono raccolte in un apposito manualetto che viene reso disponibile, così come per il passato, ad agni partecipante al progetto. A questo punto saranno rese disponibili le prime 25 capre che saranno sorteggiate alle prime 25 ragazze, mentre le rimanenti 25  rimarranno in attesa dei primi neonati del primo gruppo, con il compito di vigilare affinchè l'assegnataria della capra adempia correttamente a tutte le incombenze richieste dal Progetto, riferendo al responsabile del gruppo circa eventuali inadempimenti. Regolari rapporti saranno poi trasmessi al responsabile del Progetto che, a sua volta, vigilerà attraverso visite periodiche che tutto proceda per il meglio. Ricordiamo che, diversamente da quanto previsto nel vecchio Progetto Mikan, i capretti nati in più rispetto ai venticinque necessari per soddisfare il secondo gruppo saranno lasciati in gestione al gruppo originario, che potrà così dare vita a un piccolo esperimento cooperativistico.

domenica 8 aprile 2018

La scomparsa di don Giancarlo Bucchianeri per 25 anni missionario in Rwanda


E’ venuto a mancare sabato 
Don Giancarlo Bucchianeri
mattina all’ospedale San Luca di Lucca don Giancarlo Bucchianeri. Aveva 72 anni e da tempo soffriva di gravi insufficienze renali che lo costringevano a lunghe sedute di dialisi. Di Don Giancarlo, per oltre 25 anni missionario in Rwanda presso le parrocchie di Nyarurema e di Rukomo come fidei donum della diocesi di Lucca, abbiamo vivo il ricordo di un incontro
  nel giugno del 2008 in cui l’amabile conversazione intercorsa ci consegnò  un'affascinante carrellata di esperienze, di approfondimenti di certi passaggi storici sconosciuti, anche lontani nel tempo, di approfondite analisi di taluni aspetti della cultura rwandese. Un vissuto quello di Don Giancarlo che sarebbe veramente un peccato perdere: confidiamo che qualcuno possa raccogliere suoi scritti e ricordi che possano trasmetterci parte di quel tesoro. Di lui rimane comunque una lettera-denuncia, agli atti del Tribunale penale internazionale per il Rwanda-TIPR, datata 10 febbraio 1992 nel pieno della guerra civile rwandese, in cui unitamente ad altri quattordici sacerdoti, operanti nelle parrocchie di Nyagahanga, Nyarurema, Rukomo e Rushaki, costituenti il decanato del Mutara, lanciò un appello a favore della popolazione vittima della guerra.La testimonianza, dall'indubbia valenza storica,  fornisce un drammatico spaccato della situazione venutasi a creare  tra gli abitanti della zona a seguito dell'accuirsi dello scontro tra i ribelli provenienti dall'Uganda, inquadrati nelle milizie dell'APR-Armata Patriottica Rwandese espressione del FPR-Fronte Patriottico Rwandese,  e l'esercito.  

venerdì 6 aprile 2018

Ruandesi residenti in Italia: quanti sono e dove risiedono

Ecco un dato statistico interessante sulla presenza di ruandesi regolarmente residenti in Italia.
Andamento Annuale
AnnoResidenti in Italia%MaschiNumero ComuniVar. Anno Prec.
200651651,9%186
200752451,5%1901,6%
200853451,9%2011,9%
200951752,4%197-3,2%
201054151,6%2184,6%
201141248,8%174-23,8%
201245548,4%19510,4%
201352245,0%20014,7%
201441544,1%156-20,5%
201547045,7%18613,3%
Distribuzione per Regione (2015)
RegioneResidenti%Totale%MaschiVar. Anno Prec.Comuni
Abruzzo132,8%38,5%0,0%8
Basilicata30,6%0,0%-66,7%3
Calabria71,5%57,1%-22,2%4
Campania173,6%52,9%0,0%7
Emilia-Romagna286,0%46,4%-6,7%12
Friuli-Venezia Giulia112,3%54,5%22,2%3
Lazio13929,6%51,8%0,7%17
Liguria153,2%40,0%0,0%7
Lombardia8618,3%53,5%244,0%44
Marche61,3%0,0%50,0%2
Molise30,6%33,3%0,0%3
Piemonte204,3%45,0%-37,5%11
Puglia418,7%14,6%7,9%17
Sardegna30,6%66,7%0,0%3
Sicilia122,6%25,0%-7,7%7
Toscana245,1%45,8%-38,5%14
Trentino-Alto Adige20,4%100,0%2
Umbria122,6%41,7%33,3%7
Veneto286,0%53,6%211,1%15
Comuni con la presenza maggiore di ruandesi (2015)
PosComuneResidenti%MaschiVar. Anno Prec.
1Roma10549,5%6,1%
2Milano1861,1%
3Udine944,4%28,6%
4Parma966,7%50,0%
5Lucca862,5%14,3%
6Sestri Levante80,0%0,0%
7Latina757,1%75,0%
8San Cesario di Lecce70,0%0,0%
9Lecce60,0%100,0%
10San Marco in Lamis60,0%0,0%
11Bellante650,0%0,0%
12Bergamo683,3%
13Ceppaloni560,0%-16,7%
14Matelica50,0%66,7%
15Verona560,0%
16Perugia560,0%0,0%
17Anguillara Sabazia540,0%-16,7%
18Napoli560,0%0,0%
19Torino450,0%0,0%
20Trezzo sull'Adda475,0%

domenica 1 aprile 2018

Anche i congolesi, come Dio, alla sera vanno in Rwanda a dormire

Lago Kivu a Gisenyi
Un vecchio proverbio ruandese dice che "anche se passa le sue giornate altrove, Dio ritorna ogni notte in Rwanda". E' quello che capita anche a molte congolesi, secondo un  interessante corrispondenza di  France 24 dal nord Kivu nella Repubblica democratica del Congo che dà conto di una piccola ma straordinaria migrazione che vede sempre più  congolesi benestanti trasferirsi a  vivere nelle città ruandesi, magari anche solo per dormirvi, che si trovano appena oltre il confine: Gisenyi e Kamembe, rispettivamente sulla punta settentrionale e meridionale del Lago Kivu. Sono attratti dalla stabilità e dalla sicurezza, oltre che da un più alto  tenore di vita che le città ruandesi garantiscono rispetto alle città congolesi di Goma e Bukavu. Tra le testimonianze raccolte dai corrispondenti Samir Tounsi e Ricky Ombeni,  c’è quella di Adrien, un dipendente di 28 anni di  una ONG, che ha affittato una casa a Gisenyi per 80 dollari (65 euro) al mese per quasi un anno, circa la metà di ciò che avrebbe pagato nella sua città natale, Goma.Ogni giorno torna a Goma, una questione di pochi chilometri, per lavorare e vedere famiglia e amici."Lo faccio principalmente per accedere a certe cose di base, come l'acqua e l'elettricità: a Gisenyi non ci sono praticamente interruzioni di corrente, mentre a Goma accadono ogni giorno - a volte si può rimanere un'intera settimana senza elettricità", ha detto Adrien.

giovedì 22 marzo 2018

Firmato a Kigali l'accordo per l'area di libero scambio africana

E' stato firmato ieri a Kigali, in occasione del decimo vertice straordinario dell'Unione africana, lo storico accordo che istituisce una zona di libero scambio continentale (Zlec), considerata essenziale per lo sviluppo economico dell'Africa.Per ora hanno sottoscritto l'accordo  quarantaquattro paesi africani. Non lo hanno fatto  paesi come la Nigeria, una delle principali economie del continente, che ha chiesto più tempo per le consultazioni interne, l'Eritrea, il Burundi, la Namibia e la Sierra Leone. Hannno invece sottoscritto l'accordo paesi altamente protezionisti, come l'Algeria. L'Unione Africana  ritiene che la graduale eliminazione delle tariffe tra i membri di Zlec aumenterà il livello degli scambi intra-africani del 60% entro il 2022.Attualmente, solo il 16% dei paesi africani commercia con altri paesi del continente.L'accordo entrerà in vigore entro la fine dell'anno, dopo la ratifica  a livello nazionale dai paesi firmatari.Quando l'accordo entrerà in vigore, ha detto Kagame presidente per il 2018 dell'assemblea dell'Unione Africana,  avrà un impatto sul benessere degli africani e migliorerà la qualità dei legami con il resto del mondo, andando ad interessare un mercato continentale di oltre 1,2 miliardi di persone, con un prodotto interno lordo combinato di oltre 3,4 trilioni di dollari.Oltre all'accordo,  27 paesi hanno accettato di facilitare la mobilità delle persone attraverso il continente firmando il protocollo sul movimento delle persone in tutta l'Africa.

giovedì 15 marzo 2018

Rwanda 1994:gli aiuti internazionali fattore decisivo per ripartire

Pubblichiamo la Postfazione del libro Aiutiamoli a casa loro. Il modello Rwanda. L'ebook è scaricabile da Amazon cliccando qui.
Postfazione
Dalle risultanze di questo lavoro, sembra emergere, con sufficiente evidenza fattuale e numerica, l’efficacia degli aiuti quale strumento di sviluppo di un paese le cui condizioni di partenza, appena uscito da una sanguinosa guerra civile e tra i più poveri del mondo, mai avrebbero lasciato presagire un simile percorso sulla strada della ricostruzione sociale e della ripresa economica. Anche se il modello Rwanda avrebbe tutti i requisiti per imporsi quale esempio per molti altri paesi africani, non nutriamo particolari illusioni che tale esperienza possa suscitare qualche forma di riflessione in chi, approcciando la lettura del fenomeno migratorio con una strumentazione ispirata più da pregiudizi ideologici che da reale interesse a dare risposte realiste e rispettose della giustizia alle istanze degli stessi protagonisti che alimentano i flussi migratori, arriva  ad affermare, con invidiabile sicurezza, che parlare di aiuti “significa scaricare il problema”. Dimenticando, peraltro, che il modello di un’accoglienza, alla prova dei fatti incapace di dare risposte efficaci alle stesse istanze dei nuovi venuti, cioè posti di lavoro allo stato inesistenti, si riduce a passiva attesa di chi, avendone i mezzi, è in grado di accollarsi viaggi drammatici anche a rischio della vita, per arrivare fin sulle coste dell’Europa. Nel caso del Rwanda tale modello si sarebbe rivelato drammaticamente inefficace: centinaia di migliaia di rifugiati ruandesi sarebbero, ancora oggi dopo quasi 25 anni, relegati nell’inferno di Goma e degli altri campi profughi delle zona, in attesa che qualcuno vada da loro ad aiutarli. E tanto basterebbe per instillare qualche dubbio sulla drammatica inefficacia di un modello, quello della sola accoglienza, che ritiene di poter rispondere alle sfide epocali, che ci vengono dalle centinaia di milioni di persone del sud del mondo, semplicemente prendendosi comoda cura di poche decine di migliaia di migranti economici.
Accoglienza e aiuti allo sviluppo e il dilemma dell’uso alternativo delle scarse risorse
Il confronto tra due diversi approcci al fenomeno migratorio, prevalentemente alimentato da inevitabili e fuorvianti riferimenti ideologici, va altresì riportato su un terreno più concretamente economico.

martedì 13 marzo 2018

Bilancio 2017 dell'Associazione Kwizera

Il bilancio 2017 dell’associazione Kwizera onlus si è chiuso con una raccolta fondi di 79.467  euro, in aumento rispetto a 72.760 euro dell’anno precedente.
Le principali voci della raccolta riguardano: le adozioni a distanza e il sostegno all’infanzia per 21.743 euro, contro 26.252 euro del 2016, contributi ed erogazioni liberali per 45.584 euro (36mila euro nel 2016)  e 7.605 euro revenienti dal 5 per mille per l'anno 2015, in linea con quelli dell'anno precedente,  e 3.250 euro ( 2.400) da sponsor del calendario. In Rwanda sono stati inviati 75.150 euro (69.000 nel 2016), pari al 94,56%  di quanto raccolto, essendo le spese di funzionamento contenute nei limiti fisiologici di  3.705 , inferiori rispetto a quelle del 2016 (4.776,11 euro) che scontavano una spesa straordinaria  di 1.039 euro per la donazione  di un fibrillatore destinato alla comunità di Gallicano.
Poiché all’inizio del 2017 c’era una giacenza in Rwanda di un corrispettivo 17.700 euro e a fine anno un residuo di 6.200, nel corso dell’intero 2017 sono stati impiegati sul territorio, a favore della popolazione locale,  un totale di 86.650 euro.
L’intervento più significativo del 2017 ha riguardato la realizzazione dell’acquedotto di Rubaya e Kagugo, che ha richiesto un investimento di circa 18.000 euro, interamente finanziati dalla famiglia Accorsini di Camporgiano. Altri 17.500 euro sono andati al progetto adozioni che coinvolge circa 200 bambini e ragazzi, e all’assistenza all’infanzia compresa la gestione dell’asilo Carlin; la somma è inferiore  a quella dell’anno precedente (21.000 euro circa) in conseguenza di una forte rivalutazione dell’euro nel corso del 2017. Il residuo della somma raccolta per le adozioni e l’assistenza ha concorso ad alimentare il Progetto JMV, borse di studio agli studenti del Petit Seminaire di Rwesero, che ha comportato un esborso di 3000 euro. Circa 26.000 euro (40.000 euro nel 2016)  sono stati destinati al  Progetto Amazi  per l'acquisto di altre  cisterne: 28 da 10.000 litri e 5 da 5.000 litri, portando il numero complessivo delle cisterne distribuite in questi anni a oltre 170 cisterne. Al Progetto Non di solo pane, a sostegno del nuovo monastero delle Clarisse a Nyinawimana, sono andati 5.150 euro, al   Progetto Mikan  4.500 euro (4.000 nel 2016), mentre all'erogazione di prestiti sono andati 5.500 euro (al netto di un rientro di 1000 euro). Gli arredi della sala polivalente del Centro scolastico di Kiruri ha richiesto 1700 euro, mentre i compensi del veterinario sono stati di 800 euro. I richiamati interventi hanno quindi richiesto  una spesa complessiva di 82.150 euro. I residui 4.500 euro sono andati alle spese di funzionamento della struttura locale (affitto ufficio, compenso collaboratori locali, spese amministrative d'ufficio, trasporti e spedizioni) oltre che offerte per sante messe.

giovedì 8 marzo 2018

Rwanda 5° al mondo per parità di genere


Riprendiamo dall'ebook Aiutiamoli a casa loro. Il Modello Rwanda disponibile su Amazon il box dedicato alla situazione della donna nel paese delle mille colline.
Uno degli obiettivi che facevano da contorno ai sei pilastri base di Vision 2020 era il raggiungimento della parità di genere. Il perseguimento di questo obiettivo è un risultato che tutti gli osservatori internazionali riconoscono con un alto grado di unanimità al Rwanda, tanto da farne uno degli argomenti più utilizzati in sede di presentazione del Paese sui media mondiali. Il Rwanda si piazza, infatti, al 5° posto al mondo nella classifica del   Global Gender Gap Report 2016, stilato dal World Economic Forum, che si occupa di misurare i passi avanti fatti verso la parità di genere, prendendo in considerazione le chance date ad entrambi i sessi negli ambiti di economia, salute, istruzione, rappresentanza politica e lavoro, con l’Italia che si piazza al 50° posto. Il risultato risente sicuramente del dato più eclatante: essere il Rwanda il Paese con la più alta quota di parlamentari donne in tutto il mondo. Infatti, le ultime elezioni del settembre del 2013 hanno assegnato alla rappresentanza femminile 51 degli ottanta seggi della Camera dei deputati: oltre ai 24 seggi loro riservati costituzionalmente, le donne si sono aggiudicate 26 dei 53 seggi in palio e uno dei due seggi riservati ai giovani. La Camera dei deputati ha quindi una predominanza rosa al 63,75 per cento, migliorando anche il già elevato 56 per cento della precedente legislatura. Anche al Senato, composto da 25 membri non eletti direttamente ma scelti con altri criteri, le donne occupano 10 seggi. Complessivamente, su 105 parlamentari che compongono le due camere, le donne detengono quindi 61 seggi, pari al 58 per cento. Secondo gli ultimi dati disponibili dell'Unione interparlamentare, a livello mondiale, la rappresentanza media delle donne alla Camera si attesta al 21,3 per cento, 18,8 per cento al Senato, con una media del 20,9 in entrambe le Camere. Folta è anche la rappresentanza in seno al governo: il nuovo gabinetto entrato in carica nel settembre 2017 annovera ben 12 ministri donne su 18, fra cui il ministro degli esteri. Ma non è solo la rappresentatività in campo politico a ad elevare gli standard di parità di genere. Infatti, il Report così fotografa la situazione del Rwanda: "si avvicina al superamento della soglia dell'80% nel gap e si mette alle spalle l'Irlanda, entrando tra i primi cinque per la prima volta da quando c’è la classifica. Ciò è dovuto principalmente ai miglioramenti nel suo punteggio nel sotto indice Partecipazione economica e opportunità, in cui il Paese recupera sei punti rispetto allo scorso anno a seguito di una migliore parità di reddito percepito stimato. In campo educativo il divario di genere permane, tanto che la posizione è solo 112°, nonostante il miglioramento nell'iscrizione all'istruzione terziaria. È stata raggiunta la parità di genere per l'iscrizione al livello primario e secondario, con un rapporto tra ragazze e ragazzi di 1,03 nelle scuole primarie e 1,12 nelle scuole secondarie. Permangono differenze di genere a livello di istruzione superiore dove le donne costituiscono il 44% dell'iscrizione terziaria e il 33% di quelli di altre istituzioni pubbliche. Il suo gap di genere nell'indice Salute e Sopravvivenza rimane aperto, ponendolo al 94 ° posto nel mondo". Un altro dato interessante ci viene da  un  rapporto del 2016 curato dall’ Save the Children, “Every Last Girl: Free to live, free to learn, free from harm” che stila la classifica dei Paesi del mondo dove è più facile essere bambine e ragazze e dove si hanno maggiori opportunità di crescita e di sviluppo, sulla base di cinque parametri - matrimoni precoci, numero di bambini per madri adolescenti, mortalità materna, completamento della scuola secondaria di primo grado e numero di donne in Parlamento. Il Rwanda “sta anche facendo relativamente bene nel prevenire i matrimoni precoci e le gravidanze adolescenziali rispetto ad altri paesi a basso reddito”. Infatti, in un panorama africano che vede il Niger come il posto peggiore al mondo dove essere una bambina o una ragazza, preceduto da Ciad, Repubblica Centrafricana, Mali e Somalia, che si caratterizzano per numeri molto alti di spose bambine, si salva il solo Rwanda, dove solo 8,1 donne tra i 20 e 24 anni di età erano già sposate all’età di 18 anni, contro le 76,3 del Niger e le 68,1 del Ciad. Non è solo in parlamento che la donna ruandese ha conquistato una posizione di rilievo, ma anche nell’economia con molte donne a capo di imprese familiari, piuttosto che nell’amministrazione pubblica, nell’esercito e nei corpi di polizia. Come quella giovane ex militare che abbiamo incontrato nella provincia del Nord, nel ruolo di sovraintendente di un centinaio di prigionieri impegnati nei Travaux d’Intérêt Général –TIG, Lavori d’interesse generale.

domenica 4 marzo 2018

Rwanda from Goma to Davos, an example of development for Africa


Available on Amazon by clicking here
The introduction of the book "Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda" From Goma to Davos, from the chasm of a civil war to an example of development for Africa, thanks to aid and good governance.  
INTRODUCTION
It was a cold sunny day in late January and the old priest could never have imagined that one of those long white trails, left by the jet in the clear Valtellina sky, could even remotely remind him the same bloody drama wich he witnessed many years before. Otherwise on one of those jets about to land in the nearby Engadine, Switzerland, a large Rwandan delegation was traveling ready to take part in the World Economic Forum in Davos in 2018.
The dramatic reality he had faced in that summer of 1994 seemed so far to the priest, who represented the Italian Caritas in those years and had brought aid to the refugee camp of Goma in Zaire (today the Democratic Republic of the Congo).

Aiutiamoli a casa loro.Il modello Rwanda

Riportiamo l'Introduzione del libro disponibile in formato e-book su Amazon, Aiutiamoli a casa loro.Il modello Rwanda Da Goma a Davos, dal baratro della guerra civile a esempio di sviluppo per l'Africa, grazie agli aiuti e alla buona governance.
Introduzione
Mai l'anziano sacerdote avrebbe potuto immaginare che una di quelle lunghe scie bianche, lasciate dai jet nel limpido cielo valtellinese di una fredda giornata di gennaio, potesse, anche solo lontanamente, richiamare il dramma di cui, tanti anni prima, era stato partecipe e commosso testimone. Eppure, su uno di quei jet, in procinto di atterrare nella vicina Engadina, in Svizzera, viaggiava una folta delegazione ruandese pronta a partecipare al World Economic Forum di Davos del 2018. Così lontano era, infatti, la drammatica realtà che il sacerdote si era trovato di fronte in quell’estate del 1994, quando, in rappresentanza della Caritas italiana, aveva portato aiuti al campo profughi di Goma nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo).Là dove un’umanità disperata di rifugiati ruandesi viveva gli ultimi sussulti di una feroce guerra civile, in una sorta di girone dantesco, cui faceva da cornice una cappa di fuliggine nera sollevata dalla terra vulcanica del campo. Più di venti anni separano quella scia sfavillante tracciata nell’azzurro cielo valtellinese dalla cupa atmosfera del campo di Goma. Anni trascorsi alla ricerca di un faticoso riscatto, grazie alla resilienza di un popolo coraggioso e al supporto di una comunità internazionale ansiosa di mondarsi di qualche colpa del passato. Dal 1994, conclusa la tragica guerra civile, il popolo ruandese vive in pace, una situazione non particolarmente diffusa in Africa. Basterebbe questo dato per apprezzare il percorso compiuto dal Rwanda in questo ventennio. In realtà, oltre a questo dividendo politico che, di anno in anno, la governance espressa dal presidente ruandese Paul Kagame è stata in grado di garantire ai propri governati, vi è una sorta di valorizzazione del capitale sociale, sottoscritto all’indomani della tragedia ruandese, conseguente allo sviluppo che il Paese ha compiuto in questi anni. Il Rwanda, un Paese di dodici milioni di abitanti, facente parte di quei 58 paesi dell’ultimo miliardo a rischio di diventare sempre più poveri, attraverso gli aiuti internazionali supportati dall’impegno della sua governance, è stato messo nelle condizioni, all’uscita del sanguinoso conflitto che insanguinò il Paese dal 1990 al 1994, di ricostituire la propria statualità e ritessere le trame di un tessuto sociale lacerato. Attraverso il perseguimento di una forte identità nazionale, innervata dalla riscoperta dei valori della tradizione, una sorprendente apertura all’innovazione e moderni modelli gestionali, l’attuale governance ruandese è riuscita a dare vita a un modello sociale vincente. Sembra, infatti, potersi dire che si siano create in Rwanda le condizioni perché un cittadino ruandese valuti che i propri figli possano vivere dignitosamente nel proprio Paese, non lasciandosi attrarre, come succede per altri abitanti del continente africano, dal richiamo di improbabili avventure nei paesi occidentali. Va anzi sottolineato come il nuovo Rwanda sia stato capace di favorire il rientro di oltre tre milioni di ruandesi rifugiati nei paesi confinanti, a partire dall’indipendenza e in conseguenza della guerra civile. Senza dimenticare l’impegno delle autorità ruandesi, attraverso il programma "Come and see, Go and Tell – "Vieni e vedi, vai e racconta", di favorire il rientro dei componenti della diaspora ruandese sparpagliati nel mondo per concorrere allo sviluppo dell’economia e delle istituzioni del Paese. Percorso che il Rwanda ha iniziato grazie agli aiuti internazionali, confluiti nel Paese successivamente alla tragedia del 1994, che hanno trovato una governance capace di farne buon uso, con un approccio originale, in cui l’agenda del loro utilizzo non è mai stata quella dei donatori, ma quella decisa dai governanti ruandesi. Aiuti internazionali e buona governance hanno così fatto del Rwanda, Paese penalizzato dalla mancanza di risorse minerarie proprie, privo di accessi al mare, esposto a possibili rigurgiti di conflitti interetnici, uno dei paesi meglio organizzati del continente africano. Come autorevolmente sottolineato dalla Banca Mondiale che, in un proprio rapporto del novembre 2017, riconosce come “il Rwanda sia stato in grado di realizzare importanti riforme economiche e strutturali e di sostenere i suoi tassi di crescita economica che, tra il 2001 e il 2015, hanno registrato una media della crescita del PIL reale di circa l'8% annuo. Accompagnando la forte crescita economica con sostanziali miglioramenti degli standard di vita, con un calo dei due terzi della mortalità infantile e con una frequenza quasi universale della scuola elementare, oltre che con il conseguimento, entro la fine del 2015, della maggior parte degli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM).Una forte attenzione alle politiche e alle iniziative nazionali ha contribuito a migliorare in modo significativo l'accesso ai servizi e agli indicatori di sviluppo umano. Il tasso di povertà è sceso dal 44% nel 2011 al 39% nel 2014, mentre la disuguaglianza misurata dal coefficiente di Gini è scesa da 0,49 a 0,45.” Pur essendo ancora significativa la dipendenza dagli aiuti, c’è l’impegno del governo ruandese a mettere in campo politiche volte ad attenuarne nel tempo l’incidenza. Mentre l’efficace gestione delle risorse, resesi disponibili nel corso di questi anni, è stata autorevolmente riconosciuta dal report sull'efficienza dei governi nel 2014 stilato dal World Economic Forum, una speciale classifica che pone in relazione i risultati raggiunti dai singoli governi con le risorse impiegate, che attribuisce al governo del Rwanda un prestigioso settimo posto a livello mondiale (a fronte di un’Italia relegata al penultimo posto). Viene riconosciuto al governo ruandese soprattutto il basso livello di spreco nella spesa pubblica; in ultima analisi si dice che il Rwanda ha saputo e sa fare un ottimo utilizzo delle risorse proprie e di quelle ricevute dai donatori internazionali. Senza dimenticare gli sforzi compiuti per creare le condizioni di sicurezza e di facilitazione del fare impresa per richiamare investitori internazionali a dare vita a nuove imprese nel Paese. Grazie anche all’apporto, in via sussidiaria alle autorità civili, della Chiesa cattolica e delle altre confessioni cristiane presenti nel Paese (cattolici e protestanti rappresentano circa il 90% della popolazione, una delle più alte sul continente) in campo educativo e sanitario, con centinaia di scuole di ogni ordine e grado, con centri di sanità, assistenza di base e ospedali, sono stati conseguiti gli obiettivi del millennio nei richiamati settori. Nel tempo, a fatica e pur fra mille contraddizioni, in cui il percorso nella conquista delle libertà civili è ancora lungo e accidentato e il solco che divide il livello di vita tra città e campagne rischia di accentuarsi, si stanno purtuttavia creando in Rwanda le condizioni perché il diritto a rimanere non sia un vuoto slogan, ma una reale alternativa, e la tentazione di migrare non faccia breccia nei giovani ruandesi che, in effetti, non sono tra i migranti che sbarcano dai barconi. E questo perché qualcuno, in anticipo di anni sui primi barconi solcanti il Mediterraneo, li ha aiutati a casa loro: dalle grandi istituzioni internazionali ai paesi donatori, dalle grandi ONG fino alla più piccola delle onlus e all’ultimo dei volontari.

venerdì 2 marzo 2018

Rassegna stampa

Riportiamo la pagina dedicata da Il Settimanale della diocesi di Como alla Missione Kwizera2018.





giovedì 22 febbraio 2018

All'asilo Carlin di Kagera


E' sempre una bella festa tornare all'Asilo Carlin di Kagera. Questa volta, ad attenderci, oltre alle tre maestre, c'erano ben 128 bambini. Per l'accoglienza, sempre molto festosa e vociante, si sono radunati in una delle tre aule di cui è composto l'asilo. Qui abbiamo consegnato un po' di materiale didattico, oltre che alcune attrezzature per qualche piccolo lavoro agricolo. Come l'anno scorso, abbiamo anche recapitato un certo numero di capi di abbigliamento per bambini, raccolti tra le mamme di Grosio, che verrano poi distribuiti dalle maestre ai bambini più bisognosi.
Un gesto che  conferma come questa iniziativa, a suo tempo promossa dal compianto Carlin Rodolfi, sia entrata nel cuore dei grosini che non fanno mancare il loro sostegno, nel corso dell'anno, così da permettere all'Ass. Kwizera di pagare gli stipendi alle tre maestre, oltre che offrire ai bambini a mezza mattina una tazza di latte, piuttosto che una banana o una sorta di pane dolce. Questo spuntino di mezza mattina consente di  contrastare i casi più gravi di malnutrizione che, nelle campagne più isolate, come è il caso di Kagera,  ancora purtroppo fanno capolino, soprattutto tra i più piccoli.In occasione della nostra visita abbiamo portato una dolcetto, che, come testimonia la foto qui a fianco, ha raccolto  un certo apprezzamento tra i bambini.Alla fine della nostra visita, poichè l'asilo si tiene solo al mattino,quando ormai si era a mezzogiorno, le maestre hanno dato il via libera per il ritorno a casa. Tutti si sono incamminati verso casa, che non era proprio dietro l'asilo, sobbarcandosi anche lunghi tragitti tra i campi della zona 



lunedì 19 febbraio 2018

Il coniglio di Tiziano

Tiziano e il suo coniglio all'esterno della chiesa
Al quattordicesimo viaggio in Rwanda ci è capitata una cosa sorprendentemente spiazzante.E' quanto abbiamo vissuto alla conclusione della santa Messa con la quale si conclude tradizionalmente la Missione Kwizera alla chiesa di Bugarama. Solitamente, la cerimonia religiosa si conclude con qualche indirizzo di saluto ai numerosi presenti. Anche questa volta il copione si è ripetuto con una piccola variante: qualcuno doveva consegnarci un regalo.Dal fondo della chiesa si è quindi mosso  un giovane che portava con sè un sacco,  non particolarmente rigonfio. A quel punto, ci siamo trovati ad immaginare che si trattasse di qualche prodotto agricolo, come capita di frequente. Giunto ai piedi dell'altare il giovane si è messo ad armeggiare affondando una mano nel sacco per estrarre un piccolo coniglio, tenendolo per le orecchie come anche noi avevamo imparato a fare da piccoli, e passandocelo accompagnandolo con uno smagliante sorriso, cui ha fatto da colonna sonora l'applauso dei moltissimi fedeli presenti.Non siamo riusciti a mascherare la sorpresa per  la particolarità del dono, che immaginavamo fosse frutto di una decisione della comunità. Per questo la nostra sorpresa è ulteriormente aumentata quando ci è stato raccontato che il tutto era frutto dell'iniziativa personale del giovane, il cui nome è Tiziano, che prima dell'inizio della Messa aveva fatto sapere al responsabile della comunità della centrale
periferica della parrocchia di Nyagahanga che avrebbe voluto regalare al muzungu, che sarebbe arrivato di lì a poco, uno dei suoi conigli.Un'iniziativa quindi del tutto personale, che, seppure le sue motivazioni profonde ci sfuggano, vi assicuriamo ci ha colpiti profondamente, come mai prima ci era capitato. Non potendolo portare con noi in Italia, e in attesa di trovargli un nome che ci faremo suggerire dalla nostre nipotine, il  coniglietto ha trovato accoglienza tra gli animali della fattoria del Petit Seminaire di Rwesero

sabato 17 febbraio 2018

Quando una capretta ti cambia la vita

Jean Damascene con la moglie
Quella di Jean Damascene e di sua moglie Claudina è una di quelle storie di cui vanno pazzi gli uffici di pubbliche relazioni delle Ong,  sempre alla ricerca della storia edificante da raccontare per muovere l’interesse della gente su qualche causa più o meno nobile.In effetti, quando ci era stata anticipata, prima della partenza per il Rwanda, sembrava proprio una di quelle storie. Ci hanno però pensato gli stessi protagonisti a fugare ogni dubbio, quando siamo andati a trovarli nella loro casa situata a metà collina sopra Nyagahanga. Dopo aver percorso un tratto di strada sterrata in jeep ed essersi sobbarcati una camminata tra bananeti e campi coltivati, siamo arrivati finalmente a destinazione. La coppia ci attendeva all’entrata del cortile di casa; per l’abbigliamento, una sorta di uniforme festiva con la camicia dell’uomo uguale al vestito della donna, e per una certa fierezza nel  portamento, abbiamo avuto immediata la sensazione di avere a che fare con una coppia per certi versi speciale. Ne abbiamo avuto conferma quando, entrati in casa, ci siamo accomodati su un divano che assieme a un tavolinetto e tre sedie,  formava l’arredo scarno ma dignitoso del locale principale, impreziosito da un semplice crocefisso in legno appeso alla parete.Senza troppi preamboli, il marito ha cominciato a raccontare la loro storia, avendo al fianco la moglie attenta ma quasi distaccata, con quel fare fiero ed austero ad un tempo, tipico di certe donne ruandesi nei cui occhi sono passate immagini che ti segnano per il resto della vita.
L'incontro
 Era la storia di una coppia che, sposatasi  alla fine del 1994 a conclusione della feroce guerra civile che insanguinò il Rwanda, ha dovuto fare i conti con il difficile periodo post bellico e la ricostruzione materiale del Paese, ma soprattutto di quel tessuto sociale uscito  irrimediabilmente lacerato dal conflitto. Agricoltori abituati alla fatica nei campi, per anni hanno vissuto in una capanna tradizionale su una delle colline che incorniciano la vallata di Nyagahanga. Gli anni del post conflitto sono stati duri e monotonamente uguali. Nel 2009 una prima svolta. Partecipano ai programmi di pastorale familiare che vengono promossi in parrocchia. Proprio in quell’anno,  nell’ambito della pastorale familiare, parte a Nyagahanga il progetto Mikan promosso dall’Ass. Kwizera unitamente al parroco, don Paolo Gahutu, che prevede che alle coppie partecipanti venga regalata una capretta, con l’unico impegno di rendere il primo nato ad un’altra famiglia. Dato l’alto numero delle famiglie partecipanti, il turno di Jean Damascene e Claudina come assegnatari della capretta arriva solo nel 2012. L’attesa viene però per certi versi premiata, perché alla coppia tocca una capretta dalle qualità procreative molto spiccate. Infatti, dopo il primo parto i cui frutti sono da assegnare al progetto, quelli successivi sono tutti eccezionalmente trigemellari, così che ben presto Jean Damascene si trova a disporre di 7 capre e provvede a vederne 4 per acquistare le lamiere per sostituire i tetto di paglia della casupola in cui viveva con la moglie e i quattro figli. I parti si susseguono, così come le vendite con cui prima acquista un piccolo appezzamento di terreno e quindi una mucca e successivamente amplia la casa. Intanto conferisce qualche risparmio a una cooperativa, e quando arriva il suo turno nel poter richiedere un prestito si compera una seconda mucca, mantenendo anche un certo numero di capre.  Ormai è in grado di pagare per sé e i familiari la Mutua sanitaria obbligatoria, e , quando si sposa il primogenito, è in grado di far fronte alla dote dovuta alla famiglia della sposa, nonché far fronte alle spese scolastiche degli altri figli. La vita nell’angusta capanna del passato è ormai un ricordo; oggi vive in una casetta in muratura, circondata da terreni di proprietà, con sul retro lo spazio riservato agli animali che ci ha mostrato con orgoglio: 4 capre grandi con quattro capretti, una mucca, due pecore e due galline con, rispettivamente, sette ed otto pulcini. Il tutto, partendo da quella piccola insignificante capretta ottenuta dal Progetto Mikan che altri, magari, si sono mangiata all’indomani dell’adempimento dell’obbligo del conferimento del primo capretto nato. La storia di Jean Damascene e di sua moglie non è unica. C’è, infatti, anche quella della famiglia di Evode e Patricie, sempre di Nyagahanga che, partiti con una capretta nel 2009, se ne sono trovate 17 nel 2016, quando dalla loro vendita hanno ottenuto il ricavato per acquistare due mucche.Queste famiglie hanno  saputo rispondere al meglio a quelle che erano le attese di Michele e Anna, i promotori del progetto, quando, nel gennaio del 2009, agli inizii del Progetto Mikan, così scrivevano:
Che dire…si comincia! E' con grande soddisfazione che vediamo partire il nostro progetto. Non pretendiamo certo di salvare l'Africa, nè tantomeno di colorare di "bianco"qualcosa che sta benissimo in "nero".. Una cosa però vogliamo provare a farla..Non intendevamo inviare a queste famiglie dei semplici aiuti. Noi vogliamo aiutarle ad aiutarsi!! Le nostre capre vogliono essere l'inizio della circolazione di conoscenza, di consapevolezza, di crescita attraverso il lavoro di squadra, appunto un "aiuto ad aiutarsi"..Certo, la nostra e' una scommessa, ma siamo fiduciosi che anche con l'aiuto di Don Paolo riusciremo a salvare capra e cavoli!
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Il Progetto Mikan raggiunge quota 5.000 e si fa in due


Oggi a Nyagahanga, un villaggio della campagna ruandese, da dove tutto era partito nove anni fa, il Progetto Mikan dell’Associazione Kwizera ha vissuto un momento particolare quale quello di raggiungere l’obiettivo,  5.000 capre distribuite ad altrettante famiglie, che mai i promotori dell’idea  avrebbero immaginato come raggiungibile. Era , infatti, il marzo del 2009, quando l’incontro tra due giovani sposi, grosino lui e tiranese lei,  che volevano ricordare il giorno del loro matrimonio con un gesto di generosità e i bisogni di coppie meno fortunate, quali quelle africane, aveva dato origine a un circuito virtuoso che aveva portato a dare avvio al Progetto Mikan. Alla ricerca di qualcosa che consentisse di condividere la propria gioia con persone meno fortunate, scartate le iniziative di cui erano a conoscenza ( invio di un vaccino o di un'offerta a persone bisognose di paesi in via di sviluppo) ebbero l’idea di assegnare a un certo  numero di giovani famiglie ruandesi una piccola capra. Così in un gemellaggio ideale, una quarantina di giovani coppie della parrocchia di Nyagahanga ricevettero nel marzo del 2009,  una capretta  con l’impegno di donare, in una ideale catena di solidarietà,   il primo capretto  a un'altra famiglia trattenendosi la capra originaria.Da allora il Progetto Mikan, acronimo dei nomi della coppia promotrice dell’idea, Michele e Anna, e di Kwizera, ne ha fatta di strada: inanzitutto, strutturandosi come un vero e proprio progetto, dandosi quindi un’organizzazione fatta di formazione, supportata da un agile manualetto,  e di  regole di funzionamento, ma  soprattutto diventando uno strumento della pastorale familiare della diocesi di Byumba. 
La consegna delle capre a un nuovo gruppo

Proprio in questa sua valenza è stata vissuta la giornata odierna, quando al raggiungimento della cinquemila capre distribuite nell’ambito del Progetto ad altrettante coppie, suddivise in gruppi di 25 coppie cadauno, il Progetto Mikan è stata definitivamente passato dalla gestione diretta dell’Associaziane Kwizera a quella della diocesi, in un ideale passaggio di consegne tra i responsabili dell’associazione Kwizera e l’incaricato della pastorale familiare diocesana, don Isidoro, avvenute in una cerimonia, tenutasi all’interno della chiesa parrocchiale di Nyagahanga,  che ha visto la partecipazione di 150 coppie, suddivise in diversi gruppi, come si poteva facilmente dedurre dall’abbigliamento caratteristico che distingueva ogni gruppo dagli  altri, in un pittoresco accostamento di colori.  Quota 5.000 è stata raggiunta in questi anni attraverso i frutti di quelle 40 capre iniziali cui se ne sono aggiunte altre messe a disposizione direttamente dall’ass. Kwizera. Oggi sono 50 i gruppi attivi nelle varie parrocchie della diocesi che proseguiranno in questa ideale catena di solidarietà tra coppie. Ma la storia del Progetto Mikan non finisce qui neppure per l’Associazione Kwizera. Infatti, accogliendo le sollecitazioni di don Isidoro, sulla scorta della felice esperienza maturata in questi anni, prenderà presto il via una nuova iniziativa rivolta alla giovani ragazze madri, che numerose, nei villaggi,  vivono situazioni di disagio ed emarginazione all’interno della comunità parrocchiali. Per dare loro un piccolo segno di vicinanza, sarà promosso il Progetto Mikan Baby, con gli stessi meccanismi del progetto originario, gestito direttamente dall’Associazione. Si partirà con una decina di gruppi il primo anno, per poi tentare di ripetere il meccanismo moltiplicativo che ha portato a quota 5.000 il vecchio Mikan.Ce ne sono tutti i presupposti. Non ultimo quello di una certa  continuità ideale tra quei primi iniziatori, Michele e Anna, e la donatrice delle prime tre caprette, Alice. Infatti, la primogenita della coppia originaria,  avendo ricevuto in occasione del suo recente compleanno al posto dei soliti regali una somma per l’adozione a distanza di una bimba ruandese, Christine, ha destinato la somma  raccolta in più rispetto a quella necessaria per l’adozione, all’acquisto delle prime ter caprette per il Progetto Mikan Baby.Sotto questi auspici e in un ideale passaggio di consegne ha preso il via oggi, a Nyagahanga, lì tutto ha avuto inizio, il Progetto Mikan Baby.
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giovedì 15 febbraio 2018

Consegnato alla popolazione locale il nuovo acquedotto di Rubaya




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Un nuovo acquedotto realizzato dall'Associazione Kwizera è stato inaugurato mercoledì nel settore di Rubaya,  sulla linea di confine tra il Rwanda e l’Uganda. Pur di non mancare alla consegna del nuovo acquedotto alla popolazione locale, il responsabile del Distretto di Byumba, Juvenal Mudaheranwa , si è visto costretto a spostare almeno un paio di volte l’appuntamento rinunciando, cosa abbastanza rara tra i politici, anche  al consueto bagno di folla che solitamente garantiscono questi momenti inaugurali. Così, con una sobria cerimonia, alla presenza dei rappresentanti  dell’Associazione   e del responsabile amministrativo del Settore, il responsabile del Distretto di Byumba ha consegnato al comitato di gestione locale un opera che l’Associazione Kwizera ha realizzato in memoria di Lia e Rita Accorsini. L’acquedotto ha richiesto la posa di 10 kilometri di tubazioni, la costruzione di 4 nuove cisterne da 10.000 litri e 2 da 15.000 litri che alimentano 10 nuove fontane. I nuovi lavori, eseguiti dall'impresa Falide di Byumba, hanno comportato anche il recupero di   3 vecchie cisterne da 10.000 litri e 2 da 15.000 litri, oltre che 12 vecchie fontane. Sono questi i numeri dell’acquedotto Rubaya-Kagugu, che dopo alcuni mesi di lavoro, ha finalmente portato acqua bevibile alle tante famiglie che finora si vedevano  costrette a percorrere kilometri per attingere acqua potabile o accontentarsi di utilizzare l’acqua stagnante dell’area umida di fondo valle dove viene coltivato il the.Ne beneficiano le due comunità di Rubaya e di Kagugo. Rubaya  è un villaggio di circa 749 famiglie raccolte attorno alla Chiesa cattolica, alla scuola, al centro di sanità, agli uffici della comunità civile, al mercato e al macello. Kagugo è una comunità di 150 famiglie dotata di una scuola materna, di una chiesa cattolica e di una protestante.L'acqua arriverà anche ai 2.200 alunni delle scuole locali. Ora, come sottolineato dal capo del Distretto nei suoi interventi, si spera che l’accesso a un’acqua pulita consenta, oltre ad evitare i disagi del passato, anche una maggior sicurezza sanitaria, soprattutto dei bambini,  derivante anche da una maggiore igiene personale. Una raccomandazione particolare è stata rivolta al comitato di gestione perché il nuovo servizio idrico abbia una sua sostenibilità economica che ne consenta una futura manutenzione attenta e continua. Per questo, sarà necessario richiedere un pagamento, seppur minimo dell’acqua attinta alle fontane, così come avviene  comunemente in Rwanda, dove spesso la gestione dell’approvvigionamento idrico è gestito da privati. Il possibile prezzo per una tanica da 20 litri è stato quantificato in 10 centesimi  in moneta locale pari a un centesimo di euro. A proposito di costi, merita essere ricordato anche quello dell’intera realizzazione dell’acquedotto. L’ammontare complessivo, che come ricordato è stato reso disponibile dalla famiglia Accorsini di Camporgiano, piccolo comune della Garfagnana, è stato, ai cambi attuali, di circa 18.000 euro, pari al costo che l’Italia si accolla per l’accoglienza, per poco meno di un anno e mezzo, di un solo migrante che ammonta, appunto, a 12.775 euro all'anno. Questo anche per dare un’idea del diverso valore e utilizzo che le scarse risorse economiche possono avere in un contesto come quello africano.