"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

venerdì 18 agosto 2017

Incontro con suore rwandesi al monastero di Grandate

Suor Eugenia, sr Odette, sr Jeanne d'Arc, sr Rolanda
L'incontro  con le quattro suore rwandesi, impegnate in un periodo di ritiro spirituale nel convento di clausura delle Suore Benedettine di Grandate, è avvenuto con lo scambio di un cordiale mwaramutse-buongiorno all'entrata del convento. Suor Odette, suor Rolanda, suor Jeanne d'Arc e suor Eugenia sono suore dell'ordine Abizeramariya provenienti dalla diocesi di Butare. Sono in Italia da alcuni anni:  presso la parrocchia di Mozzate, nella diocesi di Milano, le prime due e in quella di Castelluccio dei Sauri, in  provincia di Foggia, le altre due. Tutte quattro sono impegnate nell'assistenza pastorale all'interno delle rispettive parrocchie, con particolare attenzione per gli anziani. Una vocazione questa che avevamo già avuto modo di sperimentare nel 2003, a Byumba, quando accompagnati da don Paolo Gahutu avevamo avuto occasione di incontrare  gli anziani ospiti di una casa di accoglienza, proprio di questo ordine religioso. Pur venendo dalla diocesi di Butare, numerose sono risulatate le conoscenze comuni di suore e sacerdoti rwandesi.
 Visita alla casa per anziani di Byumba nel 2003
Sull'onda di questa comunanza, abbiamo fatto una vera e proprio full immersion nel Rwanda, supportati anche dallo scorrere delle immagini del calendario Kwizera e della pubblicazione Kwizera-Rwanda che abbiamo donato quale ricordo di questo imprevisto incontro e che alle nostre suore sono valse un momento di ritorno al paese di origine, dove hanno occasione di recarsi per un periodo di vacanza solo ogni tre anni.
Dobbiamo ringraziare suor Maria Maddalena del Risorto delle Benedettine di Grandate che, conoscendo il nostro interesse per il Rwanda, ci ha prontamente informati di questa presenza delle sorelle rwandesi, offrendoci l'opportunità di un incontro speciale, che potrebbe ripetersi in futuro in  Rwanda, dove, sfruttando l'acquisita conoscenza dell'italiano,  si potrebbe  lavorare insieme. 

The New Times: su Kibeho una bugia e una omissione di troppo

L'editoriale de The New Times di  ieri avanza, sulla scorta delle celebrazioni tenutesi a Kibeho del giorno dell'Assunta, una proposta apparentemente conciliante e di pace ma al fondo "interessata" e strumentale. Sottolineando la folta partecipazione di pellegrini  alla celebrazione e rammentando gli omicidi e le crudeltà che vi furono nel 1994 proprio a Kibeho,  il quotidiano filogovernativo auspica che Kibeho diventi un luogo di pace e a tal fine suggerisce che "il governo e le altre parti interessate dovrebbero approfittare per sollecitare il clero a cogliere questa opportunità per espiare gli errori del passato predicando l'amore e il perdono". E ancora "le organizzazioni religiose potrebbero andare avanti e costruire un centro di pace nel luogo in cui hanno violato i loro voti".Insomma siamo alla solita e periodica richiesta alla Chiesa cattolica di un atto di contrizione propedeutico a una piena riconciliazione.
L'editoriale si ferma qui. Due elementi minano pero' la sincerità della proposta, evidenziandone la strumentalita': una bugia e una omissione.
Non risponde, infatti, a verita' storica il coinvolgimento, come scritto da The New Times, del vescovo del luogo negli eccidi del 1994. Vescovo in quel periodo era mons. Augustin Misago, del quale l'editoriale artatamente non fa il nome ben sapendo che un tribunale della Repubblica del Rwanda ha mandato assolto il vescovo da ogni accusa di coinvolgimento nei fatti del 1994, nel giugno del 2000, dopo oltre un anno di  carcere.
Al riguardo, qualcuno dovrebbe forse farsi carico di difendere la memoria del presule da simili subdole attacchi che, alla luce della citata sentenza , si configurano come diffamazione!
Altrettanto grave e' l'omissione. Parlare di omicidi e crudelta' che hanno avuto come teatro Kibeho senza fare menzione di quanto successo  nell'aprile 1995, proprio a Kibeho, quando militari dell'esercito rwandese irruppero nel campo profughi uccidendo oltre 4000 persone, secondo dati forniti da osservatori internazionali, non depone a favore della credibilita' e imparzialita' della proposta.

mercoledì 16 agosto 2017

Non di solo pane vive l'uomo: parte la raccolta fondi

Il Progetto "Non di solo pane vive l'uomo.." lanciato dall'Associazione Kwizera onlus a sostegno dell'iniziativa delle  suore Clarisse di Kamonyi volta a edificare un nuovo monastero a Nyinawimana, nella diocesi rwandese di Byumba, che accolga le sempre più numerose vocazioni claustrali che fioriscono in Rwanda (clicca qui),  è entrata nella sua fase esecutiva con la prossima individuazione dell’impresa realizzatrice.
Le Clarisse di Kamonyi hanno quindi dato avvio alla raccolta fondi, aprendo un apposito conto corrente su una banca del Rwanda, le cui coordinate bancarie sono riportate qui di seguito:
 Monastère NYINAWIMANA
B.P 5 BYUMBA- RWANDA
N° de Compte: 00040 06945589 40 EUR
Bank of Kigali (BK) -  BKIGRWRWX
Titulaire du Compte: Ordre de Sainte Claire au Rwanda
Tenuto conto degli oneri bancari di trasferimento fondi a livello internazionale, ci permettiamo di segnalare anche le coordinate bancarie del conto dell’Associazione Kwizera onlus, su cui potranno essere accreditati gli importi meno importanti​​​ che saranno bonificati sul conto del monastero, in ununica e più economica soluzione, dando specifica informativa di ogni singolo versamento al Monastero stesso:
Associazione Kwizera onlus
Istituto bancario Credito Valtellinese
IBAN: IT 17 M0521652160000000092361 
Causale: Progetto Non di solo pane vive l’uomo
La proposta dell'Associazione Kwizera è rivolta primariamente ai numerosi operatori italiani ma anche stranieri attivi nella diocesi di Byumba; ad essi  si chiede di concorrere con una percentuale anche contenuta dei fondi destinati alle  loro iniziative- Kwizera destinerà al Progetto il 5% dei fondi destinati al Rwanda per il 2017 - così da poter dare corso, tutti insieme,  alla realizzazione di un progetto, finanziariamente impegnativo ma dall’alto profilo ideale, quale la costruzione del nuovo monastero.Naturalmente saranno ben accetti anche i contributi di singole persone che condividono lo spirito del progetto.Per eventuali contatti diretti con la priora della comunità di Kamonyi, Madre M. Letizia, si potrà ricorrere a: clarisseskamonyi@yahoo.fr​​​.

domenica 13 agosto 2017

Aiutiamoli a casa loro: quando la realtà dei numeri supera ogni ideologismo

Questo video, anche se un po' datato e riferito in particolare alla realtà americana, aiuta a riflettere, con logica stringente, sul fenomeno migratorio, avendo come riferimento la realtà fattuale piuttosto che fuorvianti approcci ideologici, di qualunque colore essi siano. 


venerdì 11 agosto 2017

L' iniziativa "Non di solo pane vive l'uomo..." su Avvenire



Riportiamo il ritaglio stampa dell'articolo, a firma Laura Baradocchi, apparso nell'edizione di ieri di Avvenire, in cui viene ripresa l'iniziativa " Non di solo pane vive l'uomo..." dell'Ass. Kwizera a sostegno delle clarisse di Kamonyi.

mercoledì 9 agosto 2017

Le sfide che attendono Kagame

Vinte le elezioni con un plebiscitario 98,63%, essendosi spartiti il resto dei voti i due altri contendenti nella competizione elettorale, il presidente Paul Kagame si appresta a iniziare un nuovo settennato di governo del Rwanda. Le sfide che lo attendono non sono poche e sono state tutte chiaramente evidenziate dalle più autorevoli testate internazionali in sede di presentazione della recente tornata elettorale. Ne ha fatto una sintesi realistica The Economist in un suo articolo impietosamente intitolato Many Africans see Kagame’s Rwanda as a model. They are wrong, ( Molti africani vedono il Rwanda di Kagame come un modello. Si sbagliano), in cui, dopo aver riconosciuto gli indubbi meriti della governance rwandese  a partire dal 1994, evidenzia le criticità in tema di diritti e libertà democratiche, concludendo con un brutale benservito a Paul Kagame: "Dopo le elezioni  l'uomo forte del Rwanda dovrebbe ritirarsi con grazia". 
Non crediamo che Kagame aderisca al duro diktat del settimanale britannico, e ne avrebbe buon motivo non essendoci, allo stato, un’altra figura in grado di garantire al Rwanda una continuità degli standard attuali di vita civile in termini di sicurezza e di trend di sviluppo economico. Sbaglierebbe comunque a sottovalutare e tacitare, sull’onda della schiacciante vittoria, le critiche avanzate da più parti, opponendo i successi a livello di sviluppo economico e di sicurezza. 

martedì 8 agosto 2017

Padre Albanese: in Rwanda segni di democratizzazione "dal basso"

Segnaliamo questa interessante analisi di padre Giulio Albanese, grande esperto d'Africa, apparsa su Avvenire di sabato, dedicata alla tornata elettorale africana in cui è contenuto anche questo passaggio dedicato al Rwanda. Un'analisi, tutta ancora da riscontrare nella realtà, che nella sua estrema sintesi offre  un elemento di speranza. 
" ....vi sono elementi di novità che non andrebbero sottovalutati. Ad esempio, in un paese come il Ruanda, nonostante la leadership ininterrotta (dal lontano 1994, anno del genocidio) del regime di Paul Kagame – personaggio controverso, feroce con i dissidenti e responsabile di pesanti ingerenze militari nel vicino ex Zaire – si sta affermando un graduale processo di democratizzazione "dal basso", frutto della lenta ma sicura maturazione di un’opinione pubblica interna sensibile alla cittadinanza e al superamento dell’etnocentrismo politico. Il fatto che il governo di Kigali continui a essere saldamente nelle mani del Fronte patriottico ruandese (Fpr), grazie anche ai successi delle politiche di modernizzazione messe in atto in questi anni dal regime, non esclude scenari inediti alla narrazione giornalistica internazionale.Esiste, infatti, una resistenza democratica locale fatta di piccole realtà rurali e cittadine, espressioni eloquenti della società civile, che, con impegno e determinazione, silenziosamente, contribuisce a modificare i meccanismi di relazioni interetniche, rafforzando il ruolo socioeconomico dei territori e delle comunità autoctone. Si tratta di reti di solidarietà che nascono soprattutto tra i giovani e le donne, nuove mentalità di gestione e innovative pratiche di management sociale; gruppi informali i cui attori mutano e si diversificano costantemente, con una coscienza accresciuta dei loro diritti di cittadinanza".

domenica 6 agosto 2017

Plebiscito per Kagame, riconfermato presidente fino al 2024

Al solo fine di fare memoria dell'evolversi istituzionale del Rwanda ricordiamo che la Commissione elettorale nazionale rwandese ha reso noti i risultati delle elezioni presidenziali che si sono tenute venerdì 4 agosto.
I votanti sono stati oltre 6,7 milioni di rwandesi e i tre candidati in lizza hanno ottenuto questi risultati:
il presidente uscente Paul Kagame ha avuto 6,650,722, pari al 98,63 per cento dei voti;
il candidato indipendente Phillippe Mpayimana ha ottenuto il secondo posto con 49,117 voti (0,73 per cento);
il candidato Frank Habineza del Partito verde democratico Rwanda ha ottenuto 31,633 voti (0,47 per cento).
Le elezioni si sono svolte in un clima tranquillo, e i perdenti hanno riconosiuto la sconfitta.
Paul Kagame sarà presidente per i prossimi sette anni, così come previsto dalla riforma costituzionale approvata nel dicembre scorso, e potrà concorrere ai due successivi mandati che avranno una durata di cinque. Potrà quindi rimanere teoricamente alla presidenze fino al 2034, quando avrà 77 anni.

mercoledì 2 agosto 2017

Il nuovo Nunzio: il Rwanda ha bisogno di sacerdoti santi

mons. Andrzej Józwowicz
In attesa di formalizzare la presentazione delle proprie credenziali alle autorità rwandesi, il nuovo Nunzio, mons. Andrzej Józwowicz, ha avuto occasione di presentarsi alla Chiesa rwandese in occasione della solenne cerimonia, tenutasi  a Kabgayi il 22 luglio scorso, in cui sono stati ordinati 63 novelli sacerdoti.  Si celebrava anche il centenario dell'ordinazione dei primi sacerdoti rwandesi, Padre Donat Reberaho e padre Balthazar Gafuku, avvenuta nel mese di ottobre 1917.
Nell'occasione, mons. Józwowicz ha rivolto ai numerosi presenti,  a partire "dall'impressionante numero dei candidati al sacerdozio... segno molto eloquente della benedizione di Dio per il popolo del Ruanda" un forte richiamo "a proclamare la Buona Novella a tutti, ma soprattutto agli emarginati, ai poveri e alla gente afflitta che vivono nella periferia della vita umana". Ricordando le parole del connazionale, san Giovanni Paolo II, ha poi sottolineato l'importanza del ministero della misericordia e della riconciliazione, richiamando gli stessi sacerdoti  a  ricorrere a loro volta regolarmente alla propria  confessione personale e a una direzione spirituale. 

venerdì 28 luglio 2017

Intervista alla superiora delle clarisse di Kamonyi

L'agenzia AciStampa dedica un suo lancio alle clarisse di Kamonyi.Il pezzo, a firma Simone Baroncia, ripercorre la storia della presenza della clarisse in Rwanda così come da noi descritta in un precedente post ed e' arricchito da una interessante intervista alla responsabile della comunita' di Kamonyi che qui di seguito riportiamo.
"Alla madre superiora, suor Maria Letizia Mukampabuka, abbiamo chiesto di raccontarci il ruolo delle consacrate nella Chiesa africana: “Le persone consacrate hanno una forte attività nei Paesi africani, i quali sono ancora in via di sviluppo. Qui in Rwanda come altrove le persone consacrate si occupano di una grande parte dell’educazione nelle scuole a tutti i livelli a anche le Istituzioni di qualche Università Cattolica. Le Consacrate hanno anche un posto molto importante nei settori dalla salute (sanità): ospedali, ambulatori, pronto soccorso. Sia fisico, psichico, morale. In questi settori, le Consacrate trovano modo di Evangelizzare e promuovere azioni di Pace, di Giustizia e l’armonia tra i popoli”.
Come si vive la fede cattolica in Rwanda?
“La Vita Contemplativa è come il motore che attiva dal di dentro tutte queste attività, dandole un’immagine di vita eterna. Attraverso creature chiamate a una vita di preghiera, di lode e di adorazione. Così l’opera dell’uomo si trasfigura e va al di là del visibile e umano per rispondere ai desideri di Dio Creatore e Padre e soprattutto accogliere i suoi disegni d’Amore per l’Uomo, figlio prediletto e il creato in genere. Certo, tutto dipende della fede, comunque si potrebbe dire che il popolo Rwandese risponde abbastanza bene a questi valori, testimoniando nella vita, momenti di riconciliazione e azioni di unità. Tutto questo lo si può attingere da una vita di Preghiera, incoraggiata anche da modelli Evangelici”.

martedì 25 luglio 2017

Iniziati i lavori dell'acquedotto Rubaya-Kabugo

I primi lavori sulla sorgente
Sono iniziati la settimana scorsa i lavori per la realizzazione dell’acquedotto di Rubaya-Kabugo nella parrocchia di Bungwe. Si tratta di un acquedotto che porterà l’acqua potabile a due piccoli villaggi della campagna rwandese, Rubaya e Kabugo, dove spesso la normalità di poter disporre di un bicchiere d’acqua comporta lunghi e faticosi viaggi, anche di kilometri, per raggiungere le poche sorgenti disponibili. L’opera, finanziata all’associazione Kwizera e realizzata dall’impresa Falide di Byumba con l’apporto della popolazione locale, convoglierà l’acqua attinta a due sorgenti locali, attraverso circa 4.000 metri di tubazione e le cisterne necessarie, alle due comunità di Rubaya e di Kabugo. Rubaya  è un villaggio di circa 749 famiglie raccolte attorno alla Chiesa cattolica, alla scuola, al centro di sanità, agli uffici della comunità civile, al mercato e al macello. Kabugo è una comunità di 150 famiglie dotata di una scuola materna, di una chiesa cattolica e di una protestante. L’inizio dei lavori è stato salutato con favore dalle autorità civile del posto, a partire dal capo del distretto di Gicumbi, Juvenal Mudaheranwa.  La spesa complessiva è stata preventivata in 15,5 milioni di franchi rwandesi, corrispondenti  a circa  17.500 euro. L’intero importo è stato reso disponibile dalla munifica donazione di una benefattrice in memoria di Lia e Rita Accorsini.

venerdì 21 luglio 2017

Parte la telemedicina rwandese anche come strumento di formazione per i medici

Nel momento in cui il Progetto Africa-Italia-Africa, vedi nostro post del febbraio scorso, potrebbe approdare sui tavoli ministeriali per una valutazione circa la sua reale fattibilità, questa notizia conferma indirettamente la fondtezza della proposta di stage professionalizzanti per giovani medici rwandesi di cui il progetto si compone. Il Ministero della Salute rwandese ha lanciato un progetto di telemedicina all'ospedale di Shyira nel distretto di Nyabihu, che dovrebbe contribuire, attraverso l’utilizzo dell’ITC, a un contenimento complessivo dei costi della sanità rwandese a partire da quelli  di trasferimento dei pazienti ad altri ospedali e, soprattutto per quanto ci riguarda, di formazione dei medici.Pur tra inevitabili difficoltà nei collegamenti via internet, che non sempre garantiscono la continuità delle comunicazioni, il progetto dovrebbe consentire ai medici dell’ospedale di avere contatti  con 64 medici specialisti di tutto il mondo, dalla Nigeria agli Stati Uniti, dal Congo all’Uganda,  che trattano diverse malattie e da cui i medici rwandesi potranno avere  importanti supporti.
Parlando al lancio dell'iniziativa, il dottor Innocent Turate, responsabile del centro HIV e di altri reparti di controllo delle malattie infettive nel Centro Biomedico Rwanda, ha dichiarato: "La tecnologia permetterà ai medici di chiedere un secondo parere da esperti di altri ospedali come CHUK, King Faisal o all'estero oltre che beneficiare di formazione e tutoraggio che possono essere forniti da specialisti al di fuori del paese".
A sua volta, il dottor Theoneste Rubanzabigwi, direttore dell'ospedale, sottolineando la necessità di avere medici esperti in Rwanda, ha aggiunto che poichè  " i medici locali necessitano di più formazione e di apprendere di più da medici più anziani, questo progetto aiuterà a ottenere tale formazione senza necessariamente incontri  faccia a faccia ". In quest'ottica, il Progetto pilota per il Rwanda di Stage professionalizzante per giovani medici africani, che fa parte dl più ampio Progetto Africa-Italia-Africa, sembra pienamente rispondente alle necessità evidenziati dai responsabili della sanità rwandese.

lunedì 17 luglio 2017

Iniziata la campagna per le presidenziali 2017: si accendono i riflettori sul Rwanda






E’ iniziata la campagna elettorale delle presidenziali 2017 in previsioni delle elezioni che si terranno  il prossimo 4 agosto e che  decreteranno il prossimo presidente del Rwanda. Tre sono i candidati che concorrono: il presidente uscente Paul Kagame, esponente del Fronte patriottico rwandese (RPF), Frank Habineza del Partito  Verde del Rwanda e il candidato indipendente Philippe Mpayimana. Sul risultato, scontato come nessun altro mai essendo incerta solo la percentuale con cui Kagame si aggiudicherà la tornata, dovrebbero vigilare osservatori internazionali; almeno così recitava un articolo comparso sull’edizione on line
del quotidiano The New Times, ora stranamente non più raggiungibile, in cui si parlava di rappresentanti del The Carter Center, nella persona dell'ex segretario di stato americano John Kerry, e di esponenti dell'Unione Europea. Come naturale, in coincidenza del periodo elettorale si sono accesi anche i riflettori sul Rwanda da parte della stampa  internazionale e delle ong impegnate nella difesa dei diritti umani.  Così è uscito un rapporto dell'ong HumanRights Watch , sdegnosamente respinto dalle autorità governative, in cui si denunciano esecuzioni sommarie da parte della forze di sicurezza rwandesi di una quarantina di piccoli criminali nella parte occidentale del paese. A sua volta, l'autorevole settimanale britannico The Economist ha pubblicato un articolo dal titolo, Many Africans see Kagame’s Rwanda as a model. They are wrong, ( Molti africani vedono il Rwanda di Kagame come un modello. Si sbagliano), in cui, dopo aver riconosciuto gli indubbi meriti della governance rwandese  a partire dal 1994, conclude, dopo aver evidenziato le criticità in tema di diritti e libertà democratiche, con un brutale benservito a Paul Kagame: " Dopo le elezioni  l'uomo forte del Rwanda dovrebbe ritirarsi con grazia". Presumibilmente, questo è solo l'inizio; da qui  in avanti, per qualche tempo, il Rwanda sarà sotto i riflettori della comunità internazionale e con i riconoscimenti arriveranno, immancabili, anche le critiche. 

mercoledì 12 luglio 2017

Come rispondere ai bisogni economici della Chiesa rwandese: esperti a confronto

I rappresentanti delle diocesi rwandesi, esperti in affari economici, sono riuniti in questi giorni a Kigali, presso il centro  San Vincent Pallotti di Gikondo, per un workshop  sui bisogni finanziari e sulla gestione delle risorse economiche della Chiesa rwandese. Perché, come affermato nell’indirizzo di saluto di Mons Célestin Hakizimana, Vescovo di Gikongoro e Presidente della Commissione episcopale per gli affari economici,  è "il momento per la Chiesa cattolica di rivedere le proprie strategie nella mobilitazione dei fondi necessari per condurre correttamente il proprio apostolato, pervenendo, dopo tanto parlare, a proposte efficaci che rispondano alle pressanti sfide a cui sono chiamate le diverse diocesi. Nel seminario, i partecipanti si scambieranno le loro esperienze interrogandosi su come porre rimedio alla sempre più evidente carenza di fondi, di come reperire nuove risorse finanziarie e su come gestirle al meglio, così come dare attuazione con professionalità ai diversi  progetti in cui quasi tutte le diocesi sono impegnate. Nel dibattito dovrebbe avere spazio, in primis, la valorizzazione del consistente patrimonio di terreni agricoli di cui dispongono tutte le diocesi, non poche volte abbandonato a se stesso e comunque non valorizzato appieno, secondo i criteri di una moderna agricoltura che, in mano ai privati, in Rwanda comincia a dare risposte reddituali significative. Anche nel caso di loro affidamento a cooperative agricole, attenti criteri gestionali accompagnati all’introduzione di più moderne tecniche agricole  può portare a rese economiche importanti con beneficio di tutte le parti coinvolte, superando anche la mera logica della lotta alla fame. Senza dimenticare che terreni incolti richiamano l’attenzione delle autorità con il conseguente rischio di non improbabili misure di esproprio ( vedi al riguardo questo nostro vecchio post)Anche molti edifici costruiti nel passato richiederebbero opere di recupero e ripristino. Troppo spesso, infatti, vengono messi in campo nuovi investimenti immobiliari, lasciando inutilizzati e destinati a un inevitabile degrado immobili che potrebbero essere ancora utilizzati. Da ultimo un’attenzione dovrebbe essere riservata alla valorizzazione, nel lungo termine, di investimenti già in essere, come nel caso della banca RIM. In questo momento in Rwanda le attività finanziarie stanno attirando l’attenzione degli investitori esteri per le potenzialità che il mercato offre, le diocesi dovrebbero quindi vedere nella RIM non solo uno strumento per intervenire a sostegno dei risparmiatori e delle famiglie, ma anche un vero e proprio investimento che dovrebbe garantire un ritorno in termini di dividendi annui nel breve periodo e una sua crescita di valore nel tempo. Altrettanto va detto per iniziative in campo turistico ( alberghi e ristoranti). Fondamentale resta però la gestione professionale di tutte queste attività, che devono essere affidate primariamente a professionisti e tecnici affidabili e provati, qualità non necessariamente riscontrabili in un bravo sacerdote ( vedi questo post).Per quanto invece riguarda il reperimento di fondi da donatori esteri rimangono sempre valide queste nostre passate  riflessioni ( clicca qui).

sabato 8 luglio 2017

Benvenuti nel club ”Aiutiamoli a casa loro”

Sull’immigrazione si cambia verso.Improvvisamente, quasi come l’esplodere di un temporale estivo, irrompe nel dibattito politico un cambiamento nella politica italiana sull’immigrazione. Ne fanno testo le dichiarazioni di diversi esponenti politici, a partire dall’ineffabile Matteo Renzi.
Post pubblicato e prontamente rimosso
  sul sito del PD
«Dobbiamo avere uno sguardo d'insieme uscendo dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi - scrive il leader del Pd nel suo ultimo libro, Avanti -. Se qualcuno rischia di affogare in mare, è ovvio che noi abbiamo il dovere di salvarlo. Ma non possiamo accoglierli tutti noi». E ancora « è evidente che occorre stabilire un tetto massimo di migranti, un numero chiuso..... nel rispetto della sicurezza e della legalità». 
Di rincalzo il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo aver affermato ieri come in Italia «non  ci sia una capacità di accoglienza illimitata», ha riaffermato oggi al G20  « la  differenza giuridica tra rifugiati e migranti economici. Ma questi sono oltre l'85% degli arrivi e quindi gestire e contenere i flussi è e sarà sempre più una sfida europea e globale - aggiungendo inoltre - occorre investire in Africa per lo sviluppo e contro le conseguenze del cambiamento climatico, stabilizzare la Libia, combattere i trafficanti di esseri umani». 
Lo stesso Enrico Letta, padre della missione Mare Nostrum, si adegua, dicendo sì a «una distinzione netta tra i richiedenti asilo per ragioni politiche, rifugiati che scappano e hanno diritto ad una tutela totale, e coloro che vengono per ragioni economiche rispetto ai quali è giusta una selettività, sono giuste delle quote». 
Come si vede cambia anche il linguaggio anche se, purtroppo, ancora oggi c'è chi non smette di giocare con le parole, come capita al sito della Caritas di una importante diocesi italiana in cui l'emergenza migrazione è trattata sotto l'insegna, leggermente mistificatoria, "Accoglienza profughi".Caso a parte è quello della presidente della Camera, Laura Boldrini, che dalla sua ha l'aggravante di essere una conoscitrice del fenomeno per i suoi trascorsi professionali di portavoce per l'Italia dell'agenzia ONU per i profughi UNHCR, che archivia tutte le sue passate crociate con questo tweet che le merita l'immediata ammissione al club "Aiutiamoli a casa loro":
Fuori tempo massimo, ma sono arrivati anche  loro, veri responsabili dell'attuale situazione, se risultano vere le recenti rivelazioni dell'ex ministro degli esteri del governo Letta, Emma Bonino, secondo il quale “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”.
Da  qui in avanti scommettiamo che il dibattito, anche sui grandi media, cambierà e certi argomenti non saranno più tabù.
Adesso aspettiamo che anche da parte di certi esponenti della Chiesa italiana ci sia il recupero di quel sano realismo cristiano  che permetta un approccio del fenomeno migratorio meno sentimentale e contingente e  capace di andare alla radice del fenomeno di cui la pur drammatica vicenda dell'umanità dei barconi è solo una spia. Tanto per cominciare rivolgendo lo sguardo a quei  1216 milioni di africani che risiedono sul continente, di cui quasi 400 milioni vivono con meno di 1,25 dollari al giorno ( un 30° del costo quotidiano che  lo stato italiano si accolla per l'accoglienza di un migrante), per i quali l'accoglienza va declinata in loco, dopo aver percorso il ponte verso l'Africa. Perchè  l'accoglienza vera più che gestione remunerata dell'ospitalità è attenzione gratuita all'altro.

lunedì 3 luglio 2017

Inizia la missione del nuovo nunzio

L'accoglienza di mons. Józwowicz, da parte dei vescovi rwandesi
Mons. Andrzej Józwowicz, nominato nel marzo scorso da papa Francesco  nuovo nunzio in Rwanda, è arrivato a Kigali nella serata del 28 giugno, accolto all’aeroporto di Kanombe dal presidente della Conferenza episcopale rwandese, mons Philippe Rukamba, vescovo di Butare, accompagnato dai vescovi di Kabgayi, Kibungo e dall’arcivescovo di Kigali. Con l'arrivo di mons. Józwowicz ed espletati gli adempimenti formali di presentazione e a accettazione delle credenziali da parte delle autorità, la nunziatura in Rwanda torna ad avere un suo preposto, dopo che il precedente nunzio, mons. Luciano Russo, aveva lasciata vacante la sede nel luglio scorso, essendo stato chiamato a reggere le nunziature di Algeria e Tunisia, con sede ad Algeri. In questo periodo l’operatività della nunziatura è stata assicurata dal segretario,  il lettone don  Antons Prikulis.
Mons. Andrzej Józwowicz è nato a Boćki (Polonia) il 14 gennaio 1965.È stato ordinato sacerdote il 24 maggio 1990 e incardinato a Łowicz. È laureato in Utroque Iure. Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1997, ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Mozambico, Thailandia, Ungheria, Siria, Iran, Russia. Conosce l’italiano, l’inglese, il francese, il russo, il portoghese.
Ha ricevuto l'ordinazione episcopale il 27  maggio scorso nella Cattedrale di Lowicz  in Polonia, in una cerimonia  presieduta dal segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

martedì 27 giugno 2017

Accordo Italia-Rwanda per favorire partnership industriali

La  presenza italiana nell’economia del Rwanda, finora quasi nulla se si escludono alcune iniziative commerciali e ristorative, potrebbe trarre un significativo impulso dalla firma di un accordo di collaborazione tra Confindustria Assafrica & Mediterraneo e la Federazione del settore privato del Rwanda, firmato di recente a Milano, finalizzato  a favorire e supportare lo sviluppo di partnership, in ambito formativo e di  scambio di  know how, con l’obiettivo di pervenire a  investimenti congiunti. 
I settori in cui le aziende italiane potrebbero investire attengono in particolare il comparto agricolo, su cui si basa l’economia rwandese,  in settori quali le industrie di trasformazione e conservazione di alcuni prodotti, come i pomodori o i latticini, piuttosto che il trattamento del pellame del ricco patrimonio zootecnico rwandese. Di recente alcuni studi di ingegneria italiani avevano curato la progettazione di mini centrali idroelettriche, un settore in cui il governo rwandese sta investendo molto e in cui imprenditori italiani del settore potrebbero valutare di impegnarsi. Oltre che poter contare sul supporto della Private Sector Federation (PSF), gli investitori che volessero puntare sul  Rwanda troveranno un contesto decisamente favorevole al fare impresa,  con una burocrazia  lontana anni luce dai modelli italiani, dove i tempi di risposta su diverse pratiche amministrative, a partire dalla costituzione di una società, si misurano con l’orologio piuttosto che con il calendario. Si legga  quanto, in questi anni, abbiamo scritto al riguardo (clicca qui).  Senza dimenticare l’elevato livello del sistema  delle telecomunicazioni e di quello dei trasferimenti monetari. Il tutto inserito in un contesto in cui la sicurezza è uno dei punti di forza dell’amministrazione rwandese. Da ultimo va sottolineata che la collocazione geografica del Rwanda, al centro dell’Africa, con i suoi ottimi collegamenti aerei, con la sua capitale Kigali, diventata il più importante centro congressuale continentale, ne fa un ideale trampolino di lancio per la conquista dei nascenti mercati africani.

venerdì 23 giugno 2017

Lo sviluppo dell'Africa e il mercato degli abiti e delle scarpe di seconda mano

Cosa c'entrano i vestiti e le scarpe di seconda mano con lo sviluppo di un continente come quello africano?
Abiti usati al mercato di Nyagahanga
Abituati, quando si parla di politiche di sviluppo dell’Africa, a misurarci solo con grandi temi quali gli aiuti finanziari, la lotta alla corruzione, lo sfruttamento delle risorse naturali, i flussi migratori e la creazione di posti di lavoro per la gioventù africana, facciamo fatica  a immaginare che quei vestiti e quelle scarpe usate, che a volte fanno bella mostra anche in certi nostri mercatini rionali,  possano diventare oggetto di  politica  economica dei paesi africani e materia di conteziosi commerciali internazionali.
Eppure, è quello che sta avvenendo nei  paesi dell’Africa Orientale - Uganda, Tanzania e Rwanda- che si trovano alla vigilia di una guerra commerciale con gli USA proprio in materia di commercio dell’abbigliamento usato.
Già lo scorso anno, il Rwanda, nell'intento di  ridurre il deficit commerciale e favorire e accelerare, per quanto possibile, la produzione interna di prodotti tessili  e del pellame, aveva innalzato le tasse sui vestiti usati da $ 0,2 a $ 2,5 per chilogrammo, mentre le imposte sulle scarpe usate erano aumentate da $ 0,2 a $ 3 per chilogrammo. L’iniziativa andava a penallizzare  il mercato dei vestiti e delle scarpe di seconda mano, un mercato particolarmente florido in quasi tutti i paesi africani,  alimentato in gran parte da flussi di merce proveniente dagli Stati Uniti. 

lunedì 19 giugno 2017

Non di solo pane vive l’uomo: a Nyinawimana sorgerà un nuovo monastero per le clarisse

La comunità di Kamonyi
A fronte del deserto vocazionale che caratterizza la gran parte dei monasteri di clausura italiani ed europei, in Rwanda si assiste ad una vera e propria primavera vocazionale con giovani rwandesi che sempre più numerose  chiedono di accedere alla clausura. E’ il caso del  Monastero delle Clarisse di Kamonyi, a pochi kilometri da Kigali sulla strada per Butare, fondato agli inizi degli anni ottanta da due suore italiane, Suor Giuseppina e suor Miriam, inviate in terra rwandese dalla comunità delle clarisse di Assisi. Negli anni la comunità ha avuto un provvidenziale sviluppo.Sono  ben 45 le suore presenti in convento, anche se non sono le uniche vocazioni nate in questi anni, perché man mano che la comunità cresceva, veniva data vita ad un’altra comunità dapprima in Rwanda e poi una nel Burkina Faso, che con il tempo si sono date una articolazione autonoma. Senza dimenticare le 7 sorelle inviate in Italia, al seguito della consorella delle origini, suor Miriam, che presiede  una comunità monastica con altrettante consorelle italiane, a Matelica nelle Marche. 

venerdì 16 giugno 2017

Quei "cattolici per il clima" che non vorrebbero l'estrazione del gas dal lago Kivu

Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, titolava qualche giorno fa con una certa enfasi "Cattolici in prima fila nel dire addio alle fonti fossili", per dare conto delle ultime  istituzioni cattoliche che hanno fatto la scelta di disinvestire da società attive nello sfruttamento di fonti fossili di energia, carbone, petrolio e gas. A livello internazionale tali associazioni si riconoscono nel Movimento cattolico per il clima che riunisce 100 organizzazioni impegnate sul tema.
Anche solo con riferimento specificatamente all'utilizzo del gas, rimane sempre attuale questo intervento che il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, fece in un'audizione al Senato italiano nel novembre del 2014. Tesi riproposte anche in questa intervista a L'Espresso (clicca qui).
Per quel che ci interessa, ai tanti firmatari dell'appello, oltre agli immancabili gesuiti alla page purtroppo anche qualche ordine missionario,  pronti a raccogliere gli applausi dei media mainstream, ma ben lontani dall'interrogarsi nel concreto sulle conseguenze dei loro gesti, vorremmo girare questo interrogativo: fosse per voi l'investimento del Rwanda nell'estrazione del gas dal lago Kivu quale volano per lo sviluppo della società rwandese può proseguire o gli investitori coinvolti nell'impresa dovrebbero ritirare i loro investimenti?
Gradito un semplice sì o no.

 . 

martedì 13 giugno 2017

International Conference G20 Africa Partnership a Berlino: l'intervento di Kagame

Kagame a fianco del premier Gentiloni
Ha vuto inizio ieri e proseguirà oggi la conferenza “Partenariato G20 Africa, investire in un avvenire comune”.  L’incontro è incentrato sulla promozione degli investimenti nel continente africano. Sono presenti i capi di stato della Costa d’Avorio, Marocco, Rwanda, Senegal, Tunisia, Ghana, Guinea, Mali e Niger. L’incontro precede il dodicesimo meeting del gruppo dei venti (G20), che si terrà il 7 e 8 luglio nella città di Amburgo. Gli interventi della prima giornata  dei leader europei ed africani sono visibili nel video, con traduzione simultanea in italiano. L'intervento del presidente rwandese Paul Kagame inizia al minuto 1h:24.


lunedì 12 giugno 2017

Il Rwanda al G7 dell'Ambiente di Bologna

Il ministro all'Ambiente rwandese Vincent Biruta
con l'omologo italiano Gian Luca Galletti
In occasione del G7 sull'ambiente che si è tenuto a Bologna nel fine settimana, il Rwanda è entrato  a far parte della coalizione ‘Stop Plastic Waste‘, lanciata alla Cop22 di Marrakech, che ha l’obiettivo di ridurre l’inquinamento di rifiuti di plastica nel mare e, in particolare, l’eliminazione dei sacchetti di plastica monouso in tutti i paesi. Sono 13 paesi che fanno parte della  coalizione: Italia, Francia, Marocco, Cile, Principato di Monaco, Mauritius, Svezia, Bangladesh, Australia, Senegal, Croazia, Paesi Bassi e adesso, anche Ruanda. In Rwanda, ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Vincent Biruta, “abbiamo avviato un programma per mettere al bando i sacchetti di plastica“. Inoltre le imprese locali, “nei prossimi quattro anni dovranno produrre packaging alternativi sostenibili“. Si tratta, spiega il ministro del Rwanda, “di un processo in corso” ma è un “passo importante che sta già ispirando altri paesi africani“. L’obiettivo, spiega Biruta, è cercare soluzioni alternative alla plastica e per questo “desideriamo collaborare con tutti i paesi della coalizione“.

giovedì 8 giugno 2017

Europa-Africa: firmato il nuovo consenso Ue sullo sviluppo

E' stato firmato ieri a Bruxelles, nella  giornata di apertura degli European development days (EDD),  alla presenza dei vertici delle istituzioni dell'Ue, dei leader africani e dei paesi in via di sviluppo,  un progetto strategico che illustra il futuro della politica europea di sviluppo. Questo "nuovo consenso europeo sullo sviluppo" rappresenta un piano d'azione per eliminare la povertà e raggiungere uno sviluppo sostenibile. 
P. Kagame all' apertura dell'EDD
Come riferisce l'agenzia Nova, tre sono gli ambiti di intervento su cui  i leader europei si sono impegnati. "Il primo consiste nel riconoscere forti legami tra elementi come sviluppo, pace e sicurezza, aiuti umanitari, migrazione, ambiente e clima, nonché giovani, parità dei sessi, mobilità e migrazione, energia sostenibile e cambiamenti climatici. Il secondo settore è relativo a un approccio globale ai mezzi di attuazione, combinando gli aiuti di sviluppo tradizionali con altre risorse, nonché politiche sane e un approccio rafforzato alla coerenza delle politiche.

lunedì 5 giugno 2017

La fattoria delle capre nella savana dell'Umutara

Il progetto dell'allevamento di capre, promosso dalla parrocchia di Nyagatare e finanziato dall'Ass. Kwizera, è definitivamente decollato. Sono  cinquanta le capre, unitamente a un  caprone, che fanno parte dell'allevamento che ha trovato sistemazione  all'interno dei sei ettari di pascolo di cui dispone la parrocchia nella savana dell'Umutara.
Come documentato dalle foto che ci sono state inviate dal parroco di Nyagatare, don Emmanuele, sono state ultimate la stalla, dove trovano ricovero le capre, e  immediatamente a fianco, una piccola casa dove è alloggiato il custode dell'allevamento, unitamente alla giovane moglie e a un figlio. La vita nella piccola fattoria è cominciata con la nascita dei primi quattro capretti, frutto di due parti gemellari; presto seguiranno altri parti da parte delle rimanenti capre. Allo stato, tutto lascia presagire buoni sviluppi per il futuro. Rimane il grande problema della carenza d'acqua che costringe il guardiano della fattoria a lunghe camminate per andare ad abbeverare le capre presso le poche pozze esistenti che si formano nel periodo delle piogge, ma che si esaurisconno in breve tempo. Per questo sarebbe necessario dotare la fattoria di una cisterna che raccolga l'acqua piovana nelle stagioni delle piogge. Altri interventi previsti sono la creazione di un piccolo recinto esterno alla stalla e l'installazione di un pannello solare che alimenti un sistema d'allarme notturno contro i ladri che battono le campagne. 

venerdì 2 giugno 2017

In Rwanda i fascicoli giudiziari si consultano on line

Nelle Considerazioni finali lette mercoledì, il Governatore della Banca d'Italia, Vincenzo Visco, invocavava tra le riforme necessarie a far ripartire l'Italia  la necessità di "ridurre i tempi della giustizia". In Rwanda, ci provano.
Da ieri 1 giugno,  in tutti i tribunali rwandesi  ha iniziato ad operare il Sistema Integrated Electronic Case Management (IECMS), messo a punto a partire dal 2015  dalla  società americana, Synergy International Systems, che consente la gestione digitale  dei casi giudiziari, la cui documentazione sarà tutta consultabile on-line dalle diverse parti in causa.
Lanciato nel gennaio 2016, in un progetto pilota nella capitale Kigali, l'IECMS  ha dimostrato la propria efficacia nella gestione delle pratiche giudiziarie, consentendo ai tribunali di affrontare la questione dell'accumulo di arretrato, velocizzando i tempi, evitando duplicazioni di atti e riducendo significativamente i costi operativi.
Tutte le persone interessate a un caso possono accedere al relativo fascicolo processuale utilizzando la piattaforma  https://iecms.gov.rw/en/,  il cui utilizzo è spiegato su  su YouTube. Secondo il portavoce della magistratura, Emmanuel Itamwa Mahame, il sistema oltre a  rendere più efficace l'intera macchina giudiziaria, "riduce i rischi di corruzione", riducendo al minimo i contatti personali con i  giudici preposti alla causa.

lunedì 29 maggio 2017

Wallah - Je te jure: il documentario double face

Strana la sorte toccata al documentario, Wallah- Je te jure, diventato in poco tempo una sorta di manifesto a favore dell'immigrazione, senza farsi troppe domande, specie se presentazione e dibattito che ne segue la proiezione, nei numerosi incontri programmati sul territorio per dibattere il tema delle migrazioni, sono fatte da operatori del settore connesso all'accoglienza.Il  documentario, come recita la scheda di presentazione, " racconta le storie di uomini e donne in viaggio lungo le rotte migratorie dall'Africa all'Italia, che dall'Africa Occidentale passano per il Niger e la Libia, fino a raggiungere l’Italia. Villaggi rurali del Senegal, stazioni degli autobus e "ghetti" di trafficanti in Niger, case e piazze italiane fanno da sfondo ai viaggi coraggiosi intrapresi da queste persone, dalle conseguenze spesso drammatiche. L'Europa è una meta da raggiungere ad ogni costo, "Wallah", lo giuro su Dio. Ma c'è anche chi, provato dalla strada, riprende la via di casa". Diretto dal regista  Marcello Merletto, Wallah è stato prodotto  dall’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni-Niger con la finalità di informare in maniera efficace  i futuri migranti quali siano i rischi di mettersi in viaggio verso l’Europa. Il documentario  è uscito in 2 diversi formati:uno di  circa un’ora  è la versione per noi occidentali, usata nelle serate di dibattito sull'immigrazione, l'altro della durata di 23 minuti  viene mostrato nei paesi di provenienza dei migranti ed è visibile cliccando nell'immagine qui sotto.


L'edizione internazionale rappresenta in maniera equilibrata e corretta i rischi dei viaggi e il futuro tutt'altro che roseo che attende i migranti in Italia: del deludente approdo nel nostro paese  di questi giovani abbiamo come unica testimonianza di "concreto" inserimento   un venditore di braccialetti all'ombra del castello Sforzesco di Milano e un ragazzo che viene avviato agli studi universitari ( risultato che avrebbe potuto ottenere anche senza salire sui barconi). Al contrario, una soluzione possibile alle inevitabili delusioni di chi approda in Italia viene prospettata nel ritorno al paese di origine, come nel caso di quella famiglia che, rientrata in patria, mette in piedi un impresa per la lavorazione del pesce.
L'ultima inquadratura dell'edizione africana
 Pure nella corretta rappresentazione del fenomeno migratorio, che non nasconde tutti i problemi annessi, il documentario è utilizzato in Italia, in modo particolare nelle parrocchie, quale strumento di dibattito a supporto di discorsi di accoglienza dei nuovi migranti, senza minimamente interrogarsi neppure sugli aspetti critici che lo stesso documentario non manca, con molta onestà intellettuale, di mettere in evidenza. 
Eppure, se i partecipanti alle riunioni di questo tipo avessero modo di guardare l'edizione per i paesi d'origine dei migranti vedrebbero un film il cui unico chiaro messaggio, riassunto nell'inquadratura finale, è quello di non intraprendere il viaggio verso l'Italia dove quei giovani non troveranno il lavoro che cercano. Come  autorevolmente affermato, in un appello ai giovani, dai vescovi africani - "non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America”; appello che in Italia     è passato stranamente e colpevolmente sotto silenzio.
E allora perchè non dirlo e parlarne?
Perchè non dire che chi è pronto ad accoglierti, grazie alle risorse attinte al bilancio dello Stato, non è poi in grado di trovarti un posto di lavoro che ti dia dignità: perchè "non è un ufficio di collocamento" e, forse, perchè in questo momento in Italia il lavoro dignitoso, che non sia essere sfruttati come schiavi nei campi, non c'è?

sabato 27 maggio 2017

Consacrazione episcopale del nuovo nunzio in Rwanda

Un momento dell'ordinazione episcopale 
Si è tenuta oggi nella Cattedrale di Lowicz  in Polonia la cerimonia  di ordinazione episcopale di mons. Andrew Józwowicz, nominato da papa Francesco il 18 marzo scorso nuovo nunzio apostolico in Rwanda. La cerimonia è stata presieduta dal segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
In un’intervista rilasciata ieri al portavoce della conferenza episcopale polacca, l'Arcivescovo Andrzej Józwowicz aveva espresso l’auspicio di poter essere “un buon ambasciatore della Santa Sede e la migliore testimonianza per la Polonia, un paese di cui sono molto orgoglioso e che amo” confidando di poter essere colui che "porta la pace, la riconciliazione, la Buona Novella a tutti, specialmente a coloro che vivono ai margini della vita umana, come ricordato da Papa Francesco". 

domenica 21 maggio 2017

Per Medjugorje una soluzione come quella di Kibeho?

La risposta che la Chiesa potrebbe dare alle apparizioni a Medjugorje potrebbero ricalcare, per certi versi, quanto accaduto per le apparizioni di Kibeho. E’ quanto sembra trasparire da alcune dichiarazioni dell'arcivescovo di Varsavia-Praga, Henryk Hoser, inviato del Papa a Medjugorje, apparse venerdì scorso su Avvenire , in cui paragonava le apparizioni bosniache a quelle avvenute in Rwanda tra il 1981 e il 1989, lasciando intendere la possibile  scelta di una medesima soluzione per avvenimenti molto simili. Lo sostiene La Bussola quotidiana in un ampio articolo a firma Benedetta Frigerio in cui vengono sottolineate le molte   analogie tra le due apparizioni e il fatto  "quanto meno singolare che il contenuto dei messaggi mariani e la data dell’inizio delle apparizioni siano del tutto simili. Ma soprattutto impressiona che, anche in questo caso, il messaggio della Vergine sia stato, prima ostacolato (anche da religiosi e prelati) e poi, quando il genocidio si verificò realmente, accettato solo in parte". Per leggere l'interessante analisi della Frigerio clicca qui.

venerdì 19 maggio 2017

La tradizionale intervista di Jeune Afrique a Kagame

L'ultima copertina di Jeune Afrique 
“Il giornalismo è scrivere ciò che qualcun altro non vuole che sia scritto. Tutto il resto sono pubbliche relazioni”. L'icastica definizione dello scrittore George Orweel torna alla mente quando si leggono le interviste  che Jeune Afrique dedica periodicamente ai leader africani.  Anche  l'annuale intervista che Jeune Afrique  ha dedicato nel suo ultimo numero al  presidente Paul Kagame non si discosta molto da questo cliché di intervista pettinata. Qui il testo riproposto da The New Times in inglese
e qui l'originale in francese.
L'occasione dell'intervista è fornita dalle prossime  scontatissime elezioni presidenziali, programmate per il 4 agosto,  che hanno come unica incognita, secondo Jeune Afrique, la percentuale dei voti con cui Kagame si imporrà sugli attuali altri candidati. Allo stato, tre risultano essere i candidati che si confronteranno con Kagame: Frank Habineza, leader del Partito Democratico verde ( solo partito di opposizione autorizzato negli ultimi quattro anni)  l'unico che può sperare di raggiungere il 5 per cento dei voti;Philippe Mpayimana, un ex giornalista sconosciuto al grande  pubblico, tornato di recente in patria da Parigi dove si trovava in volontario esilio e Diane Rwigara, giovane figlia di un uomo d'affari  una volta  vicino al potere e morto in un incidente sospetto nel 2015, la cui candidatura è stata seriamente compromessa dalla pubblicazioni abusiva di sue immagini private in pose sconvenienti. 

mercoledì 10 maggio 2017

Compenso da star a Obama per esprimere l'augurio che la fame nel mondo sparisca

 "Il cambiamento climatico continuerà ad avere un impatto sul nostro mondo, produrre energia sarà sempre più difficile e anche produrre cibo sarà sempre più difficile. Tutto questo avrà ripercussioni, molti rifugiati arrivano nei nostri paesi anche perché nei loro Paesi esiste un problema di derrate alimentari. Ottocento milioni di persone in tutto il mondo soffrono di malnutrizione, e le migrazioni non sono causate solo dalle guerre, ma anche dalla fame, che in certi casi è conseguenza proprio del cambiamento climatico". 
Per dare corpo a  questi concetti al Seeds&Chips, il summit sulla food innovation, tenutosi in questi giorni a Milano, l'ex presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, avrebbe percepito un compenso che dovrebbe aggirarsi, anche se la cifra non è stata ufficializzata, intorno ai 400 mila dollari. In linea con quanto  Obama, alla sua prima uscita da ex presidente, aveva percepito parlando a Wall Strett: 400mila dollari. Per gli organizzatori una bazzeccola tenuto conto che   in 3.500 hanno sborsato fino a 850 euro per ascoltare il key note speech dell'ex inquilino della Casa Bianca. Biglietto che dava diritto a partecipare anche alle altre sessioni del summit.
Per gli 800 milioni di persone che ancora soffrono la fame sarà consolante sapere che  pensando proprio a ognuno di loro, Obama ha comunque espresso l'auspicio che " la fame nel mondo sparisca!»

venerdì 5 maggio 2017

Su Civiltà Cattolica un gesuita rwandese fa memoria ( un po' di parte) del genocidio

Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica appare un articolo del gesuita rwandese Marcel Uwineza dal titolo Fare memoria del genocidio in Rwanda-Una testimonianza, di cui qui di seguito riportiamo l’abstract reso disponibile dalla stessa rivista dei gesuiti.
“«Ogni ferita lascia una cicatrice, e ogni cicatrice parla di una storia: ci ricorda che siamo vivi». Mai come oggi è necessaria la saggezza di questo detto ruandese, soprattutto per quanto riguarda la tragica storia del Rwanda, che ha portato al genocidio perpetrato contro i tutsi e alle cicatrici che ha prodotto in tutto il Paese.
 Il genocidio del 1994 si radicava nelle divisioni «etniche» tra gli hutu, i tutsi e i twa, che si erano intensificate nell’epoca coloniale (1890-1962) fino a sfociare in una conclusione atroce. Il genocidio è stato infatti il culmine di un’esclusione etnica di lunga data. Durante il genocidio — che si è perpetrato nell’arco di circa tre mesi, a partire dall’aprile di quell’anno — sono stati uccisi quasi un milione di tutsi e di hutu moderati, ossia coloro che si sono opposti alla pulizia etnica. Alla fine il Paese era in rovina: cadaveri dappertutto, innumerevoli le vedove, gli orfani e i rifugiati. Ogni ruandese è rimasto ferito, quale che fosse la sua appartenenza «etnica», sebbene le ferite siano state di diversa gravità. I ruandesi non devono lasciarsi sopraffare dalle memorie non riconciliate, nemmeno in teologia, ma piuttosto devono aver fede in esse e con esse parlare di Dio. Ricordare significa esserci, ma anche agire e continuare ad agire per costruire una società in cui queste operazioni mostruose siano impensabili. La memoria svolge infatti varie funzioni importanti. In primo luogo, ci spinge ad andare avanti e a stabilire forti legami tra ricordi e verità, perché le memorie selettive o false possono diventare in futuro ideologie oppressive. In secondo luogo, l’appropriazione critica della memoria consente all’umanità di non perdere ciò a cui la maggior parte delle persone tiene di più in assoluto: la dignità della persona umana sostenuta dall’amore del prossimo, perfino quando dimostra di essere un nemico. In terzo luogo, la memoria rafforza la fede della gente nell’andare avanti nonostante sofferenze insensate. In quarto luogo, la memoria ci aiuta a tenere presente il fatto che tutti cadiamo e abbiamo bisogno di perdono. In quinto luogo, rifiutare i ricordi di ciò che abbiamo fatto o di ciò che altri hanno fatto a noi equivale in pratica a rifiutare la nostra vera identità. Infine, la memoria della sofferenza conduce alla solidarietà. Ci sono dunque tanti elementi per poter affermare che la memoria è di importanza decisiva per il futuro del Rwanda: si tratta anche di un imperativo teologico. Cosa sta facendo la Chiesa ruandese in tale direzione?”
Leggendo l’intero articolo, ci si imbatte in una testimonianza che ripercorre l’angosciante esperienza personale del pastore che nel genocidio ha perso parte dei suoi familiari e che arriva  a perdonare, in un incontro drammaticamente travagliato, uno degli assassini dei suoi fratelli e di sua sorella. Ricorda tutto l’orrore di quei cento giorni che hanno lasciato tanti cadaveri sulle strade rwandesi e ora “ossa inaridite” che ancora oggi si incontrano nei vari memoriali del genocidio di cui è costellato il paese. Eppure nella drammaticità della testimonianza di quella che può essere definita una riconciliazione personale,  si fatica a cogliere nell'articolo una convinta e partecipata apertura a una riconciliazione più ampia, che coinvolga la  comunità rwandese nella sua interezza, vincitori e vinti, vittime e carnefici, governanti e governati.