"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

giovedì 18 gennaio 2018

Volkswagen sbarca in Rwanda con uno stabilmento di assemblaggio

Il gruppo Volkswagen ha annunciato oggi, per bocca del Chief Executive di Volkswagen South Africa, Thomas Schafer, un investimento di $ 20 milioni per realizzare in Rwanda un impianto di assemblaggio di autovetture per il mercato africano. La prima auto uscira' dal nuovo stabilimeno entro il prossimo maggio di quest'anno. L'impianto che sarà situato nella Zona Economica Speciale avrà una capacità produttiva di 5000 automobili annue ed è destinato inizialmente a creare  tra i 500 e i 1000 posti di lavoro.Le prime attrezzature sono in arrivo al porto di Mombasa. L'impianto si concentrerà nella prima fase sulla produzione di tre modelli, Teramont, Jetta e Polo berlina ma potrebbe prendere in considerazione anche altri modelli, senza mai entrare in concorrenza con lo stabilimento situato in Kenya, che produce altri modelli.Il gruppo tedesco ha propri impianti produttivi in Nigeria e in Sud Africa. Volkswagen Mobility Solutions, questo il nome della società rwandese, prevede inoltre di dar vita a un servizio di car sharing, che dovrebbe iniziare entro la fine dell'anno con un totale di 300 auto, tra quelle prodotte in loco.Per implementare il servizio, l'azienda sta collaborando con una società tecnologica locale, Awesomity Lab, che creerà soluzioni personalizzate per il mercato locale.Oltre al servizio di auto di servizio riservato a ministeri e aziende, il car sharing potrebbe evolvere successivamente in un peer to peer car sharing, dove i proprietari di auto possono dare le loro auto in uso e guadagnare denaro sul modello di Uber.Senza rivelare i ritorni  attesi dall'investimento, l'azienda afferma di essere ottimista circa la crescita del mercato ruandese, che importa annualmente dalle 7000 alle 9000, per la gran parte di seconda mano, aggiungendo che l'investimento e' in una prospettiva di lungo termine.L'investimento sarà distribuito in tre fasi, con la previsione  di vedere l'azienda aumentare la capacità produttiva, i modelli di auto, i dipendenti  e le possibilità di esportazione.Lo stabilimento di Gasabo sarà anche coinvolto in servizi di formazione, con l'obiettivo di trasferire competenze ai ruandesi che lavoreranno nello stabilimento.





domenica 14 gennaio 2018

Giornata dei migranti: non c'è solo il popolo dei barconi

Campo  profughi di Mahama  (foto The New Times)
Oggi si celebra la Giornata mondiale dei migranti, con il serio rischio che in Italia si riduca alla giornata dell'accoglienza, dimenticando totalmente i milioni di rifugiati, sfollati e migranti sparpagliati nel mondo. In Africa, l'ultimo dato delle agenzie dell'ONU quantifica in oltre 17 milioni  le persone che si trovano in una situazione di aver abbandonato la propria casa, se mai ne avevano una, per trovare rifugio in campi più o meno attrezzati ed assistiti grazie agli aiuti internazionali.Un piccolo spaccato di questo mondo lo troviamo anche in Rwanda.
Fin dal lontano 1996 sono attivi in Rwanda due campi profughi gestiti dall’UNCHR, rispettivamente a Byumba e nei pressi di Gatsibo con 17.000 rifugiati congolesi cadauno, in gran parte di etnia banyamulenge, provenienti dalla regione del nord Kiwu da cui si sono allontanati per sfuggire ai vari momenti di guerra che si sono succeduti in quel periodo nella regione.Negli anni successivi ci furono ulteriori afflussi di rifugiati, tanto che fino al giugno 2014, furono aperti altri tre campi profughi gestiti dall’UNHCR, per un numero complessivo di rifugiati di poco inferiore a 75.000. Un numero decisamente maggiore, 171.126, si trovavano invece  in Uganda. A partire dall’aprile 2015, la crisi politica venutasi a creare nel vicino Burundi, a seguito dell’intenzione del presidente uscente, Pierre Nkurunziza , di correre per un terzo mandato in spregio alla costituzione, ha provocato la fuoriuscita dal paese di migliaia di persone.Secondo i dati dell’UNHCR, nel giro di un anno si sono riversati in Rwanda, 73.926 rifugiati, su un totale di circa 250.000 rifugiati burundesi suddivisi tra i paesi confinanti:circa 48mila rifugiati  vivono nel campo di Mahama, il più grande campo del Rwanda, e più di 26mila a Kigali e in altre città. A novembre 2017, risultavano presenti nei diversi campi profughi operativi in Rwanda  172.706 rifugiati e richiedenti asilo, di cui il 50 per cento minorenni. In questi campi, i rifugiati godono degli stessi diritti dei cittadini rwandesi: i rifugiati possono liberamente accedere all'istruzione e all'assistenza sanitaria e, se in possesso di qualche qualifica, possono sfruttare le opportunità di lavoro che si presentano.
I rifugiati rwandesi all’estero
Contemporaneamente, secondo dati ufficiali dell’UNHCR, a fine 2017, permanevano all’estero 269.500 rwandesi, dopo che ben 3,5 milioni erano rientrati a diverse tornate in Rwanda,

martedì 9 gennaio 2018

Test antidroga per i giovani rwandesi che vanno a studiare all'estero

Una nuova direttiva del Ministero dell'Istruzione rwandese richiede che tutti gli studenti in procinto di andare all’estero per motivi di studio,  con una borsa di studio governativa, si sottopongano a un test antidroga in un ospedale autorizzato.Prima della partenza gli studenti dovranno esibire un certificato medico che attesti che non facciano uso  di droga. La  decisione di introdurre il nuovo test si basa sul fatto che l'uso di droghe si sta diffondendo tra i giovani, anche in Rwanda. Oltre al test prima della partenza,  il governo prevede che tutte le ambasciate ruandesi in tutto il mondo seguano  gli studenti nella loro vita scolastica. Sarà anche  approntato un apposito database aggiornato degli studenti ruandesi, soprattutto quelli che vivono all'estero, al fine di sostenerli continuamente. La decisione trae spunto anche da recenti casi di scarso rendimento e di espulsione dalle università di studenti  per abuso di droghe. La direttiva riguarda tutti gli studenti ruandesi che studiano o coloro che intendono studiare all'estero su sponsorizzazioni governative, borse di studio o sponsorizzazioni private. Sono circa 150 gli studenti che annualmente vengono inviati in università estere con il sostegno del governo, mentre circa 50 studiano con  borse di studio della cooperazione internazionale.

lunedì 8 gennaio 2018

Unione Africana: inizia la presidenza Kagame. Molte le attese

Paul Kagame
Dal 1 ° gennaio 2018, il presidente ruandese Paul Kagame presiederà l'Unione Africana, per tutto l’anno in corso. Lo aveva designato la 29ª sessione ordinaria dell'Assemblea dell'Unione africana (UA), tenutasi ad Addis Abeba, in Etiopia, nel luglio 2017. La 30ª sessione ordinaria dell'Assemblea dei capi di Stato e di governo, che si riunirà ad Addis Abeba, in Etiopia, dal 28 al 29 gennaio, sarà quindi presieduta dal presidente Paul Kagame, nella sua veste di presidente dell'Unione. Sostituisce il suo omologo guineano, il presidente Alpha Condé.Sarà una presidenza che probabilmente segnerà fortemente la storia dell’Unione Africana, tenuto conto che proprio Kagame era stato incaricato dal  27 ° vertice dell'UA a Kigali nel luglio 2016, di predisporre uno studio per riformare la Commissione dell'UA e l'Unione per renderle più efficienti, permettendo così all'Africa di raggiungere il suo obiettivo di autosostenibilità e di far sentire la propria voce sulla scena internazionale.Dal vertice di Kigali, Paul Kagame ha esercitato un'influenza sull'organizzazione continentale, ridisegnando la sua struttura interna e riformando la sua gestione finanziaria. In particolare, ha beneficiato dell'esperienza e delle capacità del suo connazionale, ex presidente della Banca africana di sviluppo, Donald Kaberuka, l'inventore di una  tassa dello 0,2% sulle importazioni imponibili continentali, quale strumento per  raccogliere circa 1,2 miliardi di dollari all'anno che dovrebbero consentire all’U.A. di affrancarsi dagli aiuti esteri per il suo funzionamento. Finora, 20 paesi (su 54) vi hanno aderito, cominciando a rimettere nelle casse dell’Unione il tributo raccolto. Sicuramente, la nuova presidenza opererà perché tutti i paesi vi aderiscano nel corso  dell'anno.Tra le priorità che  Kagame intende perseguire c’è quella di muoversi rapidamente con quelle riforme che possono essere attuate subito, a partire dalla necessità che l’Africa si presenti con un punto di vista comune, quando si affaccia sul contesto internazionale, evitando l’attuale confusione. In passato, il presidente rwandese  ha anche sottolineato la necessità di prevedere un meccanismo che responsabilizzi i paesi partecipanti nel dare piena attuazione alle decisioni adottate dall’Unione Africana, particolarmente in materia di finanziamento e di riforme istituzionali. Il clima favorevole al cambiamento, percepibile nel contesto africano, dovrebbe favorire un proseguimento spedito sulla strada delle riforme, quali  potrebbero essere la valorizzazione del ruolo delle  comunità economiche regionali a prendere l'iniziativa sulle questioni regionali, lasciando che l'Unione Africana si  concentri sulle priorità continentali. Kagame non mancherà di portare nell’istituzione uno stile di governo mirante all’efficienza nella  gestione degli affari e dei lavori comunitari , nonché nella selezione del personale preposto. Tenuto conto che da diverse parti si sottolinea come  la segreteria dell'UA, i vari dipartimenti e uffici siano significativamente sotto organico e manchino delle  competenza necessarie, per esempio, in materia di commerci.Indubbiamente Kagame, forte del consenso che gode tra i suoi colleghi e a livello internazionale, non esclusi i rapporti con l'Unione Europea, si proporrà un’agenda sfidante, come è nello stile del personaggio, così da segnare questa sua presidenza come quella che ha portato una svolta nel ruolo dell’Unione, nel segno dell'Agenda 2063, un quadro strategico per la trasformazione socioeconomica del continente nei prossimi 50 anni, che  prevede, tra gli altri obiettivi, la fine dei conflitti sul continente entro il 2020. In questo senso Kagame dovrà lavorare a stretto contatto con le organizzazioni regionali e altri capi di stato per trovare soluzioni sostenibili ai conflitti attualmente in corso sul continente. Questi vanno dall'insurrezione di Boko Haram in Nigeria, un conflitto armato senza fine nella regione del Sudan del Darfur, il conflitto della Repubblica Centrafricana, violenza nel Sud Sudan; ripetuti attacchi in Kenya del gruppo terroristico al-Shabab con sede in Somalia, senza dimenticare le attività di militanti e terroristi islamici nelle regioni del Maghreb e del Sahel del Nord Africa.Ciò significa che il presidente Kagame dovrà lavorare a stretto contatto con le organizzazioni regionali e altri capi di stato per trovare soluzioni sostenibili ai conflitti e prevenire le loro cause. Un’altra sfida che Kagame metterà sul piatto sarà quella della libera circolazione delle persone  all’interno del continente, anche alla luce dell’esempio del Rwanda, dove da inizio 2018 si può entrare senza la necessità di avere un visto. Una sfida, quella della libera circolazione delle persone che dovrà necessariamente declinarsi con i flussi migratori infraafricani, alla ricerca di opportunità di lavoro e protezione. Ma le sfide più impegnative che attendono Kagame  riguarderanno l’estrema etereogeneità dei paesi africani così sintetizzata da un esperto:le economie e le priorità di bilancio sono a diversi livelli, alcuni paesi hanno addirittura i loro interi bilanci nazionali finanziati dai donatori. Diversi paesi non hanno pagato le quote associative da anni, altri sono insolventi cronici. Alcuni sono più fedeli ai loro padroni coloniali e ai loro interessi, piuttosto che agli interessi dei loro vicini africani .Alcuni paesi dipendono dai paesi occidentali per la loro difesa e sicurezza. Quindi sarà difficile per Kagame cambiare la mentalità e gli atteggiamenti di tali paesi in  favore di una visione continentale, con il rischio che  le ambizioni del continente siano sacrificate sull’altare degli interessi nazionali.
Ma questo si sa, non è solo un problema dell’Africa.

domenica 7 gennaio 2018

Il Rwanda fa marcia indietro sull'accoglimento di rifugiati espulsi da Israele

Venerdì scorso il Rwanda  ha smentito di aver raggiunto un accordo con Israele per accogliere  parte dei  38.000 migranti irregolari, in maggioranza eritrei e sudanesi, che Israele intende espellere dal paese  entro la fine di marzo, minacciando in caso contrario  di imprigionarli per un periodo indefinito.E' toccato al Segretario di Stato per Affari esteri, Olivier Nduhungirehe, smentire la notizia che circolava da oltre un mese, affermando che "ci sono stati negoziati in passato, ma non c'è stato alcun accordo. Questa storia di un accordo tra Israele e Rwanda è una falsa informazione", aggiungendo che queste discussioni avevano avuto luogo tre anni fa.La smentita giunge a sorpresa  dopo che a fine novembre scorso, come riferito in un precedente post, fu il Ministro degli esteri rwandese, Louise Mushikiwabo, a parlare di negoziati in corso da un po' di tempo  tra Rwanda e Israele anche se non avevano ancora raggiunto una conclusione dichiarando che "abbiamo avuto discussioni con Israele sulla ricezione di alcuni degli immigrati e richiedenti asilo provenienti da questa parte dell'Africa che sarebbero  disposti a venire in Rwanda e che noi saremmo  disposti ad accoglierli" sottolineando, peraltro, che " i dettagli circa le modalità di questi trasferimenti e della accoglienza e conseguente sostentamento non sono però stati ancora conclusi ". Analoga smentita è venuta, giovedì scorso, dall'Uganda che ha negato, attraverso il suo ministro degli Esteri, Henry Okello Oryem, l'esistenza di un accordo del genere.Non si conoscono, al momento, le reali ragione di una marcia indietro abbastanza sorprendente.