"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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giovedì 11 aprile 2019

Rwanda 1994-2019:un percorso di riscatto e di riconciliazione


Riprendiamo nostro articolo apparso su Il Settimanale della diocesi di Como.
Il 30 settembre 2018, il presidente del Rwanda, Paul Kagame, in qualità di presidente dell’Unione Africana, nel summit di Buenos Aires chiede che l’UA venga ammessa a far parte del G 20. Simbolicamente il “piccolo” Rwanda, anche e soprattutto in forza della sua storia di riscatto di questi ultimi 25 anni, dà voce alla voglia della “grande” Africa di entrare nel consesso dei Grandi del Mondo. Quei Grandi e quelle Organizzazioni sovranazionali che nel 1994 permisero, per ignavia e per inconfessabili interessi geopolitici, che in un piccolo e sconosciuto Paese africano si perpetrasse uno dei più tragici massacri della seconda metà del XX secolo. Le immagini di “un fiume di sangue, persone che si uccidevano a vicenda, cadaveri abbandonati senza che nessuno si curasse di seppellirli, un abisso spalancato, un mostro spaventoso, teste mozzate” si irradiarono allora sui televisori di tutto il mondo, portando nelle nostre case il dramma ruandese. Quello che sembrerebbe il commento di un inviato chiamato a coprire quei cento di giorni di follia, è in realtà la sconcertante descrizione che tre giovani veggenti diedero della sconvolgente e profetica visione che ebbero il 15 agosto 1982, durante una delle apparizioni della Madonna, riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, che si susseguirono dal 1981 e al 1983, a Kibeho nel sud del Rwanda. Di quel periodo ricordiamo l’incontro con tre giovani seminaristi ruandesi, Paolo, Roberto e Cirillo, sottratti al massacro e portati in salvo dal ponte aereo organizzato da Maria Pia Fanfani, presidente della CRI, ospiti della comunità di Grosio.Anni dopo, nel 2003, il primo viaggio in Rwanda ci portò a misurarci con i segni esteriori lasciati dalla guerra civile, ma, ancor più, con le lacerazioni interiori che la stessa aveva lasciato nelle persone con cui venivamo a contatto. Molte, qualunque fosse la loro appartenenza tra le parti in conflitto, piangevano la morte cruenta di qualche congiunto. Una sorta di cappa opprimeva la comunità ruandese prigioniera dei fantasmi del suo recente passato, tanto che la diffidenza e la paura dell’altro erano la cifra caratterizzante i rapporti interpersonali, di cui noi stessi eravamo, di volta in volta, testimoni e vittime. Nelle successive missioni compiute con l’Ass. Kwizera, abbiamo assistito al progredire, lento ma deciso, nella ricostruzione delle strutture dello Stato e nella ricucitura lenta, sofferta, a volte combattuta, del tessuto sociale lacerato da tanto sangue versato. Oggi, alla quindicesima missione, siamo testimoni di un Rwanda diverso. Pur tra immancabili contraddizioni, siamo in presenza di un Paese che sta recuperando un clima comunitario più confidente e che legittimamente si accredita, per i progressi sociali (sanità ed istruzione) ed economici conseguiti, come esempio di sviluppo per l’intero continente. Se gli osservatori più critici non mancano di sottolineare i ritardi ancora evidenti sul terreno delle conquiste democratiche – ma attenzione a voler misurare l’Africa con i nostri criteri di giudizio occidentali- ci pare di poter cogliere, anche su questo fronte, tanti piccoli segnali che possono preludere a possibili positivi sviluppi.Uno importante:la grazia recentemente concessa a due importanti oppositori, il cantante Kizito Mihigo, e la candidata alle presidenziali del 2010, Victoire Ingabire, condannati rispettivamente a 10 e 15 anni di carcere per "complotto e cospirazione contro il governo”. L’altro simbolico: l’abolizione, l’anno scorso, del visto d’entrata in Rwanda e, quest’anno, della compilazione di un questionario informativo su cosa si viene a fare, dove si alloggia, chi sono i referenti locali. Che la prossima sfida sia appunto quella di attivare un processo che porti a una dinamica di potere pienamente democratica, ne è cosciente lo stesso presidente, Paul Kagame, l’artefice del successo del Rwanda, spesso accusato di essere un dittatore. In una recente intervista al settimanale Jeune Afrique, dopo aver sottolineato i buoni risultati conseguiti in questi venticinque anni e aver richiamato i suoi ministri e amministratori “a fare ancora meglio”, Kagame non ha mancato di sottolineare come democrazia e crescita debbano marciare di pari passo, perché “non c'è democrazia se le condizioni socio-economiche non sono soddisfatte e le disuguaglianze sono troppo grandi. E non c'è crescita sostenibile senza lo stato di diritto”. Ecco quindi le prossime sfide che attendono il Rwanda se si vuole dare continuità al trend di crescita economica intrapresa: ridurre le disuguaglianze tra città e campagne e marciare decisi sulla strada che porta a uno stato di diritto, senza dimenticare la necessità di creare una classe politica che se ne faccia interprete.

venerdì 5 maggio 2017

Su Civiltà Cattolica un gesuita rwandese fa memoria ( un po' di parte) del genocidio

Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica appare un articolo del gesuita rwandese Marcel Uwineza dal titolo Fare memoria del genocidio in Rwanda-Una testimonianza, di cui qui di seguito riportiamo l’abstract reso disponibile dalla stessa rivista dei gesuiti.
“«Ogni ferita lascia una cicatrice, e ogni cicatrice parla di una storia: ci ricorda che siamo vivi». Mai come oggi è necessaria la saggezza di questo detto ruandese, soprattutto per quanto riguarda la tragica storia del Rwanda, che ha portato al genocidio perpetrato contro i tutsi e alle cicatrici che ha prodotto in tutto il Paese.
 Il genocidio del 1994 si radicava nelle divisioni «etniche» tra gli hutu, i tutsi e i twa, che si erano intensificate nell’epoca coloniale (1890-1962) fino a sfociare in una conclusione atroce. Il genocidio è stato infatti il culmine di un’esclusione etnica di lunga data. Durante il genocidio — che si è perpetrato nell’arco di circa tre mesi, a partire dall’aprile di quell’anno — sono stati uccisi quasi un milione di tutsi e di hutu moderati, ossia coloro che si sono opposti alla pulizia etnica. Alla fine il Paese era in rovina: cadaveri dappertutto, innumerevoli le vedove, gli orfani e i rifugiati. Ogni ruandese è rimasto ferito, quale che fosse la sua appartenenza «etnica», sebbene le ferite siano state di diversa gravità. I ruandesi non devono lasciarsi sopraffare dalle memorie non riconciliate, nemmeno in teologia, ma piuttosto devono aver fede in esse e con esse parlare di Dio. Ricordare significa esserci, ma anche agire e continuare ad agire per costruire una società in cui queste operazioni mostruose siano impensabili. La memoria svolge infatti varie funzioni importanti. In primo luogo, ci spinge ad andare avanti e a stabilire forti legami tra ricordi e verità, perché le memorie selettive o false possono diventare in futuro ideologie oppressive. In secondo luogo, l’appropriazione critica della memoria consente all’umanità di non perdere ciò a cui la maggior parte delle persone tiene di più in assoluto: la dignità della persona umana sostenuta dall’amore del prossimo, perfino quando dimostra di essere un nemico. In terzo luogo, la memoria rafforza la fede della gente nell’andare avanti nonostante sofferenze insensate. In quarto luogo, la memoria ci aiuta a tenere presente il fatto che tutti cadiamo e abbiamo bisogno di perdono. In quinto luogo, rifiutare i ricordi di ciò che abbiamo fatto o di ciò che altri hanno fatto a noi equivale in pratica a rifiutare la nostra vera identità. Infine, la memoria della sofferenza conduce alla solidarietà. Ci sono dunque tanti elementi per poter affermare che la memoria è di importanza decisiva per il futuro del Rwanda: si tratta anche di un imperativo teologico. Cosa sta facendo la Chiesa ruandese in tale direzione?”
Leggendo l’intero articolo, ci si imbatte in una testimonianza che ripercorre l’angosciante esperienza personale del pastore che nel genocidio ha perso parte dei suoi familiari e che arriva  a perdonare, in un incontro drammaticamente travagliato, uno degli assassini dei suoi fratelli e di sua sorella. Ricorda tutto l’orrore di quei cento giorni che hanno lasciato tanti cadaveri sulle strade rwandesi e ora “ossa inaridite” che ancora oggi si incontrano nei vari memoriali del genocidio di cui è costellato il paese. Eppure nella drammaticità della testimonianza di quella che può essere definita una riconciliazione personale,  si fatica a cogliere nell'articolo una convinta e partecipata apertura a una riconciliazione più ampia, che coinvolga la  comunità rwandese nella sua interezza, vincitori e vinti, vittime e carnefici, governanti e governati.

domenica 23 aprile 2017

Quella lettera pastorale di mons Perraudin del febbraio 1959

La lettera che mons.  André Perraudin,Vicario apostolico di Kabgayi, inviò nella quaresima del 1959 ai fedeli dela propria diocesi occupa indubbiamente un posto di rilievo nella storia del Rwanda. Siamo alla vigilia di passaggi storici fondamentali: dalla fine dell'epoca coloniale alla dichiarazione dell'indipendenza, dall'abolizione della monarchia e alla proclamazione della repubblica. A quella lettera molti fanno risalire grandi responsabilità circa l'innesco dei conflitti interetnici che sono poi sfociati nella guerra civile del 199o-94 e alla sua tragica conclusione.  La recente visita delpresidente Kagame al Papa, che ha riacceso i riflettori sulla storia della Chiesa rwandese e sui suoi uomini, ha portato più di un osservatore a soffermarsi  sul ruolo ricoperto  da mons.  Perraudin, al quale, non più tardi di qualche giorno fa, l'organo filogovernatico The New Times  dedicava un articolo, a firma dello storico Tom Ndahiro, dal  titolo  "L'Arcivescovo Perraudin: "L'uomo di Dio" che ha piantato il seme dell'odio come fosse carità cristiana", che non lascia pochi dubbi interpretativi. Lasciamo volentieri agli storici, professionali e non di parte, pervenire a un giudizio storico equilibrato sul ruolo della Chiesa e dei suoi uomini, compreso mons. Perraudin, nella complessa storia del Rwanda. Qui vorremmo limitarci a proporre una lettura della famosa lettera, al cui proposito L'Osservatore romano del 19 maggio 1999 così scriveva: Le accuse a mons. Perraudin sono ancora più inverosimili. La sua lettera pastorale dell'11 febbraio 1959 ("dell'odio" secondo gli accusatori) è in realtà una lettera che domanda giustizia e carità. In essa si legge: "Nel nostro Ruanda le differenze e disuguaglianze sociali sono in gran parte legate alle differenze di razza, nel senso che le ricchezze, il potere politico e anche giudiziario sono in realtà – in proporzione considerevole – nelle mani della gente di una stessa razza". Egli additava cioè il problema dell'emarginazione sociale subita dalla popolazione di etnia hutu che costituiva la maggioranza. Egli aggiunge che "questo stato di cose è l'eredità di un passato che non dobbiamo giudicare"; nello stesso tempo egli domanda che siano assicurati "a tutti gli abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi gli stessi diritti fondamentali". Risulta chiaro che la propaganda politica con­tro il vescovo e i missionari cerca di far ricadere sulla chiesa (e come una colpa) l'opera di "politicizzazione degli hutu" (circa l'85% della popolazione) che avrebbe portato al crollo della monarchia tutsi (circa il 12%) al tempo dell'indipendenza, alla loro estromissione dal potere fino al 1994 e al genocidio.
"Super omnia Caritas" era il titolo della lettera che si articolava in una prima parte dedicata appunto alla carità nella vita del cristiano  e in una seconda in cui il presule analizzava la situazione del paese di  quel lontano 1959. Qui, mons. Perraudin evidenziavano le numerose criticità di ordine sociale e politico che caratterizzavano il paese, spingendosi a suggerire i criteri attraverso i quali "le istituzioni di un paese siano in grado di fornire realmente a tutti i suoi abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi, gli stessi diritti fondamentali e le pari opportunità di sviluppo umano  e di  partecipazione alla vita pubblica". L'analisi della situazione rwandese e le conseguenti proposte traggono  ispirazione dal complesso dei principi della dottrina sociale della Chiesa, che trovano qui una loro corretta  declinazione, per certi versi anticipatrice di future acquisizioni del magistero, si pensi alla Popolorum progessio, che verrà qualche anno dopo. Riproponiamo qui di seguito, in una nostra traduzione, questa seconda parte in cui ognuno potrà serenamente valutare la fondatezza delle accuse mosse al prelato, con riferimento specifico ai contenuti della lettera e non alla loro eventuale strumentalizzazione. 
Applicazioni alla situazione del paese.
Ci sono anche nel nostro amato Rwanda,

giovedì 20 ottobre 2016

E' morto Kigeli V, l'ultimo re rwandese: viveva solo e in esilio negli USA

Kigeli V
Kigeli V, l'ultimo re del Rwanda, è morto domenica sera 16 ottobre a Washington, all'età di 80 anni. E’ morto solo, non era infatti sposato, e in esilio, dopo aver lasciato il Rwanda il 2 ottobre 1961. Nonostante a parole le autorità rwandesi si fossero dichiarate disponibili a un suo rientro, Kigeli V ritenne non ci fossero i presupposti per un tale passo che, forse, avrebbe potuto andare nel senso di una reale riconciliazione, perché come sostenuto da alcuni esponenti dell’opposizione rwandese “le sue mani non grondavano sangue”. Al riguardo si legga questo nostro post. 
Il governo rwandese  ha dato notizia della morte, limitandosi ad esprimere la propria tristezza per la scomparsa e  ad assicurare alla famiglia ogni possibile assistenza in  tutte le incombenze del caso. La stampa rwandese non ha dato particolare spazio all’avvenimento. Ma chi era Kigeli V? Ecco la sua storia, da un nostro post del 29 marzo 2013, dal titolo Un re senza regno.

mercoledì 13 luglio 2016

Incontro a Milano sul programma Ndi Umunyarwanda-Io sono rwandese

Si terrà prossimamente a Milano un incontro, promosso dall’'Ambasciata della Repubblica del Rwanda in Francia,  su "Ndi Umunyarwanda – Io sono rwandese": una grande campagna di sensibilizzazione che, secondo le intenzioni delle autorità,  dovrebbe convolgere tutti i rwandesi nella costruzione di una identita' nazionale basata sulla fiducia reciproca, frutto di una ricerca della verità storica  e della  condanna del divisionismo etnico che tanti lutti ha comportato per i rwandesi. L’appuntamento è fissato per sabato 16 luglio 2016, a partire dalle ore 10, presso la Sala Auditorium Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia "Leonardo da Vinci" via San Vittore, 21. 
E’ invitata la comunità rwandese che vive in Italia, chiamata a confrontarsi, in un dibattito “franco, fraterno e costruttivo”  con esperti provenienti dal Rwanda e dal resto d’Europa, sul delicato tema della ricostruzione di un’identità nazionale che dovrebbe passare attraverso una reale riconciliazione, dopo la guerra civile del 1990-94. 
 Una riconciliazione che per essere reale ed efficace dovrebbe, abbandonando la sete di vendetta senza peraltro oscurare le colpe nell'oblio, basarsi su un necessario senso di  imparzialità, difficilmente riscontrabile quando le regole di giudizio sono dettate dai vincitori del conflitto, incapaci di riconoscere anche le colpe della  propria parte. Purtroppo finora, il programma, che  ha avuto inizio in Rwanda nel 2013,  si è configurato, più come un rivangare le colpe del passato che come un vero e proprio percorso di riconciliazione.
Esemplare, al riguardo, il caso del noto politico Bernard Makuza,  già primo ministro per un decennio,  a partire dal 2000, e attualmente  presidente del senato. Aderendo all'invito espresso nel giugno 2013 dal Presidente  Paul Kagame, secondo il quale anche chi non si è direttamente macchiato di crimini dovrebbe chiedere perdono delle colpe dei padri e parenti protagonisti di atti di divisionismo e di sangue contro concittadini tutsi, Bernard Makuza ha chiesto pubblicamente scusa perché “Anche se mio padre non era ben accetto da parte degli altri dignitari (Hutu) del regime della sua epoca, io devo domandare perdono perché egli non si è dato da fare per combattere le divisioni che prevalevano in quel periodo” e ancora “non ho vergogna a domandare perdono pubblicamente, a riguardo degli effetti nefasti di questa ideologia sulla popolazione”. Un'uscita che ricorda più una pratica, "l'autocritica" , in grande voga, qualche decennio, fa ad altre latitudini, che un reale contributo, storicamente articolato, alla costruzione di un'identità rwandese condivisa, come ci si sarebbe potuto aspettare da un personaggio portatore, viste le importanti ascendenze personali, di un bagaglio culturale sintesi del vissuto dei due grandi gruppi che concorrono a formare la nazione rwandese ( si veda al riguardo la storia della dynasty dei Makuza, raccontata in un nostro precedente post cliccando qui).

lunedì 2 maggio 2016

L'interessante Dossier Rwanda predisposto per la visita ad limina del 2005


Merita sicuramente d'essere letto il Dossier sulla situazione del paese predisposto in occasione  della Visita Ad Limina dei Vescovi del Rwanda, del maggio 2005, dal Servizio Documentazione (SeDoc) della Radio Vaticana.  Si tratta di un collage  di  materiale raccolto presso diverse fonti ecclesiali qualificate (la documentazione del SeDoc stesso, la Conferenza episcopale rwandese, l’agenzia Fides) e dagli archivi dell’agenzia Ansa, come indicato volta per volta.Dalla settantina di pagine da cui è composto il documento emerge una quadro storico del paese e una fotografia  della Chiesa rwandese che conserva, a distanza di anni, un particolare interesse, in particolare su una materia particolarmente delicata quale quello del ruolo della Chiesa nella storia del paese.
Al riguardo, di fronte ai periodici e infondati appelli, l'ultimo di qualche settimana fa, di politici e intellettuali rwandesi, perchè il Papa compia un gesto di pentimento e di richiesta di scuse per il ruolo ricoperto dalla Chiesa cattolica nella tragedia rwandese del 1994, il Dossier documenta puntualmente l’attenzione costante con cui la Chiesa Universale ha seguito l’evolvere della situazione sociale e politica nel paese, con i ripetuti appelli alla pacificazione, rivolti da Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato, fin dal sorgere della guerra civile nell'ottobre del 1990 con il suo strascico di documentate violenze sulle popolazioni civili. Anche i Vescovi rwandesi, da parte loro, sono intervenuti in diverse occasioni, per indicare ai responsabili politici e ai concittadini quale via seguire per la pace e la riconciliazione. Di particolare interesse risulta la Dichiarazione dei Vescovi del Rwanda sul Rapporto della Commissione parlamentare sui massacri di Gikongoro (26 luglio 2004) in cui, di fronte ad affermazioni riguardanti ecclesiastici ed organizzazioni internazionali, alcune delle quali cattoliche, gli stessi  Vescovi rwandesi rispondono in modo chiaro e puntuale alle molte accuse ingiustificate in esso contenute. Per leggere il Dossier clicca qui. 

lunedì 23 novembre 2015

La giustizia rwandese apre il dossier sui nove spagnoli assassinati venti anni fa

Con la pubblicazione su The New Times dell’articolo comparso sul giornale spagnolo El Mundo, a firma della giornalista Marisa Recuero, il dossier sulle  uccisioni di due sacerdoti, quattro membri dei Fratelli Maristi e tre operatori umanitari, tutti   cittadini spagnoli, avvenute in Rwanda e nella vicina Rep. Dem. del Congo tra il 1994  e il 1997, viene definitivamente sdoganato a livello giornalistico, essendo nel frattempo diventato materia  di indagine della giustizia rwandese. Riferisce, infatti, l’articolo, che secondo quanto comunicato alle autorità spagnole dal procuratore rwandese, Richard Muhumuza, la polizia giudiziaria rwandese  ha avviato indagini in Rwanda su ciascuno degli omicidi, per uno solo dei quali, quello del  prete basco Isidro Uzcudum, ad oggi, è stato individuato un colpevole condannato a 20 anni di carcere dalla Corte di Gitarama.  I presunti responsabili della morte di altri otto spagnoli restano in libertà. 

giovedì 1 ottobre 2015

1 ottobre 1990: l’inizio della guerra civile rwandese

Cade oggi il venticinquesimo anniversario dell’inizio  della guerra civile rwandese conclusasi nel luglio del 1994, al prezzo di centinaia di migliaia di morti. Il 1° ottobre 1990, soldati della National Resistance Army di origine rwandese, sotto il comando del generale maggiore Fred Gisa Rwigyema muovono dall’Uganda alla conquista del Rwanda, prendendo il nome di Armata Patriottica Rwandese (APR), braccio armato del Fronte Patriottico Rwandese (FPR), l’organizzazione politica che raggruppava i profughi rwandesi di origine tutsi, stanziati in prevalenza in Uganda, ma anche negli altri paesi confinanti con il Rwanda, a partire dal lontano 1959. Si trattava in prevalenza di militari inquadrati nell’esercito ugandese, di cui il generale Rwigyema era vice ministro della difesa, essendo ministro il presidente ugandese Museveni, e in cui  molti ufficiali d’origine rwandese occupavano posti di rilievo in particolare nell’ambito dei servizi segreti.Il punto d’entrata in Rwanda è il posto di frontiera di Kagitumba che cade in giornata nelle mani del 1° e 3° battaglione.L’attacco era stato preceduto da mesi, se non anni, di preparazione nella massima riservatezza, nei limiti consentiti dal coinvolgimento di un alto numero di persone.Gli ultimi giorni di settembre, quelli decisivi, beneficiarono di almeno due condizioni favorevoli all’avvio delle operazioni: l’assenza del presidente Museveni in missione negli Stati Uniti, unitamente al suo omologo rwandese Habyarimana, che faceva del gen. Rwigyema la più alta carica in campo, e la prossima festa nazionale dell’indipendenza ugandese, il 9 ottobre, che giustificava spostamenti di truppe sul territorio ugandese. Per questo il 25 settembre il gen. Rwigyema diede il via alle operazioni dando ordine ai militari rwandesi inquadrati negli organici dell’esercito ugandese di  approvvigionarsi di armi, automezzi, carburante e quant’altro potesse servire alle operazioni d’invasione del Rwanda che sarebbe scattata di  lì a qualche giorno. Il generale Rwigyema, artefice dell’intero progetto di riconquista del potere nel paese d’origine, non ebbe però modo di raccogliere i frutti di un disegno da lungo coltivato; all’indomani dell’attacco, infatti, secondo le ricostruzioni più attendibili, morì per un colpo di fucile alla testa, vittima di un complotto nato all’interno della sua stessa armata, in cui troppi non condividevano le sue linee strategiche di come arrivare a Kigali e, soprattutto, di che tipo di governo isturarvi.Nei giorni successivi, il maggiore Paul Kagame, responsabile  del personale e dell’amministrazione del DMI, il servizio d’intelligence militare ugandese, veniva fatto rientrare dagli Usa, dove si trovava a frequentare un corso di perfezionamento all’accademia militare di Fort Leavenworth, e, sembra su indicazioni dello stesso presidente ugandese Museveni, assumeva, non ancora trentatreenne, il comando delle operazioni, anche se con qualche mugugno da parte di altri ufficiali che non ne condividevano la scelta. 

sabato 23 maggio 2015

A proposito dei numeri delle vittime del genocidio

Dati ufficiali del Ministere de l'amministration locale
Nella pubblicazione Kwizera Rwanda a pagina 100, a proposito delle vittime del genocidio si dice " Secondo la risoluzione n. 96 del 1946 e la convenzione del 1948 dell’ONU i tutsi erano rimasti vittima di un genocidio che aveva visto massacrati circa i due terzi dei 600.000 tutsi che secondo i dati del censimento del 1991, risiedevano nel paese". Tali numeri  hanno formato oggetto di approfondimenti in questi ultimi anni da parte di diversi studiosi, a cui hanno fatto seguito immancabili polemiche, che hanno avuto il loro culmine in occasione della messa in onda del documentario della BBC, Rwanda's Untold Story, nell'ottobre scorso. Nel documentario trovano spazio le tesi di due accademici americani, Christian Davenport e Allan Stam, che sulla base di approfondite e articolate ricerche, ampiamente documentate sul loro sito GenoDynamics, una vera miniera di informazioni acquisite in anni di ricerche sul campo e di un ricco apparato documentale e bibliografico sulla materia, pervengono alla cifra di  200.000 Tutsi  uccisi durante il genocidio (una cifra  molto inferiore a quello delle stime tradizionali). Ricordando che il governo rwandese in uno studio del 2002 del Ministere de l'Amministration locale ha quantificato in  1.074.017  il numero delle vittime del genocidio con il solo riferimento ai tutsi o a chi fosse in qualche modo riconducibile per amicizia o legami vari  ai tutsi stessi o semplicemente si opponesse "all'ideologia divisionista del governo"di allora, sono facilmente immaginabili le   polemiche che sono seguite, con l'accusa di negazionismo del genocidio.Sono però  seguite anche puntualizzazioni da parte di altri ricercatori. Di particolare interesse ci sembra quella di una studiosa dell’università di Anversa, Marijke Verpoorten, che per stabilire un bilancio affidabile delle vittime tra i Tutsi, prende in esame il numero dei Tutsi che vivevano in Rwanda alla vigilia del genocidio e quello dei sopravvissuti.Davenport e Stam danno per scontato che nel 1993 in Rwanda ci fossero 506.000 Tutsi, e che furono 300.000 quelli sopravvissuti dopo il genocidio. Da qui  l'affermazione di  200.000 morti. Ma il dato di 506.000 sarebbe inattendibile, secondo la Verpoorten, perché ottenuto sulla base di un'estrapolazione dei dati del censimento della popolazione 1952, ipotizzando un trend di crescita del 2,5% annuo,  e tenuto conto dei fuoriusciti prima del 1994. La ricercatrice ricorda che  dati forniti dal censimento del 1991 evidenziano 596.000 Tutsi, pari all’8,4% della popolazione, che secondo il parametro di crescita del 2,5% porterebbe il numero di Tutsi a 642.000, alla vigilia del genocidio, molto più alto di quello che viene proposto da Davenport e Stam. Oltretutto tale dato dovrebbe però tenere conto che nel 1991 il numero dei Tutsi sarebbe stato volutamente sottostimato, come quello precedente del 1978, almeno secondo un rapporto di Human Rights Watch , perché il governo Habyarimana ha voluto minimizzare l'importanza dei Tutsi a livello di popolazione " anche se come affermato in una  successiva relazione del 1999  nessuna documentazione è stata presentata a sostegno di questa affermazione".

domenica 20 luglio 2014

Un’interessante intervista ad André Guichaoua

Riproponiamo l'intervista a cura della giornalista Sabine Cessou, apparsa sul blog Rues d'Afrique ad André Guichaoua, autore de "Rwanda: de la guere au génocide" (ed. La Découverte, 2010), uno dei maggiori specialisti francesi sulla regione dei Grandi Laghi che frequenta dal 1979.Presente a Kigali nell'aprile 1994, perito presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) ed è tra coloro che sfidano una lettura semplicistica della storia del Rwanda.Per lui, il rapporto tra l'attacco contro l'aereo di Habyarimana e l'inizio del genocidio non è provata e non è pacifico che il Fronte Patriottico Rwandese (FPR, al potere dal 1994) sia estraneo, nonostante la relazione d'indagine pubblicata nel gennaio 2012 dal giudice Marc Trevidic, secondo cui la posizione di tiro da cui sarebbe partito il missile che ha colpito l'aereo si collocherebbe nel campo militare di Kanombe, sotto il controllo delle forze governative.Richiesto dal Tribunale penale internazionale di indagare anche sui crimini del FPR, prima dell'allontanamento nel 2003 del procuratore Carla del Ponte, Guichaoua da dieci anni non è più persona gradita in Rwanda.
Cosa pensa della fine annunciata del processo in Francia relativo all'attacco contro l'aereo di Juvenal Habyarimana?
L'unica cattiva notizia da sottolineare è che il giudice riconosce di non essere in grado di citare in giudizio alcun imputato. Non conosceremo mai i responsabili di questo attacco……Peraltro, un eventuale non luogo a procedere non assolve nessuno, salvo diversa pronuncia del giudice; ciò significa che gli elementi acquisiti al dossier non sono sufficienti.

sabato 31 maggio 2014

Richiesta all'ONU un'indagine internazionale sull'attentato del 6 aprile 1994

I rappresentanti di sei partiti-movimenti della frastagliatissima opposizione rwandese hanno indirizzato, il 25 maggio scorso, al Segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, un'istanza perche' venga avviata un'indagine internazionale sull'attentato del 6 aprile 1994 che ha portato all'abbattimento dell’aereo, in fase di atterraggio a Kigali, su cui viaggiavano di ritorno da Arusha, Juvenal Habyarimana, presidente del Rwanda  e Ntaryamira Cyprien, presidente del Burundi. Dando  ormai per acquisito che l'attentato che ha portato alla  morte dei due presidenti, oltre ai componenti dell'equipaggio di nazionalita' francese, sia ritenuto da gran parte degli osservatori la causa scatenante del genocidio, i sottoscrittori evidenziano come ad oggi, nonostante diverse indagini effettuate e ancora in corso, come quella condotta dalla magistratura francese,  non si sia pervenuti a risultanze certe circa la responsabilta' dell'attentato. Per questo viene chiesto al Segretario generale che l'ONU, cosi' come fatto in casi analoghi -l'assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri,  di quello del Pakistan, Benazir Bhutto, o  dell'ex capo della ribellione del Sudan del Sud, John Garang - promuova un'indagine volta ad accertare chi sia realmente coinvolto nei fatti accaduti sul cielo di Kigali quella tragica notte del 6 aprile 1994.La lettera, oltre che al Segretario generale è stata inviata anche ai membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU di cui fa parte, come membro non permanente, anche il Rwanda, è sottoscritta da questi partiti, nessuno dei quali è ufficialmente riconosciuto, come previsto dalla legge rwandese, e quindi impossibilitato a partecipare alla normale dinamica elettorale: Patto democratico del popolo (PDP-Imanzi), Partito democratico  Rwanda(PDR-Ihumure) di cui è presidente il noto Paul Rusesabagina (Hotel Rwanda), Partito sociale PS-Imberakuri, Rwanda National Congress RNC-Ihuriro, Forze democratiche unificate FDU-Inkingi di cui è leader Victoire Ingabire, e Congresso Amahoro del Popolo Amahoro People’s Congress.  

lunedì 28 aprile 2014

La lettura revisionista di un ricercatore francese sulla premeditazione del genocidio

Quanto accaduto dal 1990 al 1994 in Rwanda comincia ad essere oggetto, e lo sarà sempre di più da qui in avanti, di indagini specifiche da parte di ricercatori e storici che si sforzano di  darne  una lettura  che, sottraendosi ai condizionamenti della contingenza politica, collochi quanto accaduto in quel periodo in una prospettiva storica. Tali ricerche, quando si discostano dalle interpretazioni correnti, vengono spesso sbrigativamente e spregiativamente bollate, da chi non le condivide, come  revisioniste. Potrebbe essere questo il destino di un recente contributo critico di uno studioso dell'area dei Grandi Laghi, Serge Dupuis, pubblicato dalla  Fondazione francese Jean Jaures, che rivisita la vulgata ufficiale secondo cui  il genocidio dei tutsi rwandesi era previsto fin dal primo progrom alla fine degli anni cinquanta e preparato nel contesto di un'ideologia etnonazionalistica. Per sgomberare il campo da qualsiasi equivoco o possibile  accusa di negazionismo, Dupuis riconosce l'esistenza del genocidio dei tutsi collocandolo però temporalmente in una fase successiva al mese di aprile del 1994 e soprattutto non riscontrandone la premeditazione, in questo rifacendosi a quanto sentenziato dal Tribunale penale  internazionale per il Rwanda-TPIR che nelle sue sentenze di condanno degli imputati giudicati per genocidio, non ha mai riconosciuto la pianificazione del genocidio stesso.Per arrivare a queste conclusione il ricercatore parte dalla narrazione ufficiale che considera il genocidio come il culmine di un lungo processo dove il razzismo anti-tutsi affonda le radici nelle politiche messe in campo dai governi  Kayibanda prima e Habyarimana poi. Le dinamiche storiche vedrebbero da una parte il governo utilizzare l'offensiva del  RPF-Rwandan Patriotic Front come pretesto per compiere il genocidio, dall'altra l'azione del RPF come mossa preventiva per scongiurare la minaccia genocidaria.Secondo Serge Dupuis, che non condivide l'interpretazione che va per la maggiore a livello internazionale, il genocidio è il risultato del conflitto tra il RPF, mirante dichiaratamente alla conquista del potere, e il governo a sua volta impegnato nella difesa dello statu quo e nel mantenimento del potere stesso.In questa lotta per il potere, secondo lo studioso, il RPF, consapevole che l'offensiva avrebbe risvegliato  l'ideologia razzista, ha perseguito una strategia di violenza per spingere il regime ad attaccare i tutsi e quindi legittimare l'offensiva messa in atto. Il governo in carica, da parte sua, sentendosi minacciato dalla ribellione, per paura di perdere la propria egemonia, radicalizza la propria posizione perseguendo una politica di tensione fino al genocidio.Chi volesse approfondire gli argomenti addotti dal ricercatore francese a sostegno della propria tesi, che si colloca certo su un terreno  border line del revisionismo storico evitando  peraltro di sconfinare nel negazionismo, potrà leggere l'intero studio in francese, cliccando qui, e, all'esito,  cotestarne eventualmente la fondatezza.

domenica 29 dicembre 2013

Quei seicento soldati del 3° battaglione del RPA


L’odierno editoriale de The Sunday Times celebra i 600 membri del 3 ° Battaglione dell'esercito patriottico rwandese (RPA) che vent'anni fa, il 28 dicembre 1993,  entrarono a Kigali nell’ambito degli accordi, sottoscritti tra il FPR e il governo in carica, il 4 agosto 1993 nella città tanzaniana di di Arusha; accordi che avrebbero dovuto porre termine al conflitto in atto dall’ottobre 1990. I seicento uomini presero possesso degli edifici ove attualmente ha sede il parlamento, al tempo conosciuti  come CND, e lì rimasero fino alla primavera del 1994. L’editoriale sottolinea come a venti anni da quella data si assista al mancato riconoscimento "del coraggio e della determinazione" del 3 ° Battaglione la cui memoria rischia di andare smarrita, nel silenzio degli storici locali che non hanno prodotto alcuno studio su quanto fatto da questi combattenti. In effetti, il ruolo di questo consistente contingente militare del FPR è scarsamente conosciuto; anche le ricostruzioni storiche internazionali dell’eccidio del 1994 raramente ne fanno menzione. Lo stesso editoriale non va oltre un generico  riferimento al "ruolo decisivo che il battaglione gioca nella conclusione del genocidio, nonostante fosse colpito  da tutti i lati dall'esercito governativo (ex FAR)". Eppure sarebbe stato interessante conoscere quanti caduti avesse sofferto il contingente e, soprattutto, quante vite avesse messo in salvo.Infatti, seicento uomini, presumibilmente ben addestrati e sotto il comando di un ufficale capace come il col. Charles Kayonga, rappresentavano una variabile non certo insignificante nelle dinamiche dei fatti della primavera del 1994; quindi, come auspicato dall’editorialista,  sarebbe importante, per una completa ricostruzione storica, colmare questa lacuna. 

domenica 8 luglio 2012

Gli anni cinquanta in Rwanda nei ricordi di un ex amministratore belga

In occasione del  50 ° anniversario dell'indipendenza del Rwanda, segnaliamo l'interessante intervista che Jambonews  TV ha fatto a Louis Jaspers, dal  1952 al 1959 amministratore territoriale belga in Rwanda. L'intervista in francese è una miniera di informazioni, curiosità e aneddoti che non mancheranno di suscitare discussioni e polemiche, ma che certo fornisce uno spaccato del periodo immediatamente precedente alla proclamazione dell'indipendenza, seppur dal punto di vista del tutto particolare dell'amministratore coloniale che si affaccia in un paese  totalmente nuovo per storia, cultura e abitudini e ci vive per diversi anni. Di particolare interesse, alla fine della seconda parte dell'intervista, è la testimonianza del signor Jaspers circa i rapporti intrattenuti con il Mwami Mutara III e il racconto degli ultimissimi giorni di vita dello stesso, prima della sua controversa morte avvenuta sabato 25 luglio 1959 a Bujumbura in Burundi .
Per visionare il video, suddiviso in due parti,  clicca  su Parte prima  e su    Parte seconda.
Un riassunto in francese  dei temi trattati si può leggere cliccando qui.

venerdì 29 giugno 2012

Cinquantesimo anniversario dell'indipendenza rwandese

Domenica 1 luglio il Rwanda celebra il cinquantesimo anniversario dell'indipendenza, ottenuta  l'1 luglio 1962, quando  il Rwanda si affrancava ufficialmente dal controllo coloniale del Belgio. La presenza belga   nel paese data a partire dal 1916, a seguito dell'invasione dal vicino Congo durante la prima guerra mondiale, e ufficialmente dal 1924 su mandato della Società delle Nazioni, subentrando alla Germania  a cui il Rwanda, unitamente al Tanganika e al vicino Urundi, era stato assegnato al congresso di Berlino del  1984/85, dove le potenze europee si erano spartite l'Africa.
Un po' di storia si potrà trovare a pag.95 e seguenti del libro Kwizera Rwanda.
Purtroppo, il fatto che dovrebbe designare il momento fondativo di un paese non è ancora pienamente condiviso dalla globalità dei rwandesi, ed è  oggetto a diversi distinguo, come evidenziato dallo stesso presidente rwandese, Paul Kagame, che in un'intervista del maggio scorso a Jeune Afrique  così si esprimeva sull'argomento:  
"Il 1 ° luglio, il Rwanda indipendente compie 50 anni. C'è qualcosa da festeggiare?
 Dipende da cosa vuoi dire. È la nostra storia, e dobbiamo farlo, con la sua quota di buoni eventi e tragedie. Sarà una giornata di riflessione, non un'occasione per festeggiamenti o di incontrollate spese pubbliche. So che altrove nel continente il cinquantesimo anniversario viene spesso celebrato con sfarzo e gioia, ma non ci sentiamo obbligati a fare lo stesso. In generale, per ovvi motivi di costo, tale data è anche in combinazione con un altra molto vicina il 4 luglio, che segna l'anniversario della liberazione del Rwanda dalle forze di genocidio. Quest'anno, entrambi gli eventi saranno commemorati il 1 ° luglio, con sobrietà.  
Soprattutto il 1 ° luglio 1962 non è stato un giorno di gioia per tutti i ruandesi ... 
Sì, certo. Quel giorno sarà quindi collocato nel suo contesto storico, senza spirito di vendetta."

Forse, come sappiamo bene non solo noi italiani, che non abbiamo ancora totalmente  chiuso i conti con il nostro secondo dopoguerra, ma in generale  molti altri popoli europei alle prese con le rispettive storie nazionali caratterizzate da lacerazioni e guerre civili,  il popolo rwandese potrà alimentare una vera riconciliazione trovando una reale condivisione della propria storia, a partire da quel primo luglio di cinquanta anni fa, per arrivare  fino alla tragedia del 1994.