L'annucio dato nel discorso di fine anno da parte di Paul Kagame, di voler aderire alla richiesta del popolo rwandese di proseguire nell'esercizio del potere, ripresentandosi alle prossime elezioni presidenziali del 2017, resterà probabilmente nella storia rwandese come un discrimine, una sorta di passaggio del Rubicone come quello compiuto da Cesare.Senza alcuna violazione di legge, in quanto le modifiche costituzionali approvate plebiscitariamente in sede referendaria lo scorso 18 dicembre ( 98,3% i sì) aprono a un terzo mandato presidenziale, la ricandidatura di Kagame aprirà una nuova stagione nella storia rwandese.Come uno spartiacque tra un prima e un dopo.Una prima stagione in cui la ricostruzione del paese dalle ceneri della guerra civile da parte del nuovo gruppo dirigente proveniente dall'Uganda, sotto la guida capace e ferma di Paul Kagame, ha potuto beneficiare di un contesto di quasi unanime sostegno della comunità internazionale, in tutte le sedi.Sostegno che si è innanzitutto concretizzato in cospicui aiuti finanziari che hanno alimentato per anni le casse statali, ancora oggi dipendenti per oltre il trenta per cento dai contributi esteri, favorendo lo sviluppo economico-sociale che ha caratterizzato il ventennio successivo al 1994.Ancor più importante risulta quella sorta di manleva che la comunità internazionale, vittima di un senso di colpa per non aver saputo evitare la tragedia rwandese, ha ritenuto di concedere al nuovo gruppo dirigente, evitando ogni sorta di indagine giudiziaria sulle violazione del diritto penale internazionale, commesse nei quattro anni di guerra, e di censura sulle non infrequenti violazioni dei diritti civili e democratici che hanno costellato venti anni di governo.
C'è poi una stagione a venire costellata di non pochi interrogativi.