"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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mercoledì 1 settembre 2010

Diario di viaggio 2

Adozioni a Nyinawimana
Martedì si va a Nyinawimana per la verifica sul campo dello stato delle adozioni di bambini residenti in quella parrocchia. Si tratta di incontrare ogni bambino, solitamente accompagnato dalla mamma o spesso dalla nonna che si è fatta carico del bambino orfano, valutarne lo stato complessivo, prendere conoscenza dell'andamento scolastico sulla base dei dati riportati sulla paggella dove viene esplicitata anche la posizione che il bambino occupa nell'ambito della classe. Si verifica altresì che la somma dell'adozione accreditata su un libretto di risparmio bancario sia stata prelevata con una certa oculatezza. Un richiamo ai bambini dal profitto scolastico carente e qualche apprezzamento rivolto ai più bravi concludono l'incontro. E' poi la volta di incontrare i bambini segnalati dalla parrocchia come meritevoli, per le condizioni di disagio familiare riscontrate, ad essere ammessi al programma adozioni. Quest'anno tra la trentina di candidature vagliate c'erano anche quelle di tre ospiti del Centre Inzere di Nyinawimana che ospita bambini portatori di gravissimi handicap, che le rispettive famiglie hanno spesso abbandonato. I tre ragazzi sono tutti e tre focomelici ridotti su una carrozzina privi dell'uso delle gambe e con arti superiori decisamente compromessi. Entreranno a far parte degli oltre trecento bambini inseriti nel progetto adozioni dell'Associazione Kwizera diventandone il simbolo forse più vero, anche se magari, potendo scegliere, una famiglia adottante preferirebbe vedersi assegnata una bella bambina piuttosto che il bambino primo della classe.

L'incubatrice
L'Abbé Jean Marie, parroco di Nyinawimana ci riserva una sorpresa: in un locale della parrocchia è stata installata e messa in funzione un'incubatrice per pulcini, capace di sfornare 215 pulcini ogni venti giorni circa, arricchendo così le attività della fattoria. La notizia vera sta però nella storia di questa incubatrice. Donata dall'Associazione Kwizera alla diocesi di Byumba nel lontano 2006 è rimasta per tutti questi anni chiusa in un magazzino, per tutta una serie di motivi tecnici, fino a quando l'intraprendenza dell'Abbé Jean Marie la ha resa operativa. Quattro anni per rendere operativo un macchinario sembrano un po' troppi anche per i tempi africani!

venerdì 13 agosto 2010

A proposito di Batwa

Batwa della comunità di Kibali
Di recente l'agenzia Grands Lacs Syfia ha dedicato un articolo al ruolo che i batwa avrebbero assunto in occasione delle elezioni presidenziali rwandesi, parlando di una  prima volta in merito al coinvolgimento dei pigmei (meno del 2 % della popolazione)  nel momento elettorale. In precedenza, sottolinea l'articolista, i batwa erano indifferenti alle elezioni, perché esclusi dal resto della comunità rwandese che li considera "anomali" a causa del loro stile di vita. Questa volta  invece si sono decisi a partecipare alla fase preparatoria delle elezioni presidenziali imparando a  eseguire tutte le formalità in ordine al  voto.Il giorno delle elezioni , alcuni addirittura si sono prestati a svolgere le funzioni di   osservatori. A detta di diversi batwa interpellati c'è la speranza che questa elezione possa rivelarsi un  passo verso una maggiore integrazione. E a questo proposito hanno anche delle rivendicazione da avanzare al potere politico per essere trattatti come rwandesi a pieno titolo; chiedono  sostegno alle loro attività artigianali, corsi di formazione, accesso alla scuola anche a livello universitario per i loro figli, possibilità di recitare un proprio ruolo nelle strutture comunitarie locali. In una parola chiedono che cessi nei loro confronti  l'ostracismo a cui sono stati sottoposti, praticamente da sempre, dai loro stessi connazionali. Il rischio del razzismo, purtroppo, non è una prerogativa dei soli bazungu ma, come si vede, attecchisce a tutte le latitudini!

Anziana donna twa
Abbiamo avuto modo di sperimentare in prima persona i profondi pregiudizi con cui i batwa si devono misurare quando, uscendo dal chiuso delle comunità ove sono abituati a vivere fra di loro, vengono a contatto con il resto della comunità rwandese. In occasione della realizzazione da parte dell'Ass. Kwizera del villaggio per la comunità batwa di Kibali, 47 case per altrettante famiglie, (vedi video nell'apposita sezione del blog) pochi avrebbero scommesso sul buon uso che avrebbero fatto delle nuove case questi simpatici pigmei che in una precedente analoga esperienza avevano svenduto lamiere e infissi delle case ricevute.Invece, hanno preso possesso delle rispettive abitazioni conducendole con una certa cura. In altra occasione, non è stato facile convincere i nostri interlocutori rwandesi che un bambino twa, inserito nel progetto adozioni dell'Associazione, risultava il primo della sua classe in quanto a profitto scolastico; era per loro semplicemente impensabile un simile fatto. Ora invece facciamo una certa fatica a mettere in campo un progetto formativo per insegnare ai batwa di Kibali a coltivare i terrazzamenti, che sempre l'Ass. Kwizera ha realizzato attorno al villaggio, e ad allevare maiali e capre. Il commento è sempre lo stesso: è impossibile insegnare qualcosa ai batwa e ottenere che dagli stessi venga qualcosa di buono. Fa una certa meraviglia che simili atteggiamenti e riserve provengano da ambienti rwandesi, anche culturalmente di livello, anche se, indubbiamente, i simpatici pigmei ci mettano del proprio per meritarsi simili giudizi non propriamente lusinghieri.Non siamo così ciechi da non cogliere le difficoltà che s'incontrano quando ci si misura con una realtà tanto particolare come quella rappresentata dai batwa; tuttavia, ci è abbastanza chiaro come sia sempre rischioso approcciare in maniera pregiudiziale gli altri ritenendo "anomali" comportamenti, culture, stili di vita troppo diversi dai propri. Si può sempre rischiare di trovare qualcuno che lo pensi anche di noi, a tutti i livelli. A proposito poi dell'inabilità ad imparare, chi scrive all'inizio della propria carriera lavorativa si trovò appiccicata da un capo, un po' troppo sbrigativo nei giudizi e scarsamente disponibile a confrontarsi con gli altri, l'etichetta di "soggetto inabile ad essere istruito".La carriera professionale successiva ha fatto giustizia di quel (pre)giudizio dettato dall'autoconsiderazione e dall'arroganza di chi lo emise.

martedì 10 agosto 2010

Rwandesi ai seggi in maniera ordinata e pacifica

Tutto si è svolto in maniera ordinata e pacifica sgomberando il campo dai  timori della vigilia : i  5,2 milioni di rwandesi chiamati ad eleggere il Presidente del Rwanda per i prossimi sette anni hanno votato ieri, in un clima di calma, a partire dalle 6 del mattino fino alle 15, nei 15.507 seggi distribuiti in tutto il Paese,  senza che venissero segnalati, allo stato, incidenti.In certi seggi,  già alle 9 del mattino, le operazioni di voto erano praticamente concluse con tutti gli  iscritti alle liste che avevano espresso il proprio voto: gli elettori si erano, infatti, mossi di primissimo mattino, alcuni addirittura già dalla sera prima. A Nyagahanga si è cominciato a votare addirittura prima delle 5 del mattino! Hanno assistito alle operazioni di voto 214 osservatori internazionali, in rappresentanza dell’Unione Africana, delle rappresentanze diplomatiche presenti a Kigali, della Organizzazione delle Francofonia e del Commonwealth. Il Rwanda infatti appartiene ad ambedue le organizzazioni che raggruppano rispettivamente gli Stati di lingua francese e quelli di lingua inglese. E' stata invece criticata da più parti l'assenza di osservatori dell'Unione Europea.
Secondo i primi risultati preliminari rilasciati dalla Commissione Elettorale Nazionale , il Presidente uscente Paul Kagame, in rappresentanza del RPF (Rwandan Patriotic Front), avrebbe raccolto il  92,9 % dei voti, seguito dal candidato del PSD ( Partito socialdemocratico),  dottor Jean Damasceno Ntawukuriryayo, con il 4,9% , da Prosper Higiro del Partito Liberale ( PL) con l' 1,5% e dalla candidata del PPC  (Partito per il Progresso e la Concordia) ,  dottoressa Alvera Mukabaramba, con lo 0,7%, tre partiti che nelle passate elezioni del 2003 sostenevano il RPF.Erano assenti altri partiti di opposizione che non avevavo ottenuto la prevista registrazione per poter partecipare alle elezioni. Ieri i Rwandesi hanno deciso che per il prossimo settenato  saranno  ancora guidati da Kagamee e dal RPF.

venerdì 30 luglio 2010

Lettera a un neolaureato rwandese

Caro amico,
finalmente hai coronato il sogno tuo e dei tuoi genitori e hai conseguito l'agognata laurea. Ora davanti a te si spalanca la vita. Per cominciare, sarà necessario pensare a mettere a frutto quanto hai appreso nelle aule dell'università e cercare un lavoro che ti consenta di dare concretezza al sogno che condividi con quella compagna di studi con la quale tante volte hai discorso del futuro insieme. Costituire una famiglia, avere una tua dimora, mettere al mondo dei figli dando loro una vita dignitosa.Cercare un lavoro? Più facile a dirsi che a farsi. E' la medesima cosa che dice il tuo giovane coetaneo italiano neolaureato in informatica, con alle spalle 18 anni di studio ( 5 alle elementari,3 alle scuole medie,5 al liceo e 5 (3+2) all'università) che appena conseguita la laurea si è sottoposto ad alcuni colloqui di lavoro per trovare un impiego. Purtroppo, forse anche causa la crisi economica che sta interessando un po' tutto il mondo, non ha avuto la fortuna di trovare un impiego, neppure a tempo determinato. Si è dovuto accontentare di uno stage presso una banca per un compenso di 700 euro mensili. Tieni conto che il vicino di scrivania con cui lavora, dipendente a tempo indeterminato con titoli di studio inferiori, percepisce almeno 500 euro in più con tutti i benefit aggiuntivi ( pensione, buoni pasto, mutua).
Per darti un'idea un professore laureato che insegna nelle scuole medie superiori percepisce uno stipendio netto di circa 1.500 euro.Il giovane neolaureto italiano spera che alla fine del periodo di stage, abbia avuto modo di dimostrare le proprie capacità e gli venga quindi offerta la possibilità di avere un contratto a tempo determinato che dopo un paio d'anni si potrà trasformare in un contratto a tempo indeterminato; a quel punto potrà dire di essersi sistemato.
Perchè ti dico tutto questo?
Perché ho appreso che l'offerta di una borsa di studio annuale di 750.000 Franchi rwandesi ( pari a più della metà dello stipendio annuo di un professore del tuo paese) che ti è stata offerta da una Onlus italiana, per usufruire delle tue prestazioni nel campo specifico dei tuoi studi, non ha incontrato il tuo interesse. Forse non hai ritenuto la cifra adeguata per una collaborazione che ti avrebbe visto impegnato nella gestione di progetti sul territorio, applicando le tue conoscenze professionali e acquisendo preziose esperienze confrontandoti con i volontari stranieri: uno scambio di conoscenze significative sicuramente utili per i tuoi impegni lavorativi futuri. Ti confesso candidamente che faccio fatica a comprendere questa tua scelta. Ritieni forse che non siano adeguatamente riconosciuti i tuoi studi? Che il lavoro che ti è proposto non sia consono allo status di neo laureato, in quanto rivolto verso i tuoi connazionali più bisognosi? Sei sicuro che i tuoi genitori, che con sacrificio ti hanno permesso di completare i tuoi studi, condividerebbero questa tua scelta? Certo, come per il tuo coetaneo italiano, l’ideale sarebbe di ottenere un posto sicuro e ben remunerato qui ( vicino a casa) e subito. Sai però che ciò non è facilmente possibile né in Italia né in Rwanda. Allora forse è il caso di guardare con occhi diversi quella proposta: potrebbe essere l’inizio di un cammino professionale dove cominci a misurarti con le tue conoscenze sul campo, lavorando per la tua gente, con un riconoscimento economico tutt’altro che disprezzabile.
Un caro saluto.
Il tuo amico muzungu.

mercoledì 28 luglio 2010

Leggere per crescere

Qualche tempo fa, parlando con un amico rwandese sull’ipotesi di allestire un piccola biblioteca di villaggio, mi sono sentito rispondere che in Rwanda c’è scarsissima propensione per la lettura e quindi quel progetto non era sicuramente tra le priorità. Quel colloquio mi è ritornato in mente dopo qualche mese leggendo un bellissimo reportage dalla Colombia in cui si raccontava il girovagare tra le montagne di un maestro rurale che arrivava nei villaggi più sperduti accompagnato da suoi due asini, significativamente chiamati Alfa e Beto, che portavano ai bambini di quei villaggi sillabari e dozzine di altri libri. Ancora mi riporta a quella vecchia conversazione l’intervento su The New Time di un direttore scolastico di una importante scuola rwandese che si lamenta della scarsissima propensione alla lettura degli studenti rwandesi , se si esclude lo stretto necessario per superare le prove scolastiche. Non c’è cultura delle lettura, spesso per colpa degli stessi insegnanti che da giovani erano abituati a festeggiare il conseguimento della laurea con un bel falò di tutti i libri e gli appunti. E’ così che secondo il direttore degli studi presso  la Nu Vision High School di Kabuga,  la malattia della non lettura si diffonde tra le giovani generazioni diventando una pandemia africana, seconda solo a quella del HIV, che escluderà da ogni possibile sviluppo gli africani senza lettura, senza conoscenza di quello che accade nel paese, nel continente, nel mondo. Non si può prescindere da un bagaglio conoscitivo costruito nel tempo, anche al di fuori degli stretti adempimenti scolastici, che interessi tutti gli ambiti della vita da quelli socio-culturali a quelli religiosi. L'autore conclude richiamando l'impegno di tutti a promuovere una cultura della lettura, in casa e a scuola, se si vogliono incrementare le opportunità di crescita e sviluppo nella vita scolastica e nella vita tout court. Come non condividere l'accorato richiamo del direttore scolastico rwandese!

giovedì 15 luglio 2010

Se vuoi investire all'estero, vai in Rwanda

Secondo un recente rapporto della World Bank dal titolo “Investing across borders 2010” il Rwanda è uno dei paesi al mondo, unitamente al Canada e alla Georgia, dove un investitore straniero trova le condizioni più favorevoli per intraprendere un’iniziativa economica. Il citato rapporto giunge a tali conclusioni sulla base di un’analisi comparata della legislazione locale regolante gli investimenti stranieri in 87 paesi al mondo.Secondo quanto rilevato dagli esperti della World Bank, in meno di due settimane chi volesse effettuare un investimento in Rwanda è messo nelle condizioni di essere operativo con la nuova impresa. Tali condizioni favorevoli possono portare, secondo quanto sostenuto dal Vice President del Financial and Private Sector Development della World Bank, signor Janamitra Devan, oltre naturalmente a nuovi investimenti, nuove tecnologie e stili manageriali, nuovi posti di lavoro e stimoli alla concorrenza con positive ricadute sui livelli di prezzo dei beni. Complessivamente la popolazione locale beneficerebbe di un più favorevole accesso ai beni e ai servizi. Naturalmente il Rapporto si limita a fare una fotografia del quadro di riferimento in cui un ipotetico investitore si verrebbe a trovare qualora decidesse di sbarcare in Rwanda per avviare nuove iniziative economiche. Si tratta di un presupposto importante che le autorità di Kigali sono state in grado di costruire in questi anni, ma che necessita anche di una cornice politico istituzionale stabile in grado di garantire sicurezza e certezza del diritto di cui ogni intrapresa economica necessita.

venerdì 9 luglio 2010

Dove finiscono i fondi raccolti dalle ONP

Da un'indagine, condotta dall'IID-Istituto italiano donazione tra i propri associati per verificare l'indice di efficienza con cui le ONP-Organizzazioni no profit utilizzano le risorse disponibili, sono emersi le seguenti risultanze: il 78,9% dei fondi disponibili sono destinati alla missione, il 9,4% alle attività di promozione e raccolta fondi e l’11,8% ai costi di supporto generale. Per le organizzazioni più piccole, quelle con una raccolta inferiore al milione di euro, i dati risultano i seguenti: il 76,3% dei fondi destinati alla missione, il  9,7% alle attività di promozione e raccolta fondi e il 14% per le spese di struttura.
A fronte di questi dati ci piace segnalare la situazione dell''Ass. Kwizera Onlus che evidenzia i seguenti parametri: 87,3% alla missione, 6,9% alla promozione e il residuo 5,8% alle spese di funzionamento.
Quella che si direbbe una gestione virtuosa.

mercoledì 7 luglio 2010

Mortalità infantile in diminuzione

In Rwanda su 1000 nuovi nati, 112  non raggiungeranno i cinque anni di vita. E' questo il dato che il Ministero della salute rwandese ha fornito in occasione della seconda conferenza internazionale sulla maternità e salute dei bambini in corso da ieri a Kigali.
Anche se, nell'ultimo decennio, il paese ha compiuto progressi significativi nella riduzione della mortalità infantile -nel 2000, infatti secondo le statistiche dell'OMS-Organizzazione mondiale della Sanità erano 186 i bambini che non arrivavano a cinque anni di vita- a detta dei responsabili della sanità rwandese è ancora molto il lavoro da fare per sconfiggere le principali  cause di mortalità infantile: diarrea, malaria, malnutrizione e polmonite. Ricordiamo che a livello africano, secondo le statistiche dell'OMS, sono ben  142 su 1000 i  bambini che non supereranno i cinque anni, più del doppio del dato a livello mondiale che è di 65.
 A fianco della mortalità infantile il Ministero sta monitorando con attenzione anche il dato della  mortalità materna, stimata in  750 casi per ogni 100.000 nati vivi, per ridurne quanto più possibile la portata.

mercoledì 16 giugno 2010

Miracolo Africano

L'amico Riccardo Barlaam, unitamente a Massimo Di Nola, ha mandato in libreria, proprio nel momento in cui  tutto il mondo guarda ai campionati mondiali di calcio sudafricani, il saggio  Miracolo Africano-Leader, sfide e ricchezza del nuovo continente emergente. Secondo gli autori l'Africa è tornata in circolo. Non è più il continente povero, ma un convoglio in marcia composto da gruppi di stati, diversi tra loro ma che presi nel loro insieme hanno iniziato ad assumere una rilevanza strategica. Stadi avveniristici, completati con mesi di anticipo per il mondiale di calcio. Il Rwanda, che in pochi anni passa dal genocidio ai primi posti nelle classifiche mondiali della crescita e della trasparenza amministrativa. La Cina che sbarca nel continente costruendo strade, porti, ferrovie. Bonifici bancari, consulti medici e acquisti online che arrivano nei villaggi più sperduti grazie ai telefonini. L'Africa di cui ci parla questo libro è un paese dalle enormi potenzialità e in grado di affrontare grandi sfide. Un continente di immense risorse sulle quali hanno messo l'occhio le multinazionali del petrolio, gli sceicchi, i colossi dell'industria agroalimentare. la finanza internazionale, le grandi compagnie petrolifere di tutto il mondo, Cina inclusa. Una nuova ricchezza che una generazione emergente di leader spesso capaci ma anche con forti inclinazioni autoritarie deve imparare ad amministrare.

Miracolo africano di Riccardo Barlaam e Massimo Di Nola. Prefazione di Romano Prodi. Ed. Gruppo 24 ORE, pag. 180, euro 19

giovedì 3 giugno 2010

Africa:la fuga dei capitali una delle ragioni del sottosviluppo

Più del doppio del denaro affluito, a partire dagli anni 70, in Africa sotto forma di aiuti  - 300 miliardi di dollari secondo il noto libro "La carità che uccide" di Dambisa Moyo-  ha lasciato illegalmente il continente per andare ad alimentare i conti esteri di governanti e alti burocrati dei paesi africani.
Secondo un nuovo rapporto dell'ong Global Financial Integrity (http://www.gfip.org/) predisposto per i ministri delle finanze africani, tra il 1970 e il 2008, si calcola prudenzialmente che abbiano lasciato illegalmente l'Africa circa 854 miliardi di dollari, con ipotesi che potrebbero portare tale cifra fino 1.800 miliardi di dollari.   L'importo di 854 miliardi  rappresenta il 56% del PIL dell'intera Africa nel 2008.  I paesi più interessati al grave fenomeno sono concentrati nell'Africa occidentale e centrale, con il non invidiabile primato della Nigeria con 89,5 miliardi di dollari, seguita da Egitto (70,7 miliardi), Algeria (25,7 miliardi), Marocco (25 miliardi) e Sud Africa  (24,9 miliardi). La Nigeria si trova al centro di tale fenomeno ormai da decenni. Negli anni ottanta era facile ricevere negli uffici bancari fax di sedicenti alti burocrati nigeriani che chiedevano, promettendo lauti compensi, riferimenti bancari per far transitare somme in uscita dal paese; si trattava di truffe, in quanto veniva chiesto un piccolo anticipo per dar corso all'operazione, ma  che fondavano la loro credibilità sul diffuso andazzo che interessava quel paese. Il fenomeno della fuga di capitali si è andato via via  accentuando negli anni, assumendo dimensioni particolarmente gravi a partire dal 2000: da allora fino al 2008 sono usciti  437 miliardi di dollari.Tale impennata è significativamente correlata all'andamento del costo del petrolio che ha fatto affluire importanti  capitali in diversi paesi africani  produttori come, appunto, la Nigeria. Con il solo importo  di 854 miliardi di dollari, l'Africa avrebbe potuto non solo rimborsare il proprio debito estero (250 miliardi a fine 2008), ma anche spendere 600 miliardi di dollari per i programmi contro la povertà e per dare corso agli investimenti per lo sviluppo.
E' un quadro come quello sopra delineato che ha fatto dire all'ex Segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, in occasione di una riunione di leaders africani, tenutasi a settimana scorsa a Johannesburg,  che   basterebbe dimezzare questo deflusso di denaro per risolvere molti dei problemi finanziari che attanagliano lo sviluppo del continente africano.
Poichè il flusso di denaro in uscita sfrutta tutte le possibilità offerte dai sofisticati metodi di riciclaggio del denaro di cui dispone il sistema finanziario internazionale, in particolare per quanto attiene l'approdo finale presso le banche con sede in paesi, i cosidetti paradisi fiscali, che non aderiscono agli accordi internazionali miranti a frenare il fenomeno, prima o poi la comunità internazionale dovrà accentuare le misure ( alcune già esistenti) per limitare drasticamente questo fenomeno.Diversamente tanto vale che gli aiuti vengano direttamente accreditati sui conti esteri dei satrapi africani!

martedì 1 giugno 2010

Rwanda:l'impresa si apre on line

Da ieri i potenziali investitori interessati a costituire un’impresa in Rwanda lo potranno fare, comodamente da casa, utilizzando il nuovo il servizio di registrazione online inaugurato, appunto ieri, presso il Rwanda Development Board (RDB) .  Accedendo al sito del RDB si avranno tutte le informazioni necessarie per procedere alla compilazione dell’apposito format che darà avvio a tutte le pratiche per la costituzione di una nuova società.Dall’unica interfaccia verranno attivate, con un numero unico (TIN) che funge da codice impresa e da codice fiscale, la registrazione presso il Registro generale delle imprese, la registrazione come datore di lavoro  al Fondo per la sicurezza sociale del Rwanda (SSFR) e come contribuente al Rwanda Revenue Authority (RRA), senza dimenticare la notifica delle attività di business per l'Istituto nazionale di statistica. I clienti riceveranno i certificati firmati dopo la presentazione online di tutti i documenti necessari e il pagamento tramite carta di credito/Visa degli oneri previsti .
Il nuovo sistema, installato da  una ditta norvegese, NRD (Norwegian Registry Development), prevede futuri sviluppi in ambito creditizio e urbanistico (permessi di costruzione e  trasferimenti di terra).

mercoledì 26 maggio 2010

Sui progetti è tempo di cambiare registro

Spesso capita di essere destinatari di progetti predisposti da esponenti locali rwandesi (parrocchie, gruppi giovanili) che avanzano richieste di sostegno finanziario per iniziative le più varie. Si tratta spesso di progetti ben formulati, corredati di preventivi di spesa precisi e puntuali, nel senso che vengono dettagliate puntualmente le singole voci di spesa. Sulla base di tali preventivi viene quindi avanzata la richiesta del relativo contributo che dovrebbe essere erogato, quasi a scatola chiusa. E qui nascono i problemi. Infatti, quando si va a guardare nel dettaglio, spesso, anche se non sempre, i prezzi risentono di qualche gonfiatura di troppo e difficilmente si trova qualche apporto volontario da parte delle persone coinvolte direttamente nel progetto o di coloro a favore dei quali l'iniziativa viene proposta. Anche i giovani animatori di un campo giovanile vogliono essere pagati! Quando arriva il muzungu sembra quasi che tutti debbano avere il proprio tornaconto; i prezzi  lievitano, le imprese guadagnano oltre il normale, il volontariato scompare. Forse è  giunto il tempo in cui ogni progetto da realizzarsi in loco con il contributo  di un'Associazione debba prevedere anche  un apporto locale, nelle forme ritenute più consone, che copra una certa percentuale dell'investimento previsto. Si potrà provedere la fornitura di un certo numero di ore lavoro a titolo gratuito o a un prezzo  "politico", piuttosto che la partecipazione con un apporto finanziario. Una simile impostazione servirebbe a fare una cernita preventiva dei progetti veramente necessari e giudicati tali dalla comunità locale che dovrebbe quindi sentirsi pienamente coinvolta nella sua realizzazione. Si dovrebbero inoltre privilegiare progetti che favoriscano una crescita reale della popolazione e lo sviluppo delle persone: Un corso di preparazione e formazione professionale, piuttosto che il sostegno di una micro iniziativa economica dovrebbero avere più impatto sul reale sviluppo della popolazione piuttosto che fare la supplenza in campi di diretta pertinenza dello stato, come per esempio la realizzazione di  un edificio scolastico. Anche perchè , in presenza di una  sempre più probabile contrazione dei fondi raccolti tra i vari benefattori, bisogna sempre ricercare un utilizzo il più proficuo possibile dei fondi disponibili. Si pensi a quanti micro progetti in campo formativo e di sviluppo di possono mettere in campo con le cifre importanti che si impiegano nel mattone. Un esempio: con il corrispettivo di un normale edificio scolastico si possono coinvolgere direttamente 1500 famiglie nel Progetto MIkAN, con ulteriori 1500 in attesa del primo capretto; in ultima analisi 6000 persone coinvolte e responsabilizzate in un percorso di crescita umano e sociale, con un effetto a macchia d'olio all'interno della comunità.Sono progetti come questi che richiedono il coinvolgimento delle persone che possono incidere veramente in un reale cambiamento di mentalità, dove l'aiuto non sia fine a se stesso ma reale molla per imparare a camminare con le proprie gambe. Perchè non ne parliamo?

giovedì 20 maggio 2010

Moyo: soluzioni opinabili per mali certi

Molti gli spunti di riflessione che si possono trarre dal libro La carità che uccide (ed. Rizzoli € 18,50, pag. 260) di Dambisa Moyo, di cui abbiamo più volte parlato. La tesi dell’autrice, sintetizzata nel sottotilo dell'edizione italiana "Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo"   è nota: la marea di aiuti economici che ha invaso l’Africa negli ultimi cinquanta anni, al di là di risollevarne le sorti, ne ha aggravata la situazione socio economica.A sostegno di questa sua tesi, che potrebbe scandalizzare i benpensanti convinti che per risolvere i problemi dell’Africa ci vogliano i concerti di Bono e company, l’autrice lascia parlare i numeri e gli indici di sviluppo. L’uso che i governanti dei paesi africani hanno fatto di questo flusso inarrestabile di denaro che la cattiva coscienza dell’Occidente convoglia su di loro, senza troppe verifiche sul corretto uso, non ha avuto alcun impatto positivo sui principali indici che misurano lo sviluppo socio-economico di un paese. All’inizio del nuovo millennio, molti paesi hanno livelli di vita inferiori a quelli di trentanni fa, con la sola eccezione di quei pochissimi paesi, come il Botswana, che hanno avuto il coraggio di affrancarsi dagli aiuti stranieri, intraprendendo un percorso virtuoso fatto di riforme economiche e sociali. Le conseguenze che gli aiuti comportano sulle fragili economie locali e sulla vita sociale degli africani sono evidenziate dall’autrice con chiaro realismo, trovando le spiegazioni nei ritardi della società africana, nei suoi inveterati vizi, primo fra tutti la corruzione diffusa a tutti i livelli dell’apparato statale dall’ultimo funzionario al primo ministro, e sulle consolidate leggi che regolano le dinamiche economico-finanziarie. Si calcola che ogni anno circa 10 miliardi di dollari, circa la metà degli aiuti esteri ricevuti dell’Africa nel 2003, riprendano la via dell’estero per approdare su conti segreti. Ci sono poi le guerre civili, la debolezza delle istituzioni, l’assenza di un ceto medio produttivo, l'incertezza del diritto, la mancanza di quello che la Moyo chiama "capitale sociale", inteso come l’invisibile collante che unisce affari, economia e vita politica, che fa da fulcro dello sviluppo di un paese. La parte più interessante del libro è proprio la parte di diagnosi del problema, anche perché essendone autrice una studiosa africana non si corre il rischio che venga sbrigativamente liquidata come la solita lettura dei fatti deformata dall’ottica occidentale.
Basti pensare al coraggio con cui la Moyo affronta il problema dei modelli democratici, arrivando a sostenere come “ ciò di cui hanno bisogno i paesi poveri, ai gradini più bassi dello sviluppo economico, non è una democrazia multipartitica, ma di un dittatore benevole e risoluto che introduca le riforme indispensabili a mettere in moto l’economia …” e che "non è la democrazia il prerequisito alla crescita economica ma, al contrario è la crescita economica a essere un prerequisito alla democrazia". L’autrice conclude affermando brutalmente che nelle prime fasi dello sviluppo a una famiglia africana affamata importa poco se può votare o no: prima di tutto dovrà avere del cibo che solo lo sviluppo le può assicurare. Fin qui la diagnosi, che non riesce a sorprendere chi abbia una seppur superficiale conoscenza dei fatti africani.
Quando si passa alla ricetta per curare la malattia, l’autrice attinge a modelli di finanza internazionale: ricorso al mercato obbligazionario internazionale per finanziarsi, investimenti diretti nelle infrastrutture, liberalizzazione del mercato dei prodotti agricoli e diffusione del microcredito. Una ricetta frutto dell’esperienza che la Moyo ha maturato alla Banca Mondiale e in una primaria banca d’affari, che risulta piuttosto riduttiva per affrontare i tanti problemi messi in rilievo dalla stessa autrice. Questi  strumenti economici-finanziari , da soli, non ci pare possano portare molto lontano se non adeguatamente accompagnati da un reale salto culturale della società africana nelle sue diverse componenti. Sul libro della Moyo bisognerà ritornare perché offre diverse chiavi di lettura anche dell’attuale realtà rwandese.

martedì 11 maggio 2010

Ricetta rwandese per rivitalizzare la vecchia democrazia britannica!

Abbiamo più volte dato conto, con una certa ammirazione, dei molti e variegati progressi che il Rwanda ha compiuto in questi ultimi anni nell’organizzazione della pubblica amministrazione piuttosto che nell’economia e in tanti altri settori della vita sociale.Di tali progressi i rwandesi vanno giustamente fieri. Qualche volta però, eccedendo in questo loro  compiacimento, salgono in cattedra a impartire lezioni. E’ il caso di un commento apparso oggi su The New Times sotto il titolo “ Il Rwanda può insegnare una o due cose alla Gran Bretagna”. Se abbiamo letto con simpatia l’ironico commento alla crisi greca con l’ipotesi di offrire consulenza alle autorità di Atene per rimettere in sesto il loro disastrato bilancio, lascia perplessi il tono con cui il commentatore prescrive la propria ricetta alla più antica democrazia del mondo, alle prese con una difficile trattativa per comporre il governo all’esito delle ultime elezioni in cui nessuno dei tre partiti in lizza ha conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari.
Prendendo spunto da questa situazione di stallo, il commentatore si lancia dapprima in una critica del sistema elettorale britannico basato sul collegio uninominale, che a volte lascia un significativo numero di elettori privi di rappresentanza parlamentare e che, con questo esito elettorale, richiede la formazione di un governo di coalizione avente in sé il germe dell’instabilità. Fin qui l’analisi ci può stare.Poichè la materia dei sistemi elettorali è piuttosto complicata e senza regole certe valide ovunque, andrebbe maneggiata con prudenza  e ricordandosi che  solo alla prova del  tempo si potrà giudicare la bontà di un dato sistema applicato in un determinato paese.
 L’autore, preso dall’entusiasmo e messe da parte le richiamate cautele,  sposa la tesi che sarebbe meglio un modello proporzionale per dare stabilità alla secolare democrazia britannica e offre, quindi, la propria ricetta: imitare il modello rwandese che permette “il più stabile, forte, efficiente ed efficace dei governi in Africa” basato su una dinamica dell’alternativa al potere, coinvolgente diversi partiti proporzionalmente rappresentati.
Chissà come prenderanno la lezione i sudditi di sua maestà britannica e se ci sarà una cattedra di "Sistemi politici comparati" a Cambridge nel futuro dell'ineffabile commentatore de The New Times?

P.S. Ancora oggi, il modello del collegio uninominale britannico annovera degli estimatori in diversi paesi europei che vorrebbero modificare i  rispettivi sistemi elettorali  ispirandosi proprio a quello britannico; d'altra parte i sistemi proporzionali puri, ove applicati, sono periodicamente sottoposti a profondi restyling.Tutto ciò conferma che non c'è una ricetta valida sempre e ovunque; i sistemi elettorali non si esportano, neppure se con il marchio "made in Rwanda".

sabato 8 maggio 2010

Dal Rwanda un'idea per Brunetta: dipendenti pubblici a portata di cellulare.

Il Rwanda non cessa mai di sorprendere quando si tratta di innovazioni per rendere efficiente la pubblica amministrazione. L’ultima ci viene segnalata dall’agenzia Syfia. In Rwanda, i dipendenti pubblici, insegnanti compresi, devono rendere pubblico il numero del proprio telefono cellulare in modo che gli utenti possano raggiungerli facilmente per poter conferire sullo stato di una pratica, piuttosto che sul comportamento del figlio a scuola. Si raccomanda a tutti i funzionari di esporre il numero del proprio cellulare sulla porta dell' ufficio. Il numero di cellulare del funzionario pubblico o del dirigente cessa così di essere un’esclusiva della ristretta cerchia degli amici e degli amici degli amici. Nella massima trasparenza, l’accesso è ora aperto a tutti, fino agli abitanti dei villaggi dove il cellulare è abbastanza diffuso. Gli utenti possono contattare il funzionario pubblico che loro interessa per soddisfare ogni loro richiesta, ma anche e, soprattutto, i loro superiori ai quali denunciare negligenze e lungaggini dei sottoposti. Il disbrigo delle pratiche burocratiche ne trae un’indubbia accelerazione. Ricordiamo che secondo il Rwanda Utilities (Rura), il numero di utenti di telefonia mobile ha raggiunto 2,4 milioni nel 2009, oltre il venti per cento della popolazione, con tre società di telefonia mobile, in attesa dell’assegnazione di una nuova licenza a un quarto operatore.

Questa notizia è stata ripresa da Riccardo Barlaam nel Blog Africa

venerdì 7 maggio 2010

Lo sberleffo al muzungu: la crisi greca vista dal Rwanda

Fa indubbiamente un certo effetto leggere questa ironica e impietosa analisi di un commentatore, Rama Isibo, su The New Times di Kigali sull’attuale crisi che sta attanagliando diversi paesi europei.
“Noi africani, come nazioni, abbiamo a lungo invidiato l’Occidente. Abbiamo cambiato le nostre lingue, la cultura, i nomi, la storia e il futuro per essere come loro.Abbiamo sempre cercato di misurare il progresso in maniera inversamente proporzionale al nostro essere Africani, come se l'Africanità fosse l'ostacolo più grande al progresso, come se essere Africano fosse incopatibile con qualsivoglia tipo di crescita. Ora, il paradosso è che l'FMI non è preoccupato che qualche paese africano sia al fallimento, ma piuttosto si preoccupa dell'Europa. Vi è un paese con una storia devastato dalla guerra, con una storia di colpi di stato, l'ultimo negli anni '70. Un paese dove la corruzione è endemica, dove le persone non pagano le tasse, in cui un milionario paga 10 mila dollari in tasse, dopo aver chiesto una "nuova stima", e dove i dipendenti pubblici non sono mai in ufficio. Dove la gente ottiene un bonus solo per andare a lavorare e non per le prestazioni, dove la gente fa una pausa di tre ore per il pranzo e per il pisolino e ritorna al lavoro per un'ora prima di tornare a casa. No, questo non è una repubblica  delle banane africana , questa è la Grecia, culla della civiltà occidentale. Abbiamo aspirato ad essere come i paesi europei e il loro modello sta ora fallendo. Il modello post-guerra fatto di welfare di massa, sussidi, crediti a buon mercato, grande apparato governativo, pensioni e uno stile di vita altamente dispendioso hanno lasciato un deficit enorme nelle economie dell'UE.”
Dopo questa analisi tutt’altro che arbitraria, il commentatore Rama Isibo  continua sarcasticamente  "ci è stato detto che se avessimo copiato il modello, riformato la nostra economia e tirato la cinghia, allora anche noi avremmo potuto avere questo stile di vita".
Tratteggia quindi  il fosco scenario che si prospetta per l'Europa : mercato economico vicino al collasso, popolazione  in declino,  forza lavoro che sta invecchiando e schiera degli over-50 ormai maggioranza. Per non parlare del ciclo del debito a spirale le cui dinamiche sono state fin qui  tenute nascoste per anni e ora sono venute drammaticamente  alla luce. Ne conseguiranno  tagli di bilancio e aumenti delle tasse che renderanno l'Europa meno appetibile per gli investimenti; la Cina ne sarà il principale beneficiario, così come l'India, ma questa congiuntura comporterà vantaggi anche per i paesi  africani che ne dovranno approffittare con tempestività per incamminarsi sul cammino verso la maturità e lo sviluppo.
La conclusione del commentatore è un misto di  orgoglio, ironia e amarezza " Forse presto il Rwanda invierà dei consulenti in Grecia per mostrare loro il modo di equilibrare un bilancio. La cosa ironica è che ora c'e' un'inversione di tendenza; il FMI sta lusingando i paesi africani e buttando fuori nazioni occidentali. La pillola amara di adeguamento strutturale sarà difficile da ingoiare per la Grecia, ma noi africani siamo così abituati alla medicina che ha un sapore dolce".
 

martedì 4 maggio 2010

Il Centro d'accoglienza Domus Pacis di Kigali

E' il punto di riferimento per moltissimi volontari che giungono in Rwanda e devono trascorrere la  notte a Kigali prima di partire per i villaggi della campagna. Stiamo parlando del centro Domus Pacis, un centro di Accoglienza e di Formazione dell'Arcidiocesi di Kigali nella zona di  Kicukiro, a un km dalla strada asfaltata, a cinque km dall'Aeroporto di Kigali e a dodici km dalla capitale
Il Centro, promosso da don Tito Oggioni, sacerdote fidei donum della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca (Lecce) è operativo dal 1992. Sorto  come centro di accoglienza per volontari e missionari, oggi associa all’accoglienza, attività di formazione curata con passione dalle suore missionarie dell’Opera Madonnina del Grappa di Sestri Levante (GE). Le missionarie sono arrivate  in Rwanda nel 2001 con il compito di sostenere le  vedove, qui particolarmente numerose e bisognose di aiuto materiale, operare interventi urgenti di tipo sanitario, sostegno a distanza, istruzione e formazione. L'impegno più articolato e organizzato, si potrebbe dire la mission,  è  però quello a favore della famiglia, in particolare quella monoparentale: le vedove così come le giovanissime ragazze madri, le donne unite senza diritti matrimoniali e poi abbandonate, le madri e mogli i cui mariti sono in carcere. Accanto a questa attività non ha mai cessato il servizio dell'accoglienza: qui si trovano delle linde e ospitali camerette e un'ottima colazione mattutina.
Centre d'Accueil et de Formation Domus Pacis
B. P. 1114 KICUKIRO-KIGALI
centredomuspacis@yahoo.fr

sabato 24 aprile 2010

I numeri della sanità rwandese.

In Rwanda esistono   415 Centri di Sanità, 1 ogni poco meno di 30.000 abitanti, dove un infermiere eroga un’assistenza di base. Nel presidio si possono trovare alcuni posti letto e si possono ottenere delle cure. Ci sono poi 42 ospedali di distretto con qualche attrezzatura in più, con un rapporto di 1 ospedale ogni circa 300.000 abitanti. Esistono anche  5 ospedali di riferimento più completi, dislocati in maggioranza nella capitale. Da dati ufficiali dell’OMS ( Organizzazione mondiale della sanità), in Rwanda esiste un medico ogni 20.000 abitanti e un infermiere ogni circa 3.000 abitanti.
E’ prevista un’assicurazione sanitaria nazionale con un prezzo annuale di 2.000 frw (€2,5) di cui 50% a carico della persona e 50% a carico del governo.
L'Assicurazione Sanitaria copre: visite mediche al Centro di sanità (pagando un ticket moderatore di circa € 0,25 ), medicine di base delle malattie comuni (malaria, dissenteria, influenza, medicazioni...), trasporto in ambulanza (80% a carico della mutua, ci sono variazioni a seconda delle zone e delle possibilità dei centri), ospedalizzazione per circa 80% (a seconda dei casi e della durata della degenza).

domenica 18 aprile 2010

La religiosità nell'Africa sub-sahariana e in Rwanda: i risultati di una ricerca americana.

Il centro studi statunitense, Pew Research Center, ha diffuso i risultati del Forum on Religion & Public Life, una ricerca condotta in 19 paesi dell'Africa sub-sahariana sulla situazione religiosa, con particolare riguardo ai rapporti tra Islam e Cristianesimo. Tra i 19 paesi interessati è compreso anche il Rwanda.
Le risultanze complessive evidenziano come la stragrande maggioranza delle persone intervistate sia profondamente impegnata nella pratica religiosa e creda nei principi fondamentali di una delle due grandi religioni, cristianesimo e islam, a cui la grande maggioranza ammette di appartenere. Allo stesso tempo, molti di coloro che indicano che sono profondamente impegnati nella pratica del cristianesimo o dell'islam incorporano nella loro vita quotidiana anche elementi delle religioni tradizionali africane. Ad esempio, in quattro paesi (Tanzania, Mali, Senegal e Sudafrica) più della metà delle persone intervistate ritiene importanti i sacrifici agli antenati o agli spiriti in grado dare protezione dai pericoli. Una percentuale considerevole di cristiani e musulmani - un quarto o più in molti paesi -  crede nel potere protettivo di ciondoli o amuleti. Molte persone dicono anche  di consultare i tradizionali guaritori religiosi quando qualcuno nel proprio nucleo familiare è malato e minoranze consistenti dicono di conservare in casa oggetti sacri, come pelli di animali e teschi e di partecipare alle cerimonie per onorare i loro antenati. Anche se relativamente poche persone oggi si identificano come seguaci di una religione tradizionale africana, molte persone in diversi paesi dicono che hanno parenti che condividono queste fedi tradizionali. Il Rapporto analizza in particolare le relazioni tra le due religioni, argomento che però non risulta rilevante per il Rwanda , anche se poi stranamente si attribuisce al 58% degli intervistati rwandesi, unitamente a quelli nigeriani, la percentuale in assoluto più alta fra tutti i paesi interessati dalla ricerca, il timore che ci possa essere un grande rischio di conflitto religioso . Palesemente il dato è distorto, a meno che gli intervistati abbiano attribuito al contrasto religioso una valenza totalmente diversa, riconducibile alle divisioni storicamente presenti nella società rwandese. Per quanto riguarda la situazione specifica del Rwanda, il ritratto che ne scaturisce è quello di una popolazione che attribuisce una grande importanza alla religione, posizionandosi al quarto posto dietro Senegal, Mali e Tanzania, anche se non altrettanta importanza viene data alla preghiera quotidiana. Altissima è la condanna dell’aborto e della poligamia, mentre  la più  bassa del campione,  il 5% degli intervistati,  risulta la percentuale di chi si riconosce ancora nelle pratiche della religiosità tradizionale africana. Tutti i risultati riguardanti i Rwanda sono consultabili sul sito.

venerdì 2 aprile 2010

Ristabilire la verità.

Ultimamente con una certa frequenza,  da parte di bloggers e di giornalisti si tenta di addebitare alla Chiesa un atteggiamento di omertoso silenzio sulla tragedia rwandese.  A chi lo avesse dimenticato rinfreschiamo la memoria proponendo tutti gli interventi che, dal 1990 al 2002,  Papa Giovanni Paolo II ha effettuato con riferimento a quanto accaduto in Rwanda in quel periodo. Gli interventi pubblici del Santo Padre, ai quali siamo certi saranno seguiti altri nelle sedi opportune,  sono la testimonianza, per chi sappia leggere con occhio sgombro da ogni pregiudizio, dell'assidua e partecipata vicinanza della Chiesa, nella persona del Sommo Pontefice, alle sofferenze del popolo rwandese.
Per leggere tutti gli interventi clicca qui.