"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


sabato 28 novembre 2020

Oggi la Chiesa ricorda le apparizioni della Vergine a Kibeho

Il santuario della Madonna di Kibeho
Oggi la Chiesa ricorda le apparizioni della Vergine a Kibeho (28 novembre 1981 – 28 novembre 1989) le prime, verificatesi in terra d’Africa, su cui la Chiesa ha espresso il suo riconoscimento, giudicandole autentiche, al termine di una lunga inchiesta e di un rigoroso processo canonico.Si raggiunge Kibeho, situato nel sud ovest del Rwanda, scendendo da Kigali a Butare e poi percorrendo un’ampia strada sterrata per una trentina di kilometri. Chi vi arriva per la prima volta, in un giorno feriale, rimane sorpreso di trovare il più famoso santuario africano pressoché deserto: qualche ragazzo sull’ampio sagrato, un paio di gruppetti di pellegrini bianchi e tutto intorno un silenzio surreale e un panorama in cui colline appena accennate, ben diverse da quelle che caratterizzano il nord Rwanda, si stendono a perdita d’occhio soprattutto nelle parte sud che degrada verso il Burundi. Un luogo così sperduto e isolato è stato però testimone di un ciclo di apparizione della Madonna a tre giovani studentesse di una scuola secondario del luogo a partire dagli inizi degli anni ottanta.Tutto è iniziato il giorno del 28 nov 1981 quando una giovane studentessa del collegio di Kibeho, Alphonsine Mumureke, afferma di aver visto una signora di incomparabile bellezza che si presenta con il titolo di " Nyina wa Jambo " vale a dire, " Madre del Verbo ". Nel corso dei mesi successivi la Madonna apparve anche ad altre due ragazze Nathalie Mukamazjmpaka e Marie Claire Mukangango. Le apparizioni furono ufficialmente riconosciute tali dalla Chiesa il 29 giugno 2001 al termine di una lunga inchiesta e un rigoroso processo. Tra le numerose visioni a cui assistettero le tre giovani veggenti, particolarmente sconvolgente e profetica fu quella del 15 agosto del 1982, descritta con queste parole: “un fiume di sangue, persone che si uccidevano a vicenda, cadaveri abbandonati senza che nessuno si curasse di seppellirli, un abisso spalancato, un mostro spaventoso, teste mozzate”. Le stesse immagini che dodici anni dopo, nel 1994, scorrevano sugli schermi di tutto il mondo a testimonianza dell’immane tragedia che stava sconvolgendo il popolo rwandese e che ebbero una tragica appendice nell'aprile dell'anno successivo proprio a Kibeho,  quando un  sanguinoso intervento dell'esercito rwandese in un campo profughi procurò più di 4000 morti.
Delle tre veggenti Alphonsine Mumureke si è fatta suora e vive nel monastero delle clarisse cappuccine di Cotonou in Benin, Marie Claire Mukangango è stata uccisa con il marito durante il genocidio del 1994, mentre Nathalie Mukamazjmpaka vive a Kibeho come testimone di questi avvenimenti miracolosi.Più volte abbiamo riferito in questo nostro blog delle apparizioni mariane di Kibeho, in particolare in questo post   del 4 settembre 2012 ( leggi qui), testimonianza di un'intensa esperienza personale che ci ha portato a Kibeho e vivere un commovente incontro con una delle testimoni di quelle apparizioni, Nathalie Mukamazimpaka, e incrociare quegli occhi che hanno visto la Vergine.
A ricordo di quel breve incontro ci piace segnalare questa intervista , come se quelle parole fossero rivolte a noi, che la stessa veggente rilasciò il 2 giugno 2003 a padre passionista Gianni Sgreva autore del libro: "Le apparizioni della Madonna in Africa: Kibeho"Ed. Shalom, 2004.
Per saperne di più sulle apparizioni di Kibeho segnaliamo questa  sintesi in italiano (clicca qui), e questa  ricostruzione più ampia in francese ( clicca qui). Proponiamo altresì la trascrizione della conversazione tenuta da Diego Manetti  su Radio Maria nel luglio 2014, relativa al santuario di Kibeho e alla storia delle apparizioni mariane in terra rwandese.

Per vedere i luoghi e i protagonisti  guarda il video.


venerdì 20 novembre 2020

Passa dal Rwanda il corridoio umanitario per svuotare i campi di prigionia in Libia

Sono sbarcati ieri all'aeroporto di Kigali 79 rifugiati e richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Si aggiungono agli altri già arrivati nei mesi scorsi  nell’ambito dell’accordo firmato a settembre del 2018 ad Addis Abeba in Etiopia, tra il governo ruandese, l'Unione africana e l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati-UNHCR. Alla luce di tale accordo, il Rwanda ha accettato di istituire un meccanismo di transito per ospitare fino a 500 rifugiati, richiedenti asilo e altre persone bisognose di protezione  che sono intrappolate in Libia. Finora, il Rwanda ha ospitato, in un centro di transito di emergenza (EMTC) a Gashora, nel distretto di Bugesera, 306 rifugiati e richiedenti asilo  di nazionalità diverse, principalmente provenienti dal Corno d’Africa: Somalia, Sudan ed Eritrea. Grazie al supporto dell'UNHCR che cura l'iter di  reinsediamento sulla base delle esigenze dei paesi ospitanti, già 129 rifugiati sono stati reinsediati in Paesi europei, fra i quali Francia, Svezia e Norvegia, ed in Canada che avevano manifestato, in sede di accordo, la disponibilità ad accogliere i rifugiati ospitati dal Rwanda. Non tutti i richiedenti asilo saranno però trasferiti in altri paesi, stante la disponibilità del Rwanda di integrare nelle comunità ruandesi parte di questi ospiti. Con questa operazione il Rwanda si conferma un modello da seguire anche quale corridoio umanitario. Un esempio che purtroppo non trova troppi imitatori in Europa, tanto da indurre il dubbio che troppi vogliano mantenere piene le carceri libiche, come una sorta di alibi per giustificare le partenze dei barconi come fuga da quei luoghi di tortura e sevizie.  Se tutti facessero la loro parte come il piccolo Rwanda, i luoghi di detenzione in Libia sarebbero svuotati in una settimana. Ma poi i cronisti dei lager libici di cosa scriverebbero?

giovedì 12 novembre 2020

Se "ogni Paese è anche dello straniero" che succederà in Africa?

Al punto 124 di Fratelli tutti, la terza enciclica di papa Francesco, leggiamo questo passaggio, che non ci pare sia stato oggetto di approfondimento da parte dei vari commentatori che si sono cimentati con l'enciclica. Scrive papa Francesco:124. La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune dei beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio».   

E' di tutta evidenza come una simile affermazione assuma risvolti particolarmente rilevanti in un continente particolare come l'Africa. Se, infatti, in altri continenti, dove gli Stati hanno confini storicamente consolidati e nessuno oserebbe avanzare rivendicazioni di tipo territoriale o sulle ricchezze altrui, questa tesi non dovrebbe suscitare particolare interesse, non sembra si possa dire altrettanto se riferita alla realtà africana. L'artificiosità di quasi tutti i confini dei Paesi africani, frutto del processo di decolonizzazione della metà del secolo scorso, la grande disponibilità di risorse minerarie e fossili, o semplicemente di terreni coltivabili, diversamente distribuite fra i diversi Paesi, la debole struttura statuale di molti di questi Paesi: sono tutti elementi che potrebbero innescare un uso strumentale ed improprio dell'annuncio che  ogni Paese è anche dello straniero nel senso che la destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Non è sicuramente azzardato ipotizzare che un simile principio  possa essere agevolmente brandito da diversi governi come giustificazione per dare sfogo ai propri rivendicazionismi nei confronti di vicini più beneficiati da madre natura, in termini di ricchezze naturali e di spazi. Ne scaturirebbe una serie infinita di dispute di confine, con inevitabili risvolti militari, così da portare in breve tempo a una sostanziale riconfigurazione della carta politica del continente. Si pensi per un attimo a quale destino andrebbe incontro  l'area del Kivu, un territorio dalle immense ricchezze minerarie, facente parte di uno Stato, la Repubblica democratica del Congo, con una densità abitativa estremamente contenuta di 39 abitanti per kilometro quadrato, a fronte di quella dei Paesi vicini: 195 dell'Uganda e 495 del Rwanda. In questa area da oltre un ventennio si confrontano, tra scontri e violenze,  diversi protagonisti, dai padroni della guerra locali ai Paesi confinanti, Rwanda e Uganda in primis, tutti ben decisi a non mollare la presa sul ricco forziere congolese. Già in passato era stata avanzata l'ipotesi da esponenti dell'amministrazione americana di arrivare a una vera e propria spartizione del Kivu tra i vari paesi confinanti, obiettivo non troppo nascosto del Rwanda e dell'Uganda. Tale idea fu però accantonata per non creare un pericoloso  precedente che avrebbe innescato una corsa di diversi Paesi africani alla revisione dei confini, con conseguente destabilizzazione, in breve tempo, dell'intero  continente africano. Ma ora, alla luce di questo importante imprimatur, siamo sicuri che qualcuno non colga l'occasione per dare una base "ideale" ai propri progetti espansionistici?