"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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domenica 7 febbraio 2010

Per non ripetere Kibungo.

La conferma della crisi finanziaria della diocesi di Kibungo, che ha evidenziato un deficit finanziario di oltre un milione di euro e ha portato alla rinuncia del vescovo preposto, impone qualche considerazione anche per trarre dall’esperienza insegnamenti utili per evitare che altre realtà ecclesiali rwandesi, dai precari equilibri finanziari, possano incorrere in analoghi spiacevoli incidenti che tanto sconcerto portano nella comunità ecclesiale. La gestione delle finanze di una diocesi può contare da tempo su strumenti e tecniche, già ampiamente consolidati in ambito aziendale, che dovrebbero consentire ai responsabili di mettersi al riparo da qualsiasi sorpresa e affrontare per tempo ogni possibile segnale di crisi. Certo è necessario poter disporre di persone di accertata affidabilità e di sicura competenza che dominino la materia e sappiano intervenire per tempo per disinnescare ogni possibile rischio.Purtroppo non sempre i requisiti dell’affidabilità e della competenza albergano nella stessa persona con le ovvie inevitabili conseguenze Sono altresì necessarie figure che svolgano azioni di controllo sulla gestione, per evitare che le criticità siano scoperte quando ormai la situazione è di fatto fuori controllo, per incompetenza o, peggio, per inaffidabilità dei preposti alla gestione. Tali professionalità, da sole, non sono però sufficienti se da parte del vescovo, responsabile in ultima istanza della gestione della diocesi, non c’è la disponibilità ad ascoltare e accettare anche i no che il proprio economo deve spesso opporre alle richieste che arrivano dall’alto. Purtroppo i significativi flussi finanziari che negli ultimi anni confluiscono sul territorio, interessando spesso direttamente le singole diocesi, sembrano aver fatto dimenticare a tante strutture ecclesiali un approccio più misurato con il denaro, lasciando il posto a gestioni non sempre rigorose. Abbiamo spesso assistito a spese non giustificate alla luce delle finanze diocesane, a stili di vita non coerenti con la dura realtà locale e con le scelte di vita religiosa. Un po’ più di misura da parte di tutti sarebbe, quindi, quanto mai auspicabile. Così come sarebbe auspicabile che certi modelli gestionali, di cui le Onlus più attente a una prudente e puntuale gestione delle somme loro affidate dai benefattori si fanno portatrici, fossero visti come modelli da imitare piuttosto che astruserie da muzungu, come qualche volta succede.

lunedì 12 ottobre 2009

Le buone idee non dovrebbero avere colore

A volte, lavorando sul campo a diretto contatto degli amici rwandesi capita di farsi portatori di proposte, frutto di conoscenze specifiche o di esperienza, che potrebbero trovare efficace applicazione nella realtà di quel paese africano. Spesso, forse troppo spesso, l’idea viene lasciata garbatamente cadere dai nostri interlocutori con l’obiezione che l’idea potrebbe di per sè anche essere buona e accettabile ma venendo da fuori, nella fattispecie dal muzungo ( l’uomo bianco), difficilmente riuscirebbe a fare breccia nella naturale ritrosia africana a superare l’attaccamento alla tradizione e ad aprirsi a un contributo esterno. Di fronte a una preclusione, quasi pregiudiziale e connotata da un venatura di razzismo alla rovescia, a quanto viene proposto dall’esterno, mi sovviene la famosa massima del vecchio Mao Tse Tung: “Non importa il colore del gatto, l’importante è che pigli i topi”. La massima di Mao, che in bocca al grande timoniere aveva una valenza prettamente politica, ha poi avuto un’applicazione anche sul terreno pratico da parte dei cinesi che, passando sopra a ogni pregiudiziale ideologica, si sono buttati a capo fitto a mutuare dal resto del mondo tutto ciò che poteva essere, a loro giudizio, in qualche modo utilmente applicato in Cina, ripercorrendo ciò che prima di loro avevano già fatto i giapponesi. Due grandi realtà, senza rinunciare a una cultura secolare, non hanno avuto remore particolari ad attingere dallo “straniero” quelle idee che potevano servire al loro rilancio. Non hanno avuto la pretesa di scoprire tutto ex novo: una volta inventata, la ruota può essere utilizzata da chiunque! I risultati sono sotto gli occhi di tutti: in pochi decenni i due paesi sono usciti dal loro plurisecolare isolamento e, facendo tesoro di quanto era disponibile in termine di esperienze e conquiste scientifiche, sono assurte a potenze mondiali. Discorso analogo si può fare per diversi altri paesi asiatici. Ancor prima, sin dall’antichità, l’apertura all’altro è stata una costante della storia: le civiltà che si sono aperte alle influenze esterne si sono sviluppate mentre quelle che, chiuse in se stesse, si sono rese impermeabili a ogni contributo dell’altro ben presto si sono avvizzite, autoestinguendosi
Non mi pare sufficiente richiamarsi ai traumi che storicamente hanno interessato il continente africano ( schiavismo e colonialismo) per continuare a coltivare , quasi fosse un valore assoluto, tanta ritrosia e resistenza ad aprirsi a una proficua collaborazione con altre culture ed economie. Insomma, se il gatto ha dimostrato di essere capace di prendere i topi si potrebbe ben chiudere un occhio sul colore del suo pelo. Naturalmente si dovrà fare ben attenzione che la sua caccia si limiti ai topi e rispetti la dispensa di casa.

sabato 3 ottobre 2009

Libri e/o armi: un dilemma africano e.....rwandese

Quattordici ministri africani delle Finanze e dell'Istruzione fra i quali quelli del Rwanda, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Kenya, Mali, Malawi, Mozambico, Senegal, Uganda, hanno scritto ai governi dei più importanti paesi donatori per sollecitare il loro sostegno finanziario che consenta di avviare 20 milioni di bambini africani alle scuole primarie entro la fine del prossimo anno.Nel loro appello ai governi donatori, i ministri chiedono un incontro, che si dovrebbe tenere in margine alla riunione annuale della Banca mondiale in corso a Istanbul, nella speranza di poter ottenere i fondi necessari “per dare ai nostri ragazzi e ragazze il passaporto definitivo per sfuggire alla povertà e valorizzare le potenzialità ottenute da Dio”.Invito a leggere questa notizia con i dati di seguito riportati, ricavati da The World Factbook, pubblicazione che annualmente viene predisposta dalla CIA, il servizio d’intelligence degli Stati Uniti d’America, riguardanti gli stanziamenti previsti nel bilancio statale dei paesi africani per l’educazione e per la difesa.

In Rwanda, nel 2005, le spese destinate all’educazione rappresentavano circa il 3,80% del Prodotto Interno Lordo posizionandosi al 115 posto nella graduatoria mondiale. Tra i paesi africani più virtuosi risultavano il Kenia con il 6,90% ( nel 2006), l’Etiopia il 6% ( nel 2006), il Ghana il 5,40% ( nel 2005), l’Uganda il 5,20% ( nel 2004). Dietro il Rwanda si posizionavano, tra gli altri, il Madagascar con il 3,10 ( 2006), il Togo con il 2,60% ( 2002), l’Angola con il 2,40% (2005).A fronte di questi stanziamenti a favore dell’educazione stanno quelli previsti per l’apparato militare.Qui il Rwanda occupa la 53esima posizione a livello mondiale con il 2,90% sul PIL ( valore stimato per il 2006) a fronte di un dato medio mondiale del 2,0%. Decisamente più impegnati nelle spese militari risultano, tra gli altri, l’Eritrea con il 6,30%, il Burundi con il 5,90%, l’Angola con il 5,70% e l’Etiopia con il 3,0%. Più virtuosi risultano la RD del Congo con il 2,5% il Senegal con l’1,40% il Burkina Faso con l’1,20%, per finire con il Mozambico e Ghana con lo 0,80% e la Tanzania con lo 0,20%.

Una semplice osservazione: se il Rwanda si posizionasse al 53esimo posto anche nella graduatoria delle spese per l'educazione, si collocherebbe a livello del Ghana con un 5,40% del PIL, dando un significativo incremento di 1,6% di PIL agli stanziamenti a favore della scuola. Non sarebbe poco!

giovedì 17 settembre 2009

La corruzione maggior causa di povertà nei paesi in via di sviluppo

L'affermazione del titolo, che potrebbe suonare abbastanza forte, è contenuta in una lettera che 50 organizzazioni religiose internazionali presenti nei paesi poveri del mondo, fra le quali la Caritas Internazionale hanno rivolto ai delegati che lavorano per la UNCAC, (UNCAC è la sigla di “United Nations Convention Against Corruption”, Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione) perchè giungano ad un accordo che sia strumento efficace per eliminare la corruzione, definita “la maggior causa di povertà nei paesi in via di sviluppo”. L'argomento è trattato nel post "Il maggior ostacolo allo sviluppo: la corruzione" comparso sul blog ARMAGHEDDO di Padre Piero Gheddo che potrete leggere cliccando qui.
Il fenomeno è presente anche in Rwanda, anche se la lotta alla corruzione è uno degli obiettivi primari delle autorità di Kigali; infatti, non passa giorno che sulla stampa locale non ci sia la notizia di qualche arresto o condanna per fatti di corruzione che interessano dal piccolo burocrate o poliziotto fino agli alti vertici dell'apparato statale. Nonostante questo forte impegno, il Rwanda si trovava al 102esimo posto della particolare classifica stilata, per il 2008, da Transparency International” (TI),un’organizzazione internazionale non governativa fondata nel 1993, che svolge inchieste “sulla percezione della corruzioneda parte della popolazione nei confronti della pubblica amministrazione del proprio Stato”.
Proprio su The New Times di oggi compare la notizia che 926 funzionari pubblici, sui 5.712 destinatari comprese le alte cariche dello stato, non hanno ancora risposto allo speciale questionario inviato dall'ufficio governativo anti corruzione per monitorare il loro grado di ricchezza.Tale censimento è stato introdotto come strumento di lotta alla corruzione, malversazione e abuso di fondi pubblici e i dipendenti del governo sono tenuti a presentare il loro reddito, attività e passività, che sarà verificato da parte dell'ufficio del difensore civico.

venerdì 10 luglio 2009

Leggendo la Caritas in veritate (4)

Ecco ulteriori spunti di riflessione tratti dalla Caritas in veritate:

"Nella ricerca di soluzioni della attuale crisi economica, l'aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri deve esser considerato come vero strumento di creazione di ricchezza per tutti. Quale progetto di aiuto può prospettare una crescita di valore così significativa — anche dell'economia mondiale — come il sostegno a popolazioni che si trovano ancora in una fase iniziale o poco avanzata del loro processo di sviluppo economico? In questa prospettiva, gli Stati economicamente più sviluppati faranno il possibile per destinare maggiori quote del loro prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo, rispettando gli impegni che su questo punto sono stati presi a livello di comunità internazionale....

Una possibilità di aiuto per lo sviluppo potrebbe derivare dall'applicazione efficace della cosiddetta sussidiarietà fiscale, che permetterebbe ai cittadini di decidere sulla destinazione di quote delle loro imposte versate allo Stato. Evitando degenerazioni particolaristiche, ciò può essere di aiuto per incentivare forme di solidarietà sociale dal basso, con ovvi benefici anche sul versante della solidarietà per lo sviluppo.
61. Una solidarietà più ampia a livello internazionale si esprime innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all'educazione, la quale, d'altro canto, è condizione essenziale per l'efficacia della stessa cooperazione internazionale. Con il termine “educazione” non ci si riferisce solo all'istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona. A questo proposito va sottolineato un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. L'affermarsi di una visione relativistica di tale natura pone seri problemi all'educazione, soprattutto all'educazione morale, pregiudicandone l'estensione a livello universale. Cedendo ad un simile relativismo, si diventa tutti più poveri, con conseguenze negative anche sull'efficacia dell'aiuto alle popolazioni più bisognose, le quali non hanno solo necessità di mezzi economici o tecnici, ma anche di vie e di mezzi pedagogici che assecondino le persone nella loro piena realizzazione umana".

giovedì 9 luglio 2009

Leggendo la Caritas in veritate (3)

Qualche altro spunto di riflessione tratto da Caritas in veritate:

"Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno. Questa regola di carattere generale va tenuta in grande considerazione anche quando si affrontano le tematiche relative agli aiuti internazionali allo sviluppo. Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono perseguire secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i governi dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici locali e i soggetti della società civile portatori di cultura, comprese le Chiese locali. I programmi di aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi integrati e partecipati dal basso. Resta vero infatti che la maggior risorsa da valorizzare nei Paesi da assistere nello sviluppo è la risorsa umana: questa è l'autentico capitale da far crescere per assicurare ai Paesi più poveri un vero avvenire autonomo.
........
La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica; essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano. Se i soggetti della cooperazione dei Paesi economicamente sviluppati non tengono conto, come talvolta avviene, della propria ed altrui identità culturale fatta di valori umani, non possono instaurare alcun dialogo profondo con i cittadini dei Paesi poveri. Se questi ultimi, a loro volta, si aprono indifferentemente e senza discernimento a ogni proposta culturale, non sono in condizione di assumere la responsabilità del loro autentico sviluppo. Le società tecnologicamente avanzate non devono confondere il proprio sviluppo tecnologico con una presunta superiorità culturale, ma devono riscoprire in se stesse virtù talvolta dimenticate, che le hanno fatte fiorire lungo la storia. Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c'è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata. In tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore, e che la sapienza etica dell'umanità chiama legge naturale".

mercoledì 8 luglio 2009

Leggendo la Caritas in veritate (1)

Riportiamo di seguito due interessanti passaggi tratti dall'ultima enciclica di S.S. Benedetto XVI, Caritas in veritate, ( il testo completo dell'enciclica è consultabile nella sezione a lato).
Altri passaggi saranno ripresi in altri post.

"L'aiuto internazionale proprio all'interno di un progetto solidaristico mirato alla soluzione degli attuali problemi economici dovrebbe piuttosto sostenere il consolidamento di sistemi costituzionali, giuridici, amministrativi nei Paesi che non godono ancora pienamente di questi beni. Accanto agli aiuti economici, devono esserci quelli volti a rafforzare le garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema di ordine pubblico e di carcerazione efficiente nel rispetto dei diritti umani, istituzioni veramente democratiche. Non è necessario che lo Stato abbia dappertutto le medesime caratteristiche: il sostegno ai sistemi costituzionali deboli affinché si rafforzino può benissimo accompagnarsi con lo sviluppo di altri soggetti politici, di natura culturale, sociale, territoriale o religiosa, accanto allo Stato. L'articolazione dell'autorità politica a livello locale, nazionale e internazionale è, tra l'altro, una delle vie maestre per arrivare ad essere in grado di orientare la globalizzazione economica. È anche il modo per evitare che essa mini di fatto i fondamenti della democrazia.

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La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l'opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell'istituzione stessa".

mercoledì 13 maggio 2009

Professori promotori di sviluppo per la comunità

La giornata di formazione di cui abbiamo riferito ieri, oltre all'indubbio valore ricoperto nell'ambito delle attività volte a promuovere al meglio il Progetto MIkAN, ha evidenziato due aspetti meritevoli di sottolineatura. Il primo è la significativa partecipazione delle famiglie coinvolte che hanno dedicato un'intera giornata, con qualche sacrificio anche in termini di spostamenti, per sottoporsi a un momento, per loro abbastanza  inusuale, di formazione. Speriamo che tale impegno ispiri anche il resto del percorso all'interno del progetto, soprattutto per quanto attiene la costruzione di rapporti di solidarietà e di comunione fra i componenti dei vari gruppi coinvolti. La novità più significativa della giornata, sicuramente meritevole d'essere sottolineata, è però rappresentata dalla presenza del dott. Eugene Mbarushimana ,  professore della scuola di agricoltura di Nyagahanga, in qualità di docente. Finalmente un importante  realtà come quella rappresentata da un corpo docente, formato da una trentina di professori in diverse materie  in campo agricolo, esce dalle mura della scuola per mettersi al servizio del territorio e della sua comunità. Vorremmo che a questo primo passo ne seguissero altri, convinti che diffondere tra la gente di Nyagahanga e dei villaggi vicini, in gran parte dedita all'agricoltura, conoscenze e tecniche atte a migliorare l'efficacia del  lavoro e la qualità delle coltivazioni e degli allevamenti, sarebbe un importante contributo a sostegno dello sviluppo della comunità locale. Se il direttore della scuola ( nella foto) e i suoi professori decidessero di affiancare al loro  quotidiano impegno di docenza  rivolto ai giovani  anche momenti d'impegno a favore del territorio troveranno nel Centro sociale A.G. e l'Associazione Kwizera i sostegni necessari per questa loro meritevole azione. Parliamone; qualche idea su cui lavorare già ci sarebbe.   

giovedì 23 aprile 2009

Mondo cane

 " Per adottare a distanza un trovatello, riceverne la foto, la sua storia di vita, il certificato che attesta di essere diventati a tutti gli effetti suoi “genitori” ed eventuali comunicazioni successive (per esempio, l’accoglimento in una famiglia) basta effettuare un versamento di € 15,50. In seguito, è previsto il pagamento di una quota mensile analoga............" Questo è il manifesto che fa capolino sotto i portici di Piazza San Babila a Milano al banchetto degli attivisti di una Associazione di promozione sociale.
Il messaggio è decisamente accattivante, peccato solo che si stia promuovendo l'adozione di un.....cane.
 Pensate, il tutto per soli miserabili  5,916667 euro in più al mese rispetto a quanto richiesto dall'Ass. Kwizera per adottare a distanza un bambino rwandese.
Un vero affare.....basta avere uno stomaco forte!

lunedì 13 aprile 2009

Un terzo dei governi africani espressione delle forze armate

Secondo un recente articolo di Jeune Afrique, intitolato "Dalla caserma al Palazzo", un terzo dei governi africani, in diciotto dei  53 paesi che compongono il continente, sono presieduti da esponenti provenienti dalla carriera militare. Si va da coloro che sono arrivati al potere con colpi di stato militare e non se ne sono più andati, a coloro che, una volta conquistato il potere attraverso la medesima scorciatoia del putsc, si sono successivamente sottoposti a elezioni, più o meno pilotate, ad altri che sono arrivati al potere attraverso elezioni dopo aver diretto movimenti di liberazione nazionale contro governi più o meno legittimi. Ci sono anche coloro, solo due per la verità, che dismessa la divisa militare si sono sottoposti a regolari elezioni.

Un fenomeno, quello del ruolo delle forze armate nei giovani paesi africani, che potrebbe creare un certo sconcerto se analizzato secondo  una prospettiva europea. Se però si prova a riflettere su quella che è la situazione venutasi a creare nel periodo post coloniale, si scopre che la situazione illustrata da Jeune Afrique non è poi così anomala come potrebbe apparire. Ecco, infatti, alcune possibili chiave di lettura di un fenomeno tipicamente africano.  All'indomani della proclamazione dell'indipendenza, l'unico gruppo strutturato all' interno delle giovani società africane è quello rappresentato dalle Forze armate, che spesso hanno già avuto  addestramento e formazione già nel periodo coloniale. Un gruppo che da subito può contare sulla tradizionale organizzazione gerarchica militare e sui cospicui mezzi finanziari che riesce a ritagliarsi all'interno dei magri bilanci statali e, soprattutto, sull'assenza di blocchi sociali concorrenti. Infatti, risulta scarsa l'incidenza dei gruppi intellettuali, spesso indeboliti da una forte diaspora estera, e ancor meno di esponenti dell'economia e delle professioni ai quali manca, oltretutto, quella omogeneità di gruppo che invece caratterizza i militari.C'è inoltre un buon livello di istruzione, soprattutto per gli ufficiali di grado medio alto, che spesso hanno alle spalle corsi di studio di livello universitario all'estero presso le potenze, tempo per tempo, di riferimento, ( Usa, Urss, Cina o paesi europei). Naturalmente il tutto si accompagna al fatto, di per sè risolutivo, di detenere il monopolio della forza, a fronte dell'assenza di contropoteri reali, quali quelli che, nel tempo, si sono venuti costituendo nei paesi con una democrazia più consolidata. Stiamo parlando di percorsi storici che in Europa hanno richiesto secoli e non pochi scontri, anche cruenti, fra i diversi gruppi di potere concorrenti, per arrivare a strutture di potere equilibrate e con un fondamento di sostanziale  controllo democratico. Forse bisognerà, quindi, attendere ancora un po' di tempo prima di vedere le forze armate dei paesi africani limitarsi a essere custodi dell'integrità dei rispettivi paesi e spettatori neutrali della dinamica democratica delle forze politiche.

venerdì 10 aprile 2009

Calma ragazzi!

Almeno 32 studenti di cinque diverse classi sono stati espulsi dalla Riviera High School,  una scuola superiore che promette un elevato livello d'istruzione per i suoi 476 studenti, 218 ragazze e 258 ragazzi, provenienti  da famiglie agiate della capitale. I giovani sono accusati per dimostrazioni di protesta sfociate in gravi atti di vandalismo che hanno causato seri danni alle attrezzature scolastiche della scuola, tanto che ogni famiglia è stata chiamata a pagare un extra per i danni di 15.000 franchi rwandesi. La causa della protesta è stata la decisione da parte della scuola di non protrarre una festa, in concomitanza con una sfilata di moda, oltre le ore 22 della sera; mentre gli studenti avrebbero voluto continuare fino al notte inoltrata. La contestazione ha coinvolto quasi tutti gli studenti della scuola, tanto che molti sono stati sospesi e per altri si stanno valutando provvedimenti anche più  gravi. Le cronache parlano di intervento della polizia e di  abuso di  alcool e di qualche spinello di marijuana di troppo.

La cronaca è riportata sul The New Times di oggi, il quotidiano rwandese che difficilmente viene letto nei villaggi; diversamente, cosa avrebbero dovuto pensare i ragazzi e i giovani delle zone rurali del paese, dove una dignitosa povertà è condizione di vita quotidiana e l’accesso all’istruzione un percorso non sempre facile, di questi ricchi e annoiati studenti di città per i quali una festa, un po’ meno lunga delle attese, diventa occasione di accese proteste e  di atti di vandalismo? 

venerdì 3 aprile 2009

Da che pulpito!

Il Belgio inoltrerà una protesta ufficiale al Vaticano per le dichiarazioni del Papa sull'uso del preservativo. La Camera dei deputati ha infatti approvato, a larga maggioranza, una risoluzione in tal senso, con 95 voti a favore, 18 voti contrari e 7 astensioni. Si chiede al governo di Bruxelles di ''condannare le affermazioni inaccettabili del Papa, durante il suo viaggio in Africa e di protestare ufficialmente presso la Santa Sede''.
Un paese, la cui storia coloniale in Africa è un lungo tunnel oscuro, "un cuore di tenebra", fatto di sfruttamento, sangue e mancanza di ogni rispetto dei diritti delle popolazioni locali, ci pare l'ultimo a poter dare lezioni alla Chiesa per quanto fa in Africa. Quello d'intervenire, spesso a sproposito, su governi e soggetti stranieri è un vizietto antico della politica belga a cui nessuno riconosce particolari requisiti morali per fare prediche.

martedì 24 marzo 2009

La lotta all’Aids: oltre il preservativo

Non è parso vero alla  stragrande maggioranza dei media mondiali menare grande scandalo sulla frase pronunciata da Benedetto XVI, durante il viaggio aereo verso il Cameroun, secondo il quale l’epidemia dell’Aids "non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi". Immediatamente sono scese in campo diverse cancellerie occidentali per stigmatizzare l’irresponsabilità di tale affermazione e per assumere iniziative concrete che andassero nel senso opposto. Il più solerte, come sempre quando c’è da sottolineare il proprio anticlericalismo, è stato il premier spagnolo Zapatero che immediatamente ha disposto l'invio di un milione di preservativi per le popolazioni africane interessate dal flagello dell’Aids. Secondo il Rapporto 2008 dell’ONUSIDA, il programma delle Nazioni Unite contro l’Aids, il 67% dei circa 33 milioni di persone infette di Aids nel mondo vivono nell’Africa sub sahariana, dove vivono altresì 1,8 milioni di  ragazzi sotto i quindici anni infetti di Aids, il 90% sul totale mondiale, con 270.000 nuovi infetti ogni anno. Secondo il Rapporto, per affrontare l’epidemia  durevolmente, bisogna lavorare  sulla violazione dei diritti dell’uomo, sull’ineguaglianza tra i sessi, sulla discriminazione, sulla condanna della violenza sulle donne. Bisogna ridurre la prevalenza di rapporti  sessuali plurimi tra diversi partner. Bisogna favorire un miglioramento delle condizioni sociali complessive delle famiglie e l’accesso all’educazione scolastica  per i bambini. Poi naturalmente c’è anche la prevenzione con l’uso del preservativo. Anche se i servizi di prevenzione della trasmissione del virus tra madre e figlio hanno fatto progressi significativi il lavoro da fare è ancora molto  per intensificare  i trattamenti antivirali sui bambini e sulle mamme. Come si vede l’approccio dell’ONU , di cui è ben nota la spregiudicatezza con cui affronta certi problemi, è un po’ più complesso di come molti politici occidentali vorrebbero affrontare il problema dell'Aids  e, forse, non così lontano dai programmi che  esponenti della Chiesa stanno conducendo in tanti paesi africani e non solo. Allora è lecito porsi una domanda: che utilità avrà il milione di preservativi, che l’ineffabile Zapatero si è premurato ad inviare in Africa, per i quasi due milioni di bambini infetti e i milioni di madri che rischiano di trasmettere il virus ai figli perché non ci sono i fondi per le cure necessarie per evitare tale contagio? Certo è più facile e, soprattutto, molto meno costoso spedire un container pieno di preservativi che sostenere programmi di formazione e crescita sociale, finanziare centri di cura e forniture di medicinali, così come auspica l’ONU. Se poi il tutto consente anche qualche sberleffo al Papa,  per qualche anticlericale d’accatto la tentazione è veramente irresistibile. Comunque, tutta la polemica un effetto lo ha sortito: mettere la sordina sul viaggio papale e soprattutto su quanto detto da Benedetto XVI  in terra africana a quei popoli, ai loro governanti ma anche ai grandi del mondo, politici e operatori economici, che si avvicinano all'Africa non sempre con la necessaria apertura verso i suoi bisogni. 

    venerdì 13 marzo 2009

    Quale solidarietà...........

    Il signor Max Ramstein interviene, dalla Svizzera,  sul post del  4 marzo, scrivendo:" Fa piacere il buon andamento dell'economia del Rwanda nel 2008. Rivolgo una domanda più generale a MBG, sperando che mi risponda. Seguendo un Suo consiglio in un commento ad un articolo su Il Sole 24 ore, ho letto l'articolo di Padre Piero Gheddo "Quale solidarietà con i popoli Africani?"... impressionante ... però è stato scritto nel febbraio del 2001. Domanda: Complessivamente, la diagnosi di Padre Piero Gheddo è ancora "attuale", ci sono stati miglioramenti? Esiste qualche riferimento utile successivo al 2001 ? grazie per la risposta.
    Credo che l'analisi di Padre Gheddo sia, purtroppo, ancora tragicamente attuale.
    Condivido, in generale, le analisi di questo missionario, profondo conoscitore della realtà del terzo mondo, in quanto cerca di sfuggire ad ogni approccio ideologico che porta moltissimi osservatori della realtà africana a scaricare ogni colpa dei ritardi di questo splendido continente sugli occidentali.
    Ora, ferme  le indubbie colpe dei colonizzatori ( e anche qualche merito non secondario), credo non si faccia un buon servizio ai nostri amici africani a non richiamarli alle loro responsabilità, invitandoli a guardare avanti senza crogiolarsi in un'antica consuetudine africana di guardare a una presunta passata età dell'oro in cui vivevano le loro comunità, su cui è piombata dirompente e distruttrice l'esperienza coloniale. Bisogna guardare con realismo alla realtà africana senza gli occhiali deformanti dell'ideologia o, peggio ancora, della moda del political correct.
    Quando si viene a contatto con queste popolazioni si vede come molto sia ancora il percorso da fare, prima di tutto sul piano della mentalità, e come molto  dipenda proprio da loro e soprattutto dai loro gruppi dirigenti a livello politico e intellettuale. A proposito di intellettuali! E' stato per me sorprendente leggere un intervento di un intellettuale congolese, Jean-Léonard Touadi, attualmente deputato nel parlamento italiano, dove si sottolineava quasi quale titolo di merito l'assenza nelle lingue africane del concetto di sviluppo,"concetto  e prassi estranea alla storia  e all'essenza stessa delle culture africane. Lo sviluppo è uno dei componenti della"missione civilizzatrice" attraverso il quale il fiume  della storia africana è stato bruscamente interrotto e gli africani sono stati costretti a navigare sul fiume degli altri".  Rimanendo nell'allegoria del fiume, mi verrebbe da dire che forse è importante porsi il problema della barca su cui si naviga, della rotta che si vuole seguire e soprattutto nelle mani di quale nocchiero ci si mette, visto che non si può più parlare di fiumi ma del mare aperto della globalizzazione. 
    Certo il problema è indubbiamente molto complesso; credo comunque che vada affrontato con apertura e disponibilità a recepire le ragioni di questi amici senza necessariamente accondiscendere ad alimentare un certo vittimismo sempre latente.

    domenica 1 febbraio 2009

    Valide anche all'equatore le regole per una corretta gestione di un progetto

    Quando Don Paolo propose all’Associazione Kwizera il recupero e la valorizzazione di alcuni stabili abbandonati e fatiscenti della parrocchia di Nyagahanga , fatta una valutazione preliminare circa la coerenza dello stesso progetto con i programmi associativi, fu immediatamente messa mano alla pianificazione dell’intervento. Dopo una ricognizione sul posto per raccogliere tutte le indicazioni necessarie, con Don Paolo è stato predisposto un budget, in franchi rwandesi, dell’intero intervento con un buon livello di dettaglio: costo dei lavoratori, dei materiali di costruzione, degli infissi, degli impianti e degli arredi e di tutto quanto necessario. Di pari passo con l’avanzamento dei lavori, condotti sulla base di disegni appositamente predisposti, Don Paolo predisponeva una rendicontazione delle spese sostenute, arrivando a un livello di dettaglio estremo ( è esposto il costo di un kilo di chiodi piuttosto che la mancia data a chi ha aiutato a scaricare un camion). Ad ogni stato di avanzamento veniva quindi inviata in Rwanda una nuova tranche di 5/7.000 euro di cui Don Paolo curava il cambio rendicontando il relativo rapporto di cambio. Con un simile metodo si è condotto a termine il progetto nei tempi previsti e, soprattutto, rispettando in maniera puntuale il budget di spesa preventivato.
    Ho voluto brevemente ricordare questa esperienza il cui merito, per inciso, va riconosciuto in toto a Don Paolo, perché è sempre più diffusa, presso alcuni nostri amici rwandesi, la convinzione che la gestione di un progetto di solidarietà possa essere fatta con la sola buona volontà, prescindendo dall’applicazione dei criteri richiesti nella corretta pianificazione e gestione di un progetto e nell’utilizzo del denaro. Gestire correttamente un progetto, misurandosi continuamente con la scarsezza dei mezzi disponibili, non è un principio che valga solo in Europa e di cui si possa prescindere all’equatore. Proprio perché stiamo parlando di opere di solidarietà e quindi di gestione di fondi che faticosamente vengono raccolti tra i tanti benefattori in Italia, le regole che riguardano qualsiasi impresa economica devono trovare qui una applicazione ancor più stringente.
    Non si può quindi intraprendere un’iniziativa con improvvisazione e senza porsi il problema del relativo costo confidando che, alla sua conclusione, qualcuno provvederà a saldare i conti qualunque essi siano. Non si può non vigilare sulle spese, sull’impegno dei lavoratori, sulla scelta dei materiali, sul rispetto dei preventivi andando avanti alla cieca nella convinzione che, comunque vada, alla fine qualcuno provvederà a sistemare le cose. Se questi principi non verranno fatti propri anche dai nostri amici rwandesi ne uscirà indebolita la collaborazione in essere con le conseguenze che ricadranno sulle popolazioni locali a favore delle quali tutti siamo impegnati
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    lunedì 19 gennaio 2009

    "Storia è ciò che si ricorda"

    Da “Ebano”, ( Feltrinelli, Milano 2001) dello scrittore e giornalista polacco, Ryszard Kapuściński, profondo conoscitore della realtà africana, riprendiamo questi passaggi relativi alla concezione della storia nella cultura africana 

    Storia è ciò che si ricorda. Eccettuato il settentrione islamico, l’Africa non ha mai conosciuto la scrittura: qui la storia è sempre stata una tradizione orale, una leggenda tramandata di bocca in bocca, un mito collettivo creato inconsapevolmente ai piedi di un mango ,nelle tenebre della sera rotte solo dalle voci tremolanti  dei vecchi, mentre donne  e bambini pendevano muti dalle loro labbra (……)Non esiste storia all’infuori di quella che riescono a raccontare qui (…) Ogni generazione, udendo  la versione  che le veniva tramandata,l’ha modificata e continua a modificarla, trasformandola e abbellendola. Ma proprio per questo la storia  qui, libera dal peso degli archivi e dal rigore dei dati, raggiunge la sua forma più pura e cristallina: quella del mito. Un mito  dove invece dei dati e della misura meccanica del tempo -giorni, mesi, anni-  vigono espressioni quali: “tempo fa”, “molto tempo fa”,  “ tanto tempo fa che nessuno più se ne ricorda”, termini che consentono di collocare  e di sistemare tutto nella gerarchia del tempo. Un tempo che non si svilupperà in modo lineare, ma assumerà la forma del moto terrestre:una forma rotatoria, uniformemente circolare. In una simile visione del tempo il concetto di sviluppo non esiste, sostituito dal concetto di durata. L’Africa è l’eterna durata.”

    Mentre sulla concezione del tempo di cui al post del 14 settembre ( Ci vediamo alle…ora Kigali) la nostra esperienza ci faceva condividere pienamente l’osservazione dell’autore di Ebano, queste relative alla storia ci suggeriscono più di una riflessione, a partire dalla fondatezza di tale analisi. Su questo ci piacerebbe conoscere l'opinione dei nostri amici rwandesi

    domenica 21 dicembre 2008

    Giornata della Pace 2009: Combattere la povertà, costruire la pace

    Non ha raccolto una particolare eco sui media il Messaggio di Papa Benedetto XVI per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2009. Forse essendo diventato un appuntamento ormai tradizionale si ritengono questi messaggi una scadenza quasi scontata e ripetitiva. Il messaggio di quest’anno dal titolo “Combattere la povertà, costruire la pace” è un forte richiamo all’impegno a favore degli ultimi. Con la lucidità che caratterizza le esternazione di S.S. Benedetto XVI, viene fatta un’analisi puntuale dei principali problemi che affliggono una grande parte della popolazione mondiale. Oltre ai richiami a non imputare la povertà allo sviluppo demografico, ai problemi delle malattie pandemiche, all’eccesso delle spese militari, tutti argomenti già più volte affrontati in passato, trovano spazio nel messaggio di quest’anno due argomenti di stringente attualità: la crisi alimentare e quella finanziaria. Per quanto attiene la crisi agricola “tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze”. Sulla crisi finanziaria l’analisi del Papa, pur nella sua estrema sinteticità, evidenzia ciò che i grandi analisti non sanno o non vogliono ammettere: “anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune”.
    Trattando poi del commercio internazionale il Santo Padre rinnova un appello “perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni” penalizzanti i paesi , per la gran parte africani, che dipendono economicamente dalle esportazioni di prodotti primari.
    “Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia”.
    Senza nascondere come non si possa “negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri” il Messaggio richiama l’attenzione sulla necessità di “investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa” per dare corpo a un vero progetto a medio e lungo termine che, al di là delle possibili politiche e tecniche applicate, metta i poveri al primo posto e veda un reale coinvolgimento delle persone. Infatti, la lotta alla povertà ha “bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano”. Parole particolarmente impegnative per tutti coloro che intendono impegnarsi nel volontariato.

    venerdì 31 ottobre 2008

    Nel segno della memoria e della riconoscenza

    Nell'anniversario della morte di nonno Bernardo 18/3/1908- 31/10/2004.

    Quando, un bel giorno, misurandoti con i tuoi pensieri ti rendi conto, per la prima volta, che il percorso fatto è sicuramente superiore a quello che ti rimane ancora da compiere, allora, insinuante, subentra il momento dei bilanci.
    Devi misurarti con quella particolare partita doppia di quanto hai ricevuto e di quanto hai dato a chi ti ha accompagnato in questo percorso. Inesorabile il bilancio evidenzia il deficit di riconoscenza accumulato negli anni.
    Da una parte la mole di quanto hai avuto, gratuitamente, dai tuoi genitori: la vita, l’esempio, spesso un certo benessere, tutto quanto ha fatto di te una persona capace di incamminarsi sul percorso della vita; dall’altra la pochezza della tua risposta. Quando va bene, hai limitato i danni: non hai dato particolari dispiaceri o preoccupazioni a chi ti ha voluto bene; qualche rara volta hai procurato qualche soddisfazione.
    Allora cominci un’affannosa corsa contro il tempo, per cercare di colmare almeno con i tuoi cari questo deficit di affetto e di riconoscenza. Quando poi subentra il distacco rimane il senso di una rincorsa incompiuta: si sarebbe voluto ancora un po’ di tempo per poter tentare un improbabile recupero.
    Subentra allora il desiderio di coltivare la memoria dei nostri cari e di ricambiare per loro tramite il bene ricevuto.Con questi sentimenti abbiamo voluto ricordare nonno Bernardo dedicando alla sua memoria una piccola chiesa a Bugarama in Rwanda ( vedi foto).

    domenica 12 ottobre 2008

    Riflessione in margine a una serata missionaria

    La bella serata di ieri, passata ad ascoltare le testimonianze di alcuni giovani che hanno vissuto un’esperienza di una ventina di giorni nelle parrocchie che la diocesi di Como regge i Camerun, offre lo spunto per qualche riflessione. L’entusiasmo con il quale hanno parlato di questa loro esperienza era forte e sincero. Allo scorrere delle immagini che accompagnavano i loro interventi quasi si percepivano le forti emozioni da loro vissute: rivivevano panorami dai colori vivi e
    dalle vedute inconsuete, odori forti e penetranti, incontri con un’umanità variegata e coinvolgente, il confronto con stili di vita differenti e con valori spesso dimenticati.
    Venti giorni vissuti intensamente.
    E adesso?
    Che cosa differenzia questa esperienza da un comune viaggio africano di una comitiva di turisti che potrebbero aver fatto un itinerario analogo?
    Quando tutte le sensazioni forti si sono sedimentate, dovrebbero sopravvivere quegli sguardi di bambini, donne, anziani che tante volte si sono incrociati durante il viaggio e che, con il pudore di cui solo gli ultimi sono capaci accompagnato da un sorriso, lanciavano una silenziosa implorazione di vicinanza e di aiuto.
    E’ allora forse limitativo pensare che sia sufficiente rispondere a tale richiesta d’aiuto con una generica, seppur apprezzabile, sensibilizzazione missionaria senza spingere, come laici, lo sguardo oltre il confine delle nostre parrocchie. Tanti bravi sacerdoti indigeni, ai quali in tanti paesi africani è ormai affidata la quasi totalità delle parrocchie, sono ben lieti di poter contare sul sostegno dei laici per arricchire la propria azione pastorale anche con attività di promozione umana a favore delle rispettive comunità.

    domenica 14 settembre 2008

    Ci vediamo alle.......ora Kigali

    Prendo dal blog Africana di don Giulio Albanese questa citazione dello scrittore e giornalista polacco, Ryszard Kapuściński, profondo conoscitore della realtà africana, relativa alla concezione del tempo nella cultura africana :“Nel concetto europeo il tempo esiste indipendentemente dall’uomo ed e dotato di qualità misurabili e lineari (…). L’europeo si sente schiavo del tempo, ne è condizionato, è il suo suddito in tutto e per tutto, (…) deve rispettare date, scadenze, giorni e orari (…). Tra l’uomo e il tempo esiste un conflitto insolubile che si conclude inevitabilmente con la sconfitta dell’uomo. Gli africani invece intendono il tempo in modo molto più flessibile, aperto, elastico, soggettivo. E’ l’uomo che influisce sulla forma del tempo, sul suo corso e ritmo. Il tempo è addirittura qualcosa che l’uomo può creare: infatti l’esistenza del tempo si manifesta attraverso gli eventi e che un evento abbia luogo oppure no dipende dall’uomo. (…) Il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione esso sparisce (…) Tradotto in pratica significa che se ci rechiamo in un villaggio dove deve tenersi una riunione e sul luogo stabilito non troviamo nessuno, non ha senso chiedere quando incomincia la riunione perché la risposta sarà: ‘quando tutti sono arrivati’”. (tratto da “Ebano”, Feltrinelli, Milano 2001).
    Da condividere pienamente: è la famosa "ora Kigali" con la quale ci diamo appuntamento con i nostri amici rwandesi!