"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI
domenica 7 febbraio 2010
Per non ripetere Kibungo.
lunedì 12 ottobre 2009
Le buone idee non dovrebbero avere colore
Non mi pare sufficiente richiamarsi ai traumi che storicamente hanno interessato il continente africano ( schiavismo e colonialismo) per continuare a coltivare , quasi fosse un valore assoluto, tanta ritrosia e resistenza ad aprirsi a una proficua collaborazione con altre culture ed economie. Insomma, se il gatto ha dimostrato di essere capace di prendere i topi si potrebbe ben chiudere un occhio sul colore del suo pelo. Naturalmente si dovrà fare ben attenzione che la sua caccia si limiti ai topi e rispetti la dispensa di casa.
sabato 3 ottobre 2009
Libri e/o armi: un dilemma africano e.....rwandese
Quattordici ministri africani delle Finanze e dell'Istruzione fra i quali quelli del Rwanda, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Kenya, Mali, Malawi, Mozambico, Senegal, Uganda, hanno scritto ai governi dei più importanti paesi donatori per sollecitare il loro sostegno finanziario che consenta di avviare 20 milioni di bambini africani alle scuole primarie entro la fine del prossimo anno.Nel loro appello ai governi donatori, i ministri chiedono un incontro, che si dovrebbe tenere in margine alla riunione annuale della Banca mondiale in corso a Istanbul, nella speranza di poter ottenere i fondi necessari “per dare ai nostri ragazzi e ragazze il passaporto definitivo per sfuggire alla povertà e valorizzare le potenzialità ottenute da Dio”.Invito a leggere questa notizia con i dati di seguito riportati, ricavati da The World Factbook, pubblicazione che annualmente viene predisposta dalla CIA, il servizio d’intelligence degli Stati Uniti d’America, riguardanti gli stanziamenti previsti nel bilancio statale dei paesi africani per l’educazione e per la difesa.
In Rwanda, nel 2005, le spese destinate all’educazione rappresentavano circa il 3,80% del Prodotto Interno Lordo posizionandosi al 115 posto nella graduatoria mondiale. Tra i paesi africani più virtuosi risultavano il Kenia con il 6,90% ( nel 2006), l’Etiopia il 6% ( nel 2006), il Ghana il 5,40% ( nel 2005), l’Uganda il 5,20% ( nel 2004). Dietro il Rwanda si posizionavano, tra gli altri, il Madagascar con il 3,10 ( 2006), il Togo con il 2,60% ( 2002), l’Angola con il 2,40% (2005).A fronte di questi stanziamenti a favore dell’educazione stanno quelli previsti per l’apparato militare.Qui il Rwanda occupa la 53esima posizione a livello mondiale con il 2,90% sul PIL ( valore stimato per il 2006) a fronte di un dato medio mondiale del 2,0%. Decisamente più impegnati nelle spese militari risultano, tra gli altri, l’Eritrea con il 6,30%, il Burundi con il 5,90%, l’Angola con il 5,70% e l’Etiopia con il 3,0%. Più virtuosi risultano la RD del Congo con il 2,5% il Senegal con l’1,40% il Burkina Faso con l’1,20%, per finire con il Mozambico e Ghana con lo 0,80% e la Tanzania con lo 0,20%.
Una semplice osservazione: se il Rwanda si posizionasse al 53esimo posto anche nella graduatoria delle spese per l'educazione, si collocherebbe a livello del Ghana con un 5,40% del PIL, dando un significativo incremento di 1,6% di PIL agli stanziamenti a favore della scuola. Non sarebbe poco!
giovedì 17 settembre 2009
La corruzione maggior causa di povertà nei paesi in via di sviluppo
venerdì 10 luglio 2009
Leggendo la Caritas in veritate (4)
giovedì 9 luglio 2009
Leggendo la Caritas in veritate (3)
mercoledì 8 luglio 2009
Leggendo la Caritas in veritate (1)
mercoledì 13 maggio 2009
Professori promotori di sviluppo per la comunità
giovedì 23 aprile 2009
Mondo cane
lunedì 13 aprile 2009
Un terzo dei governi africani espressione delle forze armate
Secondo un recente articolo di Jeune Afrique, intitolato "Dalla caserma al Palazzo", un terzo dei governi africani, in diciotto dei 53 paesi che compongono il continente, sono presieduti da esponenti provenienti dalla carriera militare. Si va da coloro che sono arrivati al potere con colpi di stato militare e non se ne sono più andati, a coloro che, una volta conquistato il potere attraverso la medesima scorciatoia del putsc, si sono successivamente sottoposti a elezioni, più o meno pilotate, ad altri che sono arrivati al potere attraverso elezioni dopo aver diretto movimenti di liberazione nazionale contro governi più o meno legittimi. Ci sono anche coloro, solo due per la verità, che dismessa la divisa militare si sono sottoposti a regolari elezioni.
Un fenomeno, quello del ruolo delle forze armate nei giovani paesi africani, che potrebbe creare un certo sconcerto se analizzato secondo una prospettiva europea. Se però si prova a riflettere su quella che è la situazione venutasi a creare nel periodo post coloniale, si scopre che la situazione illustrata da Jeune Afrique non è poi così anomala come potrebbe apparire. Ecco, infatti, alcune possibili chiave di lettura di un fenomeno tipicamente africano. All'indomani della proclamazione dell'indipendenza, l'unico gruppo strutturato all' interno delle giovani società africane è quello rappresentato dalle Forze armate, che spesso hanno già avuto addestramento e formazione già nel periodo coloniale. Un gruppo che da subito può contare sulla tradizionale organizzazione gerarchica militare e sui cospicui mezzi finanziari che riesce a ritagliarsi all'interno dei magri bilanci statali e, soprattutto, sull'assenza di blocchi sociali concorrenti. Infatti, risulta scarsa l'incidenza dei gruppi intellettuali, spesso indeboliti da una forte diaspora estera, e ancor meno di esponenti dell'economia e delle professioni ai quali manca, oltretutto, quella omogeneità di gruppo che invece caratterizza i militari.C'è inoltre un buon livello di istruzione, soprattutto per gli ufficiali di grado medio alto, che spesso hanno alle spalle corsi di studio di livello universitario all'estero presso le potenze, tempo per tempo, di riferimento, ( Usa, Urss, Cina o paesi europei). Naturalmente il tutto si accompagna al fatto, di per sè risolutivo, di detenere il monopolio della forza, a fronte dell'assenza di contropoteri reali, quali quelli che, nel tempo, si sono venuti costituendo nei paesi con una democrazia più consolidata. Stiamo parlando di percorsi storici che in Europa hanno richiesto secoli e non pochi scontri, anche cruenti, fra i diversi gruppi di potere concorrenti, per arrivare a strutture di potere equilibrate e con un fondamento di sostanziale controllo democratico. Forse bisognerà, quindi, attendere ancora un po' di tempo prima di vedere le forze armate dei paesi africani limitarsi a essere custodi dell'integrità dei rispettivi paesi e spettatori neutrali della dinamica democratica delle forze politiche.
venerdì 10 aprile 2009
Calma ragazzi!
Almeno 32 studenti di cinque diverse classi sono stati espulsi dalla Riviera High School, una scuola superiore che promette un elevato livello d'istruzione per i suoi 476 studenti, 218 ragazze e 258 ragazzi, provenienti da famiglie agiate della capitale. I giovani sono accusati per dimostrazioni di protesta sfociate in gravi atti di vandalismo che hanno causato seri danni alle attrezzature scolastiche della scuola, tanto che ogni famiglia è stata chiamata a pagare un extra per i danni di 15.000 franchi rwandesi. La causa della protesta è stata la decisione da parte della scuola di non protrarre una festa, in concomitanza con una sfilata di moda, oltre le ore 22 della sera; mentre gli studenti avrebbero voluto continuare fino al notte inoltrata. La contestazione ha coinvolto quasi tutti gli studenti della scuola, tanto che molti sono stati sospesi e per altri si stanno valutando provvedimenti anche più gravi. Le cronache parlano di intervento della polizia e di abuso di alcool e di qualche spinello di marijuana di troppo.
La cronaca è riportata sul The New Times di oggi, il quotidiano rwandese che difficilmente viene letto nei villaggi; diversamente, cosa avrebbero dovuto pensare i ragazzi e i giovani delle zone rurali del paese, dove una dignitosa povertà è condizione di vita quotidiana e l’accesso all’istruzione un percorso non sempre facile, di questi ricchi e annoiati studenti di città per i quali una festa, un po’ meno lunga delle attese, diventa occasione di accese proteste e di atti di vandalismo?
venerdì 3 aprile 2009
Da che pulpito!
martedì 24 marzo 2009
La lotta all’Aids: oltre il preservativo

Non è parso vero alla stragrande maggioranza dei media mondiali menare grande scandalo sulla frase pronunciata da Benedetto XVI, durante il viaggio aereo verso il Cameroun, secondo il quale l’epidemia dell’Aids "non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi". Immediatamente sono scese in campo diverse cancellerie occidentali per stigmatizzare l’irresponsabilità di tale affermazione e per assumere iniziative concrete che andassero nel senso opposto. Il più solerte, come sempre quando c’è da sottolineare il proprio anticlericalismo, è stato il premier spagnolo Zapatero che immediatamente ha disposto l'invio di un milione di preservativi per le popolazioni africane interessate dal flagello dell’Aids. Secondo il Rapporto 2008 dell’ONUSIDA, il programma delle Nazioni Unite contro l’Aids, il 67% dei circa 33 milioni di persone infette di Aids nel mondo vivono nell’Africa sub sahariana, dove vivono altresì 1,8 milioni di ragazzi sotto i quindici anni infetti di Aids, il 90% sul totale mondiale, con 270.000 nuovi infetti ogni anno. Secondo il Rapporto, per affrontare l’epidemia durevolmente, bisogna lavorare sulla violazione dei diritti dell’uomo, sull’ineguaglianza tra i sessi, sulla discriminazione, sulla condanna della violenza sulle donne. Bisogna ridurre la prevalenza di rapporti sessuali plurimi tra diversi partner. Bisogna favorire un miglioramento delle condizioni sociali complessive delle famiglie e l’accesso all’educazione scolastica per i bambini. Poi naturalmente c’è anche la prevenzione con l’uso del preservativo. Anche se i servizi di prevenzione della trasmissione del virus tra madre e figlio hanno fatto progressi significativi il lavoro da fare è ancora molto per intensificare i trattamenti antivirali sui bambini e sulle mamme. Come si vede l’approccio dell’ONU , di cui è ben nota la spregiudicatezza con cui affronta certi problemi, è un po’ più complesso di come molti politici occidentali vorrebbero affrontare il problema dell'Aids e, forse, non così lontano dai programmi che esponenti della Chiesa stanno conducendo in tanti paesi africani e non solo. Allora è lecito porsi una domanda: che utilità avrà il milione di preservativi, che l’ineffabile Zapatero si è premurato ad inviare in Africa, per i quasi due milioni di bambini infetti e i milioni di madri che rischiano di trasmettere il virus ai figli perché non ci sono i fondi per le cure necessarie per evitare tale contagio? Certo è più facile e, soprattutto, molto meno costoso spedire un container pieno di preservativi che sostenere programmi di formazione e crescita sociale, finanziare centri di cura e forniture di medicinali, così come auspica l’ONU. Se poi il tutto consente anche qualche sberleffo al Papa, per qualche anticlericale d’accatto la tentazione è veramente irresistibile. Comunque, tutta la polemica un effetto lo ha sortito: mettere la sordina sul viaggio papale e soprattutto su quanto detto da Benedetto XVI in terra africana a quei popoli, ai loro governanti ma anche ai grandi del mondo, politici e operatori economici, che si avvicinano all'Africa non sempre con la necessaria apertura verso i suoi bisogni.
venerdì 13 marzo 2009
Quale solidarietà...........
domenica 1 febbraio 2009
Valide anche all'equatore le regole per una corretta gestione di un progetto
Ho voluto brevemente ricordare questa esperienza il cui merito, per inciso, va riconosciuto in toto a Don Paolo, perché è sempre più diffusa, presso alcuni nostri amici rwandesi, la convinzione che la gestione di un progetto di solidarietà possa essere fatta con la sola buona volontà, prescindendo dall’applicazione dei criteri richiesti nella corretta pianificazione e gestione di un progetto e nell’utilizzo del denaro. Gestire correttamente un progetto, misurandosi continuamente con la scarsezza dei mezzi disponibili, non è un principio che valga solo in Europa e di cui si possa prescindere all’equatore. Proprio perché stiamo parlando di opere di solidarietà e quindi di gestione di fondi che faticosamente vengono raccolti tra i tanti benefattori in Italia, le regole che riguardano qualsiasi impresa economica devono trovare qui una applicazione ancor più stringente.
Non si può quindi intraprendere un’iniziativa con improvvisazione e senza porsi il problema del relativo costo confidando che, alla sua conclusione, qualcuno provvederà a saldare i conti qualunque essi siano. Non si può non vigilare sulle spese, sull’impegno dei lavoratori, sulla scelta dei materiali, sul rispetto dei preventivi andando avanti alla cieca nella convinzione che, comunque vada, alla fine qualcuno provvederà a sistemare le cose. Se questi principi non verranno fatti propri anche dai nostri amici rwandesi ne uscirà indebolita la collaborazione in essere con le conseguenze che ricadranno sulle popolazioni locali a favore delle quali tutti siamo impegnati.
lunedì 19 gennaio 2009
"Storia è ciò che si ricorda"
Da “Ebano”, ( Feltrinelli, Milano 2001) dello scrittore e giornalista polacco, Ryszard Kapuściński, profondo conoscitore della realtà africana, riprendiamo questi passaggi relativi alla concezione della storia nella cultura africana
“Storia è ciò che si ricorda. Eccettuato il settentrione islamico, l’Africa non ha mai conosciuto la scrittura: qui la storia è sempre stata una tradizione orale, una leggenda tramandata di bocca in bocca, un mito collettivo creato inconsapevolmente ai piedi di un mango ,nelle tenebre della sera rotte solo dalle voci tremolanti dei vecchi, mentre donne e bambini pendevano muti dalle loro labbra (……)Non esiste storia all’infuori di quella che riescono a raccontare qui (…) Ogni generazione, udendo la versione che le veniva tramandata,l’ha modificata e continua a modificarla, trasformandola e abbellendola. Ma proprio per questo la storia qui, libera dal peso degli archivi e dal rigore dei dati, raggiunge la sua forma più pura e cristallina: quella del mito. Un mito dove invece dei dati e della misura meccanica del tempo -giorni, mesi, anni- vigono espressioni quali: “tempo fa”, “molto tempo fa”, “ tanto tempo fa che nessuno più se ne ricorda”, termini che consentono di collocare e di sistemare tutto nella gerarchia del tempo. Un tempo che non si svilupperà in modo lineare, ma assumerà la forma del moto terrestre:una forma rotatoria, uniformemente circolare. In una simile visione del tempo il concetto di sviluppo non esiste, sostituito dal concetto di durata. L’Africa è l’eterna durata.”
Mentre sulla concezione del tempo di cui al post del 14 settembre ( Ci vediamo alle…ora Kigali) la nostra esperienza ci faceva condividere pienamente l’osservazione dell’autore di Ebano, queste relative alla storia ci suggeriscono più di una riflessione, a partire dalla fondatezza di tale analisi. Su questo ci piacerebbe conoscere l'opinione dei nostri amici rwandesi.
domenica 21 dicembre 2008
Giornata della Pace 2009: Combattere la povertà, costruire la pace
ai richiami a non imputare la povertà allo sviluppo demografico, ai problemi delle malattie pandemiche, all’eccesso delle spese militari, tutti argomenti già più volte affrontati in passato, trovano spazio nel messaggio di quest’anno due argomenti di stringente attualità: la crisi alimentare e quella finanziaria. Per quanto attiene la crisi agricola “tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze”. Sulla crisi finanziaria l’analisi del Papa, pur nella sua estrema sinteticità, evidenzia ciò che i grandi analisti non sanno o non vogliono ammettere: “anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune”.Trattando poi del commercio internazionale il Santo Padre rinnova un appello “perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni” penalizzanti i paesi , per la gran parte africani, che dipendono economicamente dalle esportazioni di prodotti primari.
“Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia”.
Senza nascondere come non si possa “negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri” il Messaggio richiama l’attenzione sulla necessità di “investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa” per dare corpo a un vero progetto a medio e lungo termine che, al di là delle possibili politiche e tecniche applicate, metta i poveri al primo posto e veda un reale coinvolgimento delle persone. Infatti, la lotta alla povertà ha “bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano”. Parole particolarmente impegnative per tutti coloro che intendono impegnarsi nel volontariato.
venerdì 31 ottobre 2008
Nel segno della memoria e della riconoscenza
Devi misurarti con quella particolare partita doppia di quanto hai
ricevuto e di quanto hai dato a chi ti ha accompagnato in questo percorso. Inesorabile il bilancio evidenzia il deficit di riconoscenza accumulato negli anni.Da una parte la mole di quanto hai avuto, gratuitamente, dai tuoi genitori: la vita, l’esempio, spesso un certo benessere, tutto quanto ha fatto di te una persona capace di incamminarsi sul percorso della vita; dall’altra la pochezza della tua risposta. Quando va bene, hai limitato i danni: non hai dato particolari dispiaceri o preoccupazioni a chi ti ha voluto bene; qualche rara volta hai procurato qualche soddisfazione.
Allora cominci un’affannosa corsa contro il tempo, per cercare di colmare almeno con i tuoi cari questo deficit di affetto e di riconoscenza. Quando poi suben
Subentra allora il desiderio di coltivare la memoria dei nostri cari e di ricambiare per loro tramite il bene ricevuto.Con questi sentimenti abbiamo voluto ricordare nonno Bernardo dedicando alla sua memoria una piccola chiesa a Bugarama in Rwanda ( vedi foto).
domenica 12 ottobre 2008
Riflessione in margine a una serata missionaria
dalle vedute inconsuete, odori forti e penetranti, incontri con un’umanità variegata e coinvolgente, il confronto con stili di vita differenti e con valori spesso dimenticati.
Venti giorni vissuti intensamente.
E adesso?
Che cosa differenzia questa esperienza da un comune viaggio africano di una comitiva di turisti che potrebbero aver fatto un itinerario analogo?
Quando tutte le sensazioni forti si sono sedimentate, dovrebbero sopravvivere quegli sguardi di bambini, donne, anziani che tante volte si sono incrociati durante il viaggio e che, con il pudore di cui solo gli ultimi sono capaci accompagnato da un s
orriso, lanciavano una silenziosa implorazione di vicinanza e di aiuto.E’ allora forse limitativo pensare che sia sufficiente rispondere a tale richiesta d’aiuto con una generica, seppur apprezzabile, sensibilizzazione missionaria senza spingere, come laici, lo sguardo oltre il confine delle nostre parrocchie. Tanti bravi sacerdoti indigeni, ai quali in tanti paesi africani è ormai affidata la quasi totalità delle parrocchie, sono ben lieti di poter contare sul sostegno dei laici per arricchire la propria azione pastorale anche con attività di promozione umana a favore delle rispettive comunità.