"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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martedì 16 settembre 2025

Concordati tra Stato e Chiesa in Africa: manca il Rwanda

Riprendiamo da Afriche, inferno e paradiso, un libro in cui padre Giulio Albanese ha raccolto una serie di articoli apparsi su L'Osservatore romano,  un interessante spunto circa lo stato delle relazioni tra la Chiesa cattolica e i governi africani.Nel capitolo I Concordati con uno sguardo al futuro, l'autore approfondisce lo stato della questione sulla base di un saggio  sui concordati africani del professor Antonello Blasi, docente di Diritto concordatario ed ecclesiastico presso l’Università Lateranense. Quando si parla di Concordati ci si riferisce ad "accordi internazionali giuridicamente vincolanti tra la Santa Sede e gli Stati africani o gli organismi africani (come nel caso dell’Unione africana), secondo lo spirito etimologico del «cum-cor-dare», su materie specifiche e pertinenti, come lo statuto giuridico della Chiesa e delle istituzioni ecclesiastiche, la libertà religiosa, la libertà di religione e di culto, la collaborazione tra le istituzioni di insegnamento e sanitarie, la sovranità, i vantaggi concessi alla Chiesa, l’indipendenza e l’autonomia, i problemi di interpretazione assieme alle loro risoluzioni." Anche se negli ultimi anni sono stati sottoscritti diversi Concordati con governi africani, rimane ancora molto spazio perchè questi accordi  vengano implementati dalle Chiese locali per il tramite delle rispettive Conferenze episcopali,perchè "la realtà sociopolitica, nella quale spesso la Chiesa è chiamata ad operare, è a volte segnata da perniciose diseguaglianze e limitazioni di vario genere."  Negli ultimi anni, hanno sottoscritto un Concordato questi Paesi africani:Angola, Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea Equatoriale, Marocco, Mozambico, Organizzazione dell’unità africana (Oua), Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Tunisia.                      Manca il Rwanda! Eppure non mancherebbe di certo materia da normare!

venerdì 23 maggio 2025

Per la legge sulla sicurezza delle chiese sospeso il famoso raduno al santuario di Ruhango

La legge sulla sicurezza nelle chiese, di cui abbiamo trattato in nostri precedenti post (leggi qui), ha di recente fatto un'altra vittima illustre; infatti, è di qualche giorno fa la decisione delle competenti autorità di sospendere temporaneamente un popolare raduno religioso presso un santuario noto come Kwa Yezu Nyirimpuhwe, nel distretto di Ruhango, di cui avevamo riferito in occasione di una nostra passata visita (leggi qui)

Pellegrini al santuario di Ruhango
 Anche per la notorietà del sito, la chiusura ha acceso un certo dibattito su cui è intervenuto il quotidiano The New Times in questi termini. 
"Mentre alcuni la considerano una limitazione della libertà religiosa, la realtà è
complessa e profondamente radicata nella responsabilità di proteggere la vita umana.È importante ricordare che fede e sicurezza non si escludono a vicenda. Il culto dovrebbe essere fonte di guarigione, non di danno. Dobbiamo chiederci: a quale prezzo si stanno svolgendo questi raduni di massa? Quando le persone si feriscono o subiscono traumi durante il culto, ciò contraddice l'essenza stessa della comunità spirituale.Invece di reagire con frustrazione, i fedeli dovrebbero incanalare le proprie energie in un dialogo costruttivo. I leader della Chiesa devono essere ritenuti responsabili, non per ostilità, ma per cura. Si tratta di istituzioni che, in molti casi, dispongono dei mezzi finanziari e logistici per garantire un migliore controllo della folla, un adeguato supporto medico e infrastrutture più sicure. Perché, allora, la sicurezza dovrebbe essere compromessa? I credenti dovrebbero incoraggiare i loro leader a considerare questa chiusura temporanea come un'opportunità per migliorare la situazione. Questa non è persecuzione; è una pausa necessaria che potrebbe prevenire future tragedie. Non aspettiamo che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per apportare cambiamenti che potrebbero salvare vite umane.I ruandesi hanno da tempo dimostrato resilienza e unità nei momenti difficili. Che questo momento non sia diverso. Sosteniamo la sicurezza dei luoghi di culto, perché amare il prossimo significa anche garantire il suo benessere fisico. La fede prospera al meglio dove le vite sono protette. La sicurezza, dopotutto, non è un lusso, è una responsabilità che tutti condividiamo ed è un diritto per cui dobbiamo lottare." 

Le motivazioni addotte, che potrebbero avere un'apparenza di fondatezza per il caso in discussione, non dovrebbero però far dimenticare la situazione complessiva in cui si trovano  migliaia di luoghi di culto ancora chiusi, anche dopo che sono stati apportati gli interventi richiesti dalle autorità. Allora, forse, si tratta di qualcosa d'altro e non solo di motivi di sicurezza ed i richiami de The New Times, a non considerare il tutto "una limitazione della libertà religiosa" piuttosto che "una persecuzione", sembrano quasi suonare come un'exusatio non petita che non dovrebbe lasciar del tutto tranquille le competenti autorità ecclesiastiche.

sabato 5 dicembre 2020

La nuova stagione dei rapporti Rwanda-Santa Sede

Papa Francesco Venerdì 4 dicembre papa Francesco ha ricevuto lettere di credenziali  da Marie-Chantal Rwakazina come ambasciatore del Rwanda accreditato presso la Santa Sede. Rwakazina è ambasciatrice del Rwanda presso la Santa Sede con residenza a Ginevra.La presentazione delle credenziali della Rwakazina arriva solo una settimana dopo che il cardinale Antoine Kambanda ha ricevuto la sua berretta rossa da Papa Francesco nel concistoro tenutosi il 28 novembre. Sono questi due momenti che consacrano il momento particolare dei rapporti tra Rwanda e Santa Sede, dopo che le relazioni diplomatiche stabilite 56 anni fa avevano risentito del gelo che era calato all’indomani della conclusione della guerra civile nel 1994,  quando i vincitori del FPR avevano apertamente accusato la Chiesa Cattolica di aver sostenuto il vecchio regime di Juvenal Habyarimana e di essere coinvolta con alcuni suoi membri in azioni genocidarie. La fase di disgelo nei rapporti era iniziata nel marzo 2017 quando il Presidente della Repubblica di Rwanda, Paul Kagame, fu  ricevuto in udienza da Papa Francesco e, successivamente, aveva incontrato il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati,  mons. Paul Richard Gallagher. Già in quella occasione erano state ricordate le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e il Rwanda,  il notevole cammino di ripresa per la stabilizzazione sociale, politica ed economica del Paese e la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa locale nell'opera di riconciliazione nazionale e di consolidamento della pace a beneficio dell’intera Nazione. In tale contesto il Papa ebbe a manifestare il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i Tutsi, esprimendo solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti e, in linea con il gesto compiuto da San Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000, rinnovò l'implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all'odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica. Il Papa altresì auspicò che tale umile riconoscimento delle mancanze commesse in quella circostanza, le quali, purtroppo, hanno deturpato il volto della Chiesa, potesse contribuire a promuovere con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace, testimoniando che è concretamente possibile vivere e lavorare insieme quando si pone al centro la dignità della persona umana e il bene comune. Il presidente Kagame, sul suo profilo Twitter, così commentò l'incontro: «Gran giornata e grande incontro con Papa Francesco. Un nuovo capitolo nelle relazioni tra Rwanda e Chiesa cattolica e Santa Sede! La capacità di riconoscere e chiedere perdono per gli errori in circostanze del genere – prosegue Kagame – è un atto di coraggio e di alta statura morale tipica di Papa Francesco. Grazie a questo saremmo tutti migliori». A quella visita vanno fatti risalire gli ultimi sviluppi, in particolare la nomina cardinalizia dell’arcivescovo di Kigali, mons. Kambanda. Nomina, sorprendente per gli addetti ai lavori, ma sicuramente giustificata dalla vicinanza del neo cardinale al presidente ruandese che può legittimamente mettere al proprio attivo questo importante riconoscimento per il Rwanda. Questo ritrovato clima d’intesa tra Rwanda e Santa Sede potrebbe sfociare in ulteriore passo: la sottoscrizione di un concordato tra le parti. In tal senso si è espresso il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, nell’incontro che ha avuto con la neo ambasciatrice successivamente alla presentazione delle credenziali.Questo ulteriore passaggio, come tutti i precedenti dalla visita di Kagame nel 2107 alla nomina cardinalizia, potrà contare sul discreto lavoro diplomatico del Cardinale Giuseppe Bertello, Membro del Consiglio di Cardinali che affianca papa Francesco, Nunzio apostolico in Rwanda dal gennaio 1991 al marzo 1995, dove la sua opera di pacificazione svolta, per la composizione del conflitto tra le parti in causa nella guerra civile, gli ottenne un particolare riconoscimento da parte del  Governo ruandese.

martedì 20 novembre 2018

Mons. Antoine Kambanda nominato nuovo arcivescovo di Kigali

Mons. Antoine Kambanda

Papa Francesco ha nominato mons. Antoine Kambanda arcivescovo di Kigali. Il nuovo prelato è stato fino ad oggi vescovo di Kibungo dove si era insediato nel 2013 appena ricevuta la nomina episcopale, e va a sostituire al governo pastorale dell'arcidiocesi mons. Thaddee Ntihinyurwa, dopo che il Santo Padre ne aveva accetate le dimissioni per raggiunti limiti di età. Mons. Antoine Kambanda, 60 anni (nato nel novembre 1958), è un sopravvissuto al genocidio del 1994, con uno dei suoi fratelli, che attualmente vive in Italia: il resto della sua famiglia è stato massacrato. Ha frequentato la scuola elementare in Burundi e in Uganda e le superiori in Kenya. È tornato in Rwanda dopo due anni di filosofia e teologia. Quindi ha studiato teologia nella diocesi di Butare. E 'stato ordinato sacerdote l'8 settembre 1990 da Giovanni Paolo II, in occasione della visita pastorale in Rwanda. Ha un dottorato in teologia morale conseguito presso l'Alfonsianum di Roma.È stato direttore della Caritas di Kigali, capo della Commissione Giustizia e Pace e professore di teologia morale, poi rettore del seminario di Kabgayi e del seminario di Saint-Charles Borromee a Nyakibanda. La nomina di mons. Kambanda, come nuovo arcivescovo, lascia vacanti due posti chiave: la posizione del vescovo di Kibungo e quella di Cyangugu, ruolo che mons. Kambanda  ha ricoperto dopo la morte del vescovo di quella diocesi,  mons. Jean Damascène Bimenyimana, all'inizio di quest'anno.

venerdì 29 dicembre 2017

Chiesa rwandese contro la revisione della legge sull'aborto e la liberalizzazione dei preservativi nelle scuole

Mons Servillien Nzakamwita
La recente decisione del governo rwandese di liberalizzare  la distribuzione di preservativi nelle scuole, sostenendo di voler così contrastare la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, ha sollevato la dura critica del Vescovo di Byumba, mons. Servilien Nzakamwita, che ha definito tale provvedimento per gli adolescenti una «licenza di fornicare». Da parte sua, il ministro della Sanità, Diane Gashumba, ha dichiarato che la misura mira a proteggere i giovani da Aids e epatite, sfidando il prelato a trovare un’alternativa al preservativo. Mons. Nzakamwita ha replicato attribuendo all'esecutivo la responsabilità dell’incremento di gravidanze “indesiderate” tra le ragazze. Ampi settori della locale comunità, non solo cattolica,  si sono uniti a sostegno delle  ragioni del vescovo di Byumba, non nuovo a prese di posizione forti nei confronti delle politiche governative in ambito familiare, come riferito in un nostro precedente post.
Ben più rilevanti sono le preoccupazione dei vescovi rwandesi circa la ventilata revisione dell'attuale normativa  in materia di aborto, vigente dal 2012 , che autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza solo in specifici casi : se una donna è rimasta incinta in seguito ad una violenza, se è vittima di un matrimonio forzato, se ha avuto rapporti con un congiunto fino al secondo grado di parentela o se la gravidanza mette seriamente in pericolo la sua vita o quella del bambino.
Al riguardo la conferenza episcopale del Rwanda ha preso posizione, a metà dicembre contro la tentazione di espandere le condizioni di accesso all'aborto, un "peccato grave", mentre questo tema è al centro dei dibattiti nel paese. Per il momento, non c'è un calendario o un testo in particolare, ma la questione della riforma del codice penale in materia di aborto agita l'opinione pubblica rwandese. 
Questo è il motivo che ha ispirato la presa di posizione  della Conferenza Episcopale del Rwanda (CEPR) che ha riconfermato quanto già espresso  nel messaggio del 17 dicembre 2010 circa la condanna dell'aborto e la richiesta di protezione della vita. I vescovi, denunciando la   banalizzazione   dell'aborto, sottolineano come "la nostra società sia minacciata dal relativismo morale, soprattutto per quanto riguarda il sesso al di fuori del matrimonio, che ha conseguenze deplorevoli per la vita umana, la famiglia e persino l'intero paese. Tra queste conseguenze, le gravidanze indesiderate sono la forza propulsiva della tentazione dell'aborto, attualmente favorita da leggi che, sempre più, tendono alla banalizzazione di questo crimine .Vorremmo ricordare che l'aborto è un crimine grave perché è inteso solo a sopprimere la vita di una persona innocente. L'omicidio di un bambino nel grembo materno non può mai essere giustificato  " , affermano i vescovi. " Vorremmo chiedere a tutte le autorità competenti, e in particolare ai legislatori del nostro paese, al personale sanitario e all'intera società rwandese in generale, di non cedere a qualsiasi tentativo che potrebbe danneggiare la vita umana  " , concludono, invitando  a "unire le forze per combattere l'immoralità sessuale e l'aborto, soprattutto a livello giovanile". In un simile contesto rimane ancora aperta la piaga del ricorso all'aborto clandestino,  quantificato in circa 60.000 casi all'anno prima dell'entrata in vigore della legge del 2012 , e causa della detenzione oggi di  un quarto delle donne incarcerate nel paese colpevoli di aborto non autorizzato.

mercoledì 11 ottobre 2017

Il Nunzio presenta le credenziali al presidente Kagame

 Il nuovo Nunzio Apostolico, Mons Andrzej Jozwowicz, già in Rwanda dal 28 giugno scorso, ha presentato ieri le proprie credenziali al presidente Paul Kagame, unitamente ad altri 10 colleghi, di cui  tre con residenza su Kigali: l'ambasciatore del Belgio, Benoît Ryelandt, quello dell'Uganda, signora Oliver Wonekha e Onoze Shuaibu Adamu della Nigeria. Secondo quanto riferisce The New Times, mons. Andrzej Jozwowicz  ha sottolineato l'impegno a consolidare il "nuovo capitolo" delle relazioni bilaterali che si sono aperte tra il Rwanda e la Chiesa cattolica a seguito  dell'incontro  del marzo scorso, a Roma, tra Papa Francesco e il presidente  Paul Kagame.Mons. Jozwowicz, in sintonia con l'apertura di una nuova stagione di collaborazione con  il governo del Rwanda ha assicurato il proprio impegno a "sostenere, con tutta la mia capacità, la chiesa locale per questa collaborazione, specialmente per la riconciliazione, e faremo tutto per aiutare nello sviluppo spirituale e materiale del paese ".  

domenica 8 ottobre 2017

Kagame presenzia al centenario delle prime ordinazioni di sacerdoti rwandesi



Kabagayi: la tribuna delle autorità (foto Village Urugwiro)
Si è celebrato ieri a Kabagayi il Giubileo della prima ordinazione di  sacerdoti del Rwanda, Gafuku Balthazar da Zaza e Donat Reberaho nativo di Salva, avvenuta il 7 ottobre del 1917, diciassette  anni dopo l’arrivo dei primi missionari. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della Repubblica Paul Kagame e la First Lady Jeannette Kagame, unitamente a una folta delegazione di ministri del governo ruandese e altri ospiti provenienti da Tanzania, Burundi, Kenia. Erano presenti i vescovi rwandesi e il nunzio mons. Andrzej Józwowicz. Nell’occasione il presidente Kagame ha tenuto un importante discorso per sottolineare la preziosa eredità lasciata che quei primi sacerdoti, descrivendoli come pionieri nella registrazione e valorizzazione della cultura, della storia, del linguaggio ruandesi e della medicina tradizionale. Soprattutto è grazie a quei sacerdoti e ai loro confratelli che “possiamo ora conoscere la nostra storia scritta da ruandesi che lo fanno meglio degli stranieri” ha sottolineato Kagame. Ricordando il suo incontro con papa Francesco il 17 marzo scorso, il presidente rwandese ha detto che  "l'incontro si è rivelato un'opportunità per imparare dalla nostra storia. Questo ci ha aiutato a migliorare i rapporti tra la Chiesa cattolica e il Rwanda… Abbiamo in comune molte cose come  ruandesi e come persone lucide, oneste e degne che vedono lontano, anche nel nostro passato. Vogliamo una comunità ruandese che porti il segno e l'identità del proprio paese. Certamente, non voglio soffermarmi su quello che dobbiamo cambiare per andare avanti senza lasciare indietro nessun rwandese, completandosi e lavorando insieme ". Kagame ha inoltre ha riaffermato l’impegno a collaborare e lavorare con  gli uomini della Chiesa cattolica, per “soddisfare la volontà del Creatore che consiglia di utilizzare i talenti ricevuti a beneficio dei rwandesi”. Per questo raccomanderà ai ministri del governo di individuare i settori prioritari d’impegno della Chiesa cattolica in modo che il governo possa fornire il supporto necessario per conseguire i migliori risultati.

mercoledì 2 agosto 2017

Il nuovo Nunzio: il Rwanda ha bisogno di sacerdoti santi

mons. Andrzej Józwowicz
In attesa di formalizzare la presentazione delle proprie credenziali alle autorità rwandesi, il nuovo Nunzio, mons. Andrzej Józwowicz, ha avuto occasione di presentarsi alla Chiesa rwandese in occasione della solenne cerimonia, tenutasi  a Kabgayi il 22 luglio scorso, in cui sono stati ordinati 63 novelli sacerdoti.  Si celebrava anche il centenario dell'ordinazione dei primi sacerdoti rwandesi, Padre Donat Reberaho e padre Balthazar Gafuku, avvenuta nel mese di ottobre 1917.
Nell'occasione, mons. Józwowicz ha rivolto ai numerosi presenti,  a partire "dall'impressionante numero dei candidati al sacerdozio... segno molto eloquente della benedizione di Dio per il popolo del Ruanda" un forte richiamo "a proclamare la Buona Novella a tutti, ma soprattutto agli emarginati, ai poveri e alla gente afflitta che vivono nella periferia della vita umana". Ricordando le parole del connazionale, san Giovanni Paolo II, ha poi sottolineato l'importanza del ministero della misericordia e della riconciliazione, richiamando gli stessi sacerdoti  a  ricorrere a loro volta regolarmente alla propria  confessione personale e a una direzione spirituale. 

mercoledì 12 luglio 2017

Come rispondere ai bisogni economici della Chiesa rwandese: esperti a confronto

I rappresentanti delle diocesi rwandesi, esperti in affari economici, sono riuniti in questi giorni a Kigali, presso il centro  San Vincent Pallotti di Gikondo, per un workshop  sui bisogni finanziari e sulla gestione delle risorse economiche della Chiesa rwandese. Perché, come affermato nell’indirizzo di saluto di Mons Célestin Hakizimana, Vescovo di Gikongoro e Presidente della Commissione episcopale per gli affari economici,  è "il momento per la Chiesa cattolica di rivedere le proprie strategie nella mobilitazione dei fondi necessari per condurre correttamente il proprio apostolato, pervenendo, dopo tanto parlare, a proposte efficaci che rispondano alle pressanti sfide a cui sono chiamate le diverse diocesi. Nel seminario, i partecipanti si scambieranno le loro esperienze interrogandosi su come porre rimedio alla sempre più evidente carenza di fondi, di come reperire nuove risorse finanziarie e su come gestirle al meglio, così come dare attuazione con professionalità ai diversi  progetti in cui quasi tutte le diocesi sono impegnate. Nel dibattito dovrebbe avere spazio, in primis, la valorizzazione del consistente patrimonio di terreni agricoli di cui dispongono tutte le diocesi, non poche volte abbandonato a se stesso e comunque non valorizzato appieno, secondo i criteri di una moderna agricoltura che, in mano ai privati, in Rwanda comincia a dare risposte reddituali significative. Anche nel caso di loro affidamento a cooperative agricole, attenti criteri gestionali accompagnati all’introduzione di più moderne tecniche agricole  può portare a rese economiche importanti con beneficio di tutte le parti coinvolte, superando anche la mera logica della lotta alla fame. Senza dimenticare che terreni incolti richiamano l’attenzione delle autorità con il conseguente rischio di non improbabili misure di esproprio ( vedi al riguardo questo nostro vecchio post)Anche molti edifici costruiti nel passato richiederebbero opere di recupero e ripristino. Troppo spesso, infatti, vengono messi in campo nuovi investimenti immobiliari, lasciando inutilizzati e destinati a un inevitabile degrado immobili che potrebbero essere ancora utilizzati. Da ultimo un’attenzione dovrebbe essere riservata alla valorizzazione, nel lungo termine, di investimenti già in essere, come nel caso della banca RIM. In questo momento in Rwanda le attività finanziarie stanno attirando l’attenzione degli investitori esteri per le potenzialità che il mercato offre, le diocesi dovrebbero quindi vedere nella RIM non solo uno strumento per intervenire a sostegno dei risparmiatori e delle famiglie, ma anche un vero e proprio investimento che dovrebbe garantire un ritorno in termini di dividendi annui nel breve periodo e una sua crescita di valore nel tempo. Altrettanto va detto per iniziative in campo turistico ( alberghi e ristoranti). Fondamentale resta però la gestione professionale di tutte queste attività, che devono essere affidate primariamente a professionisti e tecnici affidabili e provati, qualità non necessariamente riscontrabili in un bravo sacerdote ( vedi questo post).Per quanto invece riguarda il reperimento di fondi da donatori esteri rimangono sempre valide queste nostre passate  riflessioni ( clicca qui).

lunedì 3 luglio 2017

Inizia la missione del nuovo nunzio

L'accoglienza di mons. Józwowicz, da parte dei vescovi rwandesi
Mons. Andrzej Józwowicz, nominato nel marzo scorso da papa Francesco  nuovo nunzio in Rwanda, è arrivato a Kigali nella serata del 28 giugno, accolto all’aeroporto di Kanombe dal presidente della Conferenza episcopale rwandese, mons Philippe Rukamba, vescovo di Butare, accompagnato dai vescovi di Kabgayi, Kibungo e dall’arcivescovo di Kigali. Con l'arrivo di mons. Józwowicz ed espletati gli adempimenti formali di presentazione e a accettazione delle credenziali da parte delle autorità, la nunziatura in Rwanda torna ad avere un suo preposto, dopo che il precedente nunzio, mons. Luciano Russo, aveva lasciata vacante la sede nel luglio scorso, essendo stato chiamato a reggere le nunziature di Algeria e Tunisia, con sede ad Algeri. In questo periodo l’operatività della nunziatura è stata assicurata dal segretario,  il lettone don  Antons Prikulis.
Mons. Andrzej Józwowicz è nato a Boćki (Polonia) il 14 gennaio 1965.È stato ordinato sacerdote il 24 maggio 1990 e incardinato a Łowicz. È laureato in Utroque Iure. Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1997, ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Mozambico, Thailandia, Ungheria, Siria, Iran, Russia. Conosce l’italiano, l’inglese, il francese, il russo, il portoghese.
Ha ricevuto l'ordinazione episcopale il 27  maggio scorso nella Cattedrale di Lowicz  in Polonia, in una cerimonia  presieduta dal segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

venerdì 5 maggio 2017

Su Civiltà Cattolica un gesuita rwandese fa memoria ( un po' di parte) del genocidio

Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica appare un articolo del gesuita rwandese Marcel Uwineza dal titolo Fare memoria del genocidio in Rwanda-Una testimonianza, di cui qui di seguito riportiamo l’abstract reso disponibile dalla stessa rivista dei gesuiti.
“«Ogni ferita lascia una cicatrice, e ogni cicatrice parla di una storia: ci ricorda che siamo vivi». Mai come oggi è necessaria la saggezza di questo detto ruandese, soprattutto per quanto riguarda la tragica storia del Rwanda, che ha portato al genocidio perpetrato contro i tutsi e alle cicatrici che ha prodotto in tutto il Paese.
 Il genocidio del 1994 si radicava nelle divisioni «etniche» tra gli hutu, i tutsi e i twa, che si erano intensificate nell’epoca coloniale (1890-1962) fino a sfociare in una conclusione atroce. Il genocidio è stato infatti il culmine di un’esclusione etnica di lunga data. Durante il genocidio — che si è perpetrato nell’arco di circa tre mesi, a partire dall’aprile di quell’anno — sono stati uccisi quasi un milione di tutsi e di hutu moderati, ossia coloro che si sono opposti alla pulizia etnica. Alla fine il Paese era in rovina: cadaveri dappertutto, innumerevoli le vedove, gli orfani e i rifugiati. Ogni ruandese è rimasto ferito, quale che fosse la sua appartenenza «etnica», sebbene le ferite siano state di diversa gravità. I ruandesi non devono lasciarsi sopraffare dalle memorie non riconciliate, nemmeno in teologia, ma piuttosto devono aver fede in esse e con esse parlare di Dio. Ricordare significa esserci, ma anche agire e continuare ad agire per costruire una società in cui queste operazioni mostruose siano impensabili. La memoria svolge infatti varie funzioni importanti. In primo luogo, ci spinge ad andare avanti e a stabilire forti legami tra ricordi e verità, perché le memorie selettive o false possono diventare in futuro ideologie oppressive. In secondo luogo, l’appropriazione critica della memoria consente all’umanità di non perdere ciò a cui la maggior parte delle persone tiene di più in assoluto: la dignità della persona umana sostenuta dall’amore del prossimo, perfino quando dimostra di essere un nemico. In terzo luogo, la memoria rafforza la fede della gente nell’andare avanti nonostante sofferenze insensate. In quarto luogo, la memoria ci aiuta a tenere presente il fatto che tutti cadiamo e abbiamo bisogno di perdono. In quinto luogo, rifiutare i ricordi di ciò che abbiamo fatto o di ciò che altri hanno fatto a noi equivale in pratica a rifiutare la nostra vera identità. Infine, la memoria della sofferenza conduce alla solidarietà. Ci sono dunque tanti elementi per poter affermare che la memoria è di importanza decisiva per il futuro del Rwanda: si tratta anche di un imperativo teologico. Cosa sta facendo la Chiesa ruandese in tale direzione?”
Leggendo l’intero articolo, ci si imbatte in una testimonianza che ripercorre l’angosciante esperienza personale del pastore che nel genocidio ha perso parte dei suoi familiari e che arriva  a perdonare, in un incontro drammaticamente travagliato, uno degli assassini dei suoi fratelli e di sua sorella. Ricorda tutto l’orrore di quei cento giorni che hanno lasciato tanti cadaveri sulle strade rwandesi e ora “ossa inaridite” che ancora oggi si incontrano nei vari memoriali del genocidio di cui è costellato il paese. Eppure nella drammaticità della testimonianza di quella che può essere definita una riconciliazione personale,  si fatica a cogliere nell'articolo una convinta e partecipata apertura a una riconciliazione più ampia, che coinvolga la  comunità rwandese nella sua interezza, vincitori e vinti, vittime e carnefici, governanti e governati.

domenica 23 aprile 2017

Quella lettera pastorale di mons Perraudin del febbraio 1959

La lettera che mons.  André Perraudin,Vicario apostolico di Kabgayi, inviò nella quaresima del 1959 ai fedeli dela propria diocesi occupa indubbiamente un posto di rilievo nella storia del Rwanda. Siamo alla vigilia di passaggi storici fondamentali: dalla fine dell'epoca coloniale alla dichiarazione dell'indipendenza, dall'abolizione della monarchia e alla proclamazione della repubblica. A quella lettera molti fanno risalire grandi responsabilità circa l'innesco dei conflitti interetnici che sono poi sfociati nella guerra civile del 199o-94 e alla sua tragica conclusione.  La recente visita delpresidente Kagame al Papa, che ha riacceso i riflettori sulla storia della Chiesa rwandese e sui suoi uomini, ha portato più di un osservatore a soffermarsi  sul ruolo ricoperto  da mons.  Perraudin, al quale, non più tardi di qualche giorno fa, l'organo filogovernatico The New Times  dedicava un articolo, a firma dello storico Tom Ndahiro, dal  titolo  "L'Arcivescovo Perraudin: "L'uomo di Dio" che ha piantato il seme dell'odio come fosse carità cristiana", che non lascia pochi dubbi interpretativi. Lasciamo volentieri agli storici, professionali e non di parte, pervenire a un giudizio storico equilibrato sul ruolo della Chiesa e dei suoi uomini, compreso mons. Perraudin, nella complessa storia del Rwanda. Qui vorremmo limitarci a proporre una lettura della famosa lettera, al cui proposito L'Osservatore romano del 19 maggio 1999 così scriveva: Le accuse a mons. Perraudin sono ancora più inverosimili. La sua lettera pastorale dell'11 febbraio 1959 ("dell'odio" secondo gli accusatori) è in realtà una lettera che domanda giustizia e carità. In essa si legge: "Nel nostro Ruanda le differenze e disuguaglianze sociali sono in gran parte legate alle differenze di razza, nel senso che le ricchezze, il potere politico e anche giudiziario sono in realtà – in proporzione considerevole – nelle mani della gente di una stessa razza". Egli additava cioè il problema dell'emarginazione sociale subita dalla popolazione di etnia hutu che costituiva la maggioranza. Egli aggiunge che "questo stato di cose è l'eredità di un passato che non dobbiamo giudicare"; nello stesso tempo egli domanda che siano assicurati "a tutti gli abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi gli stessi diritti fondamentali". Risulta chiaro che la propaganda politica con­tro il vescovo e i missionari cerca di far ricadere sulla chiesa (e come una colpa) l'opera di "politicizzazione degli hutu" (circa l'85% della popolazione) che avrebbe portato al crollo della monarchia tutsi (circa il 12%) al tempo dell'indipendenza, alla loro estromissione dal potere fino al 1994 e al genocidio.
"Super omnia Caritas" era il titolo della lettera che si articolava in una prima parte dedicata appunto alla carità nella vita del cristiano  e in una seconda in cui il presule analizzava la situazione del paese di  quel lontano 1959. Qui, mons. Perraudin evidenziavano le numerose criticità di ordine sociale e politico che caratterizzavano il paese, spingendosi a suggerire i criteri attraverso i quali "le istituzioni di un paese siano in grado di fornire realmente a tutti i suoi abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi, gli stessi diritti fondamentali e le pari opportunità di sviluppo umano  e di  partecipazione alla vita pubblica". L'analisi della situazione rwandese e le conseguenti proposte traggono  ispirazione dal complesso dei principi della dottrina sociale della Chiesa, che trovano qui una loro corretta  declinazione, per certi versi anticipatrice di future acquisizioni del magistero, si pensi alla Popolorum progessio, che verrà qualche anno dopo. Riproponiamo qui di seguito, in una nostra traduzione, questa seconda parte in cui ognuno potrà serenamente valutare la fondatezza delle accuse mosse al prelato, con riferimento specifico ai contenuti della lettera e non alla loro eventuale strumentalizzazione. 
Applicazioni alla situazione del paese.
Ci sono anche nel nostro amato Rwanda,

lunedì 20 marzo 2017

Il presidente Kagame in udienza da papa Francesco

Il Papa e il presidente Paul Kagame ( L'Osservatore romano)
Il Presidente della Repubblica di Rwanda, Paul Kagame, è stato ricevuto oggi in udienza da Papa Francesco. Come riferisce un comunicato della Sala stampa della Santa Sede, successivamente, il Presidente ha incontrato il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, il quale era accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati,  mons. Paul Richard Gallagher.
Durante i cordiali colloqui sono state ricordate le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e il Rwanda. Si è apprezzato il notevole cammino di ripresa per la
stabilizzazione sociale, politica ed economica del Paese. È stata rilevata la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa locale nell'opera di riconciliazione nazionale e di consolidamento della pace a beneficio dell’intera Nazione. In tale contesto il Papa ha manifestato il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i Tutsi, ha espresso solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti e, in linea con il gesto compiuto da San Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000, ha rinnovato l'implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all'odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica. Il Papa ha altresì auspicato che tale umile riconoscimento delle mancanze commesse in quella circostanza, le quali, purtroppo, hanno deturpato il volto della Chiesa, contribuisca, anche alla luce del recente Anno Santo della Misericordia e del Comunicato pubblicato dall'Episcopato rwandese in occasione della sua chiusura, a “purificare la memoria” e a promuovere con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace, testimoniando che è concretamente possibile vivere e lavorare insieme quando si pone al centro la dignità della persona umana e il bene comune.
Infine, c’è stato uno scambio di vedute sulla situazione politica e sociale regionale, con attenzione ad alcune aree colpite da conflitti o calamità naturali ed è stata espressa una particolare preoccupazione per il grande numero di rifugiati e di migranti bisognosi dell’assistenza e del sostegno della Comunità internazionale e degli organismi regionali. 
Il presidente Kagame, sul suo profilo Twitter, ha così commentato l'incontro:«Gran giornata e grande incontro con Papa Francesco. Un nuovo capitolo nelle relazioni tra Rwanda e Chiesa cattolica e Santa Sede! La capacità di riconoscere e chiedere perdono per gli errori in circostanze del genere – prosegue Kagame – è un atto di coraggio e di alta statura morale tipica di Papa Francesco. Grazie a questo saremmo tutti migliori». 

Nominato il nuovo nunzio apostolico in Rwanda

Il Santo Padre Francesco ha nominato sabato 18 marzo  Nunzio Apostolico in Rwanda Mons. Andrzej Józwowicz, Consigliere di Nunziatura, elevandolo in pari tempo alla sede titolare di Lauriaco, con dignità di Arcivescovo.
Mons. Andrzej Józwowicz è nato a Boćki (Polonia) il 14 gennaio 1965.È stato ordinato sacerdote il 24 maggio 1990 e incardinato a Łowicz.È laureato in Utroque Iure.
Mons.Andrzej Józwowicz
Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1997, ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Mozambico, Thailandia, Ungheria, Siria, Iran, Russia. Conosce l’italiano, l’inglese, il francese, il russo, il portoghese.
Il nuovo nunzio prende il posto di mons. Luciano Russo che aveva lasciato il Rwanda lo scorso giugno per assumere la responsabilità della nunziatura in Algeria e Tunisia.
Al nuovo Nunzio un cordiale augurio per l'impegnativa missione in terra rwandese.

giovedì 24 novembre 2016

Scuse dei vescovi insufficienti, per il governo rwandese servono quelle del Vaticano

Sono trascorsi solo tre giorni dalla lettera di scuse dei vescovi rwandesi per le colpe che singoli componenti della Chiesa abbiano potuto commettere nell'ambito del genocidio, e ieri è arrivata, abbastanza prevedibile, la reazione ufficiale del Governo. In un comunicato ufficiale,  il governo, dopo aver sottolineato " la profonda inadeguatezza" della presa di posizione dei vescovi rwandesi, che evidenzia come "la Chiesa cattolica sia ancora lontana da una resa dei conti completa e onesta con le sue responsabilità morali e legali", chiede esplicitamente "le scuse da parte del Vaticano, come è accaduto più volte con altri casi di minore entità". Non piace, in particolare, al governo rwandese che " i vescovi sembrino escludere qualsiasi colpa della Chiesa cattolica nel suo complesso in relazione al genocidio" quando "ogni ricostruzione storica contraddice questa affermazione di divisione". Il documento del governo deplora altresì "che alcuni sacerdoti si siano apparentemente rifiutati di leggere il messaggio dei vescovi ai fedeli come previsto, dissociandosi quindi anche da questo  debole espressione di rammarico". Rimane il parziale apprezzamento per "la presa di posizione dei vescovi sull'importanza della lotta contro l’ideologia del genocidio" cui si aggiunge l'assicurazione che le autorità "continueranno a impegnarsi in un dialogo aperto e franco con dirigenti della Chiesa con l’intento di  incoraggiare la Chiesa cattolica ad affrontare il proprio passato, senza scuse o  paura, proprio come hanno fatto  gli stessi rwandesi negli ultimi ventidue anni".

lunedì 21 novembre 2016

La Chiesa rwandese chiede perdono per il genocidio

 In una lettera emanata a conclusione dell'anno del 'Giubileo della Misericordia di Dio'  ( al momento disponibile solo in Kinyarwanda) e letta ieri a conclusione delle messe festive nelle chiese rwandesi, i vescovi cattolici delle nove diocesi del Rwanda hanno chiesto perdono per il ruolo che la Chiesa ha potuto avere nel genocidio del 1994.  Come ha spiegato all'agenzia Fides il  Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Philippe Rukamba, Vescovo di Butare,“la lettera è divisa in 14 punti. Nella prima parte ringraziamo Dio per tutto quello che ci ha donato, la vita, i figli, la cultura, la Chiesa che ha più di 100 anni. Nella seconda parte chiediamo perdono per il genocidio come individui, perché non è la Chiesa in quanto tale che ha commesso questi crimini, ma sono i suoi figli che hanno peccato. Si condanna anche l’ideologia del genocidio che è stato un elemento importante nel scatenare la tragedia che comportato la distruzione di così tante vite e del tessuto sociale del nostro Paese”.
Nella lettera, che fa seguito al mea culpa che nel 2000, in occasione del centenario di fondazione della chiesa rwandese, i vescovi avevano già formulato in maniera meno esplicita, si può leggere, secondo quanto riferito dalle agenzie internazionali," Ci scusiamo a nome di tutti i cristiani per tutte le forme di torti che abbiamo commesso. Ci dispiace che i membri della Chiesa abbiano violato il loro giuramento di fedeltà ai comandamenti di Dio". I Vescovi hanno anche ufficialmente condannato l’ideologia del genocidio, ricordando, peraltro, come appena un mese dopo l’inizio del genocidio, Papa Giovanni Paolo II sia stato il primo, a livello mondiale, a condannare ufficialmente le atrocità in atto, bollandole esplicitamente come un genocidio, e a invocare per i responsabili il giudizio di Dio e della storia.Nella lettera, i Vescovi hanno chiesto perdono per l’odio diffuso nel paese, “fino al punto di odiare anche i nostri confratelli a causa della loro appartenenza etnica e di non aver dato dimostrazione di essere una sola famiglia, uccidendoci invece  a vicenda." E ancora, " ci scusiamo per tutte le guerre che si sono verificate in questo paese. Perdonaci per i crimini commessi da sacerdoti e suore e dalla leadership della chiesa che hanno promosso divisionismo etnico e odio, ".Questo passo della Chiesa, che nel lacerante periodo della guerra civile piange, a sua volta, ben 248 vittime tra il personale ecclesiastico, ivi compresi tre vescovi, è stato accolto favorevolmente dalle autorità che da tempo, praticamente dall’indomani della conclusione della guerra civile,  hanno più volte invocato  un simile gesto

domenica 31 luglio 2016

Il Rwanda alla Giornata mondiale della Gioventù-GMG


Dalla Giornata mondiale della gioventù-GMG ci giunge il saluto dall'abbé Silas Nteziryayo, vicario della parrocchia di Rwamiko, che insieme a una delegazione di giovani rwandesi ha presenziato alla manifestazione.

venerdì 22 luglio 2016

I vescovi rwandesi salutano mons. Russo che lascia la Nunziatura di Kigali

Mons. Luciano Russo con i vescovi rwandesi
Il Nunzio Apostolico, mons. Luciano Russo, domenica lascia il Rwanda per assumere la nuova missione di Nunzio in Algeria e Tunisia.I vescovi rwandesi  gli hanno reso visita il 12 luglio per un saluto di commiato.E' toccato a  Mons Philippe Rukamba, Vescovo di Butare e Presidente della Conferenza Episcopale del Rwanda, ricordare gli intensi quattro anni  (dal 23 Marzo 2012), in cui mons. Russo ha svolto la sua missione vicino al popolo rwandese, in generale, e alla chiesa cattolica in particolare. Questa vicinanza è stata caratterizzata principalmente dalla nomina di tre nuovi vescovi (Mons Antoine Kambanda a Kibungo, Mons. Celestin Hakizimana a Gikongoro e l'Arcivescovo Anaclet Mwumvaneza a Nyundo) chiamati a ricoprire altrettante sedi vacanti, dalle visite nelle diocesi, parrocchie e comunità religiose, dalle partecipazioni a celebrazioni ecclesiali e a manifestazioni pubbliche, nonchè alla celebrazione dei 50 anni di relazioni diplomatiche tra il Vaticano e il Rwanda. Senza dimenticare l'organizzazione della visita ad limina e il lancio del Giubileo per i 100 anni del sacerdozio in Rwanda. 
Il presidente del CEPR ha quindi augurato un buon lavoro per la nuova missione in Algeria e Tunisia, assicurando che sarà accompagnato dalle preghiere dell'intero episcopato rwnadese che in questi anni ha potuto apprezzare un confratello nell'episcopato  " pieno di umanità, disponibile, semplice e che ha sempre operato, secondo il suo motto, con 'Sapientia et Prudentia'. " 
Rispondendo all'indirizzo di   Mons Philippe Rukamba,  mons. Russo, dopo aver ringraziato tutti i Pastori della Chiesa in Rwanda, in rappresentanza di tutte le diocesi, i sacerdoti e cristiani così come religiosi, ha espresso la propria gioia di aver conosciuto il Rwanda e servito il popolo di Dio nel paese della Vergine di Kibeho. Affrontando la nuova missione a cui è stato chiamato, ha sottolineato come  non dimenticherà il Rwanda e la sua gente con cui ha condiviso momenti intensi. Infine, ha chiesto le preghiere di tutti perché possa  continuare a contribuire al buon funzionamento della Chiesa di Dio nei paesi di Algeria e Tunisia. Paesi non facili, finora privi di Nunzio , dove, da subito, sarà chiamato a individuare nuovi Pastori per due delle quattro diocesi, tra cui l’Arcidiocesi di Algeri, prive di vescovi. 
A mons. Russo, che ha sempre seguito con simpatia l'opera dell'Ass. Kwizera in Rwanda, va il nostro sentito grazie per la vicinanza riservataci e l'augurio di buon lavoro nella nuova impegnativa missione.

venerdì 24 giugno 2016

Mons. Russo nuovo Nunzio in Algeria e Tunisia

Il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede ha dato notizia, nei giorni scorsi, che il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Algeria e Tunisia, con sede ad Algeri,  S.E. mons. Luciano Russo,  Arcivescovo titolare di Monteverde, finora Nunzio in Rwanda, dove era arrivato nel 2012.
Al momento non si conosce ancora il nome del nuovo responsabile della Nunziatura in Rwanda. 

lunedì 30 maggio 2016

Solite accuse alla Chiesa rwandese: solo voglia di giustizia o c’è altro?

Come rondini a primavera, ogni anno,  puntualmente in questo periodo compare sulla stampa rwandese il j’accuse contro la Chiesa cattolica per il ruolo recitato durante i cento giorni del 1994.Questa volta è toccato al giornalista rwandese ma attivo in Gran Bretagna, Vincent Gasana, cimentarsi, in un articolo sull’edizione odierna de The New Times. L'esercizio  è sempre il solito: accusare la Chiesa cattolica rwandese, e solo quella e non anche le confessioni protestanti, di tutti i peggiori misfatti possibili nella storia repubblicana del paese, a partire dalla fine della monarchia, con il culmine della partecipazione di suoi sacerdoti e suore nei massacri della primavera del 1994.
Secondo l’autore, la Chiesa cattolica rwandese, ma anche il Vaticano, continuano a  rifiutarsi di ammettere le proprie colpe e chiedere conseguentemente perdono rifugiandosi dietro “la foglia di fico” che “non può essere ritenuta responsabile per i crimini di singoli membri del suo clero”. Mentre in realtà “la Chiesa è stata- secondo l’autore-  l'istituzione più dominante nel paese, onnipresente in ogni aspetto della vita ruandese” che ha “ esercitato potere e influenza” lavorando  “a braccetto dello stato”.
Ecco, forse la chiave di lettura di questo periodico appello alla Chiesa, perché ammetta le proprie colpe e al Papa perché vada in Rwanda a chiedere perdono, (vedi vecchio post) non è tanto la  giusta sete di giustizia, che dovrebbe essere appagata dai processi e dalle conseguenti condanne dei religiosi e delle religiose, tutti conosciuti e quindi perseguibili, che si sono personalmente macchiati di orrendi delitti ( analoghi processi andrebbero, peraltro, riservati ai vincitori della guerra civile autori dei  delitti, trattati sbrigativamente dal giornalista, perpretati contro popolazione civile e religiosi, compresi tre vescovi) quanto piuttosto demolire il ruolo e “l’influenza” della Chiesa nella società rwandese.
Nella storia dell’Occidente abbiamo assistito alla secolare contrapposizione della Chiesa e delle realtà statuali maldisposte a vedere insidiato il loro potere assoluto dalla presenza di soggetti, come la Chiesa appunto, portatori di valori morali aventi una qualche ascendenza sulle popolazioni civili. Da qui il tentativo di molti governanti di riportare sotto il cappello dell’autorità civile anche l’autorità morale, di cui le cosiddette Chiese nazionali ( specie in campo protestante) sono un esempio. La tentazione per l’autorità politica, specie quella di paesi privi di una consolidata tradizione democratica alle spalle, di ricondurre sotto la propria ala anche l’istituzione religiosa è molto forte: ne è un esempio quello che succede in Cina dove avrebbe diritto di cittadinanza la solo “Associazione patriottica cattolica cinese”, strettamente sottoposta all’autorità governativa e completamente sganciata dal Papa.Anche a Singapore, riconosciuto modello per il Rwanda, la libertà di religione è limitata dalla Legge per l'Armonia Religiosa che consente al governo di mettere al bando i culti ritenuti divisivi e capaci di creare conflitti.
Quando si intima alla Chiesa rwandese di chiedere  perdono riconoscendo sue presunte colpe, è solo sete di giustizia o forse  si intende innescare un processo il cui sbocco ultimo sia l'istituzione di una Chiesa nazionale rwandese, riprendendo antichi progetti,  forse mai definitivamente riposti?