"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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venerdì 24 novembre 2023

L'immigrazione tra arrivi regolamentati ed irregolari alla luce del Decreto flussi

Il 27 settembre scorso è stato emanato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri "Programmazione dei flussi d'ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2023-2025". Alla luce di questo provvedimento saranno ammessi in Italia complessivamente 452 mila cittadini stranieri, per motivi di lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo, così suddivisi:136.000 cittadini stranieri per l'anno 2023; 151.000 cittadini stranieri per l'anno 2024; 165.000 cittadini stranieri per l'anno 2025.                                         Con questo provvedimento si dà attuazione ai famosi canali d’entrata regolari, come da tempo auspicato dalle varie componenti impegnate sul fronte migratorio, dalle Ong al mondo del volontariato ecclesiale fino alle cooperative di vario orientamento politico. Va detto che il provvedimento non ha raccolto, sino ad oggi, in questo specifico mondo gli apprezzamenti che ci si poteva aspettare dai fautori di una simile misura. A questo punto sarà molto interessante verificare come all'entrata in vigore del provvedimento e all'arrivo dei primi migranti regolari reagiranno i fautori di un’immigrazione senza regole. In assenza di ogni sorta di alibi per sostenere l’immigrazione gestita dagli scafisti, si rassegnerà il variegato mondo che ruota attorno alla gestione dell’immigrazione irregolare a riconoscere la bontà della scelta governativa, abdicando al ruolo di soli paladini dei migranti? Di più, qualora il Governo dovesse stabilire che il numero degli ingressi regolamentati sia quello che fisiologicamente l’Italia è in grado di gestire per garantire efficaci processi di accoglienza  di integrazione per i nuovi arrivati, potrebbero seguire ulteriori provvedimenti governativi. In particolare, potrebbe verificarsi che le autorità possano stabilire che quello contenuto nel Decreto sia annualmente il numero massimo di ingressi, regolamentati ed irregolari, ammessi e  decidesse conseguentemente di correlare l’intero numero degli ingressi programmati nel Decreto  a quello dei flussi irregolari, andando conseguentemente a diminuire il numero degli arrivi programmati del numero degli arrivi irregolari. Si vedrà allora se ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di sostenere che un migrante irregolare possa sottrarre il diritto ad altri migranti di entrare regolarmente in Italia. Naturalmente queste nostre osservazioni si dovrebbero applicare ai soli migranti economici, con esclusione di tutte le persone aventi i requisiti per avvalersi degli istituti di protezione internazionale vigenti. 

venerdì 10 novembre 2023

Il modello Rwanda funziona anche nella gestione dei rifugiati

Nel momento in cui in Italia si dibatte sull'accordo Italia-Albania sulla gestione dei migranti ed alla vigilia, la prossima settimana, della pronuncia della Suprema Corte britannica sull'accordo Gran Bretagna-Rwanda sulla stessa materia, arriva un comunicato  dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che fa giustizia di tante critiche che tali provvedimenti hanno suscitato, soprattutto con riferimento al ruolo del Rwanda nella gestione dei rifugiati. Infatti, il richiamato comunicato si premura di illustrare quanto fatto in materia dal Rwanda negli ultimi anni, ricordando come con la partenza, l'otto novembre scorso,  di 13 rifugiati su un volo per Toronto, Canada,  ammontano a 30.000 i rifugiati che a partire dal 2010, con l'assistenza dell'OIM, sono stati reinsediati in altri Paesi.  La partenza più recente segna un traguardo fondamentale per l’Organizzazione e riconferma l'impegno della stessa a trovare soluzioni durevoli per i rifugiati e le persone bisognose di protezione internazionale. Durante tutto il programma di reinsediamento, l’Organizzazione facilita i colloqui da parte dei Paesi di reinsediamento, le valutazioni sanitarie, lo screening e il rinvio, nel corso del 2023culturale prima della partenza, nonché il trasporto e l’accoglienza sicuri nel Paese di destinazione finale. Ciò consente all’OIM di prendersi cura dei migranti e dei rifugiati durante tutto il loro viaggio mentre ricominciano la loro vita nella loro nuova casa. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR),  al 30 settembre 2023 il Rwanda ospita  oltre 135.000 rifugiati e richiedenti asilo . Quando altre soluzioni per i rifugiati sono irraggiungibili, il reinsediamento può essere l’unica opzione fattibile per fornire una protezione efficace e soddisfare le esigenze bisogni dei rifugiati i cui diritti fondamentali sono gravemente a rischio. Per soddisfare questa enorme esigenza, l’OIM continua a crescere in portata e complessità in Rwanda. Finora, nel corso del 2023,  oltre 6.600 persone hanno ricevuto assistenza per il reinsediamento. Tra le persone reinsediate ci sono 1.288 persone che erano state inizialmente evacuate dalla Libia al Rwanda, attraverso il meccanismo di transito di emergenza (ETM).Soluzioni durevoli come il reinsediamento aiutano a facilitare percorsi migratori regolari per migranti e rifugiati in linea con l’obiettivo 10.7 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile “facilitare la migrazione e la mobilità ordinata, sicura e responsabile delle persone” e l’obiettivo cinque del Global Compact for Safe , Migrazione ordinata e regolare .

martedì 13 giugno 2023

In accordo con l l'UNHCR, arrivati in Rwanda 134 rifugiati dalla Libia

Sono arrivati ieri all’aeroporto di Kigali, 134 rifugiati e richiedenti asilo, provenienti dalla Libia nell’ambito dell’accordo tra il governo del Rwanda, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l'Unione Africana.Firmato per la prima volta nel 2019 e successivamente rinnovato nel 2021, l'accordo ha portato alla creazione di un Meccanismo di Transito di Emergenza (ETM) che fornisce protezione, assistenza e soluzioni a lungo termine ai rifugiati vulnerabili e ai richiedenti asilo che si trovano intrappolati in Libia. L’ultimo arrivato è il 14esimo gruppo accolto nel Paese dall'inizio dell'evacuazione nel 2019 per un totale di oltre 1.600 persone. Secondo il ministero responsabile della gestione delle emergenze , l'ultimo gruppo comprende eritrei (64), sudanesi (35), somali (15), etiopi (17), due camerunesi e un maliano. Saranno alloggiati nel centro di transito di Gashora nel distretto di Bugesera. Da qui potranno trasferirsi in paesi terzi, ritornare nei paesi d'origine oppure optare per rimanere in Rwanda come cittadini. La validità dell’accordo trova conferma in una recente dichiarazione  rilasciata al The New Times in aprile, dalla portavoce dell'UNHCR Rwanda, Lilly Carlisle, che ha espresso il desiderio dell'agenzia di estendere l'accordo in scadenza nel dicembre 2023.

sabato 11 marzo 2023

Il card. Kambanda interviene sui migranti inviati in Rwanda dalla Gran Bretagna

Dall'intervista rilasciata dal card. Antoine Kambanda, Arcivescovo di Kigali, rilasciata all'Agenzia Fides, riprendiamo questo passaggio relativo al problema migratorio ed in particolare al ruolo del Rwanda chiamato ad accoglire migranti respinti da altri Paesi.

D) Come è vista in Rwanda la politica di alcuni Stati, come ad esempio la Gran Bretagna, di deportare nel vostro Paese i richiedenti asilo?

CARDINALE KAMBANDA: Il Rwanda è molto sensibile al problema dei profughi e dei migranti anche perché abbiamo dei dirigenti che sono stati profughi e sanno cosa significa. Hanno quindi simpatia nei confronti dei richiedenti asilo. Tutto è cominciato quando sono emersi in Libia i casi dei migranti tenuti in ostaggio dai gruppi criminali costringendoli a chiedere denaro ai propri familiari per essere liberati. Queste persone nella speranza di giungere in Europa si mettono nelle mani di veri e propri clan mafiosi che spesso abusano di loro. Questo problema è stato sollevato in una riunione dei Capi di Stato dell’Unione Africana che si sono detti “è una vergogna. Questi sono i nostri figli. Cosa facciamo?”. Il Rwanda si è detto disponibile ad accoglierli in collaborazione con l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. Spesso sono giovani onesti che hanno una formazione professionale. Una volta giunti in Rwanda vengono presentati a Paesi che hanno bisogno di manodopera (Canada, Norvegia, Svezia, Danimarca e altri) dove vengono accolti con un contratto di lavoro. Circa tre quarti dei migranti provenienti dalla Libia sono partiti per i loro nuovi Paesi d’accoglienza. La Gran Bretagna vuole probabilmente collegarsi a questo meccanismo già in opera. Quello che importante è contrastare i gruppi criminali che gestiscono le migrazioni clandestine, creando canali regolari per chi vuole farsi una vita all’estero. (L.M.) (Agenzia Fides 10/3/2023)

venerdì 10 febbraio 2023

L'UE sostiene l'accordo UNHCR-Rwanda per il reinsediamento dei rifugiati dei campi libici

L'Unione Europea ha stanziato 22 milioni di euro  per il sostegno ai rifugiati e ai richiedenti asilo libici ospitati in Rwanda, presso il centro ETM (Emergency Transit Mechanism), istituito a suo tempo in base ad  un accordo tripartito firmato tra il governo del Rwanda, l'Unione Africana e l'UNHCR. Il centro può ospitare un totale di 700 rifugiati contemporaneamente. Secondo Aissatou Ndiaye, rappresentante nazionale dell'UNHCR, il finanziamento consente all'organizzazione di fornire una serie di servizi tra cui alloggio, accesso alla salute, supporto psicosociale e formazione sui mezzi di sussistenza per gli sfollati durante l'elaborazione dei loro documenti per il reinsediamento in paesi terzi. Nei prossimi anni, si ipotizza di supportare circa 3.000 persone in più. Per L'ambasciatrice UE in Rwanda, Belén Calvo Uyarra "L'ETM in Rwuanda è un'iniziativa salvavita cruciale per evacuare le persone che affrontano gravi minacce e condizioni disumane in Libia verso la sicurezza in Rwanda. È un esempio significativo di solidarietà africana”. "Il finanziamento aggiuntivo per i prossimi quattro anni è una testimonianza del successo che questa iniziativa ha ottenuto nella fase iniziale", ha aggiunto. Quest'ultima tornata di finanziamenti si basa su un precedente pacchetto di sostegno di 12,5 milioni di euro tra il 2019 e aprile 2022. Sono 1.453 rifugiati giunti in Rwanda attraverso 12 voli di evacuazione dalla Libia dal settembre 2019; di questi, 919  sono partiti per Paesi terzi per il reinsediamento e altri percorsi legali complementari, per la maggior parte verso Canada, Francia, Norvegia, Svezia.

martedì 2 agosto 2022

Dall'assemblea della SECAM un appello dei Vescovi africani sulle migrazioni

Riportiamo la parte relativa alle migrazioni del Messaggio rilasciato dalla XIX Assemblea Plenaria delle Conferenze Episcopali dell'Africa e del Madagascar (SECAM), tenutasi ad Accra in Ghana, dal 25 luglio all'1 agosto. 

Esortiamo i leader e i decisori socio-politici a mettere in atto le strutture e le condizioni che scoraggino la migrazione irregolare: buon governo, opportunità di lavoro, sicurezza multiforme, inclusione politica e sociale, promozione della giustizia sociale. Esortiamo i paesi di transito e di accoglienza a rispettare i diritti e la dignità umana dei migranti.

A tutti coloro che sono intenzionati a migrare, in particolare ai giovani che cercano di esercitare il loro diritto a migrare, esortiamo a farlo in un modo che sia accettabile dal punto di vista amministrativo e con la piena consapevolezza delle sfide che li attendono. Incoraggiamo i nostri giovani a non perdere la speranza e ad aggrapparsi a Dio attraverso una vita di santità.

Esortiamo le comunità cristiane a sviluppare una pastorale attiva per le migrazioni, che si articola in quattro fasi di azione: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. 

Desideriamo esprimere il nostro dolore nel vedere i nostri giovani lasciare i nostri paesi, sapendo che soffriranno e forse perderanno la vita e ci lamentiamo della nostra incapacità di impedire loro di partire.

Ci impegniamo ad adottare misure che incoraggino la loro libera scelta e quelle che li coinvolgano nella costruzione dei loro paesi.

venerdì 15 aprile 2022

Dodici cose da sapere sull’accordo Rwanda-UK sui migranti.

Ecco dodici cose da sapere sull’accordo che è stato firmato ieri a Kigali tra il Rwanda ed il Regno Unito che prevede il trasferimento in Rwanda, dove riceveranno l’assistenza necessaria e il vaglio dei requisiti per ottenere l’asilo in quanto profughi o rifugiati, dei migranti entrati illegalmente in Gran Bretagna. L’accordo denominato “Partenariato per la migrazione e lo sviluppo economico” ha suscitato non poche polemiche da parte delle opposizioni britanniche, di diverse Ong e dell’ONU che però, forse, dimentica come nel 2019 la sua agenzia UNHCR abbia sottoscritto un accordo dai contenuti molto simili che prevedeva che il Rwanda si facesse carico del reinsediamento dei migranti bloccati nei campi di detenzione in Libia (vedi qui).
Per conoscere meglio i contenuti dell’accordo riportiamo qui alcuni chiarimenti ripresi dalla stampa ruandese sulla base delle informazioni fornite da esponenti del governo.

venerdì 28 gennaio 2022

La ricetta di Kagame sulle migrazioni

Il presidente Paul Kagame, intervenendo nel  dibattito Talking Africa Europe sulla migrazione e la mobilità nei partenariati Africa-Europa, organizzato dalla Fondazione Africa-Europa in preparazione al prossimo vertice Unione Africana-Unione Europea,  ha fatto conoscere il suo pensiero sul fenomeno migratorio, anche alla luce della propria esperienza di giovane rifugiato.Secondo il presidente rwandese, c’è bisogno di nuove idee e azioni per arrivare a porre fine ai viaggi pericolosi che continuano a causare perdite di vite umane e ad arricchire la rete criminale che gestisce i traffici, dando risposte ai  diversi motivi, "alcuni giustificati, altri no” per cui gli africani migrano in Europa.Per cominciare,  un ampio accesso alle competenze e alle tecnologie digitali sarebbe  uno dei modi più strategici per modernizzare il dibattito sulla politica migratoria così da offrire ai giovani africani la possibilità di sfruttare la tecnologia disponibile per creare posti di lavoro e integrarsi nel mercato del lavoro europeo senza necessariamente migrare in altri Paesi. Infatti, “non è più necessario trasferirsi in Europa per partecipare direttamente al mercato del lavoro europeo. I giovani africani possono farlo dall'Africa con investimenti tecnologici privati ​​e pubblici che creano posti di lavoro". Nel complesso, ha aggiunto, "il nostro punto di partenza è che ogni giovane africano dovrebbe essere in grado di condurre una vita dignitosa, produttiva e sicura nel continente africano, sia nel proprio Paese d'origine che altrove in Africa".

sabato 4 dicembre 2021

Il card. R: Sarah: "Promuovere l'immigrazione è un errore"

Clicca qui per leggere
Riprendiamo da La Nuova Bussola Quotidiana di oggi uno stralcio dell’intervista rilasciata dal card. Robert Sarah al giornale online parigino Boulevard Voltaire, in occasione della pubblicazione del suo libro “Pour l’eternité” (Fayard 2021). Il card. Sarah interviene sul problema migratorio, dandone  una lettura, da grande uomo di Chiesa e illustre figlio dell'Africa, ben diversa da quella che se ne fa in Occidente, anche nel mondo ecclesiale e sui media cattolici. Una lettura del tutto in linea con quella che da anni porta avanti la Chiesa africana, riassunta in questa piccola rassegna che abbiamo rilasciato di recente (clicca qui).  
Ma ecco quanto detto dal card. Sarah.

"Promuovere l'immigrazione è un errore. C'è un triplice tradimento in Africa e Medio Oriente, perché vengono derubati della loro ricchezza, del loro potenziale di sviluppo, delle loro capacità intellettuali e delle loro braccia. In secondo luogo, non fermiamo i trafficanti di vite umane, i contrabbandieri che imbarcano centinaia e centinaia di persone e le annegano in mare: è un crimine. Quindi, a queste persone viene fatto credere che quando arrivano qui, hanno l'Eldorado e il paradiso in terra. Sono bloccati in un campo, non sono ben accolti e non hanno lavoro. Non puoi ricevere tutti in Occidente, quindi promuovere l'immigrazione è un'idea sbagliata. Spesso la Bibbia è usata per dire che Gesù Cristo emigrò in Egitto, ma Gesù Cristo emigrò perché era stato minacciato da Erode, poi tornò a casa. Il popolo ebraico è stato più volte esiliato in Mesopotamia, ma è tornato. Tutti sono felici a casa propria. Se davvero vogliamo aiutare queste persone, non è ricevendole in condizioni disumane. Piuttosto, aiutiamoli a svilupparsi da loro, ad essere felici a casa. Questo non è razzismo, vogliamo aiutarli a prosperare a casa. La Chiesa non ha i mezzi per accoglierli né i luoghi dove metterli, ma ci si sente bene a promuovere questo, è un'apertura, è un'accoglienza. Non sto criticando la politica della Chiesa, è un'opzione, ma questa opzione va pensata, considerata, valutata per vedere quale sia la migliore accoglienza che si può dare a questi estranei. Per me, dobbiamo contribuire allo sviluppo dei loro paesi e aiutarli a restarci. Se li accogliamo qui, sia in un numero capace di contribuire anche all'equilibrio sociale e culturale, essendo ricettivo alla cultura del luogo perché alcuni vengono qui, molti impongono la loro cultura, il loro modo di vivere e li lasciamo fare. Non ho lezioni da dare, ma la mia visione personale è che ognuno si realizzi nella propria casa in modo equilibrato, culturalmente, religiosamente, e così contribuisca a rendere felice il proprio Paese, il proprio continente. Nessuno sarà in grado di sviluppare l'Africa al posto degli africani. Certo, dobbiamo esercitare la carità, ma la Chiesa deve riflettere: la carità non consiste nel ridurre qualcuno all'elemosina, all'indegnità. Un uomo è degno quando si guadagna da vivere da solo. San Paolo diceva: «Ciascuno viva del pane che si è guadagnato con il suo lavoro». Non possiamo semplicemente addormentarti, prenderci cura di te gratuitamente, non è carità, è paternalismo. Questa immigrazione è come una seconda schiavitù, li accogliamo in nord Africa, li imbarchiamo così, pagano cara la morte in mare, arrivati ​​qui non hanno lavoro. Come vuoi promuovere la dignità di un uomo così? Bisogna pensarci, l'immigrazione è un fenomeno che è sempre esistito ma non come è oggi. Gli irlandesi emigrarono negli Stati Uniti, emigrarono anche gli italiani, ma portarono un contributo umano, professionale. Si guadagnavano da vivere, non li abbiamo mantenuti. Ci vuole più dialogo, più discussione per identificare il problema con molta onestà e molta verità, altrimenti è una nuova schiavitù quella che stiamo promuovendo."

Come per il passato, vediamo se anche questa volta i media cattolici italiani applicheranno una sottile censura clericale su questa significativa presa di posizione di un pastore africano.

venerdì 20 novembre 2020

Passa dal Rwanda il corridoio umanitario per svuotare i campi di prigionia in Libia

Sono sbarcati ieri all'aeroporto di Kigali 79 rifugiati e richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Si aggiungono agli altri già arrivati nei mesi scorsi  nell’ambito dell’accordo firmato a settembre del 2018 ad Addis Abeba in Etiopia, tra il governo ruandese, l'Unione africana e l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati-UNHCR. Alla luce di tale accordo, il Rwanda ha accettato di istituire un meccanismo di transito per ospitare fino a 500 rifugiati, richiedenti asilo e altre persone bisognose di protezione  che sono intrappolate in Libia. Finora, il Rwanda ha ospitato, in un centro di transito di emergenza (EMTC) a Gashora, nel distretto di Bugesera, 306 rifugiati e richiedenti asilo  di nazionalità diverse, principalmente provenienti dal Corno d’Africa: Somalia, Sudan ed Eritrea. Grazie al supporto dell'UNHCR che cura l'iter di  reinsediamento sulla base delle esigenze dei paesi ospitanti, già 129 rifugiati sono stati reinsediati in Paesi europei, fra i quali Francia, Svezia e Norvegia, ed in Canada che avevano manifestato, in sede di accordo, la disponibilità ad accogliere i rifugiati ospitati dal Rwanda. Non tutti i richiedenti asilo saranno però trasferiti in altri paesi, stante la disponibilità del Rwanda di integrare nelle comunità ruandesi parte di questi ospiti. Con questa operazione il Rwanda si conferma un modello da seguire anche quale corridoio umanitario. Un esempio che purtroppo non trova troppi imitatori in Europa, tanto da indurre il dubbio che troppi vogliano mantenere piene le carceri libiche, come una sorta di alibi per giustificare le partenze dei barconi come fuga da quei luoghi di tortura e sevizie.  Se tutti facessero la loro parte come il piccolo Rwanda, i luoghi di detenzione in Libia sarebbero svuotati in una settimana. Ma poi i cronisti dei lager libici di cosa scriverebbero?

venerdì 14 febbraio 2020

Piccola rassegna delle prese di posizione della Chiesa africana sulle migrazioni


La nostra piccola rassegna, riportante  le prese di posizione in materia di migrazioni di diverse conferenze episcopali e di vescovi africani, è stata rilanciata dal noto sito Stilum Curiae curato dal vaticanista Marco Tosatti, che ringraziamo. Molti dei pronunciamenti riportati sono conosciuti dai nostri quattro lettori, in quanto ripresi da nostri precedenti post; ad essi se ne sono aggiunti degli altri fino ad arrivare quasi a formare un coro. Come scrive Tosatti in sede di presentazione della rassegna "è interessante dare voce ai vescovi africani, che purtroppo ben poco risalto trovano non solo nella grande stampa, sostanzialmente schierata con le ONG e gli scafisti, oltre che con i recettori nostrani di carne umana, ma persino nei media cattolici".Sulla sistematica opera di oscuramento di queste voci scomode da parte di media cattolici,  abbiamo già parlato in passato, in occasione di uno dei primi pronunciamenti in materia da parte di un vescovo congolese, mons Djomo (clicca qui). Ancora oggi tale atteggiamento censorio non è cessato. Ne è conferma indiretta la reazione stizzita del noto giornalista di Avvenire, Nello Scavo, che, richiesto di parlare di questo coro di voci provenienti dalla Chiesa africana, ha così risposto su Twitter: "Continui a confondere i soccorsi con l'accoglienza (e viceversa). O per confermare le tue tesi e quelle dei vescovi antibergoglio dobbiamo sorvolare sulle torture in Libia? Ma forse a te non interessano gli africani, ma i Dubia.....
 Per leggere l'intera rassegna basta cliccare qui.

martedì 21 gennaio 2020

La Norvegia pronta ad accogliere fino a 600 rifugiati in transito in Rwanda

Il ministro Kallymr in visita a Gashora (The New Times)

Il ministro norvegese per la giustizia e l'immigrazione, Joran Kallymr, in visita in Rwanda ha confermato la volontà della Norvegia di rendersi disponibile ad accogliere fino a 600 rifugiati africani che il Rwanda ospiterà nel campo di transito di emergenza di Gashora. Come riferito in nostri precedenti post, il Rwanda ha aperto questa struttura, con il supporto dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati UNCHR, , fin dall’agosto 2019 per accogliere i richiedenti asilo provenienti dai campi di prigionia libici.Conversando con i giornalisti, come riferisce The NewTimes, Kallymr, pur non entrando nei particolari che non sono ancora stati definiti, ha comunque  chiarito quali saranno i criteri coi quali la Norvegia individuerà i richiedenti asilo da accogliere. Fermo restando che l’UNCHR dovrà  vagliare i requisiti degli aventi diritto, che saranno poi riscontrati dalle autorità norvegesi, all’interno di coloro che saranno riconosciuti come rifugiati, saranno innanzitutto privilegiate le famiglie, così da evitare future richieste di ricongiungimento familiare. Non saranno accettati migranti economici. Tale scelta discende dalla posizione della Norvegia in materia di immigrazione, riconfermata dal ministro quando sottolinea:“Ci sono circa 40.000 migranti in Libia e tutti vogliono venire in Europa. Non c'è alcuna possibilità che tutti vengano, perché stiamo elaborando il reinsediamento solo per coloro che sono veri rifugiati, che non possono tornare nei loro paesi di origine perché saranno perseguiti illegalmente e trattati in modo disumano ". Linea che può essere riassunta dal messaggio che l’Unione Europea dovrebbe, secondo il ministro Kallymr, far chiaramente pervenire agli aspiranti migranti: se volete venire in Europa l’unica via è quella che passa attraverso l'UNHCR e non certo per l’attraversamento illegale del Mediterraneo scontando tanti lutti e tanti maltrattamenti. L’iniziativa della Norvegia per reinsediare i profughi mira a condividere l'onere con il Rwanda, che va elogiato per  "aver cercato di risolvere i problemi africani sul suolo africano", ma suona anche come appello alle altre nazioni europee a fare la propria parte seguendo questo modello.

sabato 11 gennaio 2020

Passa dal Rwanda il reinsediamento dei profughi prigionieri nei campi libici

Dopo la Norvegia, anche  Francia e Svezia si sono impegnate ad accogliere un certo numero dei rifugiati africani attualmente ospitati in Rwanda, nell’ambito dell’accordo firmato a settembre ad Addis Abeba in Etiopia lo scorso anno,tra il governo, l'Unione africana e l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Alla luce di tale accordo, il Rwanda ha accettato di istituire un meccanismo di transito per ospitare fino a 500 rifugiati, richiedenti asilo e altre persone bisognose di protezione  che sono intrappolate in Libia. Finora, il Rwanda ha ospitato, in un centro di transito di emergenza (EMTC) nel distretto di Bugesera, 299 rifugiati e richiedenti asilo  di nazionalità diverse, principalmente provenienti dal Corno d’Africa: Somalia, Sudan ed Eritrea.Ci si aspetta che ne vengano portati altri nella struttura che nel suo stato attuale può ospitare fino a 500 persone per le quali  verranno qui identificate soluzioni durature, tra cui rimpatrio e reinsediamento, o incorporandole nelle comunità ruandesi.Secondo quanto riferito al Saturday Times di Kigali,  Elise Laura Villechalane, responsabile delle relazioni esterne dell'UNHCR Rwanda, la Francia si è impegnata a ricevere circa 150 rifugiati,  la Svezia ne prenderà circa 200, oltre ai sette che sono già stati reinsediati in Svezia, mentre la Norvegia potrebbe arrivare fino a 600. Villechalane ha affermato che quando i rifugiati sono arrivati ​​in Rwanda, l'UNHCR ha cercato di aiutarli con le opzioni di reinsediamento e di preparare le loro richieste in linea con le esigenze dei paesi ospitanti.Senza specificare chi è attualmente idoneo per gli slot di reinsediamento disponibili, Villechalane ha affermato che uno dei principali fattori basati sulla selezione del programma di reinsediamento di ciascun paese è la vulnerabilità.Ciò può riguardare la provenienza del rifugiato e ciò che ha attraversato. Ha inoltre sottolineato che i paesi del reinsediamento considerano la condivisione degli oneri come un fattore di accoglienza dei rifugiati.Ha elogiato il Rwanda come "generoso" per aver accettato di essere un luogo in cui i rifugiati sono stati evacuati dalle terribili condizioni in Libia.
Villechalane ha affermato che non tutti i richiedenti asilo saranno trasferiti in altri paesi, il che significa che l'opzione di essere integrata nelle comunità ruandesi è ancora disponibile.
Ha detto che il Rwanda è "un corridoio umanitario" in cui questi richiedenti asilo sarebbero raggiunti da attività umanitarie.

giovedì 8 agosto 2019

Il Rwanda pronto ad accogliere 500 migranti detenuti in Libia

Campo  profughi di Mahama  (foto The New Times) 
Il Rwanda e le autorità libiche  stanno elaborando un piano di evacuazione per alcune centinaia di migranti detenuti nei centri di detenzione nel paese nordafricano. Diyana Gitera, direttore generale per l'Africa del ministero degli Affari esteri e della cooperazione, ha dichiarato a The NewTimes che il Rwanda sta lavorando a una proposta con i partner per evacuare 500 rifugiati come parte dell'impegno assunto a suo tempo del presidente PaulKagame.Si prevede che gli immigrati saranno ricevuti nell'ambito di un piano di emergenza in discussione con le agenzie umanitarie internazionali e altri partner.L’intervento sarà supportato dall'Unione Africana (UA) con finanziamenti dell'Unione Europea (UE) e dell'Alta Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 5.000 migranti si trovano in centri di detenzione in Libia, circa il 70% dei quali rifugiati e richiedenti asilo, spesso sottoposti a diverse forme di abuso. Secondo recenti statistiche rilasciate dall'UNHCR, a fine  marzo 2018, in Rwanda c'erano 177.369 rifugiati e richiedenti asilo distribuiti sei campi di Gihembe, Kigeme, Kiziba, Mugombwa e Nyabiheke  e di Mahama. Di questi, 92.840 sono rifugiati burundesi, 75.162 rifugiati congolesi, 8.727 richiedenti asilo e 640 rifugiati provenienti da vari altri paesi.

lunedì 8 aprile 2019

Card Sarah su migrazioni, globalizzazione ed Europa

Card. Robert Sarah
Riprendiamo qui di seguito ampi stralci dell'articolo apparso ieri, a firma Antonio Socci, su Libero, riportante pensieri del card. Robert Sarah su argomenti di stretta attualità come migrazioni, gloablizzazione, Europa. I temi sono ripresi dall'intervista concessa dallo stesso cardinale a Valeurs Actuelles, in sede di presentazione del nuovo libro, appena uscito in Francia (in italiano arriverà a fine estate), che s' intitola Le soir approche et déjà le jour baisse, titolo che richiama il passo del Vangelo sui pellegrini di Emmaus.
"A chi si è addormentato con le chiacchiere monotone e "politicamente corrette" delle élite clericali che lisciano il pelo ai salotti delle ideologie dominanti, scrive Socci, il nuovo libro del card. Robert Sarah provocherà uno choc. È sulla linea del magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II non solo sui temi dottrinali, ma anche sulle questioni sociali del presente.
Il cardinale africano giganteggia nella Chiesa attuale per la sua autorevolezza, la sua spiritualità, per il suo distacco dalle lotte curiali e per la sua coraggiosa voce di verità.  Specialmente sul tema dell' emigrazione lui, africano proveniente da un villaggio poverissimo, è totalmente controcorrente rispetto al clericalismo di sinistra.
Mette in guardia dalla «barbarie islamista» (come dalla barbarie materialista), appoggia i paesi di Visegrad che difendono le loro identità nazionali e boccia il Global Compact sulle migrazioni. Ormai - dice - «ci sono molti paesi che vanno in questa direzione e ciò dovrebbe indurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l' Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio - a causa della denatalità - che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo».
LE IDEE
Così, in un' intervista

È un grido d' allarme sulla Chiesa, sull'Europa e sulla sua Africa che ritiene danneggiata dall' ondata migratoria: «C' è una grande illusione che consiste nel far credere alla gente che i confini saranno aboliti.
Gli uomini si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è pesante. L' Occidente è presentato agli africani come il paradiso terrestre (). Ma come si può accettare che i paesi siano privati di così tanti loro figli?
Come si svilupperanno queste nazioni se così tanti loro lavoratori sceglieranno l' esilio?» Il prelato si chiede quali sono le strane organizzazioni «che attraversano l' Africa per spingere i giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli africani verso un eldorado sognato? Sono disgustato da queste storie. Le filiere mafiose dei trafficanti devono essere sradicate con la massima fermezza. Ma curiosamente restano del tutto impunite».

lunedì 1 ottobre 2018

L'Africa non può più rimanere indifferente ai suoi migranti

Questo e' il grido d'allarme lanciato da Elhadj As Sy, Segretario generale della Federazione internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa, sulle pagine dell'ultimo numero di Jeune Afrique a proposito del fenomeno migratorio.
Ogni settimana ricevo messaggi disperati dal mio continente, dove le famiglie e gli amici sono senza notizie dei loro cari partiti per l'Europa. "Signore, tu sei la mia ultima spiaggia. Aiutateci a trovare mio fratello ! Sua moglie non sa se deve continuare ad aspettare o iniziare il processo di elaborazione del lutto", dice un messaggio su WhatsApp sul mio telefono. "Zio, ti prego, non lasciarmi qui ! Prendimi con te! "Ha supplicato un giovane in wolof, quando è sbarcato dall'Aquarius a Valencia lo scorso giugno. "Durante la nostra odissea, 75 amici sono morti, e abbiamo dovuto gettare i loro corpi in mare. Come potrei guardare i loro genitori in faccia? Come potrei essere contento di essere sopravvissuto ? " disse un altro Senegalese, un mese più tardi, a Dakar, in un lungo monologo intervallato da singhiozzi.Perché scrivermi ed implorarmi per mesi? Forse perché io sono africano e assomiglio a loro padre o loro zio. Certamente, perché pensano che io possa aiutarli e che hanno troppo pochi altri a cui far ricorso. Più spesso, ahimè, non posso fare granché.L'Organizzazione internazionale per le migrazioni stimava, il 23 settembre, che oltre 1.730 migranti hanno perso la vita nel Mediterraneo dall'inizio dell'anno. Erano 2.673 l'anno scorso. La stragrande maggioranza di queste persone, i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, le nostre figlie provengono dall'Africa, e per la maggior parte dalla mia regione d'origine, l'Africa occidentale.Noi vediamo queste cifre in pubblicazioni su carta lucida di organizzazioni umanitarie. A volte, quando i numeri saltano improvvisamente, vediamo sui giornali le immagini di morti senza nome. Ma non si vedono mai bandiere a mezza asta nei paesi di origine dei morti. Non sentiamo che raramente il pianto delle madri e dei padri, e nemmeno, per ragioni che mi sfuggono completamente, parole di indignazione, condanna e vergogna da parte dei leaders dei nostri paesi.Noi Africani non possiamo aspettarci  che il resto del mondo conosca  queste tragedie, si preoccupi e reagisca, se non lo facciamo noi per primi. Per noi è il momento di riflettere molto seriamente su un paio di punti.
Perché, soprattutto in luoghi dove non ci sono conflitti o gravi violenze, molti giovani ritengono che il loro futuro non possa essere che altrove? 
Perché, quando si trovano di fronte a eventi terribili, durante il loro viaggio, quelli che cambiano idea e vogliono tornare a casa, non vengono aiutati a farlo con dignità ?
 E perché casa loro non è più  un luogo di accoglienza ? 
I nostri governi dovrebbero fare tutto quanto in loro potere per garantire che i nostri cittadini abbiano accesso a informazioni affidabili, in modo che la decisione di migrare sia presa con piena cognizione di causa. 
Oggi, sono i trafficanti di esseri umani in Africa dell'ovest e del Nord Africa, che diffondono menzogne, suscitano false speranze e approfittano delle miserie altrui.
I nostri governi dovrebbero assicurare ai migranti migliori servizi consolari nei paesi di transito e di destinazione,  fornire informazioni sui canali legali e  offrire a chi lo desidera assistenza al rimpatrio. I nostri governi dovrebbero riportare le spoglie di coloro che periscono. Dovrebbero riconoscere – non disconoscere –  i loro cittadini. Sono tutte piccole richieste a fronte di impensabili sofferenze. Ma queste sono misure che dimostrano che i nostri Paesi non sono indifferenti per il terribile destino dei nostri concittadini. Gli africani non possono lasciare questo problema agli altri. Certo, il mondo adotterà un patto globale per la migrazione sicura, ordinata e regolare, a Marrakech, nel mese di dicembre. Ma il fatto è che una grande parte del problema è in Africa e dovrà essere regolata in Africa. Molti dei nostri problemi e le soluzioni si trovano a casa nostra. Mettiamo fine all'indifferenza e proteggiamo l'umanità.

giovedì 19 luglio 2018

Le realistiche riflessioni di un vescovo sul fenomeno migratorio

Riportiamo qui di seguito la lettera che il Vescovo della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, Mons.Antonio Suetta, ha inviato ai Vescovi per fornire alcune realistiche riflessioni, fortemente radicate all'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, sulla questione immigrazione.
Mons.Antonio Suetta

Carissimi,
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.
Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.

sabato 14 luglio 2018

"Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché..."


Sui problemi sollevati dal fenomeno migratorio riprendiamo dal sito In Terris questa interessante intervista, a cura di Federico Cenci, alla nota africanista prof.sa Anna Bono.

Che i fenomeni migratori di questi anni dall’Africa rappresentino un dramma è ormai comprovato. Masse di persone si avventurano in viaggi disperati, affrontano lunghi e impervi percorsi a piedi, si riversano su barconi alquanto precari e, quando non finiscono negli ostili centri libici o inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, giungono a destinazione senza trovare quell’Eldorado che avevano sognato. Ma se queste ondate migratorie svantaggiano i Paesi di emigrazione, quelli di immigrazione e soprattutto i migranti, bisognerebbe forse intervenire per porre un argine. Ma come? In Terris ne ha parlato con la prof.ssa Anna Bono, africanista ed ex ricercatore in Storia delle Istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!? (ed. Segno, 2017). 
Secondo lei, per affrontare la questione, è fondamentale anzitutto sgombrare il campo dell’analisi da alcuni falsi miti che aleggiano ancora intorno a questo fenomeno.Prof.ssa Bono, anzitutto chi sono gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa?
“Per lo più, oltre l’80 per cento, sono giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di Paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da Paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana…”.
Mediamente qual è la condizione sociale di queste persone?
“Non è facile dirlo perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il Paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi”.

sabato 23 giugno 2018

I flussi migratori vanno regolamentati attraverso la fissazione di quote d'ingresso

In un interessante articolo sul Corsera, Federico Fubini analizzando il trend di crescita dell'Europa e dell'Africa evidenzia come  lo scarto di reddito medio per abitante fra africani subsahariani e europei occidentali era di un dollaro a sette nel 1970 ed è oggi di uno a undici in «dollari internazionali». Significa che anche tenendo conto degli alimenti, degli abiti o della superficie abitabile in più che un dollaro può comprare in Gambia o Nigeria rispetto a Italia o Germania, noi europei in un anno guadagniamo in media 11 volte di più. Come riportato nel grafico, "agli attuali tassi di crescita dell’economia dell’Europa occidentale (2%) e dell’Africa subsahariana (3,5), tra dieci anni noi europei guadagneremo in media dieci volte di più, tra trent’anni oltre sette volte di più (come nel 1970) e tra mezzo secolo guadagneremo 5,5 volte di più.  Solo fra 40 anni i subsahariani si avvicineranno a una soglia di reddito medio alla quale stanno arrivando oggi centinaia di milioni di cinesi. In altri termini, di fronte alla speranza di moltiplicare per sette o per cinque il proprio reddito, nel prossimo mezzo secolo milioni di giovani continueranno a cercare l’Europa.Anche perché la demografia non lascia dubbi. La popolazione a Sud del Maghreb e del Mashreq oggi è di un miliardo e 50 milioni di persone ed ha raggiunto un tasso di crescita record del 2,64% l’anno. Anche immaginando un rallentamento graduale delle nascite, sarà triplicata a 2,9 miliardi tra mezzo secolo. Durante questo periodo gli abitanti della Ue saranno rimasti mezzo miliardo: le proporzioni passano da un europeo ogni due subsahariani a uno ogni 6, e molto di più se si contano solo i giovani. Se poi l’Africa accelerasse a una crescita al 5% l’anno, nel 2048 il reddito pro-capite europeo sarebbe sempre di quasi cinque volte superiore." La conclusione a cui perviene Fubini è che il fenomeno migratorio va governato attraverso più aiuti all’Africa miranti "rigorosamente a creare lavoro per i giovani. Ma alla lunga sarà inevitabile fissare quote e settori di fabbisogno di manodopera in Europa, quindi concedere visti selezionando le persone nelle ambasciate Ue in Africa. Giovanni Peri dell’università di California a Devis ha dimostrato, conti alla mano, che un immigrazione gestita così aumenta — non riduce — il reddito dei lavoratori locali."

lunedì 14 maggio 2018

Ultimi dati dell'UNHCR su rifugiati e richiedenti asilo presenti in Rwanda


Secondo recenti statistiche rilasciate dall'UNHCR, a fine  marzo 2018, in Ruanda cerano 177.369 rifugiati e richiedenti asilo. Di questi, 92.840 sono rifugiati burundesi, 75.162 rifugiati congolesi, 8.727 richiedenti asilo e 640 rifugiati provenienti da vari altri paesi. Quasi il 50% dei rifugiati e richiedenti asilo sono minori di 18 anni. Due campi profughi per rifugiati congolesi sono stati istituiti rispettivamente nel 1996 e nel 1997, rispettivamente a Byumba e nei pressi di Gatsibo, dove recentemente si sono avuti due successivi atti di ribellione soffocati nel sangue ( una decina sono i morti) dalle forze di sicurezza ruandesi,  e gli altri tre campi sono stati istituiti nel 2005, 2012 e 2014. Nel 2012, l'UNHCR ha preso pieno responsabilità per la risposta dei rifugiati congolesi. Tuttavia, dal momento che sono attesi ulteriori 10.000 rifugiati congolesi nel 2018, l'UNICEF ha iniziato la pianificazione di emergenza e il preposizionamento delle forniture.Il campo di Mahama ospita attualmente 57.407 rifugiati burundesi, mentre i tre centri di accoglienza (Bugesera, Nyanza e Gatore) ospitano un totale di 2229 rifugiati burundesi. Per la prima volta, il nuovo centro di transito di Nyarushishi ha ricevuto 399 nuovi arrivi dal Burundi durante questo periodo di riferimento. Inoltre, ci sono 34.922 rifugiati burundesi nelle aree urbane di Kigali e Huye.Ci sono 21.451 rifugiati che sono particolarmente vulnerabili a causa di gravi condizioni mediche, disabilità e coloro che sono minori non accompagnati o separati secondo l'UNHCR.