"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


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domenica 6 luglio 2025

Il punto dei rapporti Stato-Confessioni religiose in Rwanda (by IA)

Ecco come l'IA fotografa la situazione dei rapporti Stato-Confessioni religiose in Rwanda, evidenziando talune criticità emerse da recenti provvedimenti legislativi adottati dal governo del Rwanda nei confronti delle varie confessioni operanti sul territorio:  protestanti (48%), cattolici (39%),  mussulmani (2%)
La politica religiosa del Rwanda, negli ultimi anni, si è configurata in modo sempre più restrittivo, con l'introduzione di disposizioni che limitano significativamente le attività delle varie confessioni religiose. Questo approccio è spesso giustificato dal governo come necessario per migliorare la governance, la trasparenza, la sicurezza e la conformità delle istituzioni religiose, ma è visto da molti osservatori internazionali come una restrizione della libertà religiosa.Ecco come si può configurare l'attuale politica religiosa del Rwanda alla luce di queste disposizioni:
1. Stretta regolamentazione e sorveglianza governativa:
Requisiti di registrazione più severi: Le organizzazioni religiose (chiese, moschee, ecc.) devono soddisfare requisiti molto stringenti per ottenere e mantenere lo status legale. Questo include la presentazione di documentazione dettagliata, una lista di un numero minimo di membri (ad esempio, 1.000 membri per una nuova organizzazione), e il pagamento di tasse di registrazione significative.
Standard operativi elevati: Sono richiesti standard elevati per le strutture di culto, inclusi requisiti di costruzione, sicurezza (ad esempio, uscite di emergenza, estintori), igiene e gestione dell'inquinamento acustico. Molte chiese, soprattutto quelle più piccole o operanti in aree rurali, sono state chiuse per non aver rispettato questi standard.
Autorizzazioni per le attività: Le organizzazioni religiose devono ottenere autorizzazioni per organizzare eventi pubblici speciali o per aprire nuove filiali, e le loro attività devono essere allineate con l'agenda di sviluppo del distretto.

lunedì 6 aprile 2015

Nel 2050 l'Islam raggiungerà il Cristianesimo a livello mondiale, ma non in Rwanda

Nel corso dei prossimi quattro decenni, i cristiani continueranno a costituire il più grande gruppo religioso a livello mondiale, ma l'Islam crescerà più velocemente di qualsiasi altra grande religione. Se le attuali tendenze demografiche continueranno, entro il 2050 il numero dei musulmani di tutto il mondo (2,8 miliardi, ovvero il 30% della popolazione) sarà quasi uguale al numero di cristiani (2,9 miliardi, ovvero il 31%), forse per la prima volta nella storia. Nel 2050, quattro cristiani su 10 nel mondo vivranno nell’Africa sub-sahariana. Il Rwanda anche nel 2050 continuerà ad essere un paese a stragrande maggioranza cristiano, con una percentuale del 92,97% contro l’attuale 93,40%, mentre l’islam passerà dall’attuale 1,78% a un contenuto 3,21%.
Le proiezioni riferentisi al Rwanda sono riassunte nella seguente tabella.
Anno
Cristiani
Mussul
mani
Non affiliati
Indù
Rel. Folk
Altre
Totale
2010
9,920,000
190.000
380.000
<10,000
100.000
20.000
10,620,000
2020
13,230,000
310.000
430.000
<10,000
100.000
30.000
14,100,000
2030
16,600,000
440.000
540.000
<10,000
100.000
30.000
17,730,000
2040
20,420,000
630.000
690.000
10.000
110.000
40.000
21,910,000
2050
24,610,000
850.000
810.000
20.000
120.000
50.000
26,470,000

 Nel periodo esaminato, Buddisti ed Ebrei sono previsti in < 10.000





















Il  nuovo rapporto , basato su proiezioni demografiche utilizzando i dati su età, fertilità, mortalità, fenomeni migratori e cambiamento di religione, esplora i cambiamenti attesi 2010-2050 nelle dimensioni e distribuzione geografica degli otto principali gruppi religiosi: buddisti, cristiani, indù, ebrei, musulmani, seguaci di religioni popolari e di altre religioni e non affiliati. Le proiezioni prevedono, se le tendenze attuali continueranno, che entro il 2050:
  • In Europa, i musulmani costituiranno il 10% della popolazione complessiva.
  • L’India manterrà una maggioranza indù, ma  avrà anche la più grande popolazione musulmana di qualsiasi paese del mondo, superando l'Indonesia.
  • Negli Stati Uniti, i cristiani si ridurranno da più di tre quarti della popolazione nel 2010 a due terzi nel 2050, e il giudaismo cesserà di essere la più grande religione non cristiana. I musulmani saranno più numerosi negli Stati Uniti, rispetto alle persone che si identificano come ebrei sulla base della religione.
  • La popolazione buddista mondiale dovrebbe rimanere abbastanza stabile a causa dei bassi tassi di fertilità e l'invecchiamento della popolazione nei paesi come la Cina, Tailandia e Giappone.
  • Gli Ebrei, il più piccolo gruppo religioso per il quale sono state effettuate proiezioni separate, sono attesi in crescita del 16%, da poco meno di 14 milioni del i 2010 raggiungeranno 16.100.000 in tutto il mondo nel 2050.
Il rapporto completo, "Il futuro delle Religioni del Mondo: proiezioni di crescita della popolazione, 2010-2050," è disponibile sul sito web del progetto Religion & Public Life del Pew Research Center.

sabato 26 ottobre 2013

Rwanda: i possibili rischi del risveglio islamico nei paesi vicini


L’africanista Anna Bono nell’articolo Cristiani in Africa, le nuove persecuzioni, apparso su La Bussola quotidiana, ha presentato  i risultati dell’annuale rapporto  World Watch List 2013, curato da Open Doors Usa, l’organizzazione non governativa internazionale che da quasi 60 anni aiuta e sostiene i cristiani perseguitati nel mondo. In particolare, l'autrice mette in risalto come “nell’anno trascorso le persecuzioni e le violenze contro i cristiani in Africa si sono moltiplicate estendendosi a paesi in precedenza considerati sicuri”. Infatti, 18 dei 50 stati elencati, in cui si verificano le più gravi persecuzioni nei confronti dei cristiani nel 2013, sono africani, tre dei quali – Somalia, Mali ed Eritrea – figurano tra le prime dieci posizioni. "Altri quattro stati, situati, come il Mali, nell’Africa Sub-Sahariana, compaiono nella lista per la prima volta: Tanzania, Kenya, Uganda e Niger. Complessivamente, inoltre, sono almeno otto i paesi africani in cui le persecuzioni e le violenze contro i cristiani si sono intensificate”. 
Come si vede tre di questi paesi fanno parte della EAC, la comunità degli stati dell’Africa dell’Est, di cui fa parte anche il Rwanda, che con l’Uganda e la Tanzania è anche confinante. Alla luce della situazione venutasi a creare nei paesi vicini, il Rwanda sembra un'isola felice non avendo notizia di fatti configurabili come persecuzioni contro i cristiani. Pur in presenza di una minoranza musulmana che non supera il due per cento, concentrata nella capitale, dove esistono almeno due importanti centri, e in alcune enclave nel paese, come quella di Gatsibo, sarebbe probabilmente un errore sottovalutare i rischi di un possibile  “contagio” che potrebbe arrivare dal “risveglio islamico” evidenziatosi nei paesi vicini, in particolare in Tanzania, la cui situazione è di seguito illustrata.

mercoledì 23 ottobre 2013

Rwanda: 405 richieste di autorizzazione a operare come confessione religiosa

La religione permea la totalità del popolo rwandese. Per oltre il novanta per cento i rwandesi si professano cristiani ( 56, 5% cattolici e 37% protestanti), con una minoranza mussulmana che non supera il 2% e con una residua presenza di professanti la religione tradizionale. A fianco del blocco omogeneo della chiesa cattolica esistono le principali confessioni protestanti, spesso frazionate in una galassia di piccole chiese facenti capo a un singolo pastore,  oltre a sette vere e proprie, a partire dalla più organizzata e famosa, quella dei Testimoni di Geova molto diffusi sul territorio rwandese. Tutte le organizzazione fondate su qualsiasi religione sono soggette alla legge rwandese n. 06/2012 che ne determina gli ambiti e i limiti d’azione, escludendo per esempio ( art. 5)  qualsiasi tornaconto economico per i membri e, soprattutto, ogni sconfinamento sul  terreno della politica. La richiamata legge stabilisce inoltre che qualsiasi organizzazione fondata sulla religione necessiti, per operare nel paese, di una previa autorizzazione  da richiedere ad un’apposita autorità, il Rwanda Governance Board- RBG. Secondo quanto riferito da un esponente del RGB al sito igihe.com, Jean Marie Vianney Bwenge, dall’entrata in vigore della legge, sono ben 405 le richieste pervenute da parte di altrettante organizzazioni. Finora sono state concesse 221 autorizzazioni ad altrettanti soggetti che rispondevano ai requisiti di legge. I dossier degli altri richiedenti sono ancora sotto esame. Va peraltro sottolineato che l’attivtà del RGB non si limita alla verifica dei requisiti per la concessione della “licenza” ad operare, ma  sovraintende in via continuativa all’attività delle diverse confessioni che sono altresì  tenute a relazionare RGB di quanto realizzato in corso d’anno oltre che presentare un rendiconto finanziario. Il proliferare di organizzazioni fondate sulla religione è un fenomeno piuttosto preoccupante, frutto spesso di iniziative di singoli pastori, prevalentemente in ambito protestante, che spesso si sottraggono ai propri obblighi costituendo comunità "personali" svincolate dalle rispettive gerarchie.Inutile nascondere che spesso per qualcuno la molla che li spinge al grande passo è l'irresistibile richiamo del risvolto economico  che potrebbe riservare la propria piccola chiesa, in barba al richiamato divieto di tornaconto economico previsto dall'art. 5 della legge. Ma su casi simili le autorità potrebbero avere gli strumenti per intervenire, anche perchè in passato non hanno nascosto di disapprovare certi stili di vita di pastori troppo attaccati al denaro. 

domenica 5 maggio 2013

Croce e mezzaluna verso una partnership finanziaria in CORAR?

La società assicurativa CORAR, il cui capitale è detenuto da istituzioni riconducibili alla Chiesa rwandese,   ha tenuto il 23 aprile scorso la propria assemblea per l’approvazione del bilancio chiusosi con un utile netto di 792 milioni di Frw, destinato a ripianare parzialmente le perdite degli ultimi tre esercizi. Nella  stessa assemblea è stato preso in esame un’ipotesi d’accordo con il gruppo keniota Sameer, un conglomerato attivo nell'agricoltura, nei servizi, nella telefonia e nella finanza, quotato alla borsa di Nairobi. Il progetto prevede l'entrata del Gruppo Sameer nel capitale sociale di CORAR con una partecipazione del 60%  dietro l'apporto  di mezzi freschi per un ammontare di quattro milioni di dollari. Con questa operazione CORAR potrebbe veder rafforzato il proprio patrimonio così da poter ottenere dalle competenti autorità l'autorizzazione ad entrare nel settore delle assicurazioni generali e dell'assicurazione vita con due nuove società.Il Gruppo Sameer, secondo quanto dichiarato dal presidente della CORAR, l'abbé Emmanuel Rutsindintwarane, direttore della Caritas di Byumba, oltre ad apportare i richiamati mezzi patrimoniali, dovrebbe garantire un know how,  non solo in campo assicurativo, anche se il gruppo keniota operante anche in Uganda e Tanzania non risulta possedere, almeno consultando il suo sito internet, società operanti in campo assicurativo. L’accordo, secondo il presidente di CORAR,   dovrebbe consentire il salto dimensionale alla società, anche in una prospettiva sovranazionale, anche se, allo stato, ci sarebbero ancora resistenze da parte di alcuni azionisti, non del  tutto convinti di portarsi in casa un socio maggioritario. Forse non convince anche il  mettersi in affari con un socio come il Gruppo Sameer, controllato dalla famiglia di  Naushad Noorali Merali ( Sameer è il nome del figlio), abile e discusso  finanziere keniota d’origine indiana,  e, fatto non secondario nel caso di specie, di religione mussulmana.

giovedì 29 marzo 2012

La prima chiesa ortodossa in Rwanda

E' in fase di costruzione la prima chiesa ortodossa  in Rwanda. L'edifizio sorgerà, grazie al sostegno finanziario di donatori e amici della Confraternita missionaria ortodoss a grecadi Salonicco,  nella zona di Nyamata, a due chilometri dal nuovo aeroporto internazionale del paese.Come annunciato dal sito www.orthodoxie.com,  la nuova chiesa, la prima chiesa ortodossa costruita con la benedizione del Patriarca di Alessandria e di tutta l'Africa, Theodoros II, sarà dedicata alla Santissima Trinità.
La presenza della Chiesa ortodossa va ad aggiungersi alle altre confessioni religiose presenti nel paese. Come noto, il popolo  rwandese è, per la stragrande maggioranza, di fede cristiana, con  circa il  55%  che professa la religione cattolica e  un  altro 25/30% che aderisce alle principali confessioni protestanti, a volte anche semplici gruppi raccolti attorno a un pastore che si è fatto la sua piccola setta. Esiste anche una esigua minoranza di mussulmani, pari a circa il 2 per cento, concentrata a Kigali, dove esiste una grande moschea in centro, e in alcune enclave in certe zone del paese.Sono presenti anche i testimoni di Geova, come testimoniano le Case del regno, particolarmente curate, che si trovano in diversi villaggi.Una consistente minoranza è ancora legata all’animismo tradizionale, soprattutto nei villaggi, i cui  riti e credenze  esercitano ancora un certo fascino e anche attrazione sui fedeli delle altre religioni. 

venerdì 18 novembre 2011

Benedetto XVI in Africa

Inizia oggi la visita dal Papa in Benin.Nell'occasione Benedetto XVI consegnerà alla Chiesa africana, all'esito del passato Sinodo africano, l’esortazione apostolica "Africae munus" .
Per l'occasione riprendiamo dal sito La Bussola quotidiana il contributo che segue.
Dal libro "Meno male che Cristo c'è. Vangelo, sviluppo e felicità dell'uomo" (Lindau, pp.336, euro 19) di Piero Gheddo con Gerolamo Fazzini, riprendiamo il capitolo su "Il contributo della Chiesa allo sviluppo dell’Africa".
Nei tempi moderni, la Chiesa nell’Africa nera è stata fondata dai missionari che fin dall’inizio hanno annunziato Cristo con le opere di carità, di sanità, di educazione. Nel tempo della colonizzazione, dalla fine dell’800 al 1960, la scuola era quasi tutta in mano alle Chiese cristiane, per decisione degli stessi governi che finanziavano l’educazione attraverso le missioni. I primi capi dell’Africa nera che l’hanno guidata all’indipendenza venivano tutti dalle scuole cristiane.
L’evangelizzazione attraverso la scuola è sempre stata prassi costante nel mondo missionario. Uno slogan spesso citato e usato dai missionari diceva: «Prima costruiamo la scuola e poi la chiesa». E questo perché la scuola apre le menti e i cuori e poi la Chiesa, il Vangelo e il catechismo spiegano e diffondono i contenuti del cristianesimo. In tutti i paesi dell’Africa nera la scuola moderna era sconosciuta. Le prime scuole le hanno aperte i missionari cristiani.
Kwame Nkrumah, padre della patria e primo presidente del Ghana (indipendente dal 1957), allievo dei missionari e poi insegnante nelle loro scuole, nel 1957 diceva in una conferenza agli studenti in Svizzera: «La persona che mi ha presentato ha ricordato che io sono il responsabile del ridestarsi di questo grande continente. Credo che non sia vero. Ma se vogliamo considerare la situazione in modo più esatto, debbo dire che i responsabili della presa di coscienza di noi africani sono stati i missionari cristiani con le loro scuole». È solo una citazione fra tante altre che si potrebbero fare; d’altra parte in questi primi 50 anni dell’indipendenza africana è difficile trovare un presidente, un premier, una personalità di primo piano che non sia cristiano battezzato o fedele seguace della religione del Corano.

sabato 20 agosto 2011

Giovane diacono rwandese a pranzo con il Papa

Aloys Sibomana un giovane diacono del Rwanda è uno dei volontari della Gmg. E come tale ha partecipato all’estrazione per poter pranzare insieme a Papa Benedetto XVI. È stato tra i vincitori. Un paio di ore dopo il pranzo, è così emozionato che ancora non ha capito bene cosa ha mangiato. “Il Papa – racconta – ha chiesto ad ognuno di noi la nostra storia. Più che parlare, ha ascoltato, intervenendo con diversi commenti alle parole nostre. Non ha detto molto di sé. Io gli ho raccontato da dove provengo, e mi ha chiesto la situazione della religione nella nostra regione. Io ho spiegato che è serena, ma precaria. Il Papa ha annuito. Mi ha chiesto del mio diaconato, di come mi trovo al seminario. Mi ha mostrato di conoscere bene la situazione del mio paese. Sono rimasto molto colpito da questo”. (da:http://www.korazym.org)

martedì 3 maggio 2011

Guaritori e stregoni

Nei villaggi rwandesi è ancora facile imbattersi, magari non per il muzungu, con lo stregone guaritore,  a cui le persone fanno ricorso  per i più svariati motivi, a partire da quelli di salute o di  presunti atti di malocchio.  Sovente le persone alle prese con qualche  malattia  preferiscono consultare lo  stregone piuttosto che rivolgersi ai centri di sanità o agli ospedali, salvo ricorrervi  quando magari le loro condizioni si aggravano. Essendo abbastanza diffusa la convinzione che ogni malattia abbia origine da qualche forma di avvelenamento o atto  di stregoneria, magari da parte di qualche vicino invidioso, è normale fare ricorso a qualche rimedio erboristico tradizionale o  rivolgersi allo stregone. Le cure che vengono consigliate sono spesso dannose per la salute dei pazienti trattandosi frequentemente di cure a base  di intrugli d’incerta composizione. Così normali malattie che potrebbero essere curate rivolgendosi al Centro di sanità rischiano di avere un’evoluzione pericolosa con effetti negativi soprattutto quando pazienti sono dei bambini. Non è infatti raro il caso di bambini che arrivano ai centri di sanità o nutrizionali completamente debilitati dopo essere stati sottoposti alle cure dello stregone che con la scusa di fargli espellere il veleno li ha in realtà  costretti a rigettare tutto quanto mangiato magari per giorni. Naturalmente lo stregone non è un benefattore; i suoi consulti sono, infatti,  adeguatamente remunerati tanto che è frequente il caso di contadini ridotti alla miseria dalla frequentazione dello stregone, quando non si fa addirittura  pagare in natura se si tratta di una  paziente.   Lo stregone è anche capace di promuovere il proprio business alimentando odi e discordie tra vicini, così da poter attribuire a questi sentimenti possibili malocchi e avvelenamenti,  causa prima del ricorso alle cure dello stregone. La stregoneria è sempre esistita nella società rwandese e non è diffusa necessariamente esclusivamente nelle componenti più povere e arretrate della società e neppure fra  chi è ancora legato alla religione  animista tradizionale.  Anche i buoni cristiani fanno ricorso allo stregone. In  una parrocchia era abitudine dello stregone locale, quando incontrava il parroco alla domenica, secondo quanto raccontato dallo stesso parroco,  agitare il sacchetto delle monete attribuendone la provenienza dalle tasche degli stessi parrocchiani che si recavano alla messa ma, evidentemente, anche frequentatori dello stesso stregone.Oltre che guaritore di ogni tipo  di malattia, lo stregone si attribuisce  anche qualità che rientrano nell'area della vera e propria stregoneria con poteri, a detta di testimoni degni di fede, che possono impressionare.Sono probabilmente questi gli aspetti che attirano anche persone tuttaltro che sprovvedute come gli intelletuali che non sembrano del tutto esenti  dal fascino della stregoneria. Illuminante in questo senso è il caso citato dall'agenzia Syfia  di un funzionario di una ONG americana morto di AIDS dopo aver rifiutato, su consiglio del suo stregone, di sottoporsi alle cure antiretrovirali. Detto tutto questo, prima di lasciarsi andare a qualche sorrisetto  di compatimento ricordiamoci che neppure in Italia  i maghi sono degli sconosciuti.

domenica 1 maggio 2011

Grazie a Wojtyla l’Africano!

Nel giorno della beatificazione del compianto Papa Giovanni Paolo II, proponiamo questo contributo di Padre Giulio Albanese tratto dal suo blog Africana
Tra poche ore Giovanni Paolo II verrà proclamato Beato. A questo proposito vorrei proporre alcune considerazioni sul suo pontificato, nella consapevolezza che mai nella storia un papa ha fatto così tanto per l’Africa, spendendosi in prima persona per la causa del Vangelo. Un’autentica maratona nel nome della fede, segnata da ben 14 viaggi nel continente, visitando 42 paesi, percorrendo in totale 208mila chilometri, pronunciando 418 discorsi e soprattutto incontrando popolazioni di fedi, lingue e culture le più diverse. Quando mise piede per la prima volta come Vescovo di Roma sul suolo africano nel maggio del 1980, c’era ancora la “guerra fredda” e il continente pativa le conseguenze dell’illusorio periodo della decolonizzazione, attraversando una stagione caratterizzata da una notevole involuzione politica, economica e sociale. E non v’è dubbio che col suo carisma, papa Wojtyla ha contributo notevolmente al riscatto del continente, lottando strenuamente contro coloro che professavano dai pulpiti della politica il peggiore dei sentimenti, quello dell’afropessimismo. Al contrario, ha sempre incoraggiato le popolazioni africane a guardare al futuro con speranza, perseverando lungo il cammino dello sviluppo, ma al contempo facendo tesoro dei valori tradizionali, come il senso della famiglia e il legame comunitario.

domenica 13 marzo 2011

Shahbaz Bhatti, un martire moderno da ricordare

Shahbaz Bhatti
Il  2 di marzo scorso  è stato ucciso da un commando armato di fondamentalisti islamici il ministro pakistano per le minoranze religiose, il cattolico Shahbaz Bhatti. Lo hanno "punito" perché cercava di modificare la Legge sulla blasfemia che in 25 anni di applicazione è costata la vita a centinaia di cristiani.  L’hanno tirato fuori dalla sua auto e hanno aperto il fuoco contro di lui a brevissima distanza, crivellandolo con 30 proiettili prima di fuggire su un’automobile. Di questo martire moderno abbiamo una toccante  testimonianza  di fede vero e proprio testamento spirituale seppur scritto più di due anni fa che riportiamo di seguito. 
A fronte di un simile esempio di uomo e cristiano e al suo messaggio di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza,  perchè non ricordare Shahbaz Bhatti dedicandogli una delle opere che l'Associazione Kwizera sta realizzando in Rwanda? 
Di seguito riportiamo il testamento  di  Shahbaz Bhatti.

giovedì 13 gennaio 2011

Ddl: a sette anni i bambini rwandesi potranno scegliere la propria religione

 Le autorità rwandesi ci hanno spesso sorpreso con innovazioni legislative che andavano nella direzione di un ammodernamento dello stato e del suo apparato amministrativo. Questa volta parlare di sorpresa ci pare riduttivo; infatti, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa RNA-Rwanda News Agency, sarebbe in discussione alla Camera Bassa del Parlamento rwandese un disegno di legge  (Ddl) sui diritti dell’infanzia in cui si prevede, fra l'altro, che a sette anni un bambino rwandese possa scegliere autonomamente la propria religione. Oltre a prevedere che un bambino inferiore ai 6 anni debba stare con la madre, a meno che i suoi diritti non siano colpiti, nel caso in cui i genitori non siano in grado di vivere insieme, il medesimo disegno di legge qualifica un bambino di sette anni come essere ragionevole. Alla luce di questa previsione, si riconosce allo stesso, proprio a partire dal compimento dei sette anni, la facoltà di scegliere la propria religione senza dover sottostare all'influenza dei genitori, dai cui abusi  il disegno di legge vorrebbe proteggere i bambini.Ogni commento è per ora prematuro; vedremo se il disegno diverrà legge e, in tal caso, già sin d'ora è però legittimo chiedersi: chi prenderà il posto della famiglia nel ruolo educativo del bambino e chi vigilerà sui possibili abusi dei futuri nuovi educatori; e ancora, è possibile abdicare al ruolo della famiglia nella costruzione di una società?  

venerdì 10 dicembre 2010

Per uno sviluppo non solo materiale

Ci viene segnalato un contributo dal titolo "La nazione e lo sviluppo dei popoli" pubblicato dall'agenzia Zenit. Ne è autore Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
Riportiamo qui di seguito le conclusioni che interpellano da vicino tutti coloro che operano nel volontariato a favore delle popolazioni dei paesi, appunto detti in via di sviluppo :
"Non c’è dubbio che lo sviluppo è quindi un concetto qualitativo e non solo quantitativo. Non riguarda solo l’incremento della ricchezza, ma la qualità umana della vita personale e sociale. Potremmo anche dire che lo sviluppo riguarda prima di tutto le condizioni immateriali che non quelle materiali. Questo è un criterio di giudizio e di azione molto importante per il cattolico impegnato in politica. Gli permette di indirizzare lo sguardo non tanto e non solo sui dati economici e gli interventi tecnici, pur necessari come dirò tra breve, ma sui presupposti immateriali, ossia culturali e morali, dello sviluppo. Nei paesi poveri molti freni allo sviluppo derivano da ancestrali culture locali che disprezzano il lavoro, stabiliscono norme discriminanti, non valorizzano adeguatamente la donna, vedono il rapporto con la natura in modo magico. Tutti questi atteggiamenti mentali sprecano risorse, non permettono un pieno utilizzo delle risorse naturali, costituiscono caste inamovibili nella società che frenano la mobilità sociale e il progresso, bloccano le iniziative di intraprendenza. Favorire lo sviluppo di quei popoli vuol dire anche liberarli da quelle culture limitanti.
Viceversa, leggi sulla proprietà intellettuale vigenti nei paesi ricchi, impediscono di distribuire farmaci di prima necessità nei paesi poveri in modo da lottare contro malattie endemiche e pandemie. Anche in questo caso una cultura, di tipo produttivistico e individualistico, è elemento di freno allo sviluppo. Il trasferimento nei paesi poveri di stili di vita edonistici e individualistici propri dei paesi sviluppati può essere negativo per il loro sviluppo. La mancanza di istruzione o della capacità di collaborare, le carenze nella concezione del rispetto della legalità sono cause di sottosviluppo non meno importanti di altre di ordine materiale. È bene, quindi, mettere a fuoco prima di tutto questi problemi di tipo immateriale ed associare agli aiuti allo sviluppo sempre anche un accompagnamento formativo.
I trasferimenti non devono essere solo economici o di beni materiali ma anche di competenze, di professionalità, di istruzione e cultura e, come si dice, di know how. Una visione materialista dello sviluppo lo intende invece solo come trasferimento di risorse che però spesso cadono nelle mani di aguzzini che tengono quei popoli sotto il loro tallone, vengono dirottati verso l’acquisto di armi, distruggono i mercati locali impoverendo i produttori. Se invece si pone attenzione ai problemi qualitativi si metterà in primo piano forme di aiuto culturale, educativo, formativo, di educazione alla legalità e al buon funzionamento delle istituzioni democratiche. Anche lo stesso problema dell’alimentazione, che appare nella sua essenza come una mancanza di cibo, ossia di beni materiali, è in fondo dipendente da cause strutturali di tipo immateriale e culturale. Un aspetto molto importante di questa visione qualitativa dello sviluppo riguarda gli stretti collegamenti tra i grandi principi del rispetto della vita, della difesa della famiglia e della libertà di religione e lo sviluppo dei popoli, messi in evidenza soprattutto nella Caritas in veritate".
L'intero articolo è leggibile cliccando qui

domenica 18 aprile 2010

La religiosità nell'Africa sub-sahariana e in Rwanda: i risultati di una ricerca americana.

Il centro studi statunitense, Pew Research Center, ha diffuso i risultati del Forum on Religion & Public Life, una ricerca condotta in 19 paesi dell'Africa sub-sahariana sulla situazione religiosa, con particolare riguardo ai rapporti tra Islam e Cristianesimo. Tra i 19 paesi interessati è compreso anche il Rwanda.
Le risultanze complessive evidenziano come la stragrande maggioranza delle persone intervistate sia profondamente impegnata nella pratica religiosa e creda nei principi fondamentali di una delle due grandi religioni, cristianesimo e islam, a cui la grande maggioranza ammette di appartenere. Allo stesso tempo, molti di coloro che indicano che sono profondamente impegnati nella pratica del cristianesimo o dell'islam incorporano nella loro vita quotidiana anche elementi delle religioni tradizionali africane. Ad esempio, in quattro paesi (Tanzania, Mali, Senegal e Sudafrica) più della metà delle persone intervistate ritiene importanti i sacrifici agli antenati o agli spiriti in grado dare protezione dai pericoli. Una percentuale considerevole di cristiani e musulmani - un quarto o più in molti paesi -  crede nel potere protettivo di ciondoli o amuleti. Molte persone dicono anche  di consultare i tradizionali guaritori religiosi quando qualcuno nel proprio nucleo familiare è malato e minoranze consistenti dicono di conservare in casa oggetti sacri, come pelli di animali e teschi e di partecipare alle cerimonie per onorare i loro antenati. Anche se relativamente poche persone oggi si identificano come seguaci di una religione tradizionale africana, molte persone in diversi paesi dicono che hanno parenti che condividono queste fedi tradizionali. Il Rapporto analizza in particolare le relazioni tra le due religioni, argomento che però non risulta rilevante per il Rwanda , anche se poi stranamente si attribuisce al 58% degli intervistati rwandesi, unitamente a quelli nigeriani, la percentuale in assoluto più alta fra tutti i paesi interessati dalla ricerca, il timore che ci possa essere un grande rischio di conflitto religioso . Palesemente il dato è distorto, a meno che gli intervistati abbiano attribuito al contrasto religioso una valenza totalmente diversa, riconducibile alle divisioni storicamente presenti nella società rwandese. Per quanto riguarda la situazione specifica del Rwanda, il ritratto che ne scaturisce è quello di una popolazione che attribuisce una grande importanza alla religione, posizionandosi al quarto posto dietro Senegal, Mali e Tanzania, anche se non altrettanta importanza viene data alla preghiera quotidiana. Altissima è la condanna dell’aborto e della poligamia, mentre  la più  bassa del campione,  il 5% degli intervistati,  risulta la percentuale di chi si riconosce ancora nelle pratiche della religiosità tradizionale africana. Tutti i risultati riguardanti i Rwanda sono consultabili sul sito.