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domenica 14 gennaio 2018

Giornata dei migranti: non c'è solo il popolo dei barconi

Campo  profughi di Mahama  (foto The New Times)
Oggi si celebra la Giornata mondiale dei migranti, con il serio rischio che in Italia si riduca alla giornata dell'accoglienza, dimenticando totalmente i milioni di rifugiati, sfollati e migranti sparpagliati nel mondo. In Africa, l'ultimo dato delle agenzie dell'ONU quantifica in oltre 17 milioni  le persone che si trovano in una situazione di aver abbandonato la propria casa, se mai ne avevano una, per trovare rifugio in campi più o meno attrezzati ed assistiti grazie agli aiuti internazionali.Un piccolo spaccato di questo mondo lo troviamo anche in Rwanda.
Fin dal lontano 1996 sono attivi in Rwanda due campi profughi gestiti dall’UNCHR, rispettivamente a Byumba e nei pressi di Gatsibo con 17.000 rifugiati congolesi cadauno, in gran parte di etnia banyamulenge, provenienti dalla regione del nord Kiwu da cui si sono allontanati per sfuggire ai vari momenti di guerra che si sono succeduti in quel periodo nella regione.Negli anni successivi ci furono ulteriori afflussi di rifugiati, tanto che fino al giugno 2014, furono aperti altri tre campi profughi gestiti dall’UNHCR, per un numero complessivo di rifugiati di poco inferiore a 75.000. Un numero decisamente maggiore, 171.126, si trovavano invece  in Uganda. A partire dall’aprile 2015, la crisi politica venutasi a creare nel vicino Burundi, a seguito dell’intenzione del presidente uscente, Pierre Nkurunziza , di correre per un terzo mandato in spregio alla costituzione, ha provocato la fuoriuscita dal paese di migliaia di persone.Secondo i dati dell’UNHCR, nel giro di un anno si sono riversati in Rwanda, 73.926 rifugiati, su un totale di circa 250.000 rifugiati burundesi suddivisi tra i paesi confinanti:circa 48mila rifugiati  vivono nel campo di Mahama, il più grande campo del Rwanda, e più di 26mila a Kigali e in altre città. A novembre 2017, risultavano presenti nei diversi campi profughi operativi in Rwanda  172.706 rifugiati e richiedenti asilo, di cui il 50 per cento minorenni. In questi campi, i rifugiati godono degli stessi diritti dei cittadini rwandesi: i rifugiati possono liberamente accedere all'istruzione e all'assistenza sanitaria e, se in possesso di qualche qualifica, possono sfruttare le opportunità di lavoro che si presentano.
I rifugiati rwandesi all’estero
Contemporaneamente, secondo dati ufficiali dell’UNHCR, a fine 2017, permanevano all’estero 269.500 rwandesi, dopo che ben 3,5 milioni erano rientrati a diverse tornate in Rwanda,
immediatamente dopo la fine della guerra civile e, nei decenni successivi, sulla spinta di appositi programmi governativi tendenti a favorire  il reintegro nella società civile di tutti i fuoriusciti, che non si fossero macchiati di gravi delitti, al tempo della guerra civile. Va detto che  per le migliaia di rwandesi  fuggiti dal loro paese prima del 1998 e rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda, Zambia e Congo-Brazzaville, lo status di rifugiati è scaduto alla fine del 2017; dopo tale data i rifugiati interessati devono scegliere tra l’acquisire il passaporto dei paesi ospitanti o rimpatriare. L'UNHCR continuerà a fornire agli ex rifugiati tutti i supporti per ottenere un soggiorno legale alternativo. Diversamente il governo ruandese, desideroso di chiudere i conti con il passato,  sostiene come non ci sia più motivo per i propri cittadini di vivere come rifugiati, all'estero e spinge per il loro rientro. 
 Secondo il Ministero, tra il giugno 2009 e fine 2017, sono stati 84.596 i rifugiati tornati a casa, per il 78% provenienti dalla R.D. del Congo, supportati da un contributo finanziario atto a favorire il reinsediamento:  $ 250 per ogni adulto e $ 150 per ogni bambino. Le rassicurazioni governative non riescono a convincere tutti gli ultimi rimasti, che secondo  i dati del Ministero della Ristrutturazione dei Disastri e degli Affari dei Rifugiati del Ruanda ammonterebbero a 16.000 persone,  tra i quali vanno annoverati anche quelli più radicallizzati nell’opposizione all’attuale governo, anche per timore di possibili ritorsioni come denunciato da un rapporto di Human Rights Watch riportante casi di tortura ai danni di rimpatriati dalla  R.D. del Congo. Anche alla luce di questi possibili rischi, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che  in tutti questi anni  si è fatto promotore del rientro, ha assicurato che non abbandonerà queste persone, mettendo  in campo iniziative volte a favorirne l’integrazione nelle comunità ospiti, e   garantendo il mantenimento dello status per coloro che ne fanno richiesta.  

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