"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


giovedì 15 ottobre 2009

Intervento del Vescovo di Byumba al Sinodo sull'Africa

Riportiamo di seguito l'intervento pronunciato da S. E. R. Mons. Servilien NZAKAMWITA, Vescovo di Byumba in occasione del Sinodo dei Vescovi sull'Africa in corso in questi giorni in Vaticano.
La Chiesa in Rwanda, nella sua pastorale di riconciliazione, giustizia e pace dopo i tragici avvenimenti del genocidio dei Tutsi e di altre vittime della guerra e in seguito alle sfide che ha incontrato e che in parte ha superato, è convinta che l’opera della riconciliazione sia un’iniziativa di Dio. È persuasa allo stesso tempo che Dio ha deciso di collaborare con l’uomo per realizzare questo progetto di riconciliazione. Una tale convinzione è dovuta soprattutto alle esperienze e alle testimonianze di riconciliazione che noi tocchiamo con mano ogni giorno in tutto il paese, nelle comunità ecclesiali di base, nelle carceri, in occasione di preghiere di guarigione, ecc.
Quando si è riunita la prima assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, la Chiesa del Rwanda era assente per i motivi che conoscete. I vescovi delegati della Conferenza episcopale del Rwanda sono stati bloccati dallo scatenarsi dei massacri genocidi su larga scala del 7 aprile 1994. In tre mesi più di un milione di persone innocenti sono state messe a morte davanti alle telecamere della comunità internazionale. I soldati della UNAMID dell’ONU che erano sul posto hanno ricevuto l’ordine di ritirarsi, abbandonando la popolazione in balia degli assassini armati di machete, di granate, di fucili e di altre armi...
All’indomani di questa carneficina, quando la situazione è stata presa in mano dalle nuove autorità costituite, la Chiesa cattolica ha avviato una pastorale di riconciliazione.
Si sono ottenuti risultati notevoli e testimonianze di confessioni, di perdono e di riconciliazione. Le stesse autorità civili hanno adottato questo metodo “Gacaca” per organizzare tribunali popolari sulle colline, che hanno permesso di accelerare i processi di numerosi prigionieri.
La Commissione Giustizia e Pace in collaborazione con altre Commissioni e altri organismi della pastorale, hanno dato vita a questo processo di riconciliazione grazie a diversi programmi di educazione ai valori e di formazione degli agenti di riconciliazione con metodi idonei.
In questa pastorale della riconciliazione la Chiesa cattolica non opera da sola, ma collabora a stretto contatto con altre confessioni religiose e con le istituzioni pubbliche e private che si occupano della tematica della riconciliazione dopo il genocidio, quali la Commissione nazionale per l’unità e la riconciliazione, la Commissione nazionale di lotta contro il genocidio e la Commissione nazionale per i diritti umani, per citarne alcune.
Vi sono inoltre casi di traumi psicologici, di handicap fisici e mentali, di sofferenze di ogni tipo. Le piaghe del cuore si rimarginano con difficoltà, le basi delle famiglie si sono sbriciolate, provocando una situazione difficile da gestire di orfani, vedove e senza famiglia. Vi sono carcerati che attendono ancora la giustizia per uscire dalla situazione di stallo e tra di loro vi sono certamente degli innocenti.
Occorre segnalare, in quest’opera di riconciliazione, che alcuni agenti di pastorale non hanno ancora raggiunto la libertà interiore, il che non permette loro di adempiere come dovrebbero alla loro missione di agenti di riconciliazione. Un programma di inquadramento e di guarigione dovrebbe essere messo a punto con mezzi adeguati.

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