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lunedì 11 giugno 2018

Open Migration:"Aiutiamoli a casa loro" non serve a contrastare le migrazioni.Sarà vero?

In un recente articolo dal titolo Povertà, migrazioni, sviluppo: un nesso problematico, apparso sul sito Open Migration, l'Ong sostenuta dall'Open Society del chiacchierato finanziere, George Soros,  il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, perviene ad alcune interessanti conclusioni, meritevoli di qualche riflessione. La tesi di fondo, supportata da un'articolata analisi, sostiene  che non sia la povertà a dare origine ai flussi migratori, in quanto chi è poverissimo non riesce a partire non disponendo del denaro necessario a finanziarsi il viaggio. I migranti, in particolare quelli africani, provengono non dai paesi più poveri del continenti, ma da quelli dove si è creata una classe di persone che sono uscite dallo stato di reale povertà e possono disporre dei mezzi per tentare di migliorare la propria situazione cercando fortuna in Occidente: "i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane". Dopo aver messo in dubbio che le migrazioni internazionali possano essere alimentate dai cosiddetti “rifugiati ambientali” vittime dei cambiamenti climatici, "spiegazione affascinante della mobilità umana, e anche politicamente spendibile", ma con scarsi riscontri fattuali, Ambrosini passa a dimostrare come gli aiuti internazionali allo sviluppo non risolvano il problema. Prima di tutto, perchè "se gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri, dovremmo paradossalmente aiutare i paesi in posizione intermedia sulla base degli indici di sviluppo, anziché quelli più bisognosi, i soggetti istruiti anziché i meno alfabetizzati, le classi medie anziché quelle più povere".In secondo luogo, perchè "gli studi sull’argomento mostrano che in una prima, non breve fase lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare. Cresce anzitutto il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere inoltre aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle, anche perché lo sviluppo solitamente inasprisce le disuguaglianze, soprattutto agli inizi. ...Solo in un secondo tempo le migrazioni rallentano, finché a un certo punto il fenomeno s’inverte: il raggiunto benessere fa sì che regioni e paesi in precedenza luoghi di origine di emigranti diventino luoghi di approdo di immigrati, provenienti da altri luoghi che a quel punto risultano meno sviluppati."I dubbi sull'efficacia degli aiuti come contrasto all'emigrazione si alimentano anche dal ruolo delle rimesse degli emigranti come fattore incentivante all'emigrazione. Le rimesse rivestono, infatti, un ruolo importante sia a livello macroeconomico, "26 paesi del mondo hanno un’incidenza delle rimesse sul PIL che supera il 10 per cento" mentre, "a livello micro, le rimesse arrivano direttamente nelle tasche delle famiglie,.....  soldi che consentono di migliorare istruzione, alimentazione, abitazione dei componenti delle famiglie degli emigranti, in modo particolare dei figli, malgrado gli effetti negativi che pure non mancano". Sulla base di questi presupposti l'autore perviene a queste conclusioni. "Dunque le politiche di sviluppo dei paesi svantaggiati sono giuste e auspicabili, la cooperazione internazionale è un’attività encomiabile, rimedio a tante emergenze e produttrice di legami, scambi culturali e posti di lavoro su entrambi i versanti del rapporto tra paesi donatori e paesi beneficiari. Ma subordinare tutto questo al controllo delle migrazioni è una strategia di dubbia efficacia, certamente improduttiva nel breve periodo, oltre che eticamente discutibile. Di fatto, gli aiuti in cambio del contrasto delle partenze significano oggi finanziare i governi dei paesi di transito affinché assumano il ruolo di gendarmi di confine per nostro conto.  Da ultimo, il presunto buon senso dell’“aiutiamoli a casa loro” dimentica un aspetto di capitale importanza: il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro degli immigrati". 
Sgomberiamo  immediatemente il campo dall'ormai logoro richiamo al bisogno da parte dell'Italia del lavoro degli immigrati per giustificare un’immigrazione priva di controlli. Se avesse un reale fondamento, di cui si può legittimammente dubitare a fronte di circa 4 milioni di disoccupati e inoccupati nazionali, il problema potrebbe essere immediatamente risolto con la pianificazione di flussi regolari di migranti,  chiamati da parte di datori di lavoro nazionali, come avveniva prima della crisi del 2007 quando erano concordati con diversi Paesi africani contigenti annuali di flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Ai barconi si sostituirebbero viaggi regolarmente autorizzati e programmaticamente pianificati.  Ma così crollerebbe tutto il modello dell'accoglienza e quello che ci sta dietro. Una seconda osservazione che emerge dal contributo è che  i migranti economici che approdano sulle nostre coste sono persone meno bisognose di quelle che restano nei Paesi di origine. Ne consegue che  il modello dell'accoglienza, perorato da Open Migration,  dimentichi di proposito coloro che, non avendone i mezzi, non è nelle condizioni, volendolo, di mettersi in viaggio verso l'Europa. Si presta attenzione a chi compare nelle cornache dei telegiornali e non a chi non ha voce, distogliendo altresì importanti risorse finanziarie alla cooperazione allo sviluppo perpetrando così una profonda ingiustizia nei confronti degli ultimi. E' questo un aspetto sottovalutato non solo dall'autore e da Open Migration, ma anche, sorprendentemente, dal mondo dell'accoglienza facente riferimento alla Chiesa cattolica. 
Detto questo, ci pare, ma potremmo sbagliarci, che l'autore limitandosi a parlare del modello dell'"aiutiamoli a casa loro"  quale inefficace strumento di governo o, meglio, di contrasto dei flussi migratori, evidenziandone correttamente  alcune fondate  debolezze in questa sua specifica applicazione, eviti volutamente di trattarne le potenzialità quale strumento di cooperazione allo sviluppo scevro da incoffessabili secondi fini.In questo modo, la politica degli aiuti, non finalizzati al contrasto alle migrazioni, viene espulsa dal dibattito sul fenomeno migratorio, lasciando campo libero a un'open migration, come enunciata nella mission della Ong sul cui sito il lavoro è stato pubblicato. Ma, l'operazione di ridurre l'aiutiamoli a casa loro quale mera misura di contrasto alle migrazioni significherebbe che al venir meno del rischio "invasione", le politiche di cooperazione allo sviluppo verrebbero automaticamente meno in quanto non più funzionali allo scopo: l'Africa resterebbe abbandonata a se stessa.Per non parlare di quei Paesi che non essendo interessati ai fenomeni migratori non avrebbero ragioni per mettere in campo politiche di aiuto allo sviluppo. Manca nel contributo del prof. Ambrosini anche solo l'accenno che quell' “aiutiamoli a casa loro” potrebbe e  dovrebbe essere declinato anche in una diversa forma che si sostanzi nella creazione, nei Paesi destinatari degli aiuti internazionali, di condizioni che consentano la costruzioni di realtà statuali capaci di offrire ai propri cittadini prospettive tali che i padri reputino realistica la possibilità per i propri figli di vivere dignitosamente nel proprio Paese. E' quello che cerca di dimostrare  il recente studio Aiutiamoli a casa loro Il modello Rwanda, dove si documenta come gli aiuti abbiano espletato appieno la loro funzione originaria di motore allo sviluppo di un Paese, capace di far rientrare in patria,  all'indomani della tragedia del 1994, due milioni di rifugiati in campi profughi, che mai avrebbero potuto e neppure voluto raggiungere l'Europa, e mettere nelle mani di una governance capace gli strumenti per far incamminare il Paese sulla via dello sviluppo. In ultima analisi, gli aiuti al Rwanda non hanno trovato applicazione secondo le finalità ipotizzate dal prof. Ambrosini,  ma hanno pienamente dispiegata la loro efficacia  nel disinnescare i fattori che  avrebbero potuto favorire l'insorgere di flussi migratori, creando le condizioni per rendere concreto il diritto a non emigrare per i ruandesi. 
Si legga al riguardo l'Introduzione e la Postfazione  del libro.

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