"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


lunedì 7 aprile 2014

Papa Francesco al popolo rwandese

Dopo l'Angelus di ieri, Papa Francesco ha rivolto questo appello al popolo rwandese.
Cari fratelli e sorelle,
si terrà domani in Ruanda la commemorazione del XX anniversario dell’inizio del genocidio perpetrato contro i Tutsi nel 1994. In questa circostanza desidero esprimere la mia paterna vicinanza al popolo ruandese, incoraggiandolo a continuare, con determinazione e speranza, il processo di riconciliazione che ha già manifestato i suoi frutti, e l’impegno di ricostruzione umana e spirituale del Paese. A tutti dico: Non abbiate paura! Sulla roccia del Vangelo costruite la vostra società, nell’amore e nella concordia, perché solo così si genera una pace duratura! Invoco su tutta la cara Nazione ruandese la materna protezione di Nostra Signora di Kibeho. Ricordo con affetto i Vescovi ruandesi che sono stati qui, in Vaticano, la settimana scorsa.
E tutti voi invito, adesso, a pregare la Madonna, Nostra Signora di Kibeho.
( Ha fatto seguito la recita dell'Ave Maria)

domenica 6 aprile 2014

L'inizio

Riportiamo qui di seguito l’articolo con cui il Corriere della Sera del 7 aprile 1994 dava notizia di quanto successo il giorno precedente, il 6 aprile, a Kigali, la capitale di un paese africano praticamente sconosciuto. Nessuno immaginava la portata di quel fatto, affidato ad una cronaca ripresa dalle agenzie con alcune informazioni di contorno frettolosamente ( lo si vede dalle inesattezze e semplificazioni di cui è infarcito il testo) attinte dagli archivi e relegata a pagina  10. In realtà stiamo leggendo l'inizio, la causa scatenante, secondo l’unanime convincimento di tutti gli osservatori, di 100 giorni di sanguinaria follia collettiva che passeranno alla storia come uno dei più  tragici fatti della seconda metà del secolo scorso. Ad oggi quell’attentato, che le indagini successive definiranno meglio nella sua dinamica senza, peraltro, pervenire all'identificazione certa di un colpevole, in un macabro balletto di accuse reciproche tra i protagonisti di quella che, fino ad allora, era una delle tante guerre civili che insanguinavano il continente africano. Dall’indomani, quel dispaccio di cronaca lasciò il posto ad un effluvio di immagini che fecero conoscere al mondo la tragedia rwandese.
Abbattuto l' aereo. Uccisi i presidenti di Rwanda e Burundi
L' aereo che trasportava il presidente del Ruanda, Juvenal Habyarimana, e quello del Burundi, Cyprien Ntaryamira, e' stato colpito con diversi tiri di mortaio ed e' precipitato durante l' atterraggio all' aeroporto di Kigali
 KIGALI . L' aereo che trasportava il presidente del Rwanda, Juvenal Habyarimana, e quello del Burundi, Cyprien Ntaryamira, e' stato colpito con diversi tiri di mortaio e si e' schiantato al suolo in fiamme mentre si stava apprestando ad atterrare all' aeroporto di Kigali, capitale del Rwanda. Entrambi i capi di Stato sono morti sul colpo. Habyarimana e Ntaryamira stavano tornando da Dar es Salaam, in Tanzania, dove avevano partecipato a una riunione sulle crisi politico etniche tra l' etnia Tutsi - i "lunghi" watussi- e l' etnia Hutu - i "corti" bantu'- che stanno mettendo a ferro e fuoco il Burundi e il Rwanda. All'incontro partecipavano anche i presidenti dell' Uganda, Yoweri Museveni, della Tanzania, Ali Hassan Mwynyi, e il vice presidente keniota George Saitoti. Ibrahim Msabaha, portavoce del ministero degli Esteri tanzaniano, ha dichiarato che il vertice era stato organizzato per cercare di risolvere su base regionale le ostilita' . Una delle richieste avanzate era di dare il via a un intervento militare multi nazionale per disarmare i 5.000 membri ribelli dell' esercito del Burundi dominato dai Tutsi, principali responsabili delle stragi. La guerra etnica del Burundi, che sebbene in forma meno cruenta si e' estesa anche in Rwanda, ha origini lontane. I "watussi" sono stati per secoli i privilegiati e i "bantu' " gli oppressi. Gli hutu infatti, anche se erano la stragrande maggioranza, non potevano entrare nell' esercito o andare a scuola. Gli impiegati statali erano tutsi, ai corti veniva negato tutto. Poi in Burundi sono avvenute le prime elezioni democratiche e, naturalmente, e' stato eletto un hutu. Ma il presidente Ndadaye e' stato ucciso dopo appena 100 giorni di governo, lo scorso anno. Gli e' succeduto Ntaryamira, anch' egli di etnia hutu, che ha invano tentato negli ultimi mesi di porre un freno al predominio Tutsi e ai ripetuti massacri di cui sono stati vittima anche diversi missionari stranieri (in marzo e' stato attaccato anche un centro gestito da religiosi italiani). Migliaia di hutu, che rappresentano l' 85 per cento della popolazione del Burundi, ma anche molti watussi sono stati costretti dai continui attacchi a cercare rifugio oltre frontiera nel vicino Rwanda che ha allestito diversi campi profughi lungo il confine fra i due Paesi. Sul fronte rwandese, invece, la coalizione di Habyarimana e i ribelli dell' ex Fronte patriottico, in maggioranza di etnia Hutu, non erano finora riusciti ad accordarsi su un governo di transizione nonostante gli accordi di pace firmati nell' agosto scorso.

Leggi anche la cronaca del Corriere della sera dell'8 aprile 1994 (clicca qui).

venerdì 4 aprile 2014

Speciale di Avvenire: Vent'anni dopo i massacri

Il numero odierno di Avvenire dedica due intere pagine la quattro e  la cinque al ventennale della tragedia rwandese.  Oltre al discorso tenuto ieri da Papa Francesco ai Prelati rwandesi in visita ad limina e un’analisi di Paolo A. Alfieri sulla situazione dell’area dei Grandi Laghi,  lo speciale dal  titolo “Vent’anni dopo i massacri”, ospita, a firma dell’inviato Claudio Monici,  un ‘intervista con l’ex console onorario italiano del tempo, Antonio Costa, un reportage dal sacrario di Nyamata e poi una rappresentazione dell’odierno Rwanda, come se ne sono lette tante, che sembra uscita dall’ufficio stampa della presidenza.Sotto un effluvio di cifre che dovrebbero testimoniare i grandi progressi economico-sociali del paese ( che ci sono) non si trova, infatti, traccia di  quelle contraddizioni che altri testimoni ( vedi post del 2 aprile), forse  più attenti, ritengono emergere nel Rwanda presieduto da Paul Kagame. Non serve certo a riequilibrare il quadro, il breve inciso “certo, c’è anche un altro Rwanda specialmente se parliamo di diritti umani, di libertà di informazione, di potere politico e diritti civili”, per giunta attribuito a un interlocutore locale. Se fai un viaggio fino a Kigali dovresti almeno cercare di dare qualche riscontro a un simile assist che il tuo interlocutore ti offre. Particolarmente illuminante risulta invece l’editoriale in cui, a pagina tre dello stesso numero di Avvenire, con  il titolo ”Eredità che pesa e che chiede memoria” padre Giulio Albanese ci aiuta a meglio inquadrare il contesto storico in cui si colloca la tragedia rwandese e il ventennio che ne è seguito che gli fa concludere  come “forse mai come oggi, per onorare le centinaia di migliaia di vittime, sarebbe auspicabile promuovere una rilettura attenta di quanto avvenne, superando la  tentazione “del manicheismo che vuole dividere lo scenario tra buoni e cattivi, affermando la tesi dei vincitori, le truppe del Fpr” riconoscendo anche “la trasversalità delle responsabilità all’interno del Paese.” Senza inoltre dimenticare come “lungi dal voler legittimare i crimini perpetrati in patria dai ribelli hutu che, costretti alla macchia in territorio congolese, hanno spesso compiuto azioni malvagie in quella terra straniera, sarebbe ingiusto misconoscere il ruolo altamente destabilizzante ricoperto dal regime di Kigali nell’ex Zaire fino ai nostri tempi”.