"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


martedì 3 febbraio 2026

Gli sforzi del nunzio mons. Bertello per evitare la tragedia del 1994

card. Giuseppe Bertello

Nell’edizione odierna, The New Times dedica un lungo articolo alla figura ed all’opera del card.Giuseppe Bertello, Nunzio Apostolico in Rwanda dal 1991, quando il Paese era già nel mezzo di una guerra civile e di una crescente radicalizzazione etnica, al 1995, a conclusione della tragedia ruandese. Il testo fa luce su un personaggio che non ha trovato un adeguato spazio nelle risostruzioni storiche della tragedia ruandese, ma che ha avuto un ruolo importante e coraggioso nel denunciare  il pericolo imminente che si stava profilando in quei tragici anni che precedono il  genocidio del 1994.In particolare, ci si sofferma sull’intervento che, nel novembre 1992, mons. Bertello mise in atto facendo pervenire al presidente Juvénal Habyarimana, per il tramite del consigliere presidenziale per gli Affari Esteri e la Cooperazione, il professor Runyinya Barabwiriza, un messaggio in cui si esprimeva un giudizio morale durissimo sull'alleanza politica allora al potere (MRND–CDR), basata su una  ideologia e  su pratiche esplicitamente orientate allo "sterminio" della popolazione Tutsi.Abbandonato il "felpato" linguaggio diplomatico, nel colloquio il Nunzio  arrivò a definire la situazione come "satanica", evocando la minaccia della "scomunica". Secondo l'articolista, ciò che  mons Bertello comunicò al Presidente Habyarimana "non fu un giudizio sconsiderato, né l'esagerazione di un religioso straniero che non conosceva il tessuto politico e sociale del Rwanda. Fu un'analisi tempestiva, autorevole e sobria, fondata su fatti osservabili, discorsi pubblicamente accessibili e un discernimento morale che qualsiasi testimone attento e onesto avrebbe potuto raggiungere".L’articolo sottolinea  il coraggio di Bertello, che ebbe la chiarezza morale di vedere la catastrofe prima che accadesse, contrapponendola ai silenzi di gran parte della leadership ecclesiastica locale, accusata di essere rimasta inerte o complice. Nonostante gli sforzi di Bertello, i suoi avvertimenti rimasero inascoltati dal governo, ma la sua opera testimonia di come la diplomazia dovrebbe essere: non un semplice esercizio di pubbliche relazioni, ma una difesa intransigente della dignità umana, anche a costo di rompere i rapporti e con il potere. Il card. Bertello viene oggi riconosciuto come un esempio di responsabilità ecclesiale. Il suo intervento è visto come un momento di lucidità prima del cataclisma, una lezione per l'umanità sulla necessità di agire contro la violenza di massa imminente.Senza nascondere la forse eccessiva strumentalizzazione della contrapposizione tra la posizione del Nunzio e del resto della gerarchia ecclesiastica ruandese, accusata apertamente di "rimanere in silenzio e tergiversare", l'articolo rende omaggio al card. Bertello non solo come diplomatico, ma come un uomo di fede che usò la sua posizione per denunciare i rischi di una tragedia che si stava profilando nel momento in cui era ancora, forse, possibile evitarla.