"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


giovedì 15 settembre 2016

Il cardinale nigeriano Onaiyekan: «Emigrare non è una soluzione»

 "Emigrare non è una soluzione ai problemi della Nigeria e dell’Africa. Servono invece politiche che favoriscano lo sviluppo economico e offrano opportunità in loco ai giovani." Ad affermarlo, come riferisce la rivista Africa dei Padri Bianchi,è il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, parlando alla Conferenza sulla tratta degli esseri umani, organizzata da Caritas Internationalis e dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, tenutasi ieri nella capitale federale nigeriana.
«Il traffico di esseri umani – ha detto il prelato – è destinato ad aumentare il numero di persone frustrate che non possono sbarcare il lunario. Lo sapete, il tempo di finire gli studi all’università e iniziate a vagare per le strade per tre, quattro, cinque e sei anni, senza lavoro, e si arriva a 30 o 31 anni senza futuro, ed è molto difficile starsene tranquilli». Il cardinale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Fides, ha poi lanciato un appello al Governo nigeriano affinché si impegni con provvedimenti efficaci e coordinati a rilanciare l’economia del Paese. Solo in questo modo è possibile creare posti di lavoro per i giovani ed evitare che questi lascino il Paese affidandosi ai trafficanti di esseri umani.
«Le autorità nigeriane stanno invitando i giovani a cercare altre possibilità per vivere. Chiedono loro di tornare a coltivare la terra. La ricetta non è sbagliata, ma il governo deve fare di più per offrire la possibilità ai giovani di coltivare o trovare altre occupazioni. Bisogna evitare che i ragazzi si siedano, non facciano nulla, rimanendo frustrati».
Spesso ai giovani non rimane altra alternativa che emigrare. «Ma l’emigrazione verso una destinazione sconosciuta non è la vera risposta – ha affermato ancora il cardinale -. La gente dice che in Europa o nel Nord America la situazione sarà sempre meglio che in patria. Non è vero. La situazione a cui vanno incontro all’estero può essere peggiore di quella che stanno affrontando qui… Almeno qui, non c’è l’inverno, puoi sempre dormire sotto un ponte. Non puoi invece dormire sotto un ponte là. Morirai di freddo».
E' questo solo l'ultimo degli appelli, che spesso non hanno trovato spazio nei media cattolici italiani, dei vescovi africani sul grave fenomeno migratorio.

venerdì 9 settembre 2016

Rwanda e Kenya firmano accordo commerciale con l'Unione Europea

Il 1 settembre a Bruxelles, Rwanda e Kenya hanno firmato un Accordo di partenariato economico, cosiddetti Ape/Epa, che dovrebbero permettere ai due paesi di esportare i propri prodotti in Europa senza l’applicazione di imposte. 
Tali accordi avrebbero dovuto essere approvati il 18 luglio scorso dall’intera Comunità dell’Africa orientale (Eac) di cui i due paesi fanno parte, ma la firma era stata sospesa in seguito alla richiesta della Tanzania di avere più tempo per valutare le conseguenze dell’uscita dall’Ue della Gran Bretagna. L’Uganda aveva fin da subito espresso la volontà di adottare una posizione comune, preferendo rimandare la firma degli accordi piuttosto che compromettere il processo di integrazione regionale tra i paesi dell’Africa orientale. L’argomento è stato trattato ieri al vertice dell’EAC che si è tenuto a Dar es Salaam, Tanzania, in cui gli altri capi di stato, che ancora non hanno firmato l’accorodo, hanno richiesto altri tre mesi  per approfondire  alcune delle questioni controverse tra alcuni Stati partner prima di considerare la firma dell'accordo.  L'accordo tra EAC e UE, oggetto di negoziato dal 2007 e  autorizzato dal Consiglio europeo nel luglio scorso,  punta a garantire una maggiore integrazione regionale e lo sviluppo economico dei paesi firmatari e conferma l’esenzione totale ai prodotti importati nei mercati della Ue sulla base del principio di apertura asimmetrica.L’accordo contiene anche clausole di salvaguardia tali da consentire ai paesi africani di alzare i dazi su quelle importazioni dall’Ue che aumentino in misura tale da mettere a rischio la sopravvivenza dell’industria locale.

sabato 3 settembre 2016

Aiutiamoli a casa loro: i consigli dell'ex nunzio presso l'ONU a Ginevra

Qui di seguito riportiamo un passaggio di un’interessante intervista apparsa sul sito cattolico on line La nuova Bussola quotidiana a Monsignor Silvano Tomasi, fino a pochi mesi fa nunzio apostolico presso le Nazioni Unite a Ginevra,  missionario scalabriniano che ha dedicato tutta la vita sacerdotale ai migranti e al tema delle migrazioni.
 Si dice “aiutiamoli a casa loro”, ma anche questo slogan è oggetto di feroci discussioni….
Dire che dobbiamo aiutare i potenziali migranti e i richiedenti asilo a casa loro è certamente una espressione ambigua. Perché da una parte vuol dire che non vogliamo prendercene cura adesso dove arrivano; ma dall’altra c’è un aspetto molto reale e molto vero, perché il problema si risolve alla radice, da dove partono queste persone. Allora però bisogna essere ben coscienti di tutto ciò che implica questa affermazione: non può essere una frase retorica e una scusa per lavarsi le mani davanti alle necessità attuali, ma è un impegno serio a lungo termine per cambiare la realtà politica sociale di questi paesi, un impegno paziente e duraturo.
Che si concretizza in cosa?
La responsabilità internazionale è anzitutto quella di prevenire guerre e violenze che forzano centinaia di migliaia di persone a cercare rifugio altrove. Aiutarli a casa loro significa anche essere giusti nello sviluppare il commercio, nel garantire l’accesso ai mercati, dare insomma una possibilità di sviluppo e di partecipazione all’economia internazionale in maniera proporzionata alle loro capacità. E poi aiutarli a casa loro implica anche avere la preveggenza di facilitare in maniera giusta e proporzionata l’accesso alle nuove tecnologie, alle nuove medicine in modo che la popolazione sia sana, possa lavorare, e abbia quelle conoscenze che facilitano lo sviluppo in maniera adeguata ai loro bisogni.
Quando si parla di immigrati si parla sempre di accoglienza, dei nostri obblighi qui in Italia, poco o nulla si dice sui paesi di provenienza. Eppure il primo diritto umano violato è quello di poter risiedere e crescere nel proprio paese.
È vero, il primo diritto è a non dovere migrare…
...Peraltro queste partenze sono anche un impoverimento per i paesi di origine. Lei è stato per molti anni nunzio apostolico in una zona da cui tanti fuggono, ne è testimone.
Le persone che partono, che lasciano il loro paese in cerca di fortuna, come si diceva una volta, in genere sono giovani, meglio preparati della media dei loro coetanei che rimangono nel paese. Quindi sono forze vive da usare per sviluppare la loro realtà locale. D’altra parte queste persone non trovano le condizioni per realizzare le loro aspirazioni e mettere a profitto le loro conoscenze. E ciò spinge a quella che in termine tecnico possiamo chiamare “fuga di cervelli”,  ma anche a livello normale è una perdita di popolazione sana e fattiva, una risorsa per il paese da dove partono.
 
 L’intera intervista si può leggere cliccando qui.