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lunedì 27 gennaio 2014

L'Ass. Kwizera edita una sintesi del Compendio della DSC per il Rwanda

La copertina ( clicca qui per aprire il testo)
Nell'Esortazione apostolica postsinodale Africae Munus del novembre 2011, S.S. Benedetto XVI, in tre passaggi successivi, sottolineava l'importanza della conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa da parte dei laici che hanno responsabilità di ordine politico, economico e sociale, per apportare un contributo forte e qualificato alla società africana. Al riguardo, il Papa richiamava l'importanza  del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa quale strumento pastorale di prim’ordine per la missione della Chiesa  nel mondo e nella società. Aderendo alla sollecitazione papale, al fine di offrire uno strumento adatto a diffondere nella comunità cristiana rwandese la conoscenza del Compendio, un volume di oltre 300 pagine, l'Associazione Kwizera ha promosso l’edizione di una Sintesi dell'opera, contenuta in un centinaio di pagine. La Sintesi, che prende in esame uno per uno tutti i 583 paragrafi del Compendio, è frutto del lavoro di  un esperto cultore della materia, il francese Denis Matschek che ha cortesemente autorizzato l'associazione Kwizera a curarne la diffusione in Rwanda. L'edizione rwandese riporta in appendice  una sintesi, ripresa dalla Radio vaticana, dell'enciclica Caritas in veritate, in cui Benedetto XVI, in continuità con l'insegnamento dei suoi predecessori, arricchisce il Compendio di ulteriori elementi che consentono di misurarsi con un momento storico particolare come l’attuale.
In questi giorni è stato rilasciato il testo in francese in formato elettronico ( e book), a cui ha dato il proprio imprimatur il vescovo di Byumba, mons. Servillien Nzakamwita, presidente della Commissione Episcopale rwandese per l’apostolato dei laici. Dopo che i pastori della Chiesa locale avranno preso visione del'opera, gli stessi potranno richiedere le copie a stampa necessarie per le esigenze pastorali delle singole diocesi, per raggiungere i laici della comunità cristiana rwandese, a partire dagli studenti delle scuole secondarie, dei seminari e delle università. A supporto della didattica sono disponibili anche apposite slide, predisposte dal curatore della Synthèse. 
Nei progetti dell'Associazione c'è quello di poter affiancare all’edizione a stampa in francese anche  un ciclo di approfondimenti in kinyarwanda, utilizzando le radio locali a cominciare da Radio Maria Rwanda. Il prossimo step è quindi quello di individuare un gruppo di esperti divulgatori, nei diversi campi in cui si articola il Compendio, che si facciano carico di questo servizio perchè i contenuti della Dottrina sociale della Chiesa possano raggiungere l’intera comunità cristiana rwandese, dando concretezza alla recente sollecitazione di Papa Francesco circa la necessità di "un’opera di sensibilizzazione e di formazione, affinché i fedeli laici, in qualsiasi condizione, e specialmente quelli che si impegnano in campo politico, sappiano pensare secondo il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa e agire coerentemente, dialogando e collaborando con quanti, con sincerità e onestà intellettuale, condividono, se non la fede, almeno una simile visione di uomo e di società e le sue conseguenze etiche".

mercoledì 22 gennaio 2014

Kagame al Forum di Davos dove arriva anche un forte messaggio del Papa

 Si apre oggi a Davos in Svizzera la 44esima edizione del World Economic Forum, alla quale sono attesi 2.500 partecipanti provenienti da oltre cento paesi per dibattere su  "Riorganizzazione del mondo: conseguenze per la società, la politica e l'economia". 
E’ prevista la presenza di una quarantina di capi di stato. Tra questi anche il presidente rwandese Paul Kagame che interverrà nella sessione serale di  venerdì. Unitamente, tra gli altri,  al noto professor Nouriel Roubini, al ministro dell’economia e delle finanze  francese, Pierre Moscovici, e al ministro dell’economia turco, Ali Babacan, discuterà su “I prossimi steps  per le economie emergenti”.
Ai partecipanti al Forum ha fatto pervenire un proprio messaggio anche Papa Francesco con un forte richiamo ai partecipanti dove viene chiaramente detto che non è ulteriormente tollerabile “che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo, che spesso vengono semplicemente sprecate. Parimenti, non possono lasciare indifferenti i numerosi profughi in cerca di condizioni di vita minimamente degne, che non solo non trovano accoglienza, ma non di rado vanno incontro alla morte in viaggi disumani".
«I successi raggiunti - scrive il Papa - pur avendo ridotto la povertà per un grande numero di persone, non di rado hanno portato anche a una diffusa esclusione sociale. Infatti, la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo continua a vivere ancora una quotidiana precarietà, con conseguenze spesso drammatiche. In questa sede, desidero richiamare l'importanza che hanno le diverse istanze politiche ed economiche nella promozione di un approccio inclusivo, che tenga in considerazione la dignità di ogni persona umana e il bene comune. Si tratta di una preoccupazione che dovrebbe improntare ogni scelta politica ed economica, ma a volte sembra solo un'aggiunta per completare un discorso. Coloro che hanno incombenze in tali ambiti hanno una precisa responsabilità nei confronti degli altri, particolarmente di coloro che sono più fragili, deboli e indifesi». E aggiunge: «Vi chiedo di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell'umanità e non la governi».Papa Francesco rifacendosi alla pastorale di Benedetto XVI e alla lettera Evangelii Gaudium, per sollecitare  che nella governance economica emergano meccanismi e processi volti a una più equa distribuzione delle ricchezze, «alla creazione di opportunità di lavoro e a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Sono convinto che a partire da tale apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed imprenditoriale, capace di guidare tutte le azioni economiche e finanziarie nell'ottica di un'etica veramente umana».

martedì 21 gennaio 2014

Attiva la Camera di commercio italiana in Africa orientale (Cciao)


Le imprese italiane che vorranno fare affari in Rwanda potranno contare sull’appoggio della  Camera di commercio italiana in Africa orientale (Cciao), con base a Kampala.L’organismo, alla cui istituzione ha contribuito l’ambasciata italiana in Uganda retta dall’ambasciatore Stefano Antonio Dejak con competenza anche sul Rwanda, si propone di sostenere la penetrazione commerciale e il consolidamento delle relazioni d’affari delle imprese italiane nell'area, anche per il tramite di un’apposita unità interna di scouting di affari, grazie alla quale gli imprenditori italiani potranno collaborare e far riferimento a un interlocutore a carattere regionale. La Cciao opera, oltre che in Rwanda, dove l’Italia può contare su un console onorario nella persona del signor Bruno Puggia, anche  nei mercati del Burundi, Kenya, Tanzania e Uganda. L’intera  Comunità dell'Africa orientale (Eac), che raccoglie gli stati dell’area e all’interno della quale c’è la libera circolazione dei beni, è in piena espansione ed offre opportunità interessanti per le nostre aziende, in particolare nell’ambito delle infrastrutture ( strade, ferrovie ecc).L’EAC  sta lavorando per costituire un’unione federale dei membri nella “Federazione dell'Africa orientale” e per adottare una moneta unica: lo scellino dell’Africa orientale, che faciliterà gli scambi sia tra i paesi dell’area sia con la comunità internazionale in un mercato che complessivamente conta più di 150 milioni di potenziali consumatori. 

domenica 19 gennaio 2014

Servitori dello stato si tengono stretti i regali ricevuti


Una disposizione presidenziale del settembre 2010 obbliga tutti gli alti funzionari pubblici ed esponenti istituzionali a dichiarare e consegnare tutti i regali e donazioni che ricevono in funzione del ruolo istituzionale ricoperto. La stessa disposizione richiede la segnalazione all’apposito ufficio dell’Ombudsman   di tutte le donazioni ricevute, di qualsiasi tipo,  il cui valore superi i 100.000 Rwf, poco più di 100 euro. Solo i doni al di sotto di quel valore e di uso individuale possono essere trattenuti dall’interessato, compresi quelli ricevuti in occasioni  di eventi sociali, come matrimoni o altre feste. Questa è la norma. La realtà è però leggermente diversa se, come denunciato dall’ufficio dell’Ombudsman, nel corso del 2013 sono stati dichiarati come regali ricevuti da alti funzionari governativi solo due portatili e un telefono cellulare. Le scuse addotte dai destinatari della norma per giustificare tale magro risultato sono le più disparate: si va dall’ignoranza della norma stessa alla sua interpretazione piuttosto elastica.La cosa non deve meravigliare più di tanto, ogni mondo è paese.Semmai va sottolineato come non sia l’unico caso in cui a un quadro normativo moderno e innovativo, che muove l’ammirazione dei media internazionali per il nuovo Rwanda, non faccia sempre seguito una prassi coerente. 

domenica 12 gennaio 2014

Da Kigali pressing sul Papa per un gesto a favore delle vittime del genocidio


Nell'editoriale odierno de The Sunday Times, prendendo spunto dall'inizio delle celebrazioni del ventesimo anniversario del genocidio del 1994, si torna ad invocare un gesto del Papa  per le vittime.Dopo averlo auspicato all'indomani della nomina di Papa Francesco, a Kigali ci si chiede se non sia giunto il momento perché "il Vaticano per una volta, mettendo da parte il proprio orgoglio, faccia ciò che è giusto, assumendosi la responsabilità per non aver protetto il suo gregge".  In particolare, l'editorialista sottolinea che  " il coinvolgimento pesante nel genocidio da parte di alcuni membri del clero cattolico, in circostanze normali, avrebbe dovuto comportare una presa di posizione ufficiale del Vaticano che, purtroppo, non c'è stata... in quanto la linea ufficiale della Chiesa è che coloro che hanno preso parte alle uccisioni lo fecero come singoli e che quindi ne portano la responsabilità individualmente". Confidando sul cambiamento portato da Papa Francesco "che potrebbe portare la Chiesa nel bel mezzo di un pesante sconvolgimento ideologico", l'articolista conclude auspicando che il nuovo Papa dia, dopo venti anni, una risposta al grido delle vittime. Sull'argomento riprendiamo, senza naturalmente pretendere di saper che cosa Papa Francesco farà in proposito, le conclusioni d'un nostro precedente post uscito immediatamente dopo l'elezione di Papa Francesco, quando erano già state  anticipate queste richieste. 


giovedì 9 gennaio 2014

Quando i conti non tornano

Durante una cerimonia che ha dato avvio alle celebrazione del ventesimo anniversario del genocidio del 1994, il ministro degli esteri, signora  Louise Mushikiwabo, parlando del percorso fatto in questi venti anni per ricostruire  il paese cita fra l’altro i quasi 3,5 milioni di rifugiati che hanno fatto ritorno nel paese. Un numero questo che merita un approfondimento.Secondo l’ultimo censimento tenutosi nell’agosto del 1991, risultavano residenti nel paese 7.099.844 abitanti ( di cui 6.467.958 censiti come hutu e 596.387 censiti come tutsi). Il censimento successivo tenutosi nel 2002 registrava 8.128.553 abitanti, mentre l’ultimo dell’agosto del 2012 fissava in 10.537.222 i rwandesi residenti.Alla luce di questi dati secondo le prospettazioni della signora Louise Mushikiwabo, nel 1994 se ai 7 milioni di residenti aggiungiamo i 3,5 milioni dei rifugiati che in futuro sarebbero rientrati nel paese, abbiamo una comunità di circa 10.500.000  rwandesi, per circa un terzo  rappresentato da rifugiati che vivevano al di fuori dei confini della madrepatria, se poi si sommassero  i circa seicentomila tutsi dell’interno arriveremmo a quasi il quaranta per cento di rwandesi oggettivamete  esclusi dal governo del paese, una percentuale che ha un’indubbia valenza sul giudizio politico che se ne dovrebbe ricavare relativamente alla governance del tempo. Pur tenendo conto anche del numero ufficiale delle vittime del genocidio fissato dalle autorità rwandese in 1.174.000 ( numero che deve peraltro fare i conti con il dato del censimento del 1991 relativo ai rwandesi censiti come tutsi precedentemente citato di cui l’ottanta per cento secondo le autorità rimase vittima del genocidio), si vede come i conti non tornino se solo si guarda il trend della popolazione riportato dal portale dell’Istituto nazionale di statistica del Rwanda che quantifica  in 7, 666 milioni i rwandesi residenti nel 1997. Il trend degli anni successivi che porta ai dati evidenziati dai censimenti del 2002 e del 2012 sconta in larga misura la crescita fisologica dal 2000 al 2012 data dal differenziale tra un tasso di natalità medio  di 34,84 nati ogni mille persone e un tasso di mortalità medio di 16,35 morti ogni mille persone, peraltro in forte contrazione nell'ultimo quinquennio ( 9,64 nel 2012).
Come si vede i numeri spesso conservano una loro logica che neppure la dialettica di un politico e' in grado di piegare ai propri fini: tra i diversi meriti che l'attuale governance  rwandese puo' vantare non c'è quindi quello di aver fatto rientrare un numero così alto, 3,5 milioni, di rifugiati, un numero  che non torna.

lunedì 6 gennaio 2014

Rwanda: attenzione anche alla sicurezza alimentare


A volte una notizia apparentemente secondaria e per questo relegata tra le brevi di cronaca può, a ben vedere, assumere un significato che va al di là del fatto in sé. E’ questo il caso, naturalmente secondo una valutazione del tutto personale, della notizia apparsa su The New Times di oggi in cui si riferisce che il Rwanda Bureau of Standards-RBS, l'autorità governativa preposta a vigilare sugli standard di qualità delle attività produttive del paese, ha chiuso due impianti lattiero caseari.Lo yogurt prodotto e messo in commercio non rispondeva, infatti, agli standard di qualità richiesti risultando contaminato, con conseguenti  rischi per la salute dei consumatori.Si tratta di un impianto situato a Rubirizi nel distretto di Kicukiro e di uno situato a Nyanza. I prodotti in essere sono stati sequestrati e distrutti, mentre i consumatori sono stati invitati a vigilare e segnalare eventuali prodotti della specie ancora in circolazione. I due impianti sono stati invitati a mettersi in regola se vogliono riprendere la produzione. Una notizia di questo tipo,  usuale per noi abituati alla cronoca quotidiana dei sequestri dei NAS di prodotti contraffati o  non conformi, riveste una certa importanza perché testimonia un’attenzione delle autorità per un aspetto che potrebbe essere ritenuto secondario a fronte di problemi di ben altra portata con cui è chiamato a misurarsi un paese in via di sviluppo. Chiudere due linee di produzione e sequestrare yogurt non conformi a noi sembra un segnale importante, più di tanti annunci di iniziative all’apparenza modernizzanti ma che spesso rimangono allo stadio annuncio senza avere un seguito concreto. Avendo avuto occasione di consumare yogurt durante i nostri soggiorni in Rwanda, ed averne apprezzato il gusto, ci sentiamo tranquillizzati a sapere che c’è qualcuno che vigila anche sulla qualità del prodotto. Un fatto tutt’altro che secondario: non sarebbe, infatti, un grande risultato rientrare a casa tranquilli dopo aver passeggiato sicuri per le vie della capitale per ritrovarsi intossicati da un cibo avariato o contaminato.

sabato 4 gennaio 2014

Su The New Times il futuro dell'Europa visto dal premier italiano Enrico Letta

Segnaliamo, a mero titolo di curiosità, l'articolo apparso sull'edizione odierna de The New Times, con il titolo A future made in Europe, in cui il premier italiano, Enrico Letta,  tratteggia i possibili scenari europei dell'immediato futuro.Ricordiamo, al riguardo, che l'Italia  avra' la presidenza di turno europea  nel secondo semestre del 2014, e in quella sede il premier italiano potrà cercare di dare seguito ai propositi espressi nel contributo ripreso dal quotidiano rwandese.





 A future made in Europe



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Enrico Letta
Over the last three years, the European Union, faced with the imperative of calming roiled markets and laying the foundations for a sound recovery, has concentrated largely on financial stability and reducing fiscal deficits and debt. Now, with financial tensions easing and confidence returning, Europe’s leaders should shift their focus in 2014 back to the real economy and the industrial base.
February’s meeting of the European Council of Ministers will be a good place to start.....

venerdì 3 gennaio 2014

All'estero molti capitali illeciti dei paesi in via di sviluppo, Rwanda compreso


Secondo il  rapporto Global Financial Integrity, rilasciato nelle scorse settimane, nel 2011 i paesi in via di sviluppo hanno visto defluire illecitamente  dai confini nazionali, per affluire negli accoglienti forzieri  delle banche internazionali, circa  946 miliardi di dollari Usa, con un incremento del 13,7% rispetto al 2010.Questi deflussi illeciti sono alimentati da capitali  provenienti dalla criminalità, dalla corruzione, dall'evasione fiscale e da altre attività illecite. Il rapporto GFI rileva altresì  che nel periodo 2002-2011, i paesi in via di sviluppo hanno perso complessivamente $ 5.900 miliardi d deflussi illeciti. Gli esborsi sono aumentati, nel decennio, ad un tasso medio del 10,2% all'anno, superando notevolmente la crescita del PIL.L'Africa sub-sahariana, secondo il rapporto,  ha subito la più grande perdita di capitali illeciti in percentuale al PIL, attestandosi attorno al 5,7% del PIL all'anno, contro il 4% a livello globale.Secondo il rapporto GFI, il Rwanda , con una media annua di $ 211 milioni nel decennio e un ammontare complessivo di $ 2.106 milioni, si colloca al 104 posto su 140 paesi presi in esame, peraltro con un trend in forte crescita che va dai $ 40 ml del 2002 ai $ 518 ml del 2011, pari al 3,83% del PIL stimato per lo stesso anno. Il dato conferma il contenuto livello di corruzione esistente nel paese.Nella zona fa peggio l’Uganda (68°) con $ 737 milioni di media ma con un trend in forte contrazione, nel 2011 si registravano, infatti, $ 307 milioni.La Tanzania registra rispettivamente una media di $ 444 e un deflusso per il 2011 di $ 817 milioni, mentre il Kenya, di cui non sono evidenziati i dati di diversi anni, registra un deflusso per il 2011 di $ 847 milioni.

mercoledì 1 gennaio 2014

Il lato debole dell'economia africana:crescita rapida e trasformazione lenta

L'incapacità delle economie dei paesi dell'Africa subsahariana a soddisfare, dopo due decenni di espansione economica, le attese della popolazione giovanile di avere un posto di lavoro, potrebbe favorire l'insorgere di proteste sociali  in grado di innescare fenomeni di instabilità politica.Queste sono le conclusioni a cui perviene Dani Rodrik, professore di Scienze Sociali presso l'Institute for Advanced Study di Princeton, New Jersey, in una sua analisi, apparsa su The Sunday Time, in cui prende in esame il trend di sviluppo che ha interessato l'economia dell'Africa subsahariana negli ultimi due decenni.In particolare Rodrik s'interroga se gli ottimi trend di sviluppo che hanno caratterizzato i paesi della zona a partire dagli anni novanta, compreso il Rwanda , potranno protrarsi nel tempo e, soprattutto, da dove in futuro potranno arrivare i guadagni di produttivita' delle singole economie che in questi anni hanno potuto beneficiare dell'aumento della domanda interna di beni nazionali e dell'uso piu' efficiente delle risorse. La risposta e' che i paesi africani non sono in grado di replicare il modello di sviluppo industriale di cui sono stati capaci i paesi asiatici che " hanno saputo  trasformare i loro agricoltori in operai di produzione, diversificare le loro economie, ed esportare una  gamma di prodotti sofisticati".Il motivo risiede in una realtà evidenziata da altri ricercatori: il continente africano  sta "crescendo rapidamente ma si sta trasformando lentamente."